(NPG 1972-03-67)
Su Taizé è stato scritto molto. Anche Fr. Roger ha scritto molto. Il suo «diario» è tra le mani di numerosi gruppi giovanili, come strumento di riflessione, come traccia di un cammino verso l'ascolto pieno dello Spirito.
In questo articolo trascriviamo il suo «parere» su alcuni temi: sono battute riprese di peso dalla conversazione con lui.
Gli argomenti sono tra quelli più scottanti. Ma, forse, ciò che è rilevante non è questo. È il modo, il tono con cui Fr. Roger ne parla.
Le sue parole incidono la nostra corteccia di uomini frettolosi e preoccupati. Ci obbligano a scavare dentro. A fuggire le soluzioni subito pronte.
Ci danno il polso di una spiritualità: il clima che si respira a Taizé.
FESTA E IMPEGNO POLITICO
Fr. Roger, lei parla spesso di festa. Presenta la festa come una delle caratteristiche del cristiano.
Per molti cristiani - giovani soprattutto - essere cristiani significa lottare per la giustizia, combattere contro tutte le forme di oppressione.
In questo contesto è ancora possibile parlare di festa?
Di che festa si può trattare?
Perché oggi questa tristezza tra i cristiani? Perché tanto pessimismo nella Chiesa? Sappiamo, siamo sufficientemente coscienti di ciò di cui il Cristo ci colma? Lui stesso ce lo dice: «Il mio regno è dentro di voi». Il suo regno è come un angolo di cielo in noi. Certo, costantemente è
ostruito dalle nebbie, da quelle nubi spesse che sono le prove della vita, la passione e la sofferenza di tanti uomini.
Però, malgrado le prove, il suo regno è là, abita in me, abita in voi. Il regno è dentro di noi, in noi che viviamo del mistero pasquale. Questo mistero è in noi, morte e risurrezione. Le nostre prove, i dolori, le separazioni affettive, in una parola le nostre piccole lotte a cui sempre seguono dei germi di riflessione nella nostra vita presente, tutto questo è una festa che non ha fine.
In ogni uomo si trova una parte di solitudine che nessuna intimità umana, forse neppure l'amore più forte tra due esseri, può colmare o riempire. È là, in questa regione di infinita solitudine che Dio ci attende, e chiama ognuno per nome. È là, in questa solitudine, nelle pieghe profonde della nostra persona che si opera un incontro unico, una festa intima con il Cristo risorto. Là più niente ci strappa dalla freschezza del Vangelo. È una libertà inattesa.
Questa festa è specifica del cristiano ed è quella di cui già parlava nel IV secolo Atanasio quando scriveva: «Il Cristo risorto fa della vita dell'uomo una festa continua».
Questa festa specifica del cristiano non è per nulla un'euforia. Questa festa suppone la lotta dentro di sé e per l'uomo. Suppone che viviamo il Cristo per gli uomini, per l'uomo vittima dell'uomo, dell'oppressione. Ma se in questa sete ardente di partecipare alla lotta per la giustizia ci spingessimo sino a rinunciare alla festa specifica del cristiano, allora non avremmo più da proporre all'umanità se non la nostra tristezza e mai una festa. Questa festa essa pure è per l'uomo e per l'amicizia.
In ogni modo un rifiuto dell'impegno per l'uomo a profitto di una sola intimità con il Cristo porta a un neo-pietismo, all'intimismo. Questa non è la festa. Non basta dire «Signore, Signore», per pregare, per fare la volontà del Padre. Pregare impegna a vivere.
Come è vero che durante l'ultima guerra mondiale il pietismo ha sostenuto con il suo silenzio coloro che uccidevano nei forni crematori. E oggi come ieri, con il nostro rifiuto di correre dei rischi, con i nostri personali silenzi, noi sosteniamo, talora senza saperlo, certi regimi politici. Ci sono silenzi che diventano impegni politici taciti ed accreditano l'oppressione. Là non è più festa.
E ancora c'è la nostra lunga storia marcata da una grave incoerenza che lacera la festa.
Nella primitiva chiesa si viveva il condividere e tutto era comune tra tutti. Si vendevano le proprietà e si ripartiva il ricavato secondo il bisogno di ciascuno. E tutti non erano che un cuore e una anima. Un'anima. C'erano dei luoghi di unanimità, di fede. Ma attraverso i secoli i cristiani, noi cristiani ci siamo assopiti.
Abbiamo voluto capitalizzare i beni. Dal XVI secolo è entrato in occidente un sistema di prestito a interesse che ha permesso un'organizzazione sociale del lavoro in cui il profitto non è ripartito fra tutti ma riservato a una minoranza.
Ed ecco un pungolo nella nostra carne. Ci sono uomini che vogliono condividere dei beni, una comunità universale dei popoli, ma questa volta tutto questo senza Dio. E se questo pungolo del marxismo ci avesse tratto dalla sonnolenza, ci avesse svegliato, malgrado noi, e se questo risveglio fosse una primavera della Chiesa?
Non è cominciata questa festa primaverile della Chiesa? Alcuni forse non l'avevano presagito? Alla vigilia della sua morte, a Roma, l'intuizione di un vecchio uomo prima di morire, Pio XII; egli si rivolgeva agli uomini di Azione Cattolica, il 19 marzo 1958, e annunciava, alla vigilia della sua morte, dopo un lungo inverno di geli, di freddi, questa lunga primavera della Chiesa.
In questa primavera la Chiesa si prepara a essere un luogo di comunione per ogni uomo; non un luogo di adesione forzata, ma una chiesa universale, cattolica, una Chiesa solidale all'uomo vittima dell'uomo, una chiesa autonoma rispetto a tutti i sistemi politici, e che non si identifica con nessuno di questi.
Questa primavera della Chiesa viene, la si sente in molti uomini. Quale festa sarà?
CHI È IL CRISTO?
Molti giovani si pongono la domanda: chi è il Cristo? Oggi circolano tante risposte a questo interrogativo. Per lei, per la sua esperienza e vita, chi è il Cristo?
Il Cristo è colui del quale vivo, ma anche colui che con gli altri cerco. Sin da giovane sono stato colpito dall'intransigenza di molti cristiani che dicevano: se tu hai la fede, non puoi, non devi più cercare nulla. E oggi cercare il Cristo per gli uomini, mi aiuta a cercarlo con loro, mi L porta a cercare me stesso, a passare ogni giorno dal dubbio alla fede.
Mi porta a dire: io credo, ma vieni in aiuto alla incredulità di queste regioni pagane che esistono ancora nel più profondo di me stesso.
Il Cristo ci prende come siamo, tali quali come siamo in questo momento. Non so se i padri della chiesa avevano questa visione. Penso al vangelo quando dice: credo, sì, ma vieni in aiuto alla mia poca fede.
Il Cristo conosce questa poca fede che c'è nell'uomo, nemmeno grande come un grano di senapa, forse quel poco di fede che è sufficiente per legarci alla fede di tutta la chiesa. Non guardare alla mia fede ma a quella di tutta la chiesa, quella di tutti i cristiani che mi hanno preceduto, quella dei cristiani di oggi, i viventi. E da parte mia non posso chiedere nient'altro più che questa poca fede, quello che mi basta per appoggiarmi su quelli che mi hanno preceduto.
Forse quelli che sono venuti a Taizé me l'hanno già sentito ripetere parecchie volte: la fede nel Cristo è di consentire alla propria notte. Allora si stabilisce tra l'uomo e il Cristo una relazione nascosta, direi come una strada di clandestinità. Questo Cristo che è invisibile ma conoscibile sotto alcuni segni visibili, si fa visibile soprattutto in forza della comunione reciproca, e ci spinge a questa «relazione clandestina». Così la preghiera suppone nel suo fondo un cammino dell'uomo verso Dio che è sempre immutabile, che non cambia mai attraverso i secoli; anche quando questa espressione, questi modi di preghiera diventano diversi lungo i secoli e si modificano persino dentro di noi, nella nostra vita.
Stare davanti al Cristo, stare davanti a questo Cristo esistente per se stesso, è qualcosa che ci impegna a fondo; non è possibile giocare con lui. E tutte le proiezioni dei nostri desideri si sfuocano... quando sappiamo di fronte a chi siamo.
Certo la fede è più ardua quando si è giovani! Col passare degli anni è più facile, perché confermati e sempre più confermati:... quando si invecchia la fede diventa più leggera.
Uno dei miei fratelli, uno dei più anziani, mi chiedeva l'altra sera, vicino al fuoco, il perché di tutta questa attenzione verso i giovani. E io gli rispondevo: non ho una speciale attenzione verso i giovani più di quella che ho verso gli anziani, i vecchi, i bambini. Ma penso che questa forte attenzione che porto ai giovani, in questo tempo, la devo a una costatazione che ho fatto, che cioè la fede era ardua per me durante la gioventù e che gli anni della giovinezza sono i più duri, i più difficili da attraversare.
Faccio quasi fatica oggi a dire che la notte, questa notte è abitata. Certo questa notte è abitata dalla luce del Cristo, ma questa luce spesso resta appena percettibile... Sarà forse questo il regno dentro di noi? il mio problema.
C'è un atteggiamento di povertà nel consentire che il Cristo sia per un attimo appena percettibile e che non ci sia altra possibilità che appoggiarsi sulla fede degli altri.
C'è una sola cosa da fare: diventare vecchi. Davvero tutto si semplifica nella relazione dell'uomo con il Cristo. Davvero si scopre questa realtà incredibile: questo Cristo che esiste per se stesso è talmente legato all'uomo che mai lo abbandona. Anche quando noi rinunciassimo a lui, lui è presente e non rinuncia a noi, per niente. Il Cristo è una vita, una sorgente di vita. Senza questa sorgente è impossibile vivere il Cristo per gli uomini.
Tutti siamo tentati di compiere dei prodigi che ci sorpassano, per l'uomo, e poi dopo spolveriamo col nome di Cristo gli impegni che ci prendiamo, l'impegno politico, sociale, filantropico.
Ma il Cristo non sarà forse la sorgente da cui sgorga la forza, il coraggio, la tenacia di lavorare per i miei fratelli?
Chi è il Cristo per me?
E se il Cristo fosse il mio primo amore, non il mio solo, ma il mio primo amore? Allora comprendo che nonostante le prove e nonostante l'enorme battaglia che bisogna svolgere in noi stessi e negli altri, se il Cristo è il mio primo amore egli diventa subito la mia gioia essenziale.
IL CONCILIO DEI GIOVANI
Come ha avuto origine il «concilio dei giovani»? Che significato ha? Che messaggio intende portare al mondo giovanile e alla chiesa?
Tutto è cominciato con uno scacco. Non volevo per nulla parlarne ai fratelli per non schiacciarli. Nel febbraio '69 mi dicevo: c'è uno scoraggiamento e molto scetticismo nei giovani che vengono a Taizé nei confronti dei cristiani. C'è un rifiuto della festa, un rifiuto della comunione tra i cristiani. Un rifiuto del corpo di Cristo, quindi della festa nella Chiesa. E molto, molto poco interesse per l'ecumenismo. Gli uomini della mia età erano forse riusciti a creare un po' più di amicizia tra i cristiani.
Ma non sono riusciti a rendere possibile un incontro concreto nel corpo di Cristo, nella chiesa ricostruita nella sua unità.
Allora di fronte allo scetticismo e al rifiuto della festa da parte dei cristiani continuavo a interrogarmi, giorno per giorno.
Ricordo che per le vacanze di carnevale aspettavamo 200 giovani. Ed ecco che nella chiesa scopriamo che i giovani presenti rappresentavano 42 nazioni. Era la cosa più inattesa. Ma cosa significava questo evento? Per approfondire, per cercare insieme, bisognava attendere qualche anno. Un tempo per stare insieme, per cercare. Un tempo di preparazione. Credo che non ci sia nessuna nuova nascita che non comporti una preparazione, un tempo di gestazione. Mi dicevo: la cosa che sappiamo meglio vivere con i fratelli è l'attesa, l'attesa del Cristo.
Un anno dopo, alla vigilia della Pasqua '70, ci siamo trovati in un'équipe intercontinentale, con giovani che venivano un po' da tutto il mondo e ci siamo detti: dobbiamo avere il coraggio di annunciare il Cristo, il Cristo risorto, di dire che viene ad animare una festa nel più profondo dell'uomo. È vero che prepara una primavera della chiesa, nonostante tutti i segni contraddittori, che prepara una chiesa spoglia dei mezzi di potere, un luogo di comunione, di cattolicità, per ogni uomo, e può preparare ciascuno a dare la sua vita perché l'uomo non sia più vittima dell'uomo. Ma questo non sembrava altro che una bella predicazione, la gioiosa notizia predicata da più di 2000 anni. C'erano cose strane che si preparavano per noi. Ci siamo detti: prepariamoci a vivere il concilio; sarà uno strumento per portare «la» notizia. Solo da dopo Pasqua siamo nel cuore di un'avventura interiore. La parola clandestinità prende un rilievo nuovo. Da parte mia ieri e l'altro ieri mi meraviglio ancora come il primo giorno: questi giovani di diversi paesi, che anche in pieno inverno, vengono con noi ad attendere il Cristo nella preghiera.
Molti accettano condizioni difficili per viaggiare, dall'America, dall'Asia, e sempre con mezzi di povertà completa.
Questi mezzi di povertà ci rendono attenti al cuore del povero, attenti a fuggire quelle sinuosità attraverso le quali il divisore ci cerca sempre. Se molti giovani entrano in questa avventura interiore del mistero pasquale ci sentiamo il coraggio di camminare.
La cosa peggiore che possa capitare alla chiesa è il lasciarsi schiacciare dalle contraddizioni, dal peso degli avvenimenti. È di non guidare più la festa. Io mi attendo una gran cosa dalla nuova generazione: la gioia, la festa che essi sapranno dare alla chiesa.
L'AUTORITÀ NELLA CHIESA
Oggi c'è molta contestazione contro l'autorità. Lei, essendo priore della sua comunità, è «in autorità».
Che significato ha l'autorità, per lei?
Non ci interessa una risposta di ordine teorico.
Le chiediamo un po' della sua vita. Che significato ha, nella sua esperienza, essere priore di Taizé?
È una domanda alla quale forse io potrei rispondere continuamente. La mia carica comporta l'autorità. Ma io mi interrogo continuamente sulla conversione interiore che c'è da compiere in questo ministero e mi dico: non c'è niente altro che questo: vivere con i miei fratelli una parabola della comunità. A causa di un sì pronunciato per la vita intera, con i miei fratelli devo sempre attualizzare questo sì,... creare, creare sempre di nuovo intorno a questi combattimenti,... creare, altrimenti il celibato diventerebbe intollerabile.
A causa di questo sì detto per tutta la vita, abbiamo coscienza che non
abbiamo dato qualcosa per riprenderla dopo. Nella situazione di tensione nella quale vivono molti cristiani, questo impegno non si vive più oggi come soltanto 15 anni fa. Quello che mi dico sul mio servizio di priore di Taizé sono queste parole: comprendere, capire, sino all'ultimo respiro. Comprendere innanzitutto i miei fratelli e poi tutti quelli che si presentano, ogni uomo. Ma per capire, lasciarmi sondare nel più profondo di me stesso, accettare di essere slegato, sciolto sulla terra di ciò che subito è sciolto nel Cristo. Questa certezza che la felicità, la beatitudine è legata alla povertà, allo sforzo di povertà, al cuore del povero.
Mi dico sempre: rifiuta di essere un uomo «stabilito» (perché sei stabilito nell'autorità), rifiuta di essere un uomo forte e questo a ricordo di quello che Cristo dice nel Vangelo: il pastore si espone, prende dei rischi, si mette davanti ai suoi, per difenderli quando il lupo rapace arriva. L'autorità è prima di tutto comunione. Ma cerco anche, ed è difficile oggi, di capire che autorità è anche «decisione». Questa responsabilità, oggi come ieri, ho un gran desiderio di sfuggirla. Ma quando le tensioni sono arrivate a maturazione (è difficile giudicare questo momento)... è necessario decidere, dire una parola, uscire dall'immobilismo. Questa è l'autorità.
LA CHIESA Dl ROMA E L'ECUMENISMO
Lei ha un rappresentante presso la Santa Sede. In questi ultimi mesi lei ha parlato pubblicamente sul ruolo del ministero del Papa per uscire dalle difficoltà della vocazione ecumenica.
Può ancora precisare qual è il suo pensiero a questo proposito?
La vigilia della sua morte il Cristo depone un fuoco nella coscienza della Chiesa. Prega «Che essi siano uno perché gli uomini credano». Per il Cristo, l'unità non è fine a se stessa, non è per stare meglio insieme, o per essere più confortabili, o più forti, ma è per gli uomini. Il Cristo lega la credibilità della comunità cristiana all'unità. L'unità, l'ecumenicità della Chiesa è un fuoco. Ci si brucia.
Sì, per la credibilità della Chiesa, è essenziale che la nostra unità ridiventi sempre di nuovo visibile. Quanta strada da percorrere allora, dal momento che in tutte le Chiese vi sono ancora dei segni così forti di disunione, di nuove divisioni, di ingiustizie, tanti segni di non-credibilità. La nostra unità suppone molta immaginazione, molta creatività quotidiana, perché la si veda davvero in alcuni segni di Chiesa. Suppone che vi siano dei luoghi di unanimità al centro della nostra persona e della nostra vita, cioè una stessa fede, uno stesso pensiero - come dice l'apostolo - ed anche un luogo di unanimità pastorale. Mi spiego.
Per stimolare la comunione fra tutti i cristiani e perché, quindi, la Chiesa diventi un luogo di comunione dove ogni uomo, credente o non credente, possa trovare una accoglienza senza per questo aderire alla fede; sì, perché la Chiesa sia un luogo di comunione, non c'è forse la necessità di avere - al cuore del cuore della comunità cristiana - un luogo di unanimità pastorale, concreto, perché tutti noi siamo degli uomini fatti con occhi per vedere, con orecchie per ascoltare?
Da parte mia, è stato un uomo col nome di Giovanni che mi ha fatto camminare in questa prospettiva. Con il suo ministero, papa Giovanni XXIII, certamente senza accorgersi, ha aperto una strada all'ecumenicità della Chiesa.
La storia vi ha insegnato che la Chiesa che è a Roma è una comunità testimone, un luogo di riferimento per ogni cattolico. La mia domanda: questa Chiesa, allora, è oggi un luogo di unanimità visibile, con il suo vescovo che riattualizza per ogni generazione ciò che è al cuore della fede? Pastore universale, il vescovo di Roma ci conduce tutti verso una Chiesa di comunione, una Chiesa che - per la credibilità della sua missione - è spoglia di mezzi di potere, che non si appoggia sulle potenze economiche o politiche? Se sì, allora questo pastore chiamato ad essere povero, e la sua Chiesa locale, avranno una grande importanza per animare e far vivere la comunione fra tutti. Allora le intuizioni profetiche di questo pastore, il papa, troveranno un'eco quando, con poche parole, chiama, non i cristiani soltanto, ma molti degli uomini che lo ascoltano, a lottare contro l'oppressione e l'ingiustizia. Senza questo pastore, chi potrà esprimere l'insieme dei cristiani al di là delle frontiere della Chiesa, al momento di onflitti drammatici per l'umanità?
La Chiesa, nella sua scoperta dell'unità, è innanzitutto una Chiesa di comunione. Anche l'autorità pastorale è innanzitutto comunione. Il giuridismo è tanto forte in tutti noi, che ereditiamo le aspirazioni giuridiche dell'impero romano, di qualsiasi origine confessionale siamo, questo giuridismo diminuirà in favore di un dono di comunione.
Voi tutti parlate quella lingua italiana così bella, quella lingua stessa che parlano i cristiani della Chiesa che è a Roma, quella «Chiesa pellegrinante» come la chiamava il papa San Clemente. Questa Chiesa, a quell'epoca come oggi, non comporta tutti gli abitanti di Roma, ma soltanto coloro che si vantano di appartenere a Gesù Cristo. Voi siete geograficamente vicini a questa Chiesa e voi potete far molto per lei, per il suo continuo risveglio. Ma ci preoccupiamo veramente che questa Chiesa pellegrinante che è a Roma sia rianimata dall'interno, sempre
risvegliata alla fede, risvegliata anche alla giustizia, questa Chiesa che conta tanti poveri? Ci preoccupiamo veramente ch'essa divenga un testimone, un luogo di unanimità, un riferimento per le altre Chiese?
Il risveglio della Chiesa che è a Roma è molto importante per la vocazione ecumenica ed anche per la credibilità della Chiesa. Allora che cosa ci aspettiamo da questa Chiesa che è a Roma, questa Chiesa che amiamo, che sia sotterranea, nascosta, oppure visibile sulla montagna? Che cosa ci aspettiamo dal suo vescovo, verso il quale guardiamo con una attenta speranza? Che cosa ci aspettiamo dalla sua Chiesa, se non ch'essa rischiari, che ci riscaldi con un fuoco, che stimoli la comunione fra tutte le Chiese? E questo perché tutti i cristiani attraverso il mondo siano uomini e donne di comunione, fermenti di unità per tutti gli uomini.
















































