Testimonianze
(NPG 1976-12-31)
Professione e realizzazione di sé
Si può pensare ad una separazione tra il tempo occupato e quello libero, in rapporto alla realizzazione di sé?
Le crisi e i conflitti di cui è carico il proprio ruolo professionale, possono spingere ad una realizzazione di sé legata unicamente al tempo non occupato? Quali problemi potrebbe comportare una tendenza del genere?
♦ È del tutto assurdo proporre una distinzione fra tempo «occupato» e «tempo libero»: una dicotomia schizogena inventata dalla società dei consumi per non lasciare spazio al singolo come consumatore. L'uomo è una totalità che deve trovare nel lavoro la sua liberazione e se questo non avviene, è vano sperare di recuperarlo in un tempo definito come «libero», ma che non è, in realtà, che un tempo di privilegiata alienazione.
Certo non è un discorso facile puntare sulle capacità di liberazione del lavoro ad una catena di montaggio, ma l'avvenire dell'uomo si giuoca a tale livello, anche se lo stesso sindacato ha finito per inculcare talmente la natura di «merce» del lavoro da non rendere più possibile all'uomo di comprendere il significato del lavoro in sé (GM).
♦Che la realizzazione di sé sia legata alla gestione del proprio ruolo professionale in vista della «liberazione» di sé e degli altri, in strutture liberanti, è un fatto di indubbia importanza. Ma, a mio modesto avviso, mi pare che l'azione educativa deve cambiare rotta e non fomentare ancora la «divisione» tra il tempo «occupato» e il tempo «libero». Entrambi servono alla maturazione sociale e personale, ma occorre ricapire il contesto connettivo che dovrebbe saldare questi due aspetti di uno stesso tempo per l'uomo. Occorre cioè un'azione educativa per il superamento delle due culture, e più chiaramente: occorre lavorare per favorire e far crescere la nascita già in atto di un nuovo soggetto storico dell'azione sociale ed educativa e la progressiva ricomposizione del processo formativo che annulli il dualismo tra cultura e lavoro e, quindi, tra cultura e tempo libero (CB).
♦È indubbio che la rivoluzione costituita dalla tecnica ha radicalmente modificato il rapporto tra lavoro e tempo libero. Vi è stato un tempo in cui l'uomo trascorreva quasi intera tutta la sua esistenza impegnato nel lavoro. Oggi, invece, grazie alla tecnica, si comincia tardi a lavorare (perché si ha bisogno di una sempre più elevata qualificazione professionale e quindi di una più prolungata istruzione) e si finisce più presto (perché le innovazioni tecnologiche sono tali e tante, in quasi tutti i campi, che diventa quasi inevitabile interrompere anzitempo l'attività lavorativa). Se si tiene conto della riduzione degli anni complessivi di lavoro e se si considera da un lato il prolungamento della vita media e dall'altro la diminuzione delle ore di lavoro, si può affermare che nella società tecnologica si tende a lavorare sempre di meno, anche se in modo più intensivo e forse, alla lunga, più logorante.
Questo stesso fatto mette in crisi, ci sembra, l'identificazione di attività professionale e auto-realizzazione: se si fosse veramente persone soltanto nel lavoro, la società tecnologica non avrebbe approdato ad altro che a un'alienazione più radicale di quella di cui soffriva l'uomo delle caverne. E forse, per certi versi, è così, ma per una serie di scelte sbagliate dell'uomo, non per una invincibile fatalità. La tecnica, se bene usata, consente all'uomo di realizzarsi non solo sul piano del lavoro ma anche in una sfera più ampia che è quella del «tempo libero» in negativo, ma che, in positivo, è assai di più: arte e contemplazione, preghiera e contatto con la natura, vita familiare e impegno civile per la trasformazione della società. Anche in questi modi, e non solo con il lavoro, si diventa persone e si concorre ad umanizzare il mondo (GC).
♦«Note di pastorale giovanile» ha sempre insistito sulla necessità di legare la realizzazione di sé alla globalità della propria vita. Quindi prima di tutto al tempo del lavoro, che riveste un peso molto importante nella vita di una persona. Mi sembra un discorso valido. «Realistico», nel senso che la «realtà da costruire» va in quel senso; «utopico», per il fatto che «quella» realtà è «da costruire» e forse in gran parte lo resterà: più che di una meta da raggiungere è un orizzonte verso cui camminare. Tuttavia è necessario che quanto viene presentato non resti «parola», ma che almeno in parte si traduca in esperienza, di cui appaiano chiari insieme i limiti e le prospettive. Si dovrebbe cioè giungere a vivere delle realtà che siano «già» un'espressione di quanto si vorrebbe realizzare, nella coscienza che tutto resta però a livello di «embrione», di inizio, rispetto a una realtà troppo ampia e, in fondo, lontana, cui si vuol tendere.
Il rischio della frustrazione: non credo si possa mai evitare del tutto. L'isolamento in cui ci si sente cacciati quando si punta «troppo in alto» è di tutti coloro che si impegnano. Senza inutili vittimismi (e senza falsi sentimenti di eroismo) sarà necessario presentare bene questo aspetto. Il giovane deve sapere prima che spesso non sarà compreso o sarà osteggiato anzitutto in casa propria.
Nello stesso tempo è necessario aiutare ad acquisire un'ottica che definirei «ottimistica»: cioè la capacità di vedere il «qualcosa» che è contenuto anche nelle minime esperienze: se è vero che la meta resta lontana e pare irraggiungibile, è certo almeno che la «direzione» è quella e che un piccolo passo val più di una stasi.
Per «saldare» di più «tempo occupato» e «tempo libero» credo si debba insistere:
– sulla «unicità» del «tempo» per l'uomo: non dobbiamo permettere che ci si divida la vita in «due tempi»;
– sull'esigenza di «gestire» il proprio ruolo professionale, ma in una prospettiva più ampia, di «gestione» globale della propria vita;
– sulla necessità di «gestire» a livello di partecipazione politica (togliendo al termine «partecipazione» un certo «peso» conformistico che tende ad assumere in molti discorsi) nel contributo a costituire spazi in cui possa esprimersi la creatività del giovane a livello politico. Sarà necessario affrontare più direttamente il tema del «voto ai giovani», nella prospettiva critica: non lasciarsi facilmente ingabbiare nella democrazia «formale»;
– sulle possibili proposte alternative rispetto alle concezioni «capitaliste» (privatistiche o di stato) del rapporto di lavoro: verso l'autogestione (AR).
Professione e cambio sociale
L'esercizio del proprio ruolo professionale produce «cambio sociale»? In che termini va vissuto, per diventare agenzia di cambio sociale? Quali difficoltà normalmente si incontrano?
Come superare scoraggiamenti e radicalismi?
Ci sono dei ruoli e delle professioni più o meno «liberanti»?
♦La presunta «impenetrabilità» del sistema ad ogni mutamento fornisce spesso l'occasione per contestazioni globali che durano talora lo spazio di un mattino e che si risolvono a breve scadenza nel più piatto conformismo, poiché «occorre pur vivere»... Certo, l'attuale società va cambiata, presto e in profondità; ma sarebbe estremamente pericoloso stare a guardare in attesa del cambiamento o anche soltanto impegnarsi per il cambiamento globale di domani e non anche per i piccoli mutamenti in concreto oggi possibili. Indubbiamente il «riformismo» gode di scarsa stima presso i giovani e i meno giovani, e non a torto, quando significhi cedimento a un deteriore compromesso e rinunzia ad affrontare alla radice i mali della società. Eppure non vi è grande mutamento che non sia realizzabile e di fatto realizzato anche attraverso i piccoli salti di qualità che ciascuno può realizzare nell'ambito della propria professione, quale essa sia, a livelli elevati e meno elevati. Non si tratta di accettare compromessi ma di fare scelte coraggiose, che portano necessariamente controcorrente e che mettono inevitabilmente in crisi determinate strutture. Può darsi che queste finiscano con l'espellere chi loro non si adatta; ma può anche darsi che qualcosa muti, specie se l'impegno per il mutamento non è condotto singolarmente da più uomini uniti fra loro da comuni aspirazioni e obiettivi. Se al singolo non resta forse alcuna reale alternativa al compromesso o all'emarginazione, vi è invece spazio per gruppi che sappiano prospettare e già vivere al loro interno, attraverso franchi rapporti interpersonali e una viva e sentita solidarietà, quei valori che intendono proporre a tutta la società (GC).
♦A mio parere ogni ruolo professionale come fatto «istituzionale» in quanto tale, può essere una conquista che non va affatto né abbandonata né liquidata per il solo fatto che anch'essi sono una conquista dell'epoca borghese, quello invece che mi sembra importante fare è di aprire tale istituzione dei ruoli professionali alle contraddizioni che esplodono nella società e trasformarla in modo che diventi funzionale al cambiamento. Ed è quindi nella prospettiva di questo cambiamento non riformistico ma qualitativo e dunque rivoluzionario (le «alternative» in prospettiva così devono apparire) che va criticamente accolta la tendenza al cambio alternativo radicale di certi ruoli professionali. A me pare che oggi il nocciolo della crisi stia proprio nella carenza di strategie alternative. D'altra parte la difficoltà ad elaborare strategie dipende dalla incapacità di analizzare e gestire razionalmente il flusso della informazione: infatti la disabitudine all'analisi razionale dell'informazione e all'impiego corretto della comunicazione deriva da una valutazione superficiale del problema in questione (CB).
♦Se per «cambio sociale» si intende mutamento radicale della struttura sociale, ritenuta quella attuale alienante e devastatrice dell'uomo, è impossibile ritenere che tale mutamento possa realizzarsi all'interno dei ruoli sociali così come sono strutturati perché il sistema ha tali capacità di assorbimento da non essere scalfito da sollecitazioni al suo interno. Esiste però, si direbbe, uno spazio di azione all'interno dei ruoli, alti o bassi che siano, che è strumento importante di promozione per quel tanto che pone in questione le prese di coscienza imperanti e razionalizza la situazione di crisi del sistema.
Troppo spesso si vuol credere che solo perché si appartiene alle classi subalterne, per ciò stesso si sia portatori di istanze rivoluzionarie e di prese di coscienza promozionali. La forza della attuale società sta invece, nel fatto che essa è sostanzialmente accettata nelle sue tensioni e caratteristiche da parte delle masse, per cui la presenza di persone che hanno maturato una coscienza diversa costituisce un fecondo elemento di dinamica rivoluzionaria. Per nostra esperienza possiamo affermare che la presenza di infermieri «diversi» negli ospedali psichiatrici, di educatori «diversi» nelle varie istituzioni, come di magistrati «diversi», medici e così via, ha causato mutamenti che vanno aldilà di una dimensione trasformistica e consolatoria (GM).
♦ La possibilità di proporre al giovane l'impegno verso il mutamento sociale attraverso l'esercizio del proprio ruolo in gran parte dei casi esiste (salvo che si tratti chiaramente di ruoli istituzionalmente orientati alla conservazione sociale: in questo caso non resterebbe altra via che l'abbandono del ruolo e la lotta contro quel ruolo e contro la sua istituzionalizzazione). I ruoli sono certamente «funzionali» al sistema, perché il sistema li coordina e li orienta, li organizza e li gratifica. Ma questo nella pluralità dei casi non significa affatto che non vi sia assolutamente spazio per proposte alternative. Non bisognerà mai dimenticare la tensione inevitabile che si crea quando si cerca di operare in senso innovativo. Se questa tensione non vi fosse, non saprei più individuare in che senso si possa parlare di tendenza all'innovazione. Spesso la «forza» del sistema sembra bloccare. Certe analisi sembrano fatte apposta per favorirne la continuazione. La mancanza di fiducia che esse ispirano nei confronti dell'azione personale pare fatta apposta per far continuare lo status quo.
Ancora una volta credo sia importante avviare il discorso della «croce» in senso liberante. Non permettere che dilaghino atteggiamenti vittimistici, ma aiutare a comprendere la forza che assume la capacità personale di lotta e di sofferenza. P molto probabile che l'assunzione di ruoli «alti» risulti più bloccante. La «povertà» cui credo necessario avviare è proprio la capacità di essere disposti a perdere il ruolo stesso, pur di non acquiescere. L'accettazione di compromessi, in qualche misura inevitabile, non dovrà essere troppo facilmente giustificata, né facilmente accettata come fosse una «strategia». A questa condizione può diventare possibile giocare un ruolo in modo diverso da quello accettato dal sistema: perché, se si verifica questa condizione, si è davvero nella situazione di chi «non ha nulla da perdere» (nel senso che ha rinunciato a voler «conservare» ad ogni costo anche il proprio ruolo): è la sola condizione che permette di attuare vere «rivoluzioni». A livello evangelico, d'altra parte, il povero, colui che «non ha niente da perdere» è dichiarato «beato», gradito a Dio, capace di essere «lievito».
Fondamentalmente credo che su questa linea si possano ritrovare i «gesti» e le «idee» capaci di far fare il «salto di qualità»: rifiuto della «propria» fissità nel ruolo acquisito; disponibilità alla «perdita» del ruolo (vendi quello che hai...); rifiuto di collegare il ruolo alla «posizione» sociale, al «prestigio» ascritto; rifiuto di accettare lo stretto collegamento che viene posto tra grado di scolarità raggiunto, ruolo esercitato, compensi di diversa natura (cominciando da quello economico...) (AR).















































