Carla Maria Del Miglio - Sabina Scotto Di Tella
(NPG 1983-7-16)
PREMESSA: GLI STADI EVOLUTIVI
È necessario anzitutto premettere che per identità qui s'intende l'avere esperienza di sé come di un qualcosa che appare dotato di continuità e di unità, esperienza che rende quindi possibile l'azione; e inoltre l'avvertire un senso di unità con la comunità a cui si appartiene. Per raggiungere tutto questo l'individuo deve passare attraverso una serie di fasi, ampiamente analizzate da Erikson.[1] Questo autore sostiene che lo sviluppo psicosociale procede attraverso momenti critici in cui ci si trova a decidere tra il progresso e la regressione: ogni stadio è caratterizzato da un tipo di conflitto interiore che, risolto, comporta il passaggio allo stadio successivo con aumento di forza dell'io ed il potenziamento delle qualità della persona.
Il primo, chiamato stadio orale-sensorio, è caratterizzato non solo dalla fiducia che si sviluppa nel bambino in seguito all'esperienza di accordo tra le proprie esigenze e la previdenza materna ma anche dall'acquisizione di un certo senso di sicurezza e di continuità, le quali conducono alle formazione di un rudimentale senso di identità dell'io.
La seconda fase, detta muscolare-anale, è legata allo sviluppo dell'autonomia e, al tempo stesso, della vergogna per il fatto di trovarsi esposto all'osservazione altrui, con la consapevolezza di tale esposizione e il dubbio che deriva dalla coscienza di avere una parte anteriore ed una posteriore.
Nel terzo stadio, quello locomotorio-genitale, i bambini sono caratterizzati non solo dallo spirito di iniziativa, dal senso di essere attivi e in movimento ma anche dalla rivalità con i più grandi e dalle contese per avere l'affetto materno: possono perciò svilupparsi, in questa fase, i relativi sensi di colpa.
Invece nel quarto periodo, quello della latenza, gli impulsi violenti, normalmente sono assopiti e si sviluppa il senso di industriosità; il pericolo che il bambino incontra in questo stadio è dato dall'eventuale senso di inadeguatezza e di inferiorità.
Il quinto periodo, della pubertà o adolescenza, di cui ci vogliamo particolarmente occupare, è caratterizzato dalla rivoluzione fisiologica che si ha con lo sviluppo fisico e con il raggiungimento della maturità sessuale. Si comincia a porre il problema del collegamento tra le capacità precedentemente acquisite e la futura attività lavorativa, alla quale l'adolescente sente di poter aspirare. Tipico di questa età è l'innamorarsi, che va inteso come un tentativo di definizione dell'identità per mezzo della proiezione confusa dell'immagine del proprio lo su una persona dell'altro sesso. Anche l'intolleranza che i giovani spesso presentano va vista come tentativo di difendere il senso confuso della propria identità: di qui lo svilupparsi dell'intransigenza, la tendenza alla stereotipizzazione, l'adesione acritica a determinate ideologie.
Nel successivo stadio, il sesto, quello della gioventù, notiamo lo svilupparsi del senso d'intimità, profondamente legato al desiderio che il giovane ha di fondere la sua identità con quella di un'altra persona. La paura di perdita dell'io può portare però ad evitare esperienze quali l'amicizia e l'amore e quindi a un profondo senso di isolamento.
Il settimo periodo, l'età adulta, è invece caratterizzato dalla generatività, ossia dalla preoccupazione di creare ed educare una nuova generazione, nonché da una progressiva espansione degli interessi dell'io.
Oltre questi stadi si può procedere nell'ottavo e ultimo, quello della maturità, che dovrebbe essere caratterizzato da un raggiunto senso di integrità dell'io che consente di dirigersi verso l'ordine e la significatività.
Una precisazione. L'identità personale, che deriva da una interazione nella storia individuale di fattori biologici, psicologici e storico-culturali, non coincide con l'identità sessuale, in quanto la prima ha un'estensione più ampia della seconda ed è più specificata nel senso dell'individualità, perché comprende l'identità dell'io e la storia dell'esperienza personale. Intendiamo per identità sessuale il dare al proprio «Io» un senso tale da sentirsi abbastanza sicuri per manifestare qualità umane che la società ha finora definito come maschili oppure femminili.
LA CRISI D'IDENTITÀ DELL'ADOLESCENTE NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA
Si è scritto e si scrive tuttora moltissimo sulla crisi d'identità dell'adolescente: tuttavia bisogna notare come spesso, nel condurre studi e considerazioni di vario genere, si sia trascurato un dato fondamentale, ossia che la crisi stessa va ricollegata a una molteplicità di fattori, che sono anche biologici e psicologici, non solo storico-culturali.
Elementi comuni ed elementi differenziati
Vi sono infatti degli elementi comuni a tutti gli adolescenti, indipendentemente dal contesto in cui questi vivono: precisamente pensiamo a tutti i mutamenti fisiologici che avvengono sotto l'azione dei diversi ormoni e che portano allo sviluppo dei caratteri sessuali primari e secondari. La crescita avviene in modo quasi improvviso, non uniforme per le varie parti del corpo; per questo motivo subentra spesso uno stato di incertezza relativo all'aspetto fisico che si sta delineando, stato che può sviluppare ansia.
Per quanto riguarda il livello cognitivo, possiamo dire che questo è il periodo in cui compare il pensiero ipotetico-deduttivo, ossia la capacità di compiere operazioni mentali piuttosto complesse, senza riferirsi, come fa il bambino, a situazioni concrete, tangibili, ma avvalendosi della semplice descrizione verbale: l'adolescente può dedurre da determinati presupposti le conseguenze necessarie e costruire, se posto di fronte a un dato tipo di problema, delle ipotesi, per poi scegliere, dopo averlo considerato, la più adeguata. Tuttavia, anche quando parliamo dello sviluppo dell'autonomia intellettuale dell'adolescente, dobbiamo considerare come questa sia il frutto anche di fattori ambientali, per cui sistemi educativi diversi riescono comunque a portare i fanciulli, più o meno rapidamente, a un dato livello di sviluppo intellettuale.
Quindi, nel parlare del problema giovanile in generale, così come quando parleremo di quello dell'adolescente donna, non ci si può riferire a individui ideali, astratti dal contesto in cui sono inseriti, ma è necessario invece tener sempre presente l'interazione soggetto-ambiente, intendendo per ambiente quello socioculturale in cui l'individuo vive.
È quindi opportuno tener presente, quando si usa il termine «giovani», che all'interno di questa categoria esistono in realtà delle differenze fondamentali relative al sesso, al periodo storico, al livello di scolarità, alla collocazione geografica, all'inserimento o meno nel mondo lavorativo, ecc.
L'adolescente al centro di richieste contraddittorie
Fatte queste considerazioni, possiamo dire che, nella situazione attuale, all'adolescente sono rivolte richieste contraddittorie, come quella di comportarsi con senso di responsabilità e di fare scelte autonome mentre è in una situazione di totale dipendenza e gli vengono negati di fatto i presupposti dell'autonomia. I giovani ricevono dalla società messaggi paradossali, in quanto, a livelli diversi di comunicazione, viene loro chiesto di comportarsi contemporaneamente in modi tra loro inconciliabili: da un lato come persone indipendenti che prendono delle decisioni in modo responsabile; dall'altro, come persone i cui confini d'azione sono così ben tracciati che i giovani stessi dovrebbero fare «spontaneamente» e «volontariamente» quanto di fatto viene loro prescritto da altri. A queste due richieste contraddittorie essi reagiscono dando segni di malessere quali disadattamento, paura, senso di inadeguatezza, fino a giungere al bisogno di evasione con il ricorso all'alcool ed alle sostanze stupefacenti.
L'adolescente, trattato in talune situazioni da adulto, in altre da bambino, dipendente economicamente, affettivamente e legalmente dalla propria famiglia, può reagire assumendo atteggiamenti negativistici nei confronti del mondo degli adulti e stabilendo maggiori contatti con il mondo dei coetanei: questo è, d'altra parte, un modo per differenziarsi ed affermare la propria identità rispetto alla famiglia e alla società. Si ha così uno scontro tra generazioni, in cui è presente (e va rilevato) un lato positivo, di crescita: è difatti necessario, come affermava Carotenuto, «entrare in discussione con i valori collettivi... per rifiutarli, ma anche eventualmente per accettarli con scelta consapevole».[2] Nei casi in cui troviamo un perfetto accordo tra genitori e figli, possiamo ipotizzare che i primi, con la loro paura del nuovo e del cambiamento, impediscono in qualche modo ai secondi di crescere e di maturare. Le scelte fondamentali che il giovane nella nostra società si trova a dover compiere possono essere alla base di periodi di indecisione e di ansia, quindi di crisi; inoltre i valori della generazione precedente sono rimessi in discussione e i giovani stessi tendono a ricercarne altri, seppure in maniera confusa: la loro crisi ha perciò anche un aspetto positivo di ricerca e di analisi, a cui ci riconduce l'etimologia stessa della parola crisis, cioè giudizio, discernimento, scelta. Problema fondamentale nell'ambito di questa crisi è dare una risposta alla domanda o chi sono?» e quindi al problema dell'identità personale, cioè al bisogno di un individuo di sentirsi unico; bisogno al quale si può sopperire identificandosi con un'altra persona o con un gruppo sociale.
IL PROBLEMA DELLA FORMAZIONE DELL'IDENTITÀ SESSUALE
Uno degli aspetti caratteristici della crisi giovanile è il non riconoscersi in pieno delle giovani generazioni nei ruoli tradizionali maschile e femminile e quindi, specialmente da parte della donna, la non accettazione dello stereotipo sessuale.
In base agli stereotipi sessuali, si attribuiscono determinate caratteristiche psicologiche a tutti gli individui maschi da un lato e a tutte le femmine dall'altro. Così gli uomini vengono visti come efficienti, aggressivi, competitivi e dotati di superiorità intellettuale rispetto alle donne, che vengono invece descritte come incapaci, inferiori e sottomesse: il carattere positivo dell'immagine maschile e il carattere negativo dell'immagine femminile hanno consentito così di definire il rapporto tra i sessi come un rapporto di tipo maggioranza-minoranza. Recenti ricerche hanno rivelato come a livello scoperto ci sia stata un'evoluzione degli stereotipi sessuali maschili e femminili, mentre a livello profondo si è rimasti legati alle immagini del passato.
Mascolinità e femminilità
La psicologia a tale proposito, parlando di mascolinità e femminilità, ha inteso riferirsi non tanto o non solo ai tratti biologici legati all'anatomia, ma piuttosto alla misura in cui un individuo esprime modi di comportarsi, interessi, disposizioni e tratti di personalità ritenute tipici del sesso maschile o del sesso femminile.
Tuttavia anche la scienza, come il senso comune, ha confuso il portato della natura con quello della cultura: la psicologia differenziale ha così interpretato i dati riguardanti la differenza media tra il gruppo maschile e il gruppo femminile (esaminati nelle varie ricerche) come criterio discriminativo tra universo maschile e universo femminile.
Numerosi studi hanno però rilevato come l'adesione rigida al ruolo prescritto dallo stereotipo si accompagni spesso a tratti di disadattamento sociale: per esempio, le donne molto «femminili» sono estremamente ansiose ed hanno un basso livello di autostima, così come, dal canto loro, gli uomini molto «maschili». Anche tra i giovani si è visto che quanti aderiscono rigidamente allo stereotipo hanno un basso livello di creatività e di abilità spaziale.
Invece l'individuo psicologicamente bene adattato, che è deciso, autonomo, fiducioso nelle sue capacità, ma anche tenero, emotivo, ecc., ha contemporaneamente sia i tratti che vengono generalmente definiti come maschili, sia i tratti che vengono visti come tipicamente femminili: egli sa quindi comportarsi in maniera adeguata in situazioni diverse ed ha una grande flessibilità, disponendo di una ricca gamma di comportamenti possibili.
L'androginia psicologica
È stato così introdotto in psicologia un nuovo concetto, quello di androginia psicologica [3] , che non va confusa con la bisessualità, ma che vuole indicare la presenza in uno stesso individuo di tratti psicologici tradizionalmente considerati maschili e femminili.
Da ricerche svolte in Italia, è emerso come solo un numero limitato di adolescenti maschi e femmine presenti gli atteggiamenti stereotipici del proprio sesso. Si evidenzia tra i giovani di ambedue i sessi un'alta percentuale di androgini (quindi di soggetti con molte caratteristiche psicologiche sia maschili che femminili).
È opportuno anche notare l'andamento della variabile ansia, che risulta elevata sia nel gruppo maschile, sia nel gruppo femminile: questo può essere un indice dello stato di disagio in cui si trovano oggi i giovani. Tra le donne, le meno ansiose sono quelle che hanno assunto atteggiamenti tipici dei maschi e quindi partecipano ai vantaggi ed alla sicurezza che nella nostra società godono gli uomini. Esiste invece una conseguente correlazione positiva, per le donne, tra il livello d'ansia e il presentare atteggiamenti tipici del sesso femminile: forse è da ricollegarsi al fatto che queste donne, pur consapevoli della loro oppressione, non riescono in pratica a modificare i propri comportamenti. Diversa è la situazione per gli uomini, tra i quali proprio i soggetti che si descrivono in modo non conforme allo stereotipo maschile si trovano in una situazione di maggiore ansietà.
I giovani non si identificano più con il ruolo sessuale: non è più possibile per loro parlare di razionalità maschile e di emotività femminile; di uomini energici, egoisti, sicuri, efficienti e di donne sensibili, insicure e dipendenti. Questo naturalmente, se da una parte è un fatto da non sottovalutare perché base di possibili mutamenti, dall'altra pone ai giovani stessi problemi maggiori che in passato, soprattutto alle donne, direttamente interessate a un cambiamento e che vivono tutto questo in maniera conflittuale specialmente nel rapporto di coppia.
Tale rapporto, così come la situazione nell'ambito della famiglia, è attualmente molto negativo: non solo per l'uomo e per la donna, ma anche per lo sviluppo psicologico dei figli. Pensiamo, per esempio, all'analisi di Cooper circa il ruolo svolto dalla famiglia nel creare individui conformisti, «normali», attraverso il processo di socializzazione primaria, per cui «tirare su un bambino equivale a buttare giù una persona».[4] L'educazione sarebbe volta anzitutto a disconoscere il nostro io senza sapere più quanto del nostro comportamento derivi dal conformarsi alle aspettative altrui e quanto invece ci appartenga.
Il problema di fondo
D'altronde, come afferma Kierkegaard, all'uomo appare a volte «troppo rischioso essere se stesso, è molto più facile diventare una scimmiottata, un numero tra gli altri nella folla». [5] Ed una delle forme della disperazione, la «malattia mortale» è proprio il dimenticare di avere un lo e dimenticare quanto di divino c'è nell'uomo: l'unico modo per guarirne è diventare consapevoli della propria condizione, non ignorarla.
Possiamo dire questo anche per quanto riguarda non l'umanità in generale ma la donna in particolare: finché ignora la sua condizione di subordinazione, il disagio sarà ancora maggiore, e, se anche le sarà data una gabbia dorata in cui vivere, questo tuttavia non la farà certo esistere come persona. È necessaria la consapevolezza della propria situazione e la volontà perché si sviluppi un lo: quanto maggiore sarà lo sviluppo di queste, tanto maggiore e più ricco sarà lo sviluppo della personalità. La donna succube, conformista e che disprezza se stessa, invece, non può certamente amare gli altri, né il proprio marito né i propri figli, dal momento che «... ogni tentativo d'amare è destinato a fallire se non si cerca di sviluppare attivamente la propria personalità... ». [6]
Oggi, secondo Fromm, gran parte dell'attività delle persone è ingiustamente rivolta alla scelta dell'oggetto d'amore, non alla funzione, ossia a quella che Fromm chiama l'«arte di amare», che ha delle regole precise da apprendere e da rispettare. Le persone, in questa società in cui tutto viene scambiato secondo le regole del mercato, cercano l'oggetto più conveniente, in relazione alle loro possibilità di scambio. ' Spesso, però, sono incapaci di amare l'oggetto che hanno in questo modo scelto e di superare quindi la propria solitudine. Di qui nascono i tentativi, destinati al fallimento, di vincere il senso di isolamento con l'alcool, la droga, la ricerca spasmodica e insoddisfacente del contatto sessuale. L'attuale situazione del rapporto uomo-donna o quanto meno la relazione che si può avere tra un maschio e una femmina rigidamente legati al proprio ruolo non implica amore, ma ci fa pensare, piuttosto, a un rapporto sadomasochistico. La donna, infatti, manca nei riguardi del proprio compagno di autonomia e di responsabilità. Inoltre la sua tendenza al sacrificio per gli altri, per i suoi cari soprattutto, la porta ad annientare ed a negare totalmente la sua identità, l'integrità del suo lo, fino al punto di non avere più nulla da dare.
Spesso questa situazione porta a non rendere chiari, espliciti, i motivi di conflitto nell'ambito della coppia, e ciò risulta estremamente negativo.
È necessario però evitare di proiettare tutto il male sul maschio, sull'oppressore, evitando così di fare dell'autocritica, dal momento che la posizione dell'oppresso non è di immediata giustizia. Ben vengano perciò nelle donne, la rabbia e l'orgoglio, che per gli oppressi abituati a disprezzarsi costituiscono elementi fondamentali per lottare per un mondo più giusto, ma vengano rifiutando sempre una visione manichea di questo e tenendosi sempre pronte a rimettersi in discussione.
LA CRISI D'IDENTITÀ DELL'ADOLESCENTE DONNA
Posta di fronte al problema della propria identità, che la cultura maschile vorrebbe far coincidere con il ruolo sessuale, l'adolescente donna ha diverse possibilità di rapportarsi al ruolo femminile tradizionale: può innanzitutto rifiutarlo o accettarlo.
Il rifiuto del ruolo femminile tradizionale
Il rifiuto stesso può attuarsi in due modi: a livello inconscio e a livello conscio.
A livello inconscio la giovane può subirne conseguenze di tipo patologico. Pensiamo per esempio all'anoressia, cioè a una tale scomparsa dell'appetito che la persona dimagrisce paurosamente, la quale è accompagnata spesso dall'amenorrea, cioè la scomparsa delle mestruazioni. Nella donna anoressica possiamo osservare molto chiaramente il rifiuto del proprio corpo, che viene vissuto come il luogo in cui si attua il destino femminile.
A livello conscio il rifiuto diviene protesta ideologica. Nel caso di una famiglia che abbia una certa consapevolezza dei problemi attuali oppure nelle famiglie in cui ci si aspettava un maschio ed è invece nata una femmina, si richiede alla giovane qualcosa di diverso dall'adesione al ruolo femminile tradizionale: le attese dell'ambiente sociale, parzialmente in contraddizione con quelle presenti nell'ambiente familiare, vengono rifiutate ma in modo non ancora abbastanza completo e personale. La protesta, se non è il frutto di un'acquisita maturità dell'io e viene imposta dal super-io, si trasforma in una sterile competizione con il maschio che rimane sempre il modello da copiare. Ci possiamo così trovare di fronte a personalità non serene, non a largo agio, immature e aggressive.
L'accettazione del ruolo femminile tradizionale
L'accettazione del ruolo tradizionale può avvenire in due modi.
Si osservano in primo luogo, casi di personalità tendenti alla depressione, in cui i compiti di moglie, madre, casalinga vengono vissuti con un lacerante senso di incapacità e inadeguatezza. Si tratta di donne apparentemente soddisfatte che in realtà sono sempre a disagio, sempre in ansia; tendono a sottovalutarsi e, se anche apparentemente accettano un determinato ruolo, in realtà vivono la loro situazione con grave sofferenza. Abbiamo così lo svilupparsi di diverse, tipiche forme di patologia: cefalee, gastriti, eczemi, forme asmatiche, ecc.
Si possono anche osservare, in secondo luogo, casi in cui il ruolo tradizionale viene vissuto senza conflitti, perché egosintonico. Si tratta di donne che hanno accettato serenamente un certo ruolo ed hanno sviluppato così solo una parte della loro personalità, senza tuttavia che questo provochi gravi crisi. L'identificazione con il ruolo femminile può avvenire in due direzioni, entrambe passivamente vissute: o nella linea dell'Eros (donne tese alla conquista dell'uomo, del quale vogliono essere l'oggetto sessuale), o nella linea della maternità (donne i cui bisogni narcisistici si realizzano attraverso la maternità, con la rinuncia alla componente erotica della sessualità, tanto che anche verso il partner assumono un atteggiamento materno).
Andare al di là dello stereotipo
Solò un numero ristretto di donne attualmente riesce, oltre che a rifiutare lo stereotipo, ad attuare anche un recupero della propria individualità e a realizzarsi secondo questa. Soprattutto le giovani che sono impegnate in questo cammino verso l'autonomia sono consapevoli che la diversità femminile non va più intesa come mancanze e menomazione, bensì come potenzialità e ricchezze che possono trasformare l'intera società, dandole un volto più umano in cui il rispetto, la gratuità, il servizio, la gioia, siano dimensioni del vivere sociale, non più limitate al privato quotidiano della donna.
Tali donne, non volendo più accettare «concessioni» da parte dell'uomo, consapevoli del proprio essere soggetti espropriati della propria sessualità. Lottano per la riappropriazione del proprio corpo, per la costruzione della propria identità e della propria storia, del patrimonio di valori femminili, del sapere che si è sviluppato nell'esperienza quotidiana nel corso dei secoli, della sorellanza e della solidarietà che tanto peso hanno avuto nella vita della donna.
D'altra parte, la semplice imitazione del maschio porterebbe solo ad una disumanizzazione della società ed alla creazione di un sistema tutto dominato da efficientismo e aggressività.
È necessario quindi che dalla psicostoria delle donne affiorino i contenuti inconsci e si tenga conto di un pensiero femminile sviluppatosi in stretto rapporto con la pratica: un pensiero affettivo-emotivo in quanto sviluppatosi da motivazioni inconsce, represse dalla cultura dominante, che si dimostra più profondo e comprensivo di quello maschile. [7]
Bisogna dunque mettere in discussione lo stereotipo che vede la donna, naturalmente, per ragioni biologiche, sottomessa, dipendente, incapace e la inchioda al ruolo di casalinga o di casalinga-lavoratrice, sempre subordinata all'uomo. Il ruolo svolto dalla donna, frutto di secoli di sottomissione e di dipendenza, è stato finora scambiato per qualcosa di immodificabile, in quanto legato alla «natura» femminile ed alla sua stessa conformazione biologica. Anche nei casi in cui si riconosce a parole l'uguaglianza tra i sessi, nella prassi tutto è immutato: è ovvio che in famiglia la donna si sacrifichi per il marito e i figli; è ovvio che gravino in misura quantomeno maggiore su di lei i lavori domestici come la cura dei bambini. Quello che tutti riconoscono per la donna essere un dovere (occuparsi della casa e dei figli, sacrificando il lavoro extradomestico come anche qualunque interesse personale) per l'uomo non lo è: anzi, qualora quest'ultimo dedichi parte del proprio tempo ad attività «femminili», sente di avere diritto all'eterna riconoscenza e gratitudine della propria compagna. Abbiamo così una schizofrenia negli atteggiamenti degli uomini verso le donne e delle donne verso se stesse ed una scissione tra la teoria e la prassi che accresce le difficoltà femminili. La donna, rispetto al passato, è bombardata da richieste contraddittorie e, qualunque sia la scelta che compie, se di scelta vogliamo parlare (di dedicarsi tutta alla casa o di lavorare anche all'esterno) si vede sempre criticata e svalutata. Come afferma la Bruzzichelli:[8] «Quello che all'uomo costa 2 alla donna costa 10: affermarsi, far riconoscere le proprie capacità, interessare gli altri alle proprie attività, poter parlare in nome delle cose che fa, ecc. E, anche quando capacità, preparazione, ecc., fossero riconosciute, a lei non è possibile andare oltre quel gradino della scala in ascesa». L'autrice nota inoltre che, anche nelle organizzazioni politiche giovanili ed anche nella sinistra, il ruolo di dirigere e di pensare spetta ai «compagni», non alle donne.
Il disagio delle adolescenti
L'adolescente in genere è consapevole di questa situazione e sente maggiormente il disagio e le contraddizioni, rispetto alle donne di età più elevata. Per esempio, alcune ricerche sull'atteggiamento verso la subordinazione della donna hanno mostrato come l'età influisca su questo in modo differenziato e significativo: nel confronto infatti tra madri e figlie, le prime rivelano un atteggiamento più tradizionalista e conservatore. Le figlie, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare secondo talune teorie che vedono la donna come colei che trasmette norme di comportamento conservatrici in seno alla famiglia, non hanno assorbito in pieno la mentalità conservatrice delle madri. Le giovani inoltre sono meno rigide, più tolleranti, più indipendenti, meno dogmatiche e con interessi più vasti delle madri. Questo porterebbe a concludere che modificazioni socioculturali sono alla base di mutamenti nella personalità della maggior parte delle adolescenti, rendendo lo stereotipo femminile sempre meno aderente alla realtà.
In molte donne esiste però, ancor oggi, una netta separazione tra il livello cognitivo, conscio, per cui esprimono idee favorevoli alla emancipazione femminile, e quello affettivo-emotivo inconscio, da cui emergono contraddizioni profonde: l'angoscia legata alla propria condizione si può così manifestare con fobie o con sintomi psicosomatici.
CONCLUSIONI
La polarizzazione delle caratteristiche maschili e femminili ha costretto gli individui di entrambi i sessi a rimuovere tutti gli aspetti controsessuali che comunque fanno parte della loro natura. Questo porta all'insoddisfazione ed anche all'aggressività soprattutto sul piano collettivo. In questo senso la liberazione della donna è liberazione anche dell'uomo, soprattutto se le donne si faranno, come afferma la Ruether, «portavoce di una nuova umanità che nasca dalla riconciliazione tra spirito e corpo». [9]
In pratica il contributo femminile può essere quello di farsi portatrici di un nuovo stile di vita basato sulla cooperazione, sulla reciprocità, cercando di portare avanti il discorso della riconciliazione tra spirito e corpo, tentando di cambiare il rapporto con il lavoro e con la natura (pensiamo al legame tra movimento femminista e problematiche ecologiche), per dar vita ad una società basata non sulla competizione ma su valori comunitari.
D'altronde, come nota la Gianini Belotti «la mutilazione» a cui dà luogo una educazione differenziata ed un'imposizione rigida di ruoli è «catastrofica» per uomini e donne, per cui «nessuno può dire quante energie, quante qualità vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini di ambo i sessi negli schemi di condotta maschile e femminile, così come sono concepiti dalla nostra cultura, nessuno ci saprà mai dire cosa avrebbe potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso».[10]
NOTE
[1] E.H. Erikson, Infanzia e società, Armando, Milano, 1975.
[2] A. Carotenuto, Il labirinto verticale, Astrolabio. Roma, 1981, p. 80.
[3] C. Del Miglio, L. Fedeli (a cura di), Il problema donna, Città Nuova, Roma, 1980.
[4] D. Cooper, La morte della famiglia, Einaudi, Torino, 1972, p. 15.
[5] S.A. Kierkegaard, La malattia mortale, Newton Compton, Roma, 1976, p. 29.
[6] E. Fromm, L'arte d'amare, Mondadori, 1968. p. 7.
[7] L. Fedeli, Mondo 3 femminile. Crisi d'identità e scienza della donna, Bulzoni, Roma, 1982.
[8] P. Bruzzichelli e M. Algini, Donna, cultura e tradizione, Mazzotta, Milano, 1976, p. 27
[9] R. Ruether, Per una teologia della liberazione della donna, del corpo, della natura, Queriniana, Brescia, 1976, p.150.
[10] E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano, p. 9.















































