(NPG 1990-05-64)
Spesso l'opinione pubblica, di fronte a problemi complessi, cerca il criterio di giudizio più semplificato, quasi a garantirsi almeno un po' di minimale chiarezza.
Sta avvenendo qualcosa di simile sui problemi dell'immigrazione, dei lavoratori stranieri in Italia, della gente di colore e «vu cumprà». Sono problemi di complessità enorme legati all'intreccio di innumerevoli motivazioni e meccanismi di carattere economico, demografico, sociale e politico.
Eppure tutti li viviamo sotto il segno di «razzismo sí e razzismo no». È l'abituale modo di dividerci, senza prenderci la responsabilità di andare in profondità, almeno per capire le basi culturali del disagio che avvertiamo. La formazione di una società multirazziale o l'arroccamento (più o meno «razzistico») in difesa dell'esistente sono nei fatti due scelte culturali e bisogna andare in profondità per capire i riferimenti valoriali su cui esse possono essere più o meno consapevolmente compiute.
Mi sarà permessa l'ipotesi, molto radicale, che in proposito ci sia un solo riferimento valoriale: l'accettazione o il rifiuto della «diversità» nell'evoluzione dei comportamenti collettivi. È questo il tema di fondo di oggi e non c'è bisogno di essere profeti per capire che sul tema si sta formando un grande fronte di contraddizione fra mondo cattolico e realtà sociale italiana.
Nel prossimo futuro infatti la dialettica sociale ruoterà sul problema dell'accettazione o del rifiuto dei tanti portatori di diversità con cui questo Paese si trova a dover vivere: gli immigrati, la gente di colore in particolare, i portatori di handicap, i tossicodipendenti, i malati di Aids, i barboni, gli anziani soli ed estraniati dalla vita quotidiana; tutti coloro cioè che non possono e non vogliono essere partecipi della crescita economica e dei meccanismi (di iniziativa e di competitività) che la determinano.
Perché noi italiani in genere non amiamo la diversità, la consideriamo anzi con sospetto e riprovazione? E perché vestiamo questa resistenza con spiegazioni tutte diverse (una per gli immigrati, una per i tossicodipendenti, ecc.) e quindi sfuggenti ad una pur necessaria interpretazione unitaria?
La possibile spiegazione è che la paura della diversità è in fondo la paura dell'altro, la paura che la propria identità risulti fragile di fronte all'altro.
L'altro ci mette sempre in crisi, quando non riusciamo ad appiattirlo alle nostre idee, ai nostri affetti, alle nostre concezioni di vita e di valori; l'altro che non incapsuliamo in noi, l'altro che resta (e giustamente) altro, diventa un potenziale nemico. Se lui non cambia per diventare simile a me, c'è il pericolo che cambi io nel rapporto con lui, c'è il rischio che si incrini la mia identità, quel che sono e voglio essere (o credo di essere).
È questo il groviglio che sta sotto tutti i rifiuti della diversità.
Se non accettiamo con serenità che il nostro coniuge sia diverso, altro da noi, ma cerchiamo di incapsularlo in noi, dietro l'angolo c'è la paura di perdere la propria identità, il conflitto coniugale, anche il rifiuto del coniuge.
Se non accettiamo che l'immigrato di colore sia diverso, altro da noi, dietro l'angolo c'è la paura di un miscuglio umano non controllabile, il rifiuto dell'immigrato, il razzismo piú o meno velato.
Addirittura nella Chiesa, se non accettiamo che l'appartenente ad un'associazione o a un movimento diversi dal nostro sia diverso, altro da noi come esperienza religiosa, dietro l'angolo c'è l'enfasi della propria identità ed appartenenza, c'è il rifiuto del dialogo, il settarismo.
Gli esempi potrebbero continuare, ma possono bastare questi tre per capire che la diversità dell'altro è la nostra grande paura, quale che sia l'ambito sociale in cui essa scatta.
F. Girard, il grande antropologo giudaico-cristiano, ci ha spiegato in quale profondità del tempo è nata l'archetipica paura del diverso, dell'altro: nella convinzione dei primitivi di essere tutti eguali e che i diversi erano la fonte di ogni sventura, tanto che li si sacrificava, prima di arrivare a trasporre il sacrificio su un capro «espiatorio».
E quanti sono oggi, nella nostra società, i capri espiatori dei nostri rancori e disagi personali, coniugali, urbani, religiosi?
Del resto non si tratta solo di una permanenza di un grande archetipo culturale; nella paura della diversità e dell'altro c'è anche il riscontro di un fattore molto più attuale, quello della forte soggettività che ha caratterizzato. In una società in cui tutto è diventato soggettivo (il lavoro, lo svago, le norme, il peccato, ecc.) e che è quindi sotto il segno di «tutto è mio» (il corpo, il coniuge, il tempo, la vita, ecc.) è molto difficile uscire da se stessi per accettare l'altro, per andare incontroall'altro, per «ricominciare dal tu». Si preferisce la propria identità chiusa, spesso anche egoistica.
I cattolici italiani cominciano però a sentirsi stretti in questa duplice prigionia (archetipica e moderna) nella paura della diversità, pur sapendo che con ciò entrano in rotta di collisione con emozioni profonde della nostra società.
Essi prendono posizione (e spesso anche impegni diretti) in favore dell'immigrato, del «negro», del malato di Aids, del tossicodipendente, dell'handicappato, del barbone, del depresso o malato mentale, dell'altro nelle sue varie forme, nelle sue varie incarnazioni.
Forse cominciano a capire, con Lévinas, che «il volto di Dio comincia dal volto dell'altro»; e con fatica vanno verso gli altri, verso la diversità degli altri.
Non è detto, anzi c'è da temere il contrario, che essi abbiano grande successo di pubblico. Ma su questa pietra di contraddizione non si può rinunciare a testimoniare, anche con il rischio dell'impopolarità.
(Giuseppe De Rita, Avvenire, 15 marzo 1990)















































