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    L'uomo interiore,

    questo inattuale

    Bruno Meucci


    Sempre più sconosciuta nella nostra società fondata sul culto dell'apparenza, la vita interiore è un bene prezioso, elogiato dai grandi filosofi e al centro dell'esperienza spirituale del cristianesimo. L'infelicità dell'uomo contemporaneo deriva in gran parte dall'assenza di una vita interiore, dal disinteresse nei confronti della propria anima.


    Il rischio della depressione

    In exteriore homine habitat veritas. Sarebbe sufficiente parodiare la nota frase di sant'Agostino per ricavare il motto che sventola sulla bandiera della nostra società fondata sul culto dell'apparenza. Quanto tempo dedica l'uomo contemporaneo alla cura del proprio aspetto fisico, alla casa, all'automobile, ai vestiti, ai viaggi, alle vacanze e agli innumerevoli status symbol che sono necessari per sentirsi parte del mondo di coloro che contano qualcosa e che sono ammirati dagli altri? Quanto ne dedica invece – ci si passi l'espressione un po' desueta – alla cura della propria interiorità? Una volta, la morale cristiana, allora imperante, condannava la vanità come uno dei peccati più gravi, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti. Rasentando spesso l'eccesso, mortificava il corpo a favore dello spirito. L'educazione metteva al primo posto la modestia, il pudore, la discrezione, la riservatezza. Virtù che con il tempo, purtroppo, si sono allontanate dal loro significato originale per diventare strumenti di repressione e di controllo. Ma cosa pensare oggi, che non apprezziamo più queste virtù, dell'esibizionismo dilagante, dell'edonismo democratico, della voglia forsennata di apparire e di colpire, di calcare il palcoscenico, di intrufolarsi sempre di soppiatto al centro dei riflettori e degli applausi? Viviamo davvero alienati, cioè fuori da noi stessi, proiettati nell'immagine che vogliamo dare a chi ci guarda, piccoli divi da piccolo palcoscenico, perennemente a caccia di ammirazione, riconoscimento, considerazione. E sempre pronti a esplodere con rabbia o a sprofondare in una crisi depressiva se questo non accade.
    Qualcuno ha definito la nostra la società del narcisismo, ma le definizioni si sprecano: del consumismo, dell'esibizionismo, dei legami liquidi, dell'euforia perpetua. Di sicuro, come ha osservato amaramente Marcello Veneziani in una raccolta di pensieri dal titolo Rovesciare il 68 (Mondadori, Milano 2008) quello che un tempo era pubblico – i valori, la religione, l'etica – è diventato faccenda privata, mentre quello che era privato – i sentimenti, i rapporti, il sesso – è diventato spettacolo da mettere in piazza, o meglio da mandare in onda nei talk show o nei reality di turno. L'intimità delle persone non viene più spiata dal buco della serratura, si fa tutto a porta aperta, e se c'è qualcuno che spia, casomai, si tratta della telecamera del Grande Fratello. Sesso, emozioni, trasgressioni, storie private, sogni, relazioni proibite: tutto viene esposto sullo schermo per essere guardato, meglio se a pagamento. Da Madame Bovary ai programmi di Maria De Filippi il passo è stato breve. La trasgressione è divenuta ormai la norma. Orecchino, piercing e tatuaggio, possibilmente nelle zone intime, sono ormai i requisiti indispensabili per essere accolti nel mondo degli uomini normali.
    E la depressione dilaga. Dilaga perché non riusciamo a stare al passo di questa società di corpi magri e perfetti, di visi sempre giovani e di pose da copertina. Di protagonisti del successo celebrati come eroi nazionali, di sogni che si realizzano come nei film e di promesse che si avverano come tra le pagine dei rotocalchi. La corsa all'esteriorità ci distrugge dentro, soprattutto quando, a causa dell'età o della sfortuna, scopriamo di non avere le qualità necessarie per arrivare tra i primi. Quel traguardo lontano è un continuo rimprovero, ci ricorda quanto è misera la nostra vita e che forse non abbiamo fatto abbastanza per meritarlo. I media ci informano che qualcuno lo ha raggiunto e che tutti corrono allegramente nella stessa direzione. E allora perché noi non ce la facciamo, a chi possiamo dare la colpa? Se vivere da dio è alla portata di tutti, se la felicità è diventata un bene democratico, anzi è in vendita su internet o all'ipermercato, perché io, proprio io, sto tanto male? Ci sarà un responsabile, il vicino di casa, il collega, mia moglie, i miei figli, il malocchio o forse quell'inetto e fallito che sono? Così la violenza si scatena, colpisce con la sua follia i presunti responsabili, si accanisce soprattutto contro se stessi.

    La gioia dell'interiorità

    Arthur Schopenhauer, ricordato erroneamente come uno dei filosofi più pessimisti della storia, nei suoi Aforismi per una vita saggia (1851) difendeva l'interiorità come se fosse l'unica fonte di felicità vera e duratura per un essere umano. Solo l'interiorità, infatti, secondo il filosofo permette all'uomo di conservare il baricentro del proprio essere in se stesso, mentre i beni esteriori lo spostano inevitabilmente fuori di lui. Un uomo – scriveva Schopenhauer – può essere valutato in diversi modi: o per ciò che possiede o per ciò che rappresenta agli occhi degli altri oppure per ciò che egli è in se stesso. Nel primo caso il baricentro si sposta verso i beni esteriori: bellezza fisica, salute, ricchezza, comodità, amici, una bella moglie, ecc. e nel caso in cui questi beni vengano a mancare, allora si perde subito l'equilibrio. Nel secondo caso, il baricentro è ancora spostato verso l'esterno, perché comunque la nostra felicità dipende dagli altri: si tratta della posizione sociale, della considerazione, dell'onore, della reputazione, del successo, del posto che occupiamo sul palcoscenico della vita. Neppure questi beni dipendono interamente da noi e per quanto ci possiamo affannare per raggiungerli e conservarli, niente ci assicura che saranno eternamente nostri. Rimane soltanto l'interiorità. Il bene più inattuale che esista al mondo d'oggi, ma certamente il più caro se è vero, come sostiene Schopenhauer, che soltanto nell'interiorità l'uomo scopre se stesso e il proprio intimo valore: «Un uomo come quello, ricco interiormente – osserva il filosofo facendo quasi l'elogio dell'autosufficienza –, non ha bisogno di nulla che gli venga dal mondo esterno: a parte un dono negativo, il tempo libero che gli consenta di sviluppare e di esplicare le proprie facoltà intellettuali e di godere della propria ricchezza interiore; ha cioè bisogno, in pratica, che gli sia consentito di essere se stesso: per tutta la vita, ogni giorno e ogni ora» (A. Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia, Rizzoli, Milano 1993, p. 75).
    In cosa consiste allora la felicità interiore? La felicità interiore consiste in quella che Aristotele chiamava vita contemplativa, l'occupazione forse più svalutata dall'inizio dei tempi moderni fino a oggi. Vita contemplativa non è affatto restare a guardare le cose mentre accadono. E non è neppure sinonimo di inerzia o di passività oziosa. La vita contemplativa – come dice lo stesso termine – è fatta di vita, di movimento, come del resto ogni manifestazione di vitalità. Non consiste però in un movimento esterno nello spazio fisico, ma in un movimento interno, un attivarsi di quelle facoltà interiori dell'uomo – soprattutto il pensiero e l'immaginazione – che sono prerogative esclusive della sua anima e che, se vengono messe in movimento, come assicura anche Aristotele, procurano un grande piacere. Certo, si tratta in questo caso di un piacere particolare, un piacere interiore, psicologico e intellettuale; un piacere che però è inesauribile e ripetibile all'infinito perché non dipende da alcun fattore esterno. Collegate all'interiorità vi sono altre attività con cui l'uomo può realizzare se stesso: l'azione pubblica o politica (le aristoteliche virtù pratiche) o la produzione artistica (le attività poetiche o creative). In entrambi i casi, l'interiorità si volge verso il mondo di fuori, ma lo scopo non è ricevere gratificazione dall'esterno. Infatti, non si scrive un libro per raggiungere il primo posto nella classifica delle vendite né per vincere il premio Strega o il Campiello. Si scrive un libro perché l'attività creativa rende felici e trova la sua soddisfazione in se stessa.
    Chi ha scoperto la ricchezza della vita interiore non corre mai il rischio di annoiarsi. Gli basta una lettura, l'ascolto di un brano di musica, una passeggiata in città o in campagna, per risvegliare dentro di sé e mettere in movimento quelle energie spirituali che sono presenti potenzialmente all'interno di ogni anima. Provare meraviglia per le cose del mondo, partecipare interiormente alla vita degli uomini e della natura, riflettere e mettere in ordine i pensieri, porsi domande e cercare risposte, soppesare progetti e immaginare nuove possibilità da realizzare, spostarsi con il pensiero e con l'immaginazione nei mondi del passato o del futuro: sono tutti aspetti della vita interiore che possono essere vissuti in ogni luogo e in ogni momento. «Le persone comuni – scrive ancora Schopenhauer con il suo proverbiale disprezzo per il conformismo – mirano solamente a passare il tempo; chi ha una qualche capacità, a utilizzarlo. Se le persone intellettualmente limitate sono tanto esposte alla noia è perché il loro intelletto non è assolutamente nient'altro che l'intermediario fra i loro moventi e la loro volontà. Ora, se non vi è alcun movente (cioè nessun interesse esterno) da cui partire, la volontà riposa e l'intelletto fa vacanza: perché l'intelletto, così come la volontà, non entra in azione per conto proprio.
    Il risultato è un pauroso ristagno di tutte le energie: la noia» (pp. 63-64). Chi non è abituato ai risvegli interiori e non prova interesse per la vita dell'anima, perché è tutto proiettato all'esterno, deve trovare necessariamente qualcosa da fare o qualcuno da importunare per non cadere nell'apatia e nella noia. Più si trascura di coltivare l'interiorità e più si fugge dal momento in cui sarà inevitabile trovarsi da soli, in una corsa all'attivismo e alla ricerca nevrotica di divertimenti e di distrazioni.

    L'uomo nascosto nel cuore

    Nella vita dei cristiani le cose non cambiano costituire la quintessenza dell'esperienza cri- poi molto. La dimensione interiore dovrebbe stiana e invece anche tra i cristiani predomina l'attivismo, la smania di organizzare incontri, messe e celebrazioni, opere di carità e iniziative di tutti i generi, per non parlare della rincorsa dei riconoscimenti e dello spirito di carriera che pervadono da sempre il mondo dell'ufficialità ecclesiale. L'attivismo impedisce lo sviluppo di quello che André Louf, nel suo piccolo saggio su L'uomo interiore (Qiqajon-Comunità di Bose 2007), chiama l'uomo nascosto del cuore traducendo un'espressione della Prima lettera di Pietro: quella dimensione, già conosciuta nell'Antico Testamento, in cui l'uomo fa esperienza dello Spirito che abita dentro di sé e che prega e si rivolge incessantemente al Padre. «Si tratta – spiega il monaco trappista – di un autentico tesoro, veramente inaudito, che ogni cristiano porta nell'intimo del proprio essere, nella maggior parte dei casi a sua insaputa. Ma ciò non toglie nulla alla sconvolgente realtà di questa presenza in lui, perché nelle profondità di ogni credente, grazia e preghiera si sovrappongono; essere in stato di grazia equivale a essere in stato di preghiera. Anche se non vi presta attenzione, il cristiano è sempre in qualche recesso del suo essere in preghiera. O meglio, lo Spirito santo celebra la preghiera in lui. E...] Infatti si tratta di un inconscio che entra in contatto con le radici stesse del nostro essere, metafisico e metapsichico nel senso più forte del termine, là dove quest'ultimo sprofonda in Dio, e anche là dove riaffiora incessantemente a partire da lui» (pp. 12-13). André Louf ricorda che, oltre all'attivismo, vi sono altri forti impedimenti alla vita interiore del cristiano: il moralismo, cioè il ridurre il cristianesimo a un insieme di comportamenti ritenuti corretti e adeguati; l'ideologismo, cioè l'insistenza esclusiva sulle verità di fede a scapito dell'esperienza spirituale emotivamente vissuta.
    Il cristiano, invece, sa trovare la vera gioia nel rapporto a tu per tu con il suo Dio, nell'intimo del cuore. Ama ritirarsi in quella stanza interiore in cui non è visto da nessuno e può davvero dialogare con Dio nel segreto di una vera e sacra intimità. Ancora una volta si tratta di riscoprire quella dimensione nascosta dell'interiorità che la nostra epoca reputa poco attraente e quasi innaturale, perché non vede più scorrere la vita se non nella dimensione esteriore di ciò che appare. La vera fonte della vita, invece, sgorga davvero in interiore homine.



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