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    Vivere è decidere:

    il ruolo della scelta

    Michele Corsi

    Ogni vita è un sistema di decisioni consapevolmente o inconsapevolmente assunte anche in ordine alle determinazioni elaborate da un altro e accettate o subite, pure in modo consapevole o inconsapevole, nella nostra esistenza.
    La relazione interpersonale è un fascio di deliberazioni che vanno da un Io a un Tu e viceversa e che entrambi i soggetti hanno, più o meno congiuntamente e democraticamente, convenuto con maggiore o minore soddisfazione.
    Dove i livelli di consapevolezza e di inconsapevolezza sono gli estremi della curva di Gauss, nella «distribuzione normale» dei fenomeni, dal valore più basso a quello più alto di incidenza e operatività di ciascuno dei due parametri qui dichiarati.
    Non esiste una vita diversa.
    Anche un'esistenza trascorsa al minimo è un divenire quotidiano e sostanziale di decisioni magari tutte patite e sofferte alle quali ci si è assoggettati per incapacità, ignavia, mille paure, scarsa autostima o debolezze di varia natura nel comprendere il peso delle intromissioni altrui nella propria area di competenza personale.
    Persino nella più grave e debilitante malattia fisica o psichica, colta però nella prospettiva della promozione dell'area di sviluppo potenziale alla Vygotskij, benché modestissima o di grado ridotto negli effetti conseguiti al riguardo, educare è educare a decidere. Di sé, a un livello pure infimo, per sé e in ragione dell'altro.
    Vivere è dunque decidere. E se Rousseau ebbe a dire, nella sua opera più famosa, nei confronti di Emilio: «Vivere, ecco il mestiere che gli voglio insegnare!», noi qui sosteniamo: «Decidere, ecco il mestiere che gli voglio insegnare». Da quando nasce, a partire dai genitori e dai primi educatori, per tutte le età successive e attraversando ogni possibile agenzia educativa, da chi ne detiene la responsabilità di proposta e cura, sino alla morte, nell'ottica dell'educazione permanente.
    Ogni decisione si nutre di scelte. Non di rinunce. Si esprime nell'accettazione e nell'accoglienza di un punto di vista e di un posizionamento particolari rispetto a tutti gli altri formulabili.
    Educare a decidere, pertanto, è educare alla maggiore consapevolezza praticabile e alla massima conoscenza delle opzioni esistenti o immaginabili e quindi percorribili o creabili.
    La conoscenza e l'esercizio della responsabilità (nella libertà e nell'autonomia) sono i due «limiti matematici» della capacità e della effettuazione decisionali.
    A muovere dalla competenza di sé, dell'altro e del contesto nel quale e a favore del quale la decisione si indirizza, insiste e si trasforma.
    Bernianamente, il diagramma della scelta o il suo percorso originano dalla presa in carico e dall'ascolto dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, dal «mi piace» o «non mi piace», «mi ci trovo o no a mio agio», in ordine a una ipotetica decisione e al suo primo abbozzo iniziale, per trascorrere poi sul piano della propria agenzia morale, dei giudizi o dei pregiudizi in proposito, valutandone la misura implicita di benessere e protezione anche etici ed esistenziali che rappresentano e comportano. Nella direzione, infine, del confronto e in vista della risoluzione finale da assumere e perseguire, con i propri pensieri, le proprie consapevolezze e le strategie acquisite o acquisibili, il principio di realtà, la percezione e il «controllo» del mondo. In ogni tappa, segmento o ambito della vita, da zero anni al suo tramonto definitivo.
    Nel linguaggio dell'analisi transazionale: dal Bambino all'Adulto, passando attraverso il Genitore.
    E in quello cibernetico dell'ingresso-trasformazione-uscita: sentimenti, giudizi, pregiudizi, pensieri e decisioni prese e da realizzare.
    Non si dica più, allora: «non riesco» o «non riesco a decidere». Esiste soltanto, onestamente: «voglio riuscire» o «non voglio riuscire». Ciò che vogliamo davvero siamo ben capaci di agirlo. Il che non significa negare l'imprevisto o il limite; quanto piuttosto restituire integralmente all'uomo e alla donna tutto il potere di cui dispongono e farglielo riconoscere.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 41-42)



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