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    La costruzione del sé

    nella dinamica

    identità-alterità

    Mario Pollo


    L'
    io, ovvero l'identità personale, appare fragile a fronte della complessità dell'attuale cultura sociale e della fantasmatica presenza del simulacro dell'altro. L'unica via per consentire alla persona di vivere un rapporto reale e autentico con se stessa e con l'altro e sostenere il percorso della costruzione di un'identità personale fondata anziché sull'io sul Sé, inteso nell'accezione datane da Jung. Ovvero di un Sé generato dall'integrazione dell'Io con l'inconscio.

    Questo Sé è quello che consente un'autentica individuazione della persona umana e, quindi, una appartenenza solidale al mondo e, in particolare, una relazione di partecipazione e di condivisione con l'altro. Se si riflette non si può che giungere alla conclusione che questo Sé non è che la manifestazione del volto dell'anima.
    Il processo di costruzione di questo Sé può essere meglio compreso attraverso la decifrazione dell'arcaico simbolo del centro sacro del mondo, qui reso metaforicamente come centro esistenziale. Ma non solo l'esplorazione del centro sacro del mondo deve avvenire attraverso una relazione autentica che sia uno specchio in cui l'anima dell'altro può riflettersi.

    La costruzione del centro esistenziale

    Il centro esistenziale è la metafora educativa dell'antichissimo simbolo del centro del mondo attraverso cui l'uomo arcaico entrava in contatto con la totalità del cosmo, ovvero con il cielo, la terra e gli inferi. Con altre parole si può dire che con la mediazione dello sciamano, formato a questo compito dall'iniziazione, dialogava con il suo inconscio e apriva il suo essere terreno al mistero del trascendente; restando però sempre solidamente ancorato alla terra della ragione autocosciente. Egli, infatti, sapeva che se il non iniziato fosse disceso agli inferi, sarebbe morto o caduto in preda alla pazzia. Infatti, l'esperienza di incontro del proprio inconscio, se non controllata, è solitamente distruttiva per l'essere umano.
    Partendo da questa arcaica suggestione, l'educazione dovrebbe aiutare il giovane a creare, nella sua vita quotidiana, un centro esistenziale che ripercorra, con il linguaggio e le conoscenze dell'oggi, l'arcaica esperienza del centro sacro del mondo.
    Il centro esistenziale dovrebbe consentire al giovane di fare esperienza della totalità della propria psiche, di entrare, cioè, in un contatto creativo e vivificante con l'inconscio, individuale e collettivo, di aprirsi alla trascendenza e nello stesso tempo di espandere il dominio della propria coscienza, e, quindi, della propria capacità di comprensione razionale del mondo.
    L'educazione può contribuire alla creazione di questo centro esistenziale con il lavoro indirizzato a sviluppare la coscienza del giovane, il suo rapporto con la cultura sociale e la solidarietà con gli altri uomini e la natura.
    Lo strumento principale di questa azione è costituito dal linguaggio, inserito in una esperienza esistenzialmente significativa di gruppo. Come è noto, il linguaggio è il sostegno della esperienza cosciente, oltre che il fondamento di ogni cultura umana e di ogni esperienza di accesso, da parte dell'uomo, alla zona di mistero della propria persona.
    In altre parole, il linguaggio è la scala che l'essere umano ha a disposizione per esplorare le profondità del proprio inconscio, individuale e collettivo, e per salire al cielo attraverso la contemplazione e la preghiera.
    Il linguaggio esercita questa funzione anche laddove, come nell'esperienza mistica, si fa silenzio. Il silenzio non generato dal linguaggio, infatti, è privo della capacità di evocare significati. Perché il silenzio sia veramente evocativo, è necessario che esso sia un'assenza la cui esistenza è stata, o è, svelata dal linguaggio, che ne segna anche il confine. Il linguaggio è come il segno di una matita sulla carta che crea una forma sia attraverso i pieni che disegna sia con i vuoti che con questa azione crea. Lo spazio bianco di un foglio intonso non esprime alcunché, al contrario di quello all'interno delle linee tracciate del disegno.
    D'altronde, è una banale constatazione che nessun discorso umano è possibile senza le assenze, senza i vuoti.
    Una musica senza assenze di suoni è un rumore fastidioso continuo, un disegno senza spazi bianchi è un foglio nero, così come una scultura senza vuoti è un blocco di marmo informe.
    Questo significa che, solo se nasce dal linguaggio, il silenzio può divenire il luogo della esperienza dei significati primi e ultimi della vita umana.

    Specchi dell'anima

    Come prima accennato, il luogo in cui la persona può incontrare la propria anima, riconoscerla e quindi cogliere il senso della propria unicità e del proprio essere nel mondo è la relazione interpersonale, che però solo a certe condizioni può essere considerata un vero e proprio specchio dell'anima. L'aver sottolineato che solo «a certe condizioni» la relazione può essere uno specchio dell'anima, è dovuto alla constatazione che non tutte le relazioni interpersonali sono idonee a svelare l'anima nella sua autenticità, anzi che alcune la oscurano o, addirittura, la deformano, sfigurandola. A voler essere parchi ci sono almeno 8 specchi ovvero tipi di relazione interpersonale.
    Qui di seguito si cercherà di descrivere come i differenti tipi di relazione interpersonale svolgono la funzione di specchio. I diversi tipi di specchio, infatti, non sono che diversi tipi di relazione:
    – lo specchio dell'apparenza apparente;
    – lo specchio dell'abisso;
    – lo specchio di Dioniso;
    – lo specchio di Narciso;
    – lo specchio di Alice;
    – lo specchio infranto;
    – lo specchio mimetico;
    – lo specchio dell'anima.

    Lo specchio dell'apparenza apparente

    È questo lo specchio creato dalla relazione interpersonale tra simulacri, ovvero da quella relazione prima descritta che viene costruita sulla reciproca immagine in cui vi è un indebolimento della dialettica identità/alterità e in cui il riconoscimento reciproco della propria apparenza sostituisce la conoscenza vicendevole del proprio essere, della propria interiorità.
    Ciò fa sì che vi sia una scarsa possibilità di contatto con l'altro reale e, al contrario, un'ampia possibilità di contatto con il simulacro dell'altro. Questo specchio è quello che è funzionale a riflettere l'identità multipla, poliedrica e federale che caratterizza questa fase della modernità.

    Lo specchio dell'abisso

    Si tratta di uno specchio oscuro che non riflette il volto dell'uomo, né tantomeno la sua anima, ma solo il fragile ponte della sua vita tra il nulla da cui proverrebbe e il nulla verso cui andrebbe. È uno specchio che è forgiato negli abissi della disperazione, del dolore privato di ogni senso e speranza, delle forze oscure che non servono più la vita ma bensì la sua distruzione.
    È lo specchio portato con sé dall'ospite inquietante che secondo Nietzsche, «in quanto stato psicologico», è stato invitato nella vita della nostra società da tre cause. La prima causa è la delusione prodotta dalla «consapevolezza dell'inadeguatezza di tutte le ipotesi sul fine fin qui formulate, che concernono l'intero "sviluppo" – l'uomo non è più cooperatore, per non dire centro, del divenire». La seconda è costituita dalla perdita della «totalità, una sistematicità e perfino un'organizzazione in tutto l'accadere e a fondamento di ogni accadere», che conduce l'uomo alla perdita della fede nel proprio valore, dato che la totalità non agisce più attraverso di lui.
    La terza causa, infine, è: «l'incredulità per un mondo metafisico, – che si vieta di credere in un mondo vero. In questo modo si riconosce come unica realtà, la realtà del divenire, ci si vieta ogni genere di via traversa per retromondi e false divinità – ma non si sopporta questo mondo che pure si vuole negare ...».[1]
    L'ospite inquietante traendo fuori il fine, il senso dell'agire umano, l'unità e la sistematicità del mondo in cui l'agire si svolge e, infine, negando l'essere, con la conseguente espulsione del divino dall'orizzonte della vita dell'uomo, ha fatto sì che il mondo appaia senza valore e che le nuove generazioni che vi si affacciano siano condannate a sperimentare una sorta di spaesamento, quando non un vero e proprio disagio.

    Lo specchio di Dioniso

    Lo specchio di Dioniso è quello in cui le differenze individuali si sciolgono nell'oceano delle acque originarie, nel Theom precedente la creazione, ovvero nell'abolizione della coscienza di sé. I confini dell'io conquistati nella lunga crescita personale, vengono dissolti e la separazione tra se stessi e il mondo si fa incerta e approssimativa. Allo stesso modo il confine tra il bene e il male scompare, così come quello tra il conscio e l'inconscio.
    Lo specchio di Dioniso può essere considerato tutto ciò che riporta l'uomo nel luogo in cui abitava prima di emergere alla coscienza e che viene costruito dalle relazioni che propongono l'eccitazione, la ricerca dello stordimento, delle sensazioni forti, del rischio e del piacere come ricerca del senso della vita.
    Questo specchio oggi, nel mondo giovanile, e non solo, è ampiamente utilizzato ed è costituito dalle droghe e dalle diverse forme di produzione delle alterazioni dello stato di coscienza e delle condizioni fusionali con gli altri e il mondo. Le forme diverse dalle droghe di alterazione della coscienza sono la danza ripetitiva accompagnata da una musica monotonamente ossessiva, il rischio, l'attività fisica prolungata, il gioco compulsivo, il sesso senza limiti e con l'anoressia ed altro.

    Lo specchio di Narciso

    È uno specchio anch'esso molto diffuso nella nostra contemporaneità che filtra, seleziona le immagini che riceve facendo passare solo quelle che sono conformi alle attese di chi vi si riflette, ai suoi desideri e alla sua stereotipa visione del mondo. È lo specchio di cui si nutre l'egoismo eletto a stile di vita ma che, nello stesso tempo, disegna un'invisibile prigione che impedisce a chi vi si riflette di essere realmente se stesso e di vivere la pienezza della libertà.
    È lo specchio che riflette il dramma di una persona prigioniera della propria solitudine che cerca, vanamente, di autorealizzarsi al di fuori della necessaria e vitale relazione con l'altro. È lo specchio di chi non ha sperimentato l'amore che spinge la persona a uscire da se stessa e scoprire che la realizzazione dell'unicità della propria anima passa attraverso la cura dell'unicità e dell'anima dell'altro da me.
    Questa prigione è resa apparentemente dorata dalle relazioni compiacenti, iperprotettive, nelle quali l'anima è velata dalla falsa coscienza che esse nutrono. Purtroppo questo specchio è molto diffuso nelle relazioni educative instaurate dai genitori e anche da molti educatori.

    Lo specchio di Alice

    Questo specchio è quello che, come nel racconto di Carrol, per mezzo di una logica ferrea, conduce direttamente ai territori della fantasia che appartengono a un mondo apparentemente e paradossalmente altro, ma che, invece, non è nient'altro che una metafora del mondo reale che consente di svelarne le contraddizioni, le incongruenze ma anche le possibilità inespresse ed inesplorate.
    È lo specchio esercitato da chi fa entrare nelle relazioni interpersonali lo sguardo dell'arte, della poesia, della letteratura e dell'ironia o che, semplicemente, libera la creatività e la gratuità del gioco, anche solo verbale.

    Lo specchio infranto

    È lo specchio che si manifesta quando vi è una relazione povera di amore e gravida di emozioni e sentimenti negativi o disturbati, dove l'altro non vede più riflesso se stesso ma solo dei frammenti scomposti e incoerenti di sé, incapaci di restituirgli un'immagine coerente e unitaria del suo sé. Lo specchio infranto è allora semplicemente quello specchio che non può più svelare l'alterità e, quindi, l'identità della persona rispetto al tutto della realtà in cui è immersa, perché rimanda solo frammenti, spezzoni di una identità personale incompiuta, divenuta inaccessibile.

    Lo specchio mimetico

    Lo specchio mimetico è quello che propone un modello che attiva in chi vi si riflette il desiderio mimetico. Ora se è vero che questo specchio consente all'uomo di emanciparsi dalle costrizioni dell'istinto e di entrare nel territorio umanizzato della cultura e, quindi, di sfuggire all'animalità, è altrettanto vero che può abbassarlo al di sotto della stessa animalità. E questo accade quando il desiderio innesca quella che può essere definita una rivalità mimetica. A questo proposito, occorre ricordare che:

    «la fonte principale della violenza tra gli uomini è la rivalità mimetica. Essa non è accidentale, ma non è neppure il frutto di un «istinto di aggressione» o di una «pulsione aggressiva». Le rivalità mimetiche possono diventare talmente forti da far sì che due individui si screditino a vicenda, si derubino di ciò che possiedono, si seducano le rispettive mogli, e alla fine non indietreggino nemmeno davanti all'assassinio». [2]

    Il desiderio mimetico scatenato dallo specchio può essere affrontato in due modi diversi. Il primo è quello classico della sua proibizione attraverso la «legge», mentre il secondo, rivoluzionario, è quello di Gesù che propone se stesso come modello del desiderio mimetico.

    «Ciò che Gesù ci invita a imitare è il suo desiderio, è lo slancio che lo dirige verso la meta che si è fissato: assomigliare il più possibile al padre. [...] All'opposto di ciò che facciamo noi, egli non ha la pretesa di «essere se stesso», non si vanta di «non obbedire che al proprio desiderio». Il suo unico scopo è di divenire l'immagine perfetta di Dio. Cristo si impegna quindi con il massimo zelo a imitare questo Dio che è suo Padre. Invitandoci a imitarlo a nostra volta, egli ci invita a imitare la sua stessa imitazione. [...] Perché mai Gesù considera il padre e se stesso come i migliori modelli per tutti gli uomini? Perché né il Padre né il figlio desiderano in modo egoistico, avido. Dio «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni». Egli dà agli uomini senza calcolare, senza stabilire fra loro la minima differenza e lascia crescere la zizzania con il grano fino al tempo della mietitura. Se noi imitiamo questo disinteresse divino, non cadremo mai nella trappola delle rivalità mimetiche». [3]

    Gesù non abolisce la proibizione del desiderio mimetico nel suo versante distruttivo, ma annulla quest'ultimo dando semplicemente al desiderio mimetico uno sbocco costruttivo.
    Tra l'altro, solo se l'uomo aderisce al modello di Gesù, rinunciando a essere se stesso, trova la sua anima e la sua vera autonomia.

    Lo specchio dell'anima

    È questo lo specchio che oltrepassa le forme cangianti dell'io per riflettere quell'immagine dell'anima che svela l'unicità di ogni persona.
    Questo è lo specchio più raro, che è presente solo nelle relazioni autentiche, che è costruito solo dai veri maestri che vivono ciò che insegnano, ma che richiede anche la partecipazione attiva di chi è destinato a riflettersi in esso.
    È anche lo specchio che svela la vocazione, ovvero il contributo specifico che ogni persona deve dare alla vita, alla condizione umana, al mondo affinché possa realizzare il compito affidato all'unicità della sua anima.
    Uno dei motivi che oggi contribuisce a rendere questo specchio più raro è l'esilio decretato dalla psicologia e dalla psichiatria contemporanee all'anima, che non ne costituisce più l'oggetto centrale, anche se essa ha donato a queste discipline il proprio nome: p.ychè.
    Questo specchio può comunque essere recuperato attraverso una relazione interpersonale che può essere definita come autentica. È però necessario ribadire che questa relazione non è un espediente tecnico ma, come già più volte accennato, un elemento costitutivo dell'individualità e dell'identità della persona umana, perché come afferma Buber: «Non c'è alcun io in sé ma solo l'io della parola fondamentale io-tu, e l'io della parola fondamentale io-esso.
    Quando l'uomo dice io, è presente l'io che intende. Anche se dice tu o esso, è presente l'io dell'una o dell'altra parola fondamentale». [4]
    Per comprendere questa affermazione è necessario ricordare che per Buber:

    «Il mondo ha per l'uomo due volti, secondo il suo duplice atteggiamento. L'atteggiamento dell'uomo è duplice per la duplicità delle parole fondamentali che egli dice. Le parole fondamentali non sono singole ma coppie di parole. Una di queste parole fondamentali è la coppia io-tu. L'altra parola fondamentale è la coppia io-esso; dove, al posto dell'esso, si possono anche sostituire le parole lui o lei, senza che la parola fondamentale cambi. E così anche l'io dell'uomo è duplice. Perché l'io della parola fondamentale io-tu è diverso dall'io della parola fondamentale io-esso». [5]

    Ma non solo, Buber sottolinea anche che «La parola fondamentale io-tu si può dire solo con l'intero essere. La parola fondamentale io-esso non può mai essere detta con l'intero essere». [6] Questo perché quando si dice la parola fondamentale io-esso si oggettivizza l'altro mentre quando si dice la parola fondamentale io-tu non esiste più alcun oggetto, perché l'altro non è più una cosa tra le cose perché egli sta nella relazione come un «... tu che riempie la volta del cielo. Non come se non ci fosse nient'altro che lui: ma tutto il resto vive nella sua luce» [7].
    Purtroppo la parola io-tu è detta in un istante e rapidamente l'uomo passa alla parola io-esso. E questo avviene non appena fa esperienza della persona con cui è in relazione, perché

    «Io non sperimento l'uomo a cui dico tu. Ma, nella santa parola fondamentale, sono nella relazione con lui. Appena me ne allontano, lo sperimento di nuovo. Esperienza è lontananza del tu. Ci può essere relazione anche se l'uomo a cui dico tu, non lo percepisce nella sua esperienza. Perché il tu è più di quanto l'esso sappia. Il tu fa di più, e gli succede di più di quanto l'esso sappia. Qui non sopravviene alcun inganno: qui è la culla della vita reale». [8]

    È la parola fondamentale io-tu quella che fonda il mondo della relazione.
    Tra l'altro la parola io-tu può essere detta anche nel silenzio. Senza questa parola non si ha relazione e non si innescano i processi di trasformazione che sono l'oggetto di ogni intervento educativo.
    Questo discorso sulla relazione si collega al tema della diagnosi, aut classificazione della persona con cui si è in relazione, e che sta tutto all'interno della parola fondamentale io-esso. Questo significa che una comunicazione interpersonale che nasce e si muove lungo le direttrici disegnate dalla diagnosi non ha alcuna possibilità di divenire relazione, tanto meno autentica. La relazione nella sua forma più autentica sta nella parola fondamentale io-tu.
    Questo non significa che la parola fondamentale io-esso e le analisi tecnico-scientifiche non debbano essere utilizzate nell'agire educativo, ma che esse, per essere efficaci debbono poter contare sulla presenza della relazione, ovvero della parola fondamentale io-tu. Anche se la parola fondamentale io-esso non può essere il cuore dell'agire educativo, tuttavia essa lo può preparare perché può aiutare a scoprire la strada che si deve percorrere per poter dire la parola io-tu. Ad esempio, la parola io-esso può servire per avviare il cammino dei sette passi che conducono alla conquista dell'autenticità relazionale. Infatti, è un cammino fondato su una tecnica psicologica ma che crea le condizioni per attuare una autenticità relazionale pur muovendo dalla parola fondamentale «io-esso». È necessario però ricordare che la relazione autentica è possibile solo a patto di accettare di costruirla attraverso una ricerca paziente che si sviluppa in un cammino faticoso, fatto di successi e di insuccessi, ma comunque arricchente per la personalità umana, specialmente se esso condurrà alla meta.
    Anche l'insuccesso, comunque, al di là dell'amarezza che il non raggiungimento della meta può provocare, è una esperienza evolutiva per coloro che si sono impegnati sinceramente e con generosità nella ricerca della relazione autentica.
    I passi verso la relazione autentica non sono e non possono essere considerati solo degli accorgimenti tecnici, perché richiedono anche, e soprattutto, delle «conversioni» personali. [9]
    Il primo passo è costituito dal riconoscimento e dall'accettazione, da parte della persona, della propria identità personale e, quindi, del proprio progetto personale di vita. Occorre chiarire che questo riconoscimento e questa accettazione dell'identità personale non si esauriscono nella presa di coscienza del proprio corpo, della propria psiche e delle proprie condizioni economiche e sociali. Infatti, essi richiedono che la persona scopra il senso ed il significato che conferisce alla realtà e che dipende dal modo in cui assume la propria esistenza.
    In altre parole, il riconoscimento e l'accettazione di sé dipendono dal senso che si dà al proprio corpo, alla propria psiche ed alla realtà socio-economica che si abita.
    L'identico corpo, l'identica psiche e le identiche condizioni socio-economiche possono dar vita a differenti progetti esistenziali, a seconda del senso che ad essi viene attribuito da chi li possiede.
    La scoperta del proprio modo di interpretare la realtà e, conseguentemente, dell'assunzione cosciente e responsabile del proprio progetto di vita è un passaggio indispensabile nella costruzione della comunicazione autentica. Non è però un paradosso, ma la realtà, la constatazione che questo passaggio viene favorito dalla sperimentazione di tentativi di relazione autentica, nel senso che la ricerca dell'autenticità aiuta la persona a raggiungere questo risultato.
    Il secondo passo è il riconoscimento e l'accettazione dei limiti e delle possibilità che la realtà offre. In altre parole questo significa che la persona deve sviluppare una concezione realistica del mondo e della vita e, quindi, riformulare il proprio adattamento all'ambiente naturale e sociale in modo da poter esprimere il massimo di se stessa all'interno dei limiti posti dalle condizioni sociali, economiche, culturali e naturali in cui vive.
    Il terzo passo viene compiuto, invece, con il riconoscimento e con l'accettazione integrale degli altri e della loro identità e dei loro progetti di vita. Questo significa non solo la conquista della tolleranza, ma la capacità di capire gli altri, di interpretare, cioè, correttamente il loro modo di porsi nei confronti di se stessi, degli altri e del mondo. Questo esige uno sforzo di decentramento, di empatia, cercando di capire il senso che questi danno della propria vita, di se stessi e delle proprie azioni.
    Il quarto passo è la decisione a cooperare, ovvero a vivere un rapporto solidale, di mutuo aiuto, con gli altri al fine di favorire il proprio e l'altrui cambiamento verso una forma più autentica di vita. Questo significa che la relazione consente di scoprire, al di là del rapporto Io-Tu, quello del Noi. È questa indubbiamente la fase finale del cammino verso la costruzione di una relazione autentica. Tuttavia, perché questo passo sia compiuto, come del resto anche gli altri tre, è necessario che la persona, mentre compie il proprio cammino, eviti, di compiere tre passi che, normalmente, nelle relazioni umane vengono compiuti.
    Il primo è costituito dall'evitare ogni giudizio di valore sull'altro. Dare un giudizio di valore significa, infatti, non accogliere l'altro nell'immediatezza e nella genuinità del suo vissuto, bensì in funzione del proprio personale sistema di valori, oltre che dei propri pregiudizi e immagini stereotipi della realtà.
    L'unico modo per superare questo modo di percepire l'altro consiste nel considerare i propri giudizi di valore informazioni sulla propria identità e sul proprio progetto di vita.
    In pratica questo vuol dire che se nei confronti di una persona si emette un certo giudizio di valore, questo giudizio emesso lo si deve utilizzare per capire il proprio modo di dare senso alla realtà. Dal proprio modo di giudicare non si deve pretendere, quindi, la conoscenza degli altri ma solo di se stessi.
    Questo modo di porsi nei confronti degli altri favorisce normalmente i primi tre passi.
    Il secondo passo da evitare riguarda non più la formulazione di giudizi di valore ma l'applicazione di etichette a sé e agli altri, magari sulla base di teorie psicologiche o di modelli culturali. Dire di una persona che è introversa significa che, invece di capire quella persona sulla base del suo comportamento concreto nella relazione, si cercherà di osservare in quella persona i comportamenti e gli atteggiamenti che confermano l'etichetta che le si è data.
    Lo stesso discorso vale anche nei propri confronti. Darsi un'etichetta significa limitare la propria capacità di capire il proprio modo di essere e di dare senso alla vita.
    Il terzo passo che occorre evitare riguarda il considerare l'Io ed il Tu che entrano in relazione come un accostamento più o meno accidentale di due entità separate. Occorre a questo proposito ricordare che l'Io ed il Tu possono entrare in comunicazione solo perché esiste un Noi che viene prima dell'Io e del Tu. Infatti, come si è più volte ricordato, se non esistesse un Noi (Natura, società, cultura) non esisterebbe alcun Io ed alcun Tu, perché l'uomo non maturerebbe la sua coscienza, la sua libertà e la sua autonomia personale. Il bambino conquista il suo Io e diventa uomo solo perché c'è un Noi che si prende cura di lui, lo nutre, lo educa, gli insegna il linguaggio e lo introduce in una data società e cultura sociale.
    Tra gli uomini esiste, quindi, un Noi che è sottostante al loro Io, anche se occorre sottolineare che è attraverso i rapporti Io-Tu che viene continuamente trasformato e ricostruito il Noi.
    Questi passi indicano chiaramente che relazione autentica non è ottenibile tecnicamente con qualche espediente più o meno complicato, ma è il frutto di un lavoro di trasformazione di se stessi, compiuto insieme agli altri.
    Una trasformazione che può avvenire solo se si fonda sull'amore per se stessi, per gli altri, per la natura e la cultura che tesse la vita umana.
    Tuttavia, per essere pienamente specchio dell'anima l'autenticità conquistata nella sfera affettiva esistenziale non è ancora completa perché per esserlo si deve arricchire di una ulteriore dimensione: quella della verità. Infatti, qualsiasi dimensione esistenziale non può prescindere dalla verità altrimenti cade immediatamente nell'inautenticità [10] e, come ricordava Seneca, «Nessuno può dirsi felice se è al di fuori della verità». [11]
    D'altronde la relazione interpersonale è anche un luogo in cui le persone possono tendere e avvicinarsi alla verità e questo significa andare oltre la dimensione esclusivamente affettiva, intrecciando in modo inscindibile la dimensione esistenziale e quella veritativa.
    La dimensione esistenziale della relazione non è, quindi, fine a se stessa ma al servizio della verità, in quanto portatrice essa stessa della verità intorno alla natura umana.
    Una educazione dell'anima ha certamente nell'autenticità relazionale il suo cuore, ma non può però fare a meno della relazione fondata sul desiderio mimetico, e su quella in cui si manifesta la creatività della fantasia nutrita di razionalità.


    NOTE

    1. NIETZSCHE F., La volontà di potenza. Scritti postumi per un progetto 1887-1888, in ID., Opere 1882 /1895, Newton, Roma 1993, 954-955.
    2. LACAN J., Scritti, Fabbri editori, Milano 2007, 30.
    3. GIRARD R., Vedo Satana cadere come folgore, Adelphi, Milano 2001, 33.
    4. M. BUBER, Io e Tu, in ID., Il principio dialogico, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo 1997, 59.
    5. Ibid., 59.
    6. Ibid., 59.

    7. Ibid., 64.
    8. Ibid., 65.
    9. AYESTARAN ETXEBERRIA S., Psicoterapia esistenziale di gruppo, Cittadella editrice, Assisi 1983. 
    10 HEIDEGGER M., Essere e tempo, Utet, Torino 1978.
    11 SENECA, De vita beata, Avia Persia, Torino 2002, 5.2.

     (Estratto da "Intercultura: prospettiva educativo-culturale", in a cura di Francis-Vincent Anthony - Mario Cimosa, Pastorale giovanile interculturale. I Prospettive fondanti LAS 2012, pp. 60-71)



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