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    Perché la Bibbia

    è il libro del futuro

    dell'Europa?

    Carlo Maria Martini


    Sono qui anche perché attratto dal tema che mi è stato proposto, cioè la Bibbia come libro del futuro dell’Europa. Si tratta, infatti, di un’affermazione che io stesso ho fatto nell’ultimo Simposio dei Vescovi europei, nel 2001, e di cui dunque mi sento un po’ responsabile. Ed è giusto che abbia l’occasione di tentare di giustificarla.

    Il Papa aveva ribadito ancora una volta che l’Europa deve ritrovare le sue radici cristiane se vuole veramente poter guardare al proprio futuro. Cito alcune sue parole dell’Angelus del 2 maggio 2004: ”L’anima dell’Europa resta anche oggi unita, perché fa riferimento a comuni valori umani e cristiani. La storia della formazione delle Nazioni europee cammina di pari passo con l’evangelizzazione... La linfa vitale del Vangelo può assicurare all’Europa uno sviluppo coerente con la sua identità, nella libertà e nella solidarietà, nella giustizia e nella pace. Solo un Europa che non rimuova, ma riscopra le proprie radici cristiane potrà essere all’altezza delle grandi sfide del terzo millennio: la pace, il dialogo tra le culture e le religioni, la salvaguardia del creato". Ora queste radici cristiane e questi valori sono espressi in maniera privilegiata nei libri delle Sacre Scritture. La Bibbia è quindi il libro delle radici europee e sarà anche il libro del suo futuro.

    Su questo tema vorrei brevemente trattenermi con voi.
    Ma prima di entrare nell’argomento vorrei precisare meglio il contesto sociale e politico nel quale propongo queste riflessioni. Infatti, noi non interroghiamo mai la Scrittura astrattamente, nel vuoto, ma sempre a partire da domande, preoccupazioni, sollecitazioni, sofferenze che stiamo vivendo.

    Un primo elemento di tale contesto è anzitutto, come ho ricordato, la accessione di dieci nuovi paesi all’Unione Europea, cioè il divenire di un’Europa sempre più grande e più forte, quindi sempre più responsabile rispetto alla pace mondiale. Ma tutto questo avviene in una situazione di sofferenza e di pericolo, di crescenti paure per il moltiplicarsi di atti di terrorismo a livello internazionale. Il terrorismo non colpisce ormai più soltanto alcuni luoghi precisi, come la terra d’Israele, nella quale vivo, o l’Iraq, ma è capace di colpire in qualunque luogo e in qualunque momento, come lo ha mostrato il terribile attentato di Madrid.
    E tutto questo in un quadro internazionale nel quale emergono nuove situazioni di incertezza e drammatiche sfide, che potrebbero essere riassunte in tre interrogativi:
    1. La Chiesa è ancora capace di incidere sull’uomo d’oggi? Che cosa dice lo Spirito alle nostre Chiese sulla capacità del cristianesimo di essere ancora lievito e fermento delle nostre società, anzitutto della società europea e della nuova Europa che sta nascendo?
    2. Riusciremo in questo nostro mondo (e qui l’orizzonte si allarga al mondo intero) a coabitare insieme come diversi, senza distruggerci a vicenda, senza ghettizzarci a vicenda, e senza neppure solo tollerarci a vicenda? Sarebbe già un buon risultato, però non basta. Dobbiamo imparare a rispettarci gli uni gli altri (“io stimo i tuoi valori e tu stimi i miei”). Ma anche questo non basta. Dobbiamo divenire gli uni verso gli altri fermento di autenticità e di ricerca della verità, in spirito di comprensione e di cordiale amicizia. Non parlo di proselitismo: “tu devi credere ciò che credo io”; ma: “tu devi seguire la tua coscienza fino in fondo e devi aiutare me a seguire la mia coscienza fino in fondo”. Riusciremo a farlo? Gli eventi che stiamo vivendo in questi tempi a Gerusalemme, come pure in Irak, ci dicono della enorme difficoltà di questa sfida. Non siamo capaci a coabitatare insieme come diversi, tanto meno a vivere una convivialità reale.
    3. Riusciremo a superare gli impasses e i blocchi e le tensioni che il moltiplicarsi dei conflitti di interesse tra i grandi possessori dei media, la politica e la finanza internazionale stanno producendo nel mondo? Non è solo questione di una giustizia sociale statica, di venire incontro cioè ai poveri della terra, che sarebbe già un grande traguardo, ma insufficiente da solo. Si tratta di un modo di vivere e di collaborare insieme a livello planetario che promuova gli interessi del bene comune mondiale e che sembra sempre più difficile in un intrico di interessi privati di nazioni e di gruppi, anche economici. Come scrive un illustre economista contemporaneo, G. Rossi, nel suo libro Il conflitto epidemico, Milano 2003, p.142, "la società internazionale e i suoi mercati, colpiti da una crisi estremamente drammatica, sembrano essere divenuti ostaggi di meccanismi sottratti ad ogni controllo e che potrebbero portarli, di qui a poco, a un’implosione senza precedenti. In questo quadro ogni rimedio che si volesse applicare, anche il ritorno a qualche forma di regolamentazione etica, appare al massimo un palliativo o un pio desiderio".
    Non intendo ovviamente in questa conversazione dare risposte a queste domande. Ma esse e altri interrogativi simili determinano il contesto nel quale ascoltiamo la Parola di Dio e ci chiediamo quale sia il significato della Bibbia per il futuro dell’Europa.
    Su questo tema mi esprimerò con quattro tesi successive.

    1. Occorre anzitutto richiamare il fatto storico indubitabile che la Bibbia non è soltanto il libro che riporta le tradizioni del popolo ebraico e quelle delle origini del cristianesimo, ma è anche libro del passato dell’intera storia europea, come hanno riconosciuto tutti i grandi spiriti europei.
    Infatti, come già affermava Goethe "la lingua materna dell’Europa è il cristianesimo" e anche il filosofo Kant era convinto che "il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà". Un altro filosofo celebre, Nìetzsche, affermava che "per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Fra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e Petrarca c’è la stessa differenza che esiste fra la patria e la terra straniera". Il poeta francese Paul Claudel parla della Bibbia come del "grande lessico" da cui hanno attinto le letterature europee, mentre il pittore Max Chagalle era convinto che per molti secoli i grandi pittori si sono ispirati a quell’ "alfabeto colorato della speranza" che sono le Sacre Scritture. Senza la conoscenza delle Scritture è infatti impossibile decifrare il senso dell’arte europea medievale e moderna. Ricordo di aver ascoltato la testimonianza di un giovane nato degli Stati Uniti da genitori giapponesi che non sapeva nulla del cristianesimo. Giunto in Italia per i suoi studi artistici cominciò a meravigliarsi delle scene che vedeva dipinte dei grandi affreschi di Firenze e volle sapere la storia che esse narravano. Fu così che conobbe il cristianesimo e alla fine chiese il battesimo per essere così unito a quel Gesù crocifisso risorto che aveva imparato a conoscere nei grandi dipinti della cultura italiana.

    2. La Bibbia è dunque libro del passato dell’Europa, ma è anche il libro del nostro presente. E qui vorrei ricordare quanto ho detto innumerevoli volte nella mia esperienza di 22 anni come arcivescovo di questa grande diocesi ambrosiana. Ho cercato di richiamare in tutti i modi e in tutte le forme possibili quella grande proposta pastorale del concilio Vaticano II, che cioè la Bibbia deve ridivenire familiare al popolo cristiano ed essere punto di riferimento della sua preghiera e della sua vita. Per questo ho citato tante volte le parole della costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II (1965) che dice: "Parimenti il santo Concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente lettura delle divine Scritture... Si ricordino che la lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo" (Dei Verbum n. 25).
    Questa esortazione è stata autorevolmente ripresa da Giovanni Paolo II nella sua lettera programmatica per il terzo millennio Novo millennio ineunte: "E’ necessario, in particolare che l’ascolto della parola divenga un incontro vitale, che permetta di attingere dal testo biblico la parola vivente che interpella, orienta e plasma l’esistenza " (n. 39).
    E i vescovi italiani nel loro documento programmatico per questo decennio affermano: "Solo il continuo e rinnovato l’ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione costante del suo volto permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere chi è il Dio vivo è vero, ma anche chi è l’uomo " (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 10).
    L’esperienza mi ha insegnato che tante persone, anche poco credenti o poco praticanti, sono state scosse da questo linguaggio e hanno trovato e trovano delle pagine della Sacra Scrittura la luce per il proprio vivere quotidiano e la forza per superare le difficoltà. Non mi dilungo su questo tema perché dovrei richiamare tanti avvenimenti e tante cose dette nel corso del mio episcopato e specialmente nelle lettere pastorali, a partire dalla prima lettera sulla Dimensione contemplativa della vita e dalla seconda lettera pastorale sul primato della Parola, In Principio la Parola. Ho richiamato brevemente queste cose perché sono come il punto di partenza per il tema più specifico della mia conversazione, cioè la Bibbia come libro non solo del passato e del presente, ma anche del futuro dell’Europa.

    3. La Bibbia è anzitutto il libro del futuro dell’Europa perché nelle sue pagine noi riconosceremo sempre di più le nostre radici e potremo trovare in essa le motivazioni per camminare insieme come grande popolo europeo.
    Infatti, in vista dei problemi che abbiamo evocato all’inizio di questa conversazione, sarà sempre più necessario che vi siano in Europa uomini e donne che rendano testimonianza della necessità della gratuità, del dono di sé, del servizio fatto senza interesse proprio, dell’amore al bene comune al di là del bene dei singoli e dei gruppi, della necessità del perdono concesso prima ancora che sia accolto. È infatti su questi pilastri che riposa una società giusta, capace di aiutare i più deboli, una società che rende possibile relazioni di amicizia vera che vadano al di là delle relazioni in cui giocano soltanto l’interesse e il calcolo: una società che possa vincere l’inimicizia, superare il male col bene e cercare ogni giorno di costruire la pace. Essa sarà certamente una pace sempre fragile e sempre da riprendere, da rimettere in cantiere, ma è la sola pace possibile in questo mondo a livello sociale e politico. E l’Europa, che ha lasciato dietro di sé le guerre dei secoli passati e ha imparato a conoscerne la forza distruttiva, l’inutilità e l’assurda violenza, può e deve essere per gli altri continenti promotrice e garante di pace.
    In altre parole, sarà sempre di più necessario dire verità forti e sincere sull’uomo, sulla sua vita e sul suo destino, partendo dalle parole della Bibbia che derivano dalla stessa verità di Dio. Sarà necessario dire Dio all’uomo contemporaneo con un linguaggio chiaro e comprensibile, che esprima e la sua trascendenza, e il suo amore per l’umanità e il bisogno dell’uomo di ogni tempo di riposare in Lui. La Bibbia contiene queste parole.
    E la Bibbia le contiene in un tessuto di grande umanità, con un vivo senso della fragilità e della debolezza dei figli di Adamo, con una profonda conoscenza del mistero di odio che infesta il mondo, in un contesto di forti emozioni e di tenaci affetti. La Bibbia non è un libro calato dal cielo: è un libro in cui ciascuno può specchiarsi e ritrovarsi, in cui vi sono pagine per tutte le situazioni di sofferenza e di gioia per cui passa ogni creatura umana. Per questo è un libro che parlerà anche alle future generazioni.

    4. Ma perché la Bibbia possa essere efficacemente il libro del futuro dell’Europa è necessario tener presenti un certo numero di condizioni e che qui vorrei brevemente ricordare.

    Anzitutto si pone in Europa il dovere di una collaborazione ecumenica, fraterna e convinta, tra tutte le confessioni cristiane. Il futuro dell’Europa è strettamente legato alla testimonianza di unità che sapranno dare i discepoli di Cristo. Papa Paolo VI, scrivendo al Patriarca Ecumenico Atenagora il 13 gennaio 1970, formulava quest’augurio: "Possa lo Spirito Santo guidarci nella via della riconciliazione, affinché l’unione delle nostre chiese divenga un segno sempre più luminoso di speranza e di conforto nel seno dell’umanità intera".
    Ora, questo cammino inevitabile di unità tra le chiese in Europa si farà a partire dalla Scrittura e mediante una conoscenza sempre più profonda di essa. La Bibbia fornirà il terreno comune sul quale potremo ritrovare i valori che ci uniscono come chiese cristiane e che ci impongono di lavorare insieme per il futuro del nostro continente e del mondo intero.

    Per il futuro dell’Europa sarà pure necessario prendere sempre più viva coscienza del rapporto che lega le chiese cristiane al popolo ebraico e del ruolo singolare di Israele nella storia di salvezza, storia che riguarda tutte le nazioni. L’Europa è stata la terra nella quale si è consumata la più terribile persecuzione contro il popolo ebraico e il tentativo di distruggerlo, con gli orrori della Shoà e dei campi di sterminio. L’Europa del futuro dovrà essere contrassegnata da una amicizia sempre più profonda per il popolo ebraico, riconoscendo le radici comuni che esistono tra il cristianesimo e l’ebraismo. Il dialogo col giudaismo sarà dunque di importanza fondamentale per la coscienza cristiana e anche per il superamento delle divisioni tra le chiese. Come dice il documento dell’ultimo Sinodo europeo, bisognerà ricordarsi sempre "della parte che i figli della Chiesa hanno potuto avere nella nascita e nella diffusione di un atteggiamento antisemita nella storia e di ciò si chieda perdono a Dio, favorendo in ogni modo incontri di riconciliazione e di amicizia con i figli di Israele" (Ecclesia in Europa n.56 ). E questo soprattutto di un momento come il nostro in cui sembra crescere nel mondo lo spirito antisemita e in cui il popolo di Israele sta vivendo un momento particolarmente drammatico della sua storia. Il conflitto che contrappone ebrei e palestinesi non potrà essere superato se non con l’aiuto e attraverso l’assunzione di responsabilità da parte di tutte le grandi nazioni, e in particolare dell’Unione Europea. Ma per questo l’Unione Europea dovrà ritrovare le sue radici bibliche che la legano indissolubilmente con il popolo ebraico.
    E poiché vivo ormai gran parte del mio tempo nella città di Gerusalemme, non posso non sottolineare il ruolo che per il futuro dell’Europa ha e avrà questa straordinaria città. La novità che Dio prepara per il mondo intero è quella di uscire dalla condizione di lacrime, di lutto, di afflizione e di morte, per aprirsi alla Gerusalemme nuova. Non è indifferente per la costruzione della città dell’uomo che la Bibbia, e in particolare il libro dell’Apocalisse utilizzi, per definire il futuro dell’umanità, l’icona di Gerusalemme. È vero che è un’immagine che parla di una realtà escatologica, cioè che tocca le cose ultime, che vanno al di là di ciò che l’uomo può compiere con le sue forze. Questa Gerusalemme celeste è un dono di Dio riserbato per la fine dei tempi. Ma non è un’utopia. È una realtà che può cominciare ad essere presente fin da ora, e che non può prescindere dai problemi e dalle speranze della Gerusalemme di oggi. In ogni luogo nel quale si cerchi di dire parole e di fare gesti di pace e di riconciliazione, anche provvisori, in ogni forma di convivialità umana che corrisponda ai valori presenti nel Vangelo, c’è una novità, fin da oggi, che dà ragioni di speranza. E nella Gerusalemme di oggi - lo posso affermare come testimone diretto - vi sono tanti di questi piccoli e semplici gesti di pace, di amore, di riconciliazione e tante forme di convivialità vissuta. Occorre che l’Europa sostenga e promuova questi gesti perché assumano a un certo punto valore e peso politico e diventino premesse per un cammino di pace. Come diceva il Papa beato Giovanni XXIII della sua Enciclica sulla pace, sono i gesti innumerevoli e perseveranti di pace fra individui e gruppi che possono creare una sorta di cultura della pace e fondare un’atmosfera di pace che alla fine, ne siamo certi, sarà vincente.

    Per questo è anche necessario che sia instaurato un dialogo interreligioso coraggioso e profondo e un rapporto fraterno e intelligente con l’Islam. E’ chiaro che, come veniva affermato già in occasione del primo Sinodo dei vescovi europei, questo rapporto "dovrà essere portato avanti con prudenza, conoscendone chiaramente le possibilità e i limiti, e mantenendo la fiducia nel disegno di salvezza di Dio, che riguarda tutti i suoi figli" (dichiarazione finale del 13 dicembre 1991, n. 9). Bisognerà essere coscienti delle divergenze esistenti tra la cultura europea e la cultura araba, ma questo non per chiudersi in una fortezza europea, ma per aprirsi a uno scambio sincero che permetta la fiducia reciproca e sostenga le forze dialoganti all’interno dell’Islam per un cammino di pace.

    Per questo, come veniva affermato a proposito del secondo Sinodo europeo, sarà di importanza capitale suscitare e sostenere vocazioni specifiche – politiche - di numerosi laici al servizio del bene comune europeo e mondiale. Persone che, seguendo l’esempio di coloro che sono stati chiamati padri dell’Europa, sappiano essere artefici della società europea dell’avvenire, facendola riposare sulle basi solide dello spirito (cfr Instrumentum laboris del 1° Sinodo europeo, n. 82). E queste basi solide dello spirito sono quelle che troviamo nella Scrittura e in particolare nel Vangelo.

    Ripeterò dunque in conclusione che il futuro della Chiesa in Europa e la sua missione a favore della società europea sono strettamente legati alla conoscenza, alla familiarità e all’amore per la Sacra Scrittura. Essa è stata il grande libro del passato dell’Europa. Essa sarà il libro del suo futuro. Sia però ben chiaro che non intendiamo con questo riferirci semplicemente a un libro o a una formula scritta. Come è detto chiaramente nel documento del Papa sul terzo millennio, non sarà una formula a salvarci né un programma, ma la persona vivente di Gesù Cristo (cfr Novo Millennio Ineunte, n. 39). E’ questa persona vivente che ci parla nelle Scritture, nella forza dello Spirito, che ci salverà.
    Come dunque lo proclama il Papa, nel documento Ecclesia in Europa, promulgato dopo l’ultimo sinodo dei vescovi europei, la Chiesa deve poter entrare nel nuovo millennio con in mano il libro del Vangelo! Che sia intesa da ogni fedele l’esortazione conciliare ad acquistare, con una frequente lettura delle divine Scritture, la scienza eminente di Gesù Cristo... che la Santa Bibbia continui ad essere un tesoro per la Chiesa e per ogni cristiano (e io vorrei qui aggiungere, per ogni uomo e donna di buona volontà, perché la Bibbia è un libro che parla a tutti): noi troveremo nello studio attento della Parola il nutrimento e la forza per compiere ogni giorno la nostra missione. Prendiamo dunque questo libro delle nostre mani, dice il Papa nella sua esortazione, e aggiunge: gustiamola a fondo; ci riserverà delle difficoltà, ma ci darà gioia... noi saremo colmi di speranza e capaci di comunicare questa speranza a ogni uomo e donna che incontreremo sul nostro cammino " (Ecclesia in Europa, n.65).

    (Cesano Boscone – Cinema Teatro Cristallo – Domenica 9 Maggio 2004)


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