Don Luigi Ciotti
La pace degli ultimi.
I confini tra pace e legalità
Intervista

Domanda: Tu una volta hai detto: "I giovani costituiscono un'enorme risorsa e la stragrande maggioranza dei ragazzi ha una gran voglia sia di guardarsi dentro, sia di impegnarsi nel sociale". Cosa può fare, concretamente, un ragazzo di oggi per combattere problemi così grandi come la mafia, il degrado sociale, la guerra?
Risposta: Anche i problemi apparentemente più grandi e più difficili da risolvere nascono da vuoti di responsabilità. Dare spazio alla sfiducia, ostentare rassegnazione, pensare che mafia, guerra e degrado siano problemi troppo distanti da noi significa "fare il gioco" delle ingiustizie sociali, della violenza, della sopraffazione. Non solo possiamo cambiare le cose, ma possiamo essere noi stessi il cambiamento. A partire dalle scelte quotidiane. Studiare, informarsi, andare oltre il sapere superficiale, significa compiere già un importante passo. Indifferenza e ignoranza sono il terreno più fertile per il diffondersi delle mafie, delle violenze, delle disuguaglianze. Poi è importante tradurre tutto questo in impegno, in partecipazione, in voglia di costruire insieme agli altri. Solo il "noi" può essere l'artefice del cambiamento sociale, soltanto una comune assunzione di responsabilità, ciascuno nel proprio ruolo, lavoro, compito, può costruire, a partire dall'oggi, il domani più giusto e più bello che sogniamo.
D. Cos'è per te la pace?
R. Don Tonino Bello, grande vescovo di Molfetta, ha scritto che la pace «non è semplice distruzione delle armi. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli, è convivialità delle differenze». Sono parole di grande forza: convivialità deriva da cum vivere, cioè vivere con, vivere insieme. Convivialità è aprirsi pienamente alla relazione con gli altri, non accontentarsi di vivergli accanto. Così si costruisce la "pace": imparando a non selezionare i compagni di viaggio, accogliendo anche chi ha percorsi e riferimenti molto lontani dai nostri. Ossia le persone migranti, deboli, emarginate, quelle materialmente povere come quelle che sono povere "dentro", segnate da fragilità esistenziali, incapaci di trovare un senso alla propria vita. Costruire la pace significa costruire prossimità. La politica ha il compito di creare le condizioni perché ciò diventi possibile, dando corpo, realtà, concretezza, a ciò che sta scritto in tante carte. Documenti come la Costituzione italiana o la Dichiarazione universale dei diritti umani, che sanciscono che la dignità di ogni uomo è il fondamento imprescindibile della libertà, della giustizia e della pace del mondo. Il Papa ha usato recentemente parole che mi sento di condividere: «Il mondo - ha detto - ha bisogno di uomini e donne pacifici e pacificatori». Nessuno può accontentarsi di "starsene in pace" su questo tema: la pace chiede a tutti un contributo attivo.
D. Pensi che la società civile potrebbe riuscire da sola, dal basso, a realizzare la pace o c'è bisogno di un progetto condiviso dal sistema politico?
Non chiamiamola società civile, ma "società responsabile". La responsabilità coinvolge ciascuno di noi, a prescindere dall'età, dalle competenze, dal ruolo che svolgiamo nella collettività. E lo stesso vale per la politica, che non può essere riferita solo a chi governa e a chi amministra: è una dimensione che attraversa in ogni momento le nostre vite, il nostro modo di far parte di una comunità. "Politica" è il saldare l'"io" con il "noi", è mettere la propria vita al servizio del bene comune.
D. L'Italia è un paese in pace?
R. L'Italia è innanzitutto un Paese diseguale. E queste disuguaglianze creano conflitti, divisioni. Proprio sulle disuguaglianze ingrassano le mafie, la corruzione, i "giri" di affari, la disoccupazione, le ingiustizie, la povertà, le discriminazioni. Ecco perché dobbiamo impegnarci affinché la giustizia sociale, la legalità, i diritti e la democrazia si rafforzino: sono questi i presupposti della pace. Ma la pace si fonda anche sull'inquietudine delle coscienze, sulla voglia di capire e di sapere, sul coraggio del dubbio, sulla disponibilità a non chiudersi nelle proprie certezze e garanzie. Le ingiustizie e le guerre trovano terreno fertile dove dominano l'indifferenza, gli egoismi, i vuoti culturali.
D. Uno degli slogan di Libera è: "Per la giustizia sociale e la legalità giudiziaria". In che rapporto stanno legalità e giustizia? Non pensi che sia meglio fare appello a quest'ultima piuttosto che alla legalità per il raggiungimento della pace sociale?
R. La legalità non è un fine, ma un mezzo: il fine è sempre la giustizia. Quando la legalità perde il riferimento della giustizia, dell'uguaglianza, dei diritti e doveri condivisi, rischia di diventare uno strumento di discriminazione e potere. O di snaturarsi in quella "legalità sostenibile" che è un continuo compromesso con i propri interessi e la propria coscienza. Don Milani ci ha lasciato in proposito parole molto chiare: «Non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che dovranno osservare le leggi quando sono giuste, cioè quando sono la forza del debole. Quando invece vedranno che non sono giuste, cioè quando non sanzionano il sopruso del forte, essi dovranno battersi perché siano cambiate». Ecco perché non possiamo parlare di legalità senza porre prima la questione dell'uguaglianza. Una legalità senza uguaglianza - dei diritti e dei doveri, dei cittadini di fronte alla legge - mina il legame sociale e accentua le distanze culturali ed economiche. È l'uguaglianza il fondamento della legge, non viceversa. La legge viene dopo le persone e deve essere per tutte le persone.
D. Si sente ogni giorno parlare di arresti, confische... ma le cose non cambiano. In cosa sta sbagliando lo Stato nella lotta alla criminalità organizzata, se davvero la sta attuando?
R. Che le cose non cambino non è del tutto vero. Anche se a piccoli passi, la lotta alla criminalità ha raggiunto traguardi importanti. La legge 109/96 per la confisca e l'uso sociale dei beni sottratti ai mafiosi, ad esempio, che quindici anni fa abbiamo sostenuto raccogliendo oltre un milione di firme, ha segnato una grande svolta. Non solo le mafie sono state colpite nei loro patrimoni, ma da quei patrimoni sono nati una nuova consapevolezza, un risveglio culturale, opportunità di lavoro e di dignità che hanno cambiato il volto di molti territori. Percorsi che ora l'Agenzia nazionale, uno strumento da noi fortemente auspicato, speriamo contribuisca a potenziare. Molto, certo, resta però da fare. A partire dall'estensione dell'uso sociale dei beni ai reati di corruzione: non si può slegare la lotta alla mafia da quella alle forme di illegalità "collaterali" che sono spesso il "viatico" della criminalità mafiosa. La corruzione è una "tassa occulta" che costa ai cittadini fra i 50 e i 60 miliardi di euro l'anno, ovvero circa 1.000 euro per ciascuno di noi. A questa cifra vanno aggiunti i costi "indiretti", come le opere pubbliche realizzate male e in ritardo, a volte del tutto inutili, le forniture di servizi che arrivano a costare fino a dieci volte il prezzo di mercato. Considerando che negli ultimi due anni lo Stato ha confiscato beni mafiosi per un valore di 18 miliardi di euro, il rapporto fra le risorse sottratte alla criminalità e restituite ai cittadini e quelle invece sottratte ai cittadini e incamerate dal malaffare è di 1 a 5. A favore delle mafie. Ecco perché Libera ha promosso una raccolta firme per chiedere la concreta attuazione di tutte le normative internazionali in materia, a partire dalla convenzione di Strasburgo sulla corruzione, firmata nel 1999 ma mai ratificata dal Parlamento.
D. Tu sei un modello per molti: questo ti fa mai paura?
R. Non mi sento un modello. Sono semplicemente una persona che cerca, insieme ad altre, di costruire percorsi di speranza e giustizia. Nella consapevolezza dei miei limiti, delle mie contraddizioni. Ciò che con tante altre persone, in questi anni, abbiamo fatto, può certo essere un riferimento, soprattutto per i più giovani. Questo costituisce uno stimolo ad essere credibili, a dare testimonianza di una corrispondenza tra le parole e i fatti. I giovani sono alla ricerca di adulti coerenti, che non hanno perso la curiosità e la passione della vita, che non si mettono in cattedra, che non si sono lasciati inaridire dal disincanto e hanno conservato il gusto e la voglia di sognare.
















































