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    Preti giovani e PG /1. La situazione



    (NPG 2004-02-5)


    L’idea di questo dossier (già altre volte nel passato avevamo comunque riflettuto sulla figura del prete in PG, cf il dossier “Preti e laici nella pastorale giovanile”, 2/1986) è venuta più per un informale scambio di considerazioni e di timori tra i membri della redazione, che per un discorso programmato. E cioè l’osservazione che non sono più moltissimi i preti giovani, quelli usciti dai seminari e dai corsi istituzionali di teologia, che hanno voglia di entrare subito nel campo di lavoro, soprattutto giovanile, e quindi negli oratori o per la catechesi dei ragazzi-giovani, o nell’ambito dell’insegnamento scolastico della religione. Sembra in effetti che la “vocazione” del prete, anche di quello giovane, sia rivolta maggiormente o al proseguimento degli studi (licenze, dottorati... nelle varie specializzazioni offerte dalle varie Facoltà e Università) o verso ambiti di impegno non a contatto immediato con i giovani. Tendenza notata anche da chi, nei seminari, è chiamato (magari in tempi impossibili) a proporre qualche corso di pastorale giovanile, quasi un’infarinatura per l’anno di pastorale nel caso in cui...
    È questa un’osservazione, fatta a volte con rammarico, a volte con rassegnazione, che nulla toglie ai tanti preti giovani che si dedicano ai giovani, e come!, e trovano anzi quasi connaturale con il loro ministero e la loro età entrare in contatto apostolico con tali destinatari, quasi una specie di affinità elettiva.
    Le stesse testimonianze riportate nel dossier che segue sono solo alcune delle tante che avremmo potuto chiedere e ottenere. Ma è una punta dell’iceberg, rispetto al sommerso? L’idea di molti in redazione è questa, senza ovviamente giudicare nessuno.
    Il problema che ci siamo posti (più che legittimo, ovviamente, e che interessa moltissimo la PG) è se è vero che c’è questa disaffezione da parte dei preti giovani (di coloro cioè che per età sono in genere pensati come i più naturali destinati al mondo giovanile) verso i giovani stessi, in riferimento al loro ministero. E se c’è, per quale motivo. Questa domanda ne richiama probabilmente un’altra altrettanto significativa e preoccupante: c’è disaffezione, incomprensione, distacco (e per quale motivo) rispetto alle tematiche educative, pedagogiche, che sono la via lunga attraverso cui il giovane diventa cristiano, in favore di vie più brevi, più dirette, più “sacrali”?
    In effetti non è difficile leggere questa diffidenza (o perlomeno una critica o un grosso interrogativo) in tante frasi, ripetute come slogan, che preti di primo pelo, freschi di studio di seminario e di fervore evangelizzatore, ripetono: “I giovani hanno bisogno di Cristo, di un annuncio di verità. Basta vedere quanto il papa sa attrarre. I giovani vogliono sentirsi dire le parole schiette e impegnative del vangelo, e basta. Il resto è far perdere loro tempo e far perdere di vista gli obiettivi veri...”. Sia ben chiaro, lo diciamo con rispetto, non con aria saccente di sufficienza. Tutta la comunità cristiana si sente veramente impegnata a portare i giovani a Cristo e Cristo ai giovani, ne va della loro vita e felicità, oltre che della loro salvezza! Ma su questo è poi facile quasi “scontrarsi”, comunque non capirsi e trovare difficile il dialogo anche all’interno delle stesse comunità ecclesiale o tra preti stessi.
    Riflessioni sparse di questo genere si sono poi incontrate con i dati presentati da una ricerca pubblicata da poco, edita dal Mulino (“Sfide per la Chiesa del nuovo secolo”), dove viene anche ampiamente esaminata la figura del prete, nel generale contesto di invecchiamento del clero in Italia, nella sua “identità” personale e sociale, nel suo “posizionamento” rispetto all’istituzione che rappresenta, nelle sue scelte pastorali, nella sua relazione con la parrocchia.
    Non vogliamo riprendere qui i tratti relativi ai preti giovani rispetto ai temi indicati, quanto piuttosto rispetto al tema che ci interessa in questo dossier, la relazione “privilegiata” con i giovani, per verificare se le impressioni dei nostri amici sono o meno confermate a livello di indagine sociale.
    Ora, dai vari contributi della ricerca sembra tendenzialmente emergere una posizione leggermente divergente, nel senso proprio di un’identità, formazione, campo di azione, scelte e metodologie pastorali... da parte dei preti giovani in favore dei o con molta vicinanza ai giovani stessi e alle tematiche educative.
    Non si può ovviamente generalizzare, e in effetti questo è solo il dato finale di un’analisi più approfondita che parla di una nuova identità del prete giovane, figlio ormai maturo di una matura teologia postconciliare, proveniente da ambienti e da una formazione che ha già fatto i conti con la modernità, dove le parole cultura, territorio, dialogo, scienze umane sono diventate punti chiave nello stesso studio teologico, dove il modello di realizzazione di chiesa è più ampio che quello legato all’immagine della parrocchia e l’azione pastorale oltre la catechesi e la sacramentalizzazione, dove gli stessi ambiti di lavoro si sono diversificati pur all’interno di un bisogno di pastorale di insieme, dove le domande e i problemi della gente (e dei giovani) fanno breccia su posizioni monolitiche in campo di dogma ed etica.
    Certo, è sempre in agguato una svolta spiritualistica, ma questa dalla ricerca non sembra pioritaria, o è molto legata alle diverse appartenenze (e provenienze) dei giovane prete.
    La situazione globale dunque non è chiarissima. Il dossier che segue non intende decidere, ma solo, a partire da alcuni dati rilevanti (le nuove risorse giovani), riflettere sulla stessa pastorale giovanile e spezzare una lancia in favore di una formazione pastorale solida, progettata, programmata, sperimentata. È forse dunque soltanto un’occasione in più per parlare di giovani, di preti, di educazione, di fede. In una parola, di pastorale giovanile.
    Esso è diviso in due parti, per questo e il prossimo mese.
    In questo primo dossier diamo la voce ai protagonisti, che pur invitati con domande specifiche e forse già un pochino “tendenziose”, mostrano una visione più complessa del tema e allargano il discorso a riflessioni su nuovi modelli di prete e di chiesa (e di pastorale), oltre che sulla stessa loro formazione.
    Le voci sono dei giovani (i primi tre articoli), di giovani preti (in esperienza pastorale, e alcuni nella loro seconda fase formativa, di università romane) e quella di un prete anziano che ricorda, sogna, confronta.
    Il secondo dossier sarà la ripresa tematica di alcuni temi, e soprattutto la presentazione di un nuovo modello formativo (nei seminari) per un diritto di cittadinanza attiva per la pastorale giovanile.


    “NEANCHE UN PRETE...”. ATTESE, DESIDERI, DELUSIONE
    Gianmarco Proietti

    Finalmente uno di noi

    Se dovessimo riassumere in un titolo di sommario il sentimento più diffuso tra i giovani quando un sacerdote fresco di studi viene mandato come pastore in una comunità, quello forse più adatto sarebbe proprio: Finalmente uno di noi!
    L’affermazione appare molto semplice nel pronunciarla e nell’ascoltarla, ma non è così.
    Finalmente è l’avverbio, la parola che inquadra il tempo ma anche la modalità…
    Cosa vorrà dire? Forse il sacerdote giovane viene mandato per ultimo in quella comunità, in cui altri più maturi non sono riusciti a integrarsi? Forse il prete giovane è l’ultimo dei preti giovani, considerata la poca frequentazione dei seminari e dei noviziati? O forse è l’ultima possibilità, l’ultimo investimento umano in un’opera destinata alla chiusura, come dire: dopo di lui… più nulla?
    Non possiamo dare una risposta esauriente al dubbio, ma finalmente lui è qui…
    Il sacerdote giovane è arrivato, quello già conosciuto d’estate, l’anno scorso, durante il suo tirocinio; è arrivato, quello bello, quello che capisce, quello con cui le ragazze si confidano, quello con cui sarà tutto più semplice. Dopo anni di incomprensioni, dopo anni di silenzi, si può tornare a sperare. Sarà bello trovare chi ascolta, perché c’è voglia di parlare, di confrontarsi. Finalmente un compagno di viaggio, uno che non dice cosa fare, ma lo fa con te, finalmente la condivisione si fa reale, concreta, non è solo un invito da catechismo. Finalmente un amico e non un altro professore.

    Uno

    È giovane, in una parrocchia in cui ci sono tanti anziani, è giovane con gli altri preti molto più maturi di lui, è giovane senza più il contatto diretto con i suoi compagni di studi, è uno!
    È solo… rientrato in un mondo che ama ma che non conosce più. Uno solo, sradicato da un contesto e impiantato in un altro in cui spesso fa fatica a riconoscersi.
    Dove sono i suoi ritmi di studente? Qui tutto è veloce, frenetico! Non c’è più il tempo per leggere, per pregare, per approfondire, per parlare, per quella vita che sembrava aver scelto. È come il suono di una campana squilibrata, con un rintocco soltanto: Don vieni qui… Don vieni con noi… Don dove sei…. Don il pallone… Don vorrei parlarti… Don vieni al gruppo… Don il telefono… Don mandami una e-mail… Don… Don… Don…
    Il desiderio, allora, di fuggire è comprensibile e giustificabile. Tra le tante voci di chi chiede, spera, aspetta, lui è uno, solo, che non sa se può farcela.

    Di noi

    È uno di noi? Il suo quotidiano comportarsi sembra essere diverso da quando, adolescenti, andavamo insieme in oratorio, differente. Come spesso accade, questa differenza sembra essere un ostacolo, un muro, eretto in questi anni in cui non ci siamo più incontrati.
    Vieni con noi al cinema? Vieni con noi a ballare? Vieni con noi a mangiare una pizza? Vieni con noi alle riunioni di partito? Vieni con noi a fumare? Vieni con noi al baretto?
    Uno di noi, è uno che fa le cose che facciamo noi… ma lui non le fa più. È diverso da come era un tempo, è diverso da come mi sembrava al campo estivo, è diverso giorno per giorno. Mi può capire se non gli piacciono più i miei passatempi, se non ride più delle cose di cui rido io?
    Pensavamo alla condivisione, alla comunione integrale, all’umanizzazione della relazione, e invece il distacco è palese, la diversità un ostacolo, è chiaro che quel giovane prete è uno tra noi, e non uno di noi!
    Un altro che viene ad insegnare, perché lui ne sa di più, un altro che viene a predicare perché noi non siamo educati…
    E così saremo compresi quando potremo dire: che bravo che era quello di prima…
    E così avremo ancor speranze, perché anche l’avverbio iniziale, quel “finalmente”, non avrà più senso, perché avremo bisogno di un altro dopo di lui che verrà ad essere “finalmente uno di noi”!

    Eppure basterebbe poco…

    Il coraggio che ha avuto quel giovane prete a scegliere una via difficile e solitaria, è il suo dono alla comunità, la sua vita.
    Lasciarsi andare per comprendere la differenza da una parte, capirla e apprezzarla, e dall’altra accettare e vedere nella quotidianità della vita la realizzazione della propria vocazione di servizio e preghiera. Le risate, le cene, le chiacchierate, l’essere uomo vero è la realizzazione completa del suo servizio.
    “… perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo…”.
    È affascinante pensare l’entusiasmo con cui i giovani accolgono Giovanni Paolo II. Sarà perché è il papa, ma non così tanti giovani sono soggetti al fascino dell’autorità… Sarà perché c’è l’azione dello Spirito Santo, su cui non dubitiamo.
    Eppure c’è un altro aspetto, un’altra altra attenzione da avere, senza cedere alla tentazione di fare “sociologia”.
    Il papa sa che i giovani vogliono amare, vogliono donare il loro entusiasmo, la loro voglia di vivere, la loro allegria, e il papa si è lasciato amare. Lo si legge nei suoi discorsi ai giovani: “Voi non vi rassegnerete!”. Non è un invito, non è un augurio, è un’incrollabile certezza.
    C’è fiducia, c’è apertura, c’è coraggio, c’è la condivisione di una vita!
    Gli uomini di chiesa, qualunque età essi abbiano, devono, se vogliono relazionarsi con i giovani, lasciarsi amare, aprirsi e mostrarsi uomini, con i loro difetti, le loro mancanze e le loro affascinanti qualità, le loro differenze, sempre ricchezza per una comunità sana.
    E un giovane non deve rassegnarsi. La rassegnazione è anche il credere che “uno di noi” possa essere eroe e salvatore, mentre una comunità vera non ha bisogno di eroi, non ha bisogno di protagonisti, non accetta primi attori, ma guide e pastori, uomini tra uomini, insieme “nel mondo”.

    TRE INDIZI FANNO UNA PROVA? LETTERA-CONFESSIONE
    Anna Maria Maffi

    Caro Giancarlo,
    quando ho letto la tua richiesta, non ho potuto fare a meno di sorridere; è stato uno di quei momenti in cui si verificano quelle strane coincidenze che ormai ho imparato a riconoscere come tutto tranne che coincidenze! Infatti, negli ultimi tempi, il tema del tuo dossier ha bussato più volte alla mia porta attraverso forme diverse; te le racconto sperando che possano essere utili al tuo lavoro.
    Dapprima ha fatto capolino, attraverso la forma di una e-mail proveniente da un “vecchio compagno di battaglie oratoriane”; sai, uno di quei tanti giovani laici intorno ai trent’anni che sono cresciuti in oratorio con la convinzione che fare il catechista sia la cosa più “forte” del mondo (e che i parrocchiani additano a preti repressi!). Mi scriveva per chiedermi se, dall’alto della mia “esperienza” potevo indicargli il nome di un giovane prete, “magari un salesiano…” che avesse voglia di impegnarsi con un gruppo di giovani allievi catechisti, intorno ai 18 anni. Contattato telefonicamente per avere qualche lume, mi ha spiegato le ragioni della richiesta: “Perché, sai… il parroco è troppo preso, il viceparroco è troppo “rigido” e poi è nuovo e ha una serie di problemi di adattamento alla nuova parrocchia… ha bisogno di tempo… Ma poi ti devo confessare, che quando mi ha detto che lui lavorava in ufficio e non aveva la testa per stare dietro ai ragazzi d’oggi, mi sono cadute le braccia. Non so se era più la rabbia, pensando al fatto che anche io lavoro in ufficio eppure la “testa me la faccio venire ugualmente”, o lo scoramento al pensiero che se non ce la fa un prete giovane a stare con i ragazzi, chi mai potrà stare con loro?… Forse un salesiano… del resto è il loro carisma, no?”….
    Poi è venuta una cena a casa di amici, tra i presenti un giovane sacerdote, ormai ex sacerdote, che ora sta cercando di ricostruirsi una vita da laico, portando con sé, da un lato, una profonda nostalgia per il mandato a cui si era consacrato e, dall’altro, un totale rifiuto alla prospettiva di viverlo all’interno di una Diocesi i cui responsabili sembrano interessati ad una gestione più manageriale che pastorale del proprio territorio di missione e dei propri giovani ministri… Una volta saputo della tua richiesta l’ho ricontattato e mi ha inviato questo contributo:

    Dai giovani, i giovani preti dei giovani
    Marco Vitale

    La pastorale giovanile sta divenendo una sfida sempre più insidiosa per la comunità ecclesiale, a tutti i livelli: parrocchiale, zonale, diocesano, congregazioni religiose. Si moltiplicano le attività per i giovani, aumenta l’impegno per gli operatori, ma i risultati – generalmente – sono sempre poco brillanti.
    Analizzare puntualmente i risultati, con onestà intellettuale, permetterebbe di evidenziare un punto fermo: proseguendo su questa linea non si va oltre gli attuali traguardi raggiunti! Si capirebbe che l’insuccesso è imputabile sostanzialmente a problemi intra-ecclesiali.
    Ovviamente non è questo il luogo più adatto per svolgere questa complessa analisi, ma ad un aspetto di essa possiamo accennare: la realtà del giovane prete nella pastorale giovanile. E per giovane prete intendo il prete “under-30” e non quello ordinato da sei mesi ma a 54 anni.
    Il giovane prete è quel giovane al quale la Chiesa, riconoscendo in lui i segni della vocazione al sacerdozio, lo ordina per il ministero dopo adeguata formazione e discernimento. Il giovane prete è quello con tutti i pregi e i limiti dei suoi coetanei: instabile, fragile, pieno di entusiasmo, altruista; è figlio di quella stessa società a cui è mandato ad annunciare il Vangelo.
    Credo sia proprio questo il profilo del prete che possa evangelizzare in modo radicale i giovani a cui è mandato come pastore. Deve essere un prete che ancora si ricordi dei danni fatti in oratorio da adolescente, delle passioni e dei dolori vissuti con i propri amici e amiche sul muretto della parrocchia, delle confidenze fatte al proprio prete. Esperienze forti e attuali. La pastorale giovanile va fatta con il cuore, con l’impeto di chi per amore del Vangelo decide di lanciarsi in mezzo ai propri coetanei, per crescere insieme con loro nell’esperienza ecclesiale. Solo con questo stile il giovane si lascia coinvolgere, perché il giovane prete non viene percepito come un assoluto-altro da lui (= un “professionista della sacrestia” persino simpatico!) ma in parte gli è addirittura simile, è causa di curiosità, di bisogno di confronto.
    In seminario, il “discernimento” sulla vocazione al sacerdozio deve comprendere anche l’individuazione dell’ambito più idoneo dove svolgere il ministero: non tutti i giovani candidati devono essere ordinati obbligatoriamente (anche in tempo di carestia di vocazioni!) e non tutti i giovani preti devono fare i vicari parrocchiali e non tutti i vicari parrocchiali devono occuparsi di pastorale giovanile! Occorre avere la Sapienza dello Spirito per discernere e per evitare disastri troppo spesso prevedibili.
    Sono convinto che il binomio “discernimento” (in senso ampio) e “formazione” (in seminario e permanente) rappresenti una della chiavi di successo per entrare nella pastorale giovanile in modo vincente.
    La “formazione” degli anni del seminario deve essere attenta non solo a fare tutto quanto previsto dalle indicazioni delle Congregazioni vaticane, ma deve far sì che il giovane prete sia un “professionista di umanità”. Questo significa che accanto ad Aristotele, Von Balthasar, al Codex Iuris Canonici, al latino e al greco ci sia uno spazio qualificato per studiare quelle scienze che insegnano a gestire le dinamiche di un gruppo, a relazionarsi all’altro con empatia, a gestire un progetto con spirito di corresponsabilità, a gestire le proprie emozioni e stati d’animo.
    E dopo tanto studio? Non finisce qui! Occorre far vivere esperienze, studiate in un progetto educativo mirato al futuro giovane prete: le più diverse, in ogni ambiente, con ogni tipo di persona. Esperienze ideate non per “tappare” le esigenze delle parrocchie o della diocesi ma per il primario bene del seminarista e quindi di tutta la Chiesa in futuro.
    Dopo sei, sette o forse anche otto anni, dovremmo avere un giovane che possieda almeno gli strumenti per essere un “professionista di umanità” illuminato dal vangelo e capace di capire che il suo target è il popolo di Dio, la sua mission è l’evangelizzazione, la sua redemption è quella che Dio vorrà!
    In questo nuovo tipo di contesto ovviamente dovrebbero assumere una valenza nuova la figura del formatore in seminario e della formazione permanente del clero.
    Alla prossima…

    A seguire, il racconto di un episodio che mi è sembrato ai confini della realtà: una ragazza, mandata dal proprio parroco alla ricerca di una guida spirituale più in sintonia con i giovani, trova un giovane sacerdote che la rimanda dal suo catechista perché le insegni a fare un vero esame di coscienza prima di tornare a parlare con lui. “A parte che mi sono sentita subito a disagio perché voleva subito che mi confessassi e io non sapevo cosa dirgli, visto che era la prima volta che lo vedevo. C’ero andata su consiglio di un’amica che si era trovata bene con lui, così avevo preso un appuntamento. Aveva fretta, non so che cosa dovesse fare dopo, ed un telefonino che ha ben pensato di interrompere l’inizio del nostro incontro con una suoneria di Mozart. Si è scusato, l’ha spento, ma io mi sono chiusa, mi sono sentita davanti ad un estraneo, lontano da me… Dopo qualche invito a parlare, mi ha detto quella cosa dell’esame di coscienza e me ne sono andata con un sospiro di sollievo e una domanda: magari non era la persona adatta a me, o viceversa, ma davvero non era riuscito a trovare niente altro di meglio da dirmi?”.
    E ancora, come saprai, sono anni che opero all’interno del C.O.R. di Roma e spesso mi occupo della formazione dei giovani che aspirano a diventare animatori in oratorio. Durante un convegno, mi sono confrontata con una trentina di giovani, sulla loro partecipazione alla vita della comunità parrocchiale. Parlando della Messa, molti si sono riconosciuti nella figura del giovane che vi prende parte senza accostarsi all’Eucaristia. Il motivo è comune: troppo tempo dall’ultima confessione! Alcuni ammettono una certa pigrizia, orgoglio e pregiudizio, ma al contempo raccontano le esperienze di confessioni take-away, prive di dialogo, l’imbarazzo nell’aprire il cuore davanti al prete che ti ha visto crescere e che conosce benissimo i tuoi genitori, sono il substrato su cui è cresciuta l’assoluta determinazione a non mettere la propria vita spirituale nelle mani di sacerdoti da cui non si sentono ascoltati, ma giudicati. “A volte mi sento carne da macello, sempre a disposizione per coprire un gruppo della sacramentale, o per spostare 200 sedie dal salone, ma poi quando chiedo un po’ di tempo per me, per parlare di me, della mia vita e del mondo… è tanto se ricevo un invito a pregare in cappellina!” … “Eppoi il prete deve essere prete, capisco che faccia il giovane, capisco che venga al pub, fumi, beva e canti al Karaoke; capisco che vada pazzo per Renato Zero (oddio, questo non lo capisco tanto!), capisco che ti mandi a quel paese di brutto quando gli entri duro a calcetto, che faccia la Maria De Filippi della situazione facendosi raccontare storie e storielle di vita di noi ragazzi, ma poi ci sono quei momenti in cui fai le domande importanti… Il senso di tutto questo… Il senso della mia vita… Cosa vuol dire amare davvero… e lì non trovo una persona, ma un ripetitore di pagine di Bibbia o di vita di Santi che si facevano le mie stesse domande, come se ci fosse una risposta prestampata ad ogni domanda. Ed io non ho bisogno di un prete così, non ci faccio niente…”. Non mancano però anche esperienze positive, anche se il più delle volte coinvolgono sacerdoti provenienti da qualche ordine (i salesiani, i gesuiti, i francescani sono quelli che vanno per la maggiore): “Stavo uno straccio, i soliti casini di vita & parrocchia, poi un giorno che mi è saltata una lezione sono entrata nella cappella universitaria, mentre c’era una specie di incontro ed un giovane “padre gesuita” che raccontava la vita di Giacobbe, chiamandolo “Er mejo fico der bigonzo”, mi si è accesa una lampadina e ho deciso che dovevo parlare con quel tipo e così ho trovato il mio distributore di “carburante spirituale” quando la vita parrocchiale mi lascia a secco!” ... “Vado ogni tre mesi ad Assisi, non ho un interlocutore fisso, ma quando ne ho bisogno so che lì ritrovo la forza di continuare a credere!” … “ Sembra che i preti peggiori li mandino in parrocchia, però se io ho scelto di stare con i bambini in oratorio è per colpa di uno di loro. Uno giovane che mi ha tirato dentro nel modo più semplice, salutandomi… fermandosi a parlare con me.. coinvolgendomi nella sua vita… ascoltandomi mentre gli parlavo della mia. Mi ha dato fiducia, gioia, voglia di vivere e di fare… Poi è morto ed è stata dura restare, gli altri non sono come lui! Ma sono qui per dare a qualcun altro quello che ho ricevuto e mi piace pensare che ora mi stia guardando dall’alto, mi dia forza e sorrida nel vedere cosa combino!”
    L’ultimo episodio è stata la confidenza di un amico, scorato reduce da un ritiro di un gruppo Cresime, effettuato in compagnia di un altro giovin prete che ha mollato tutti dando in escandescenza per le intemperanze dei ragazzi. Un ritiro dove i catechisti (sì, sempre quei giovani laici intorno ai 25-30 anni di cui sopra) hanno preparato le catechesi, i momenti di preghiera, la liturgia penitenziale comunitaria… “Certo io ancora non celebro, ma per questi ragazzi, sono molto più prete di quello ufficiale! Io non lo so che cosa gli insegnano a questi! Certo non a stare in mezzo alla gente, ma perché li mandano in giro a fare danni… Da seminaristi te li mandano un’ora a settimana (sessanta minuti, mi raccomando, non uno di più!) a fare catechismo e nient’altro, se no li bruciano. Poi da preti te li scaraventano a coprire i buchi, magari ti arrivano qui in periferia, dove trovano ‘il seminario alla rovescia’, e non mi meraviglia che scappano o danno fuori di testa”.
    Se è vero che “tre indizi fanno una prova!”, temo che tutto questo non faccia altro che confermare la sensazione diffusa che la crisi della figura del sacerdote, e in particolare del giovane sacerdote, sia una realtà. Non è una bella sensazione ed è bene affrontarla al più presto, perché mai come in questi tempi le nostre città presentano tanti giovani alla ricerca di un caro amico “dello spirito”. Ti lascio con le parole di una vecchia suora da me interrogata sul tema: “Se solo i nostri preti si fermassero un attimo ad ammirare lo straordinario privilegio della loro chiamata, l’essere i custodi della parte più bella dell’essere umano, quella che chiama Dio perché è di Dio, credo che getterebbero all’aria gli elenchi del catechismo, le bollette della luce, i corsi diocesani, per correre ad incontrare la gente e questi giovani, così ricchi e così fragili!”.
    Allora fermiamoci tutti un attimo ad ammirare e a pensare un po’.

    GIOVANI PRETI
    A cura di Elisa Storace

    Avevo organizzato un incontro nella mia parrocchia sulla figura (sul problema?) del prete giovane. Avevo “convocato” degli amici, non tutti credenti o impegnati come animatori e catechisti. In effetti il tema interessa davvero tutti, e non solo perché è sempre curioso sapere perché un tizio, giovane come te, che viene dallo stesso tuo ambiente, che magari hai conosciuto in discoteca o con cui hai fatto mille chiacchierate insieme sulle cose più stupide e su quelle più importanti, è diventato prete. Ma anche perché c’è una specie di aura in lui che non sai come spiegarti, che ti affascina e respinge, come si dice del sacro nello studio delle religioni. E dunque adesso te lo vedi un po’ diverso, come se non fosse più giovane, come se avesse una investitura speciale che te lo fa differente.
    Queste cose mi interessano e interessavano i miei amici con cui questo incontro era programmato...
    Ma Natale e le feste natalizie non è il tempo migliore per questi incontri, e le promesse sono sempre rimandate...
    Per questo sono ricorsa a internet e ho fatto con questi miei amici una chat internettiana.
    Questi sono i risultati, con la sola pulizia dello stile...

    Domanda. Che “stile” ti aspetti che abbiano i sacerdoti più giovani? Intendo dire… che si comportino come amici, come fratelli maggiori, in modo più o meno autoritario?
    Cristina. Da un prete giovane io mi aspetto che sappia conservare l’autorità del ruolo che riveste, comportandosi però più come un compagno di viaggio che come una guida, sforzandosi anche di rimanere vicino ai problemi della vita di ogni giorno delle persone che si rivolgono a lui.
    Miriam. Probabilmente che sia davvero “giovane” nel testimoniare il Vangelo attraverso forme nuove: con spontaneità, fantasia e amore… come un amico verso altri amici.
    Marielena. Uno stile più amichevole e anche più diretto: come un amico che sappia prenderti per le spalle e scrollarti se fai delle sciocchezze!
    Francesco. Per me non è questione di stile: un sacerdote è sempre un sacerdote!
    La differenza tra giovane e anziano magari può essere nel modo di comunicare, più semplice e fresco, anche se poi neppure questo è sempre vero… pensa al Papa!
    Alessandra. I tempi sono cambiati! Io mi aspetto che un prete giovane abbia modi più confidenziali, che coinvolgano maggiormente le nuove generazioni, senza fossilizzarsi su forme stereotipate, tipo “io sto sull’altare e tu sei laggiù, perciò mi ascolti e basta”…
    Valeria. Non c’è contraddizione fra le due cose: penso che si possa essere abbastanza alla mano da attirare i giovani senza però perdere di vista il proprio ruolo, anche perché essere amichevoli non vuole necessariamente dire fare gli “amiconi”: in fondo, se voglio un amico lo posso cercare anche altrove, mentre un amico non potrà mai diventare un sacerdote per aiutarmi nelle mie necessità spirituali!
    Andrea. Condivido anch’io. Essere accoglienti e vicini non significa rinunciare al proprio ruolo: si può essere amichevoli e comprensivi anche mantenendo un giusto distacco…
    Omar. Essere uno che cammini accanto a me e insieme a me si metta in discussione, perché anch’io mi sento responsabile quanto lui della missione cristiana: io come laico, lui come prete.
    Davide. Saper trasmettere la gioia che la vocazione ha portato nelle sua vita, mostrando come Cristo faccia la differenza nella vita di tutti…
    Come per Giovanni, il discepolo prediletto, con il suo coraggio, la sua forza e anche la sua radicalità nel portare Cristo…

    Domanda. Potendo chiedere un dono per loro, per i giovani sacerdoti, quale chiedereste?
    Cristina. Il dono di saper leggere i segni dei tempi.
    Miriam. L’entusiasmo per interpretare in modo nuovo la propria missione nel mondo.
    Marielena. La vocazione costante e la forza di dire sì ogni giorno.
    Francesco. La capacità di vivere un amore non inquinato, se questo è il senso di castità e purezza.
    Alessandra. La tenacia e la pazienza, soprattutto in questo momento storico, in cui la gente sembra essere così lontana dalla Chiesa e dai suoi sacerdoti.
    Valeria. Il dono dello Spirito Santo, che gli dia la saggezza e la sapienza per capire questi tempi difficili.
    Perché le verità che sono chiamati a testimoniare non sono certo nuove, la Chiesa le propone da sempre, ma sono ugualmente rivoluzionarie, perché vanno contro la logica imperante, quella del tutto e subito e del successo a ogni costo.
    Andrea. Il carisma personale, perché riescano ad affascinare i più giovani e ad aggregare attorno alla Chiesa le energie di quanti vogliono impegnarsi per gli altri.
    Omar. Una forte spiritualità e la capacità di vivere fino in fondo la Scrittura, perché quando mi rivolgo a un sacerdote in lui cerco soprattutto che sappia aiutarmi a penetrare i misteri della Parola di Dio.
    Davide. Che sappiano essere moderni restando fedeli alla tradizione, adattando il linguaggio senza alterare il contenuto dell’Annuncio… Oggi la tentazione può essere quella di “essere alla moda”, cercare il plauso della gente, magari annacquando la verità del Vangelo o scendendo a patti sulle regole “meno popolari”, eppure la forza della testimonianza cristiana è proprio che non sarà mai antica o moderna, semplicemente perché è eterna. Per questo chiederei per loro la fedeltà alla tradizione: perché invece abbiano la forza per dare messaggi chiari, coraggiosi e senza compromessi…

    Domanda. A volte le metafore aiutano ad esprimere, con una immagine, una intuizione, un volo poetico, qualcosa che si fatica ad esprimere con ragionamenti. Ecco, vi chiedo di esprimere una intuizione, una metafora di come vedete il prete giovane. Ricordate il film su Neruda con Troisi? Ecco, più o meno così. Si tratta di dire quello che immediatamente intuiamo su questa figura che esprime un mistero... ma che sa (o potrebbe) anche renderci un mistero più vicino. Dunque, un prete giovane è come…
    Cristina (e Andrea). Un agnello in mezzo ai lupi!
    Miriam. Per me è come una luce chiara e brillante, un’immagine splendente di Dio in mezzo a noi.
    Marielena. Parafrasando un passo della Bibbia: un prete giovane è come una lucerna, messa sopra al lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
    Francesco. Sempre per restare in questo bel tema biblico della luce… per me è come una candela appena accesa: magari la fiammella non è ancora troppo salda, però lo stoppino e la cera hanno appena iniziato a consumarsi e promettono di far luce a lungo.
    Alessandra. Una fonte d’acqua nel deserto, rara e preziosa: io di preti giovani ne conosco pochissimi!
    Valeria. Vado con un volo poetico… Un fiore: lo stelo, che è la fede, ne è il centro e il sostegno, ed è da lì che partono i petali, che sono le opere e le parole… i petali, poi, possono anche cadere e sembrare perduti, ma invece, cadendo, concimano la terra e danno nuova forza alla pianta.
    Omar. Io non sono tanto poeta. Dovrei pensarci… forse per me è come un giovane sposo, che vive l’emozione della scoperta vocazionale insieme all’effervescenza della giovinezza.
    Davide. Per me un giovane sacerdote è, o dovrebbe essere, colui “che mette mano all’aratro ma non si volge indietro”, vivendo la fatica di preparare il terreno per la Parola. Soprattutto se lavori con i ragazzi, se ti volgi indietro ti sembra di non aver fatto mai abbastanza, e solo se sai preparare il terreno senza voler essere per forza tu a vederne i frutti, puoi sperare che un giorno quei frutti possano essere davvero raccolti da qualcuno.

    Penso che alla fine anch’io possa dire la mia...
    Credo che oggi i giovani sacerdoti debbano soprattutto cercare di parlare la lingua di tutti… di chi cerca Dio e di chi pensa di poterne fare a meno, dei giovani e dei vecchi, di chi professa un’altra religione e di chi sente il bisogno di una guida per essere aiutato a vivere davvero la propria…
    Quale dono chiederei per loro? Quello del coraggio, per essere luminosi testimoni di Cristo in un’epoca con poche luci.
    Ecco, l’immagine della luce mi piace molto, perché sento che c’è del buio attorno a noi.
    Un giovane chiamato da Dio deve essere come una torcia accesa: che arde e brucia, e bruciando si consuma, e consumandosi illumina e scalda tutto quello che le sta attorno.
    Ma questo non dovrebbe valere per tutti?

    ABITARE LA DISTANZA
    Marco Mori

    Rileggo la mia esperienza personale e pastorale diretta e mi sembra che due temi particolarmente emergano: il primo tocca più direttamente il vissuto e il secondo più esplicitamente la formazione: la recensione della distanza tra giovani e preti, e la necessità di una nuova fantasia del ministero.
    Vado con ordine.
    Prima di tutto mi pare di poter affermare che la relazione tra giovani e preti è oggi caratterizzata dall’esperienza della distanza. Vorrei utilizzare questo concetto nella maniera più ampia possibile (quindi non solo da un punto di vista negativo, come potrebbe sembrare a prima vista).
    Distanza è uno spazio che intercorre tra me e te; che esiste e che non posso scavalcare. Qualcosa che di fatto ci può dividere ma anche la possibilità di un percorso che può farci incontrare.
    Vedo distanza perché oggi gli stereotipi, da una parte e dall’altra, sono tanti. Il giovane prete rischia di aver paura dei giovani che ha davanti, perché magari non frequentano più, perché non hanno i suoi stessi gusti, perché si presentano con atteggiamenti strani o indifferenti… Ma anche viceversa, indubbiamente: i giovani rischiano di vedere il prete come un fallito, uno “sfigato”, un rompiscatole; come pure, in positivo, c’è chi lo vede immediatamente come un amico, un confidente… Personalmente non saprei decidere qual è la distanza peggiore (nella mia esperienza ho spesso fatto più fatica ad avvicinarmi a quelli che già si sentivano vicini che a quelli che si consideravano distanti).
    La distanza ha bisogno di essere abitata. Cioè inizialmente di starci. Di sopportare la possibilità che in essa occorra attendere, aspettare, lanciare segnali capibili e ascoltare qualsiasi risposta (non solo quelle che ti aspetti)…
    Ho in mente un episodio (per non restare nel vago) che mi è rimasto dentro, anche per gli sviluppi successivi che ha avuto. La domenica sera in parrocchia l’oratorio di solito rimaneva chiuso. Ciò mi permetteva di frequentare con abbastanza assiduità il bar del paese, proprio nel centro della piazza più importante, a ridosso del cinema parrocchiale. Complice la passione sportiva, c’era la possibilità di vedere qualche ragazzo al di fuori dei circuiti dei nostri ambienti. Durante i primi mesi spesso mi capitava di passare queste sere costretto a stare a distanza da questi ragazzi. Avevo una voglia matta di poterci parlare, di fare qualcosa insieme… ma sentivo resistenza dentro di me e nello stesso tempo un po’ di diffidenza da parte loro. Una volta uno di questi giovani, uscito dal cinema, si è ritrovato addossato al termosifone accanto a me, ma faceva molta fatica, quasi infastidito, a rispondere alle mie domande, che chiedevano fondamentalmente se il film gli era piaciuto, e giù di lì. Quella sera mi salutò a fatica. Più tardi mi spiegò della sua difficoltà a parlare con un prete.
    Io quella sera non fui tanto contento, e andai a letto un po’ perplesso: cosa fare? Continuare così? Aveva senso? Non era forse più utile spendere il tempo in altre cose?
    Il dubbio rimase. Ma insieme anche un po’ di voglia di rischiare nell’andare avanti e nel non scoraggiarsi. Oggi ringrazio di questa distanza iniziale. Mi ha permesso di dovermi “conquistare lo spazio”. Ho dovuto continuare ad andare lì, a farmi vedere, a mettermi in mezzo senza cavarci un ragno dal buco… Ma esattamente quello per cui io faticavo era per loro segno chiaro di una vicinanza, di un affetto che si costruiva, anche di una stima che andava al di là dei giudizi forse un po’ troppo stereotipati con cui il paese vedeva questi ragazzi.
    Raccontata così potrebbe sembrare una vicenda epica. In realtà fu una cosa normale e naturale. Dal ciao si passò al “tienimi un posto per la partita”, al “come va”, al “ti offro qualcosa da bere”, al “come ti butta sul lavoro e con la ragazza?”, al “facciamo due chiacchiere?”, al “posso venire a parlarti in oratorio?”, al “questo è il mio cellulare”, al “chiamami quando hai bisogno”…
    Quel ragazzo del termosifone mi ha fatto uno dei più bei regali che ho mai ricevuto: è un anello sul quale ha fatto incidere, in dialetto bresciano, un motto da spogliatoio: non mollare mai. È semplicemente straordinario il fatto che da una distanza si sia giunti ad un segno così eloquente, come un anello, di vicinanza; se avessi abbandonato la distanza senza starci, probabilmente tutto questo non ci sarebbe stato.
    La conclusione è molto semplice: non avere paura delle distanze, anche le più strane, ma attrezzarci per abitarle. Abitare non significa starci costretti, ma farle diventare casa, luogo, significato, relazione, possibilità, fedeltà. Il punto è: riusciamo concretamente a farlo?
    E qui vengo alla questione formativa.
    La formazione presbiterale inizia a tante cose, ma molte sono troppe sicure. L’impressione è di stagliarsi sempre più verso una figura ancora di più di ruolo, istituzionale. Non penso sia un difetto della formazione e basta; dipende molto di più dal clima culturale che respiriamo, desideroso di certezze, di punti fermi, di vedere tutto e subito e di poter consumare il più velocemente e sicuramente possibile.
    Ma oggi la formazione dovrebbe sbilanciarsi verso una nuova fantasia del ministero: uscire dal seminario con la consapevolezza scritta nel nostro dna di preti che non esistono soluzioni immediate, facili e sicure.
    La fede di un presbitero si staglia su questo punto: la Provvidenza si manifesta nelle nuove situazioni non stabili in cui si è chiamati ad operare. Dio ti procura ogni giorno ciò che ti basta per vivere, perché ti obbliga a vedere e leggere le situazioni non secondo quello che tu hai programmato ma un po’ di più rispetto alle occasioni che riesci a cogliere.
    Ciò non significa né improvvisazione né mancanza di progetti; ma semplicemente mettere la nostra capacità di progettazione a servizio più esplicito di questa logica.
    Aggiungo che la fantasia va di pari passo con la serietà, la metodicità e la capacità di essere critici: ha la fantasia chi si lascia interrogare continuamente dal vissuto ma nello stesso tempo tenta continuamente di rispondervi, per come può e per come pensa sia meglio; ma anche sa costruire una storia sul vissuto, cioè sa unire i momenti come in un grande progetto, di cui ogni giorno scopre un pezzetto: non risposte immediate a domande immediate, ma risposte coerenti a domande diversificate. Ci serve la coerenza e la fedeltà del ministero traslata nella frammentarietà del vissuto di oggi. È un segno di attenzione e di vicinanza alle persone, uno dei segni distintivi del buon pastore.
    Fantasia del ministero non significa gettare all’aria tutto quello che è stato fatto, o che ancora c’è in ambito di pastorale giovanile: penso alla tentazione di chiudere oratori o di abbandonare percorsi più tradizionali o associativi. È più urgente, in questo servizio della fantasia, far avvicinare i contesti più che distruggerli: un oratorio che si apre più che chiudersi al territorio; un’associazione che non si sente la fortezza inespugnabile ma che si mette a servizio magari di necessità anche degli altri (non solo nell’ambito della comunità cristiana, ma anche in quello politico, sociale, caritativo…).
    Cosa potrebbe fare una formazione per educare a questa fantasia? Forse è strategico proprio l’ambito giovanile. L’avvicinare ai vissuti dei ragazzi al di là degli stereotipi culturali e massmediatici: è la formazione alla realtà e a partire dalla realtà, oltre che dall’interpretazione su di essa. Al contrario qui di quanto dicevo prima, la strategia è abolire la distanza. La distanza va vissuta in sede di ministero, ma va abolita in sede di formazione; anzi, nella misura in cui viene abolita nella formazione viene data più possibilità di renderla feconda nella realtà pastorale.

    LE RISORSE DEI GIOVANI
    Stefano Pinna

    Molto spesso si sente proclamare la normalità dell’impegno di un giovane prete nel mondo giovanile. Altrettanto normale sembra essere, man mano che l’età avanza, un progressivo disinteressamento (spesso reciproco), alla fascia giovanile, per dedicarsi a quella degli adulti. Lo slogan che viene utilizzato è: “con i giovani devono starci i giovani”. Non sempre però questa evoluzione trova riscontro nella realtà.
    Ho raccolto poco tempo fa una testimonianza preoccupante. Un giovane, alla domanda se aveva avuto in passato la possibilità di fare un cammino di accompagnamento spirituale, mi rispondeva: “Il parroco si vede la domenica a Messa se ci si va. Lo si incontra, ci si chiede come si sta, cosa si sta facendo, ecc... il resto è nulla. Ho sempre avuto la sensazione, incontrando qualcuno di questi, che per loro dedicare un po’ di tempo ai giovani fosse un lusso, del tipo: forse se mi avanza tempo... se ne può parlare. Ci sono le Messe, novene, chiese da restaurare, operazioni più o meno burocratiche, qualche visita ai malati (cosa giustissima), poi basta... quello che ci si sente dire è che sono in pochi e che ci sono tante cose da fare!”.
    Questa testimonianza (esagerata e isolata?), pur nella sua parzialità, mi sembra un campanello d’allarme sulla percezione che il mondo giovanile ha dei pastori. Non parlo di una difficoltà d’approccio verso i lontani, ma di una vera carenza proprio nei confronti di chi abbiamo, nonostante tutto, nelle nostre comunità.
    Lavorare con i giovani assume, oggi, risvolti tutt’altro che gratificanti. Possiamo in merito intrattenerci in grandi discorsi, sul come il ministero presbiterale non debba andare alla ricerca di soddisfazioni, ma di fatto, nel lavoro quotidiano, tutti siamo più contenti e soddisfatti quando troviamo dei riscontri, possibilmente positivi e a breve scadenza.
    Il mistero della libertà dell’altro ci mette spalle al muro, particolarmente quando, dopo mille sforzi, le persone verso le quali sono state riversate attenzioni speciali scelgono di intraprendere strade inaspettate. Il lavoro nei gruppi giovanili è subordinato a umori, passioni, stili, tensioni, domande che sembrano indurre a pensare che il tempo speso in riunioni e attività sia stato semplicemente sprecato. L’impressione immediata è quella che tutto è inutile, come se si perpetuasse una continua lotta contro i mulini a vento. Ecco perché gli sforzi e magari il desiderio umano di qualche soddisfazione pastorale, si concentrano verso fasce d’età apparentemente più innocue e fisicamente più presenti e meno sfuggenti.
    Sotto il disagio e la scarsa attenzione del clero giovane verso i quasi coetanei potrebbe esserci, quindi, la tradita pretesa che i nostri interlocutori non vogliono essere come li programmiamo noi. Sembra un’affermazione scontata, ma in fondo si resta disarmati nel momento in cui i giovani, trascurando il rispetto reverenziale e il dato, tutt’altro che scontato, che la verità non proviene da una parte sola, mettono criticamente tutto in discussione o si mostrano indifferenti.
    C’è un dato di fondo sul quale vale la pena riflettere. La struttura formativa proposta nei seminari, nonostante i lodevoli sforzi, forse oggi pecca di dogmatismo e scarsa abitudine al dialogo. La vita comunitaria, liquido amniotico nel quale il seminarista viene cresciuto e formato, che dovrebbe essere il luogo per eccellenza dell’accettazione della diversità dell’altro, sembrerebbe essere caduta in una sorta di immobilismo che può impedire l’elasticità mentale del singolo, atteggiamento essenziale per una evangelizzazione che trova nella storia e negli interlocutori il “luogo teologico” della manifestazione di Dio.
    Credo che l’impegno nella pastorale giovanile sia molto di più che una semplice moda di passaggio, di una stagione della “carriera” pastorale che lascerà il posto, con l’avanzare degli anni, ad altre fasce d’età. Certamente il cuore del pastore è per tutte le persone che gli vengono affidate, bambini, giovani e adulti, famiglie e single, uomini e donne, ma c’è una sensibilità di fondo che deve portare ad una attenzione preferenziale verso i più poveri. I giovani non sono il campo di lavoro privilegiato del servizio pastorale solo perché sono simpatici, vivaci o altro, ma perché oggi più che mai rappresentano la categoria maggiormente esposta al pressappochismo, all’assunzione di impegni a breve scadenza, al vivere alla giornata senza porsi troppe domande sul domani o sull’oltre (questi sono solo alcuni elementi che ci sfidano). Stiamo, inoltre, parlando di persone che si trovano negli anni delle scelte fondamentali della vita: scegliere una scuola superiore rispetto ad un’altra, oppure entrare nel mondo del lavoro; scegliere una facoltà universitaria vicina a casa, oppure spostarsi dall’altra parte della penisola; lavorare dietro casa, accontentandosi spesso di poco o niente, oppure emigrare verso nuove prospettive. I giovani sono il futuro: le prossime famiglie, i prossimi preti, professionisti, politici e cittadini. L’impegno di una chiesa locale per i giovani è il termometro dell’investimento per il futuro, la concreta scelta di una pastorale attenta ai segni dei tempi o al “salvare il salvabile”.
    La scelta per i giovani abbraccia tutti i cosiddetti “settori” della pastorale. Ho un grosso timore. Sento e leggo di un impegno verso le famiglie e le vocazioni: spero che non sia un semplice arrancare dietro a due ambiti dove stiamo perdendo quota. La consapevolezza che arranchiamo non può essere semplicemente legata al fatto che c’è una flessione dei matrimoni religiosi e un aumento delle separazioni, o che i nostri seminari e congregazioni vedono diminuire il numero delle vocazioni. Mi domando: c’è crisi di vere vocazioni alla vita matrimoniale e di speciale consacrazione, oppure c’è una crisi di risposte? Dio non ha smesso di chiamare. Il deficit sta proprio nelle risposte sia dei giovani ma, in prima istanza, dei loro accompagnatori. Certo, seguire una coppia di fidanzati oggi non è semplice, essere compagni di viaggio nel cammino di discernimento vocazionale è una grossa responsabilità, ma la situazione attuale potrebbe essere il frutto di una inconscia ritirata strategica che difficilmente possiamo perdonarci.
    Non credo di essere troppo critico dicendo che sempre meno ci lasciamo interpellare da ciò che ci circonda. Oggi più che mai viviamo in un mondo che relativizza tutto passandolo al vaglio del “mi piace”, “ne ho voglia”. Le verità quadrate, quelle che piovono dall’altro, non funzionano ipso facto, ma devono essere frutto di un cammino che mira al far emergere la verità della persona. Questo denota la tendenza ad un desiderio di maggiore consapevolezza delle scelte che quotidianamente facciamo.
    Dobbiamo operare un passaggio: i giovani non sono più da individuare come un problema, essi sono una risorsa. Il fatto che non si possa ripresentare la solita minestra riscaldata, ci sfida a trovare nuovi linguaggi e modalità che dicano la nostra fede oggi, per e ai giovani. Questo dovrebbe mettere in discussione il linguaggio e i luoghi della nostra evangelizzazione, facendoci rischiare un pochino di più.
    Questo passaggio potrebbe dare adito ad equivoci. Non sono per una Chiesa “giovanilista”. C’è uno stile che deve essere liberato da “scimmiottamenti” a sfondo ammaliatore. Non dobbiamo vendere specchietti per le allodole, ma portare Cristo sperimentato come fonte di vita e speranza.
    In tutto questo riconosco che dentro la priorità generale di una Chiesa che guarda al futuro vi possano essere vocazioni nelle vocazioni, e quindi persone che più di altre riescono nell’annuncio del Vangelo con la freschezza di chi sa liberare. Non credo che il carisma di Giovanni Paolo II sia da trascurare quando si parla di vocazione specifica per i giovani, ma è anche vero che c’è bisogno di riscoprire, coltivare e qualificare il carisma comune alla pastorale giovanile. Questo carisma comune ha come sottofondo la qualità fondamentale dell’essere uomini di fede: credenti credibili e non creduloni che sanno guardare la storia con gli occhiali di Dio. Questo presupposto prepara a un dialogo schietto, amorevole, libero e liberante con chi non la pensa come noi.
    Con questo spirito la mia diocesi di Alghero-Bosa in Sardegna sta rinterpretando il servizio diocesano per la pastorale giovanile. Abbiamo voluto fare un piccolo salto di qualità: i giovani sono dei veri interlocutori ai quali arriva una proposta e dai quali si aspetta un risposta. Ecco che l’invocazione dei giovani diventa il campo di aggiornamento e la sfida per il ministero presbiterale. La scelta fondamentale è quella del lavoro in una équipe formata da laici rappresentanti i giovani delle tre zone pastorali (duo o tre da ogni zona) e i preti giovani (cinque), il tutto coordinato da un sacerdote con una notevole esperienza sul campo. L’équipe non è semplicemente il luogo da cui partono le iniziative diocesane, ma un pensatoio dove convergono le domande, le riflessioni e i desideri della variegata realtà giovanile diocesana. L’obiettivo e lo stile è quello di puntare tutto, attraverso un decentramento dai problemi, sulle risorse e le potenzialità espresse e non, delle realtà giovanili della nostra diocesi (siamo consapevoli che non si sta partendo da zero, ma che si è parte di una storia ricca di risorse), attraverso un’azione concreta, rivolta a tutti i giovani che partecipano oppure no alle attività parrocchiali.
    Ci proponiamo di:
    – essere animatori della formazione dei formatori;
    – essere concretamente entusiasti di ciò che si propone;
    – favorire, promuovere e organizzare attività che coinvolgano tutte le dimensioni della persona: quella spirituale, intellettuale e ludico-ricreativa.
    Un collegamento più radicale sul territorio viene garantito da tre équipe di zona, guidate dai preti giovani e i rappresentanti della zona. Dietro questo cammino c’è il desiderio di un aggiornamento concreto e ispirato al territorio in cui viviamo e per cui siamo diventati presbiteri. Questa formula, seppur ricca di incognite e in una fase embrionale, racchiude in sé delle potenzialità enormi. Prima di tutto ha l’intento di non far sentire nessuno solo nel suo lavoro quotidiano, e di trasformare la formazione permanente in un laboratorio di ricerca di un nuovo sapere pastorale fortemente legato al contesto. Il dato che in assoluto rappresenta la sfida nella sfida, è la chance di vedere dei preti giovani lavorare insieme animati dalla voglia di fare ognuno la sua parte in quella che è la passione e priorità pastorale per i giovani. Questo insieme di buoni sentimenti, dal sapore vagamente utopistico, deriva dalla consapevolezza, acquisita negli anni della formazione comune, delle potenzialità e dei limiti di ognuno. La conoscenza personale ci abilita a rischiare verso questa direzione.
    Ho offerto solo un esempio, molto personale, che proviene dalla prassi rappresentante una pista che mette al centro i giovani. È una scelta tutta su misura di una piccola diocesi sarda. Il dato comune è il ripensamento delle strutture del servizio di pastorale giovanile. La creazione di équipe, comitati, progetti, incaricati, spesso non è frutto di una domanda del territorio, ma piuttosto di una prassi che proviene dall’alto. È fondamentale che la pastorale giovanile si connoti più come un “servizio” che come un “ufficio”. Il servizio è la risposta a un bisogno e quindi assume la forma che tale bisogno richiede. Il servizio della pastorale giovanile oggi assume il bisogno di volti competenti e accoglienti che, sapendo suscitare le domande, non si spaventano di indicare piste per risposte corrispondenti alla verità dei singoli. La responsabilità del prete accompagnatore dei giovani non è quella di tenere le redini, ma piuttosto di fare da apripista ad una cordata che prende il passo dei più lenti, non mortifica nessuno e lascia spazio alla libertà dei singoli.

    LA VIA LUNGA DEL DON
    Maurizio Gualandris

    Sin da quando sono stato ragazzo la mia seconda casa, se non la prima, praticamente è stato l’oratorio. Non che fossi particolarmente attratto dalle classiche iniziative educative che là venivano proposte, dal momento che le avevo sempre ritenute (nel modo intuitivo tipico dei bambini) troppo noiose e teoriche. Di fatto le attività grosso modo centrate attorno al catechismo si dedicavano soprattutto ad una comunicazione delle “verità di fede”, sempre troppo sbilanciata sul versante cognitivo, per quanto grossi fossero gli sforzi per renderle più “incarnate”. La calamita che perennemente mi teneva legato a quel luogo era il gioco, in forma sia libera sia organizzata. Al termine delle “lezioni” ogni volta si spalancava l’infinito pomeriggio di gioco, che durava anche dopo il calar del buio, che in inverno veniva sempre troppo presto. Riconosco che ad avvincermi sia sempre stato il clima di divertimento ed accoglienza.
    L’adolescenza però ha iniziato in me una grande svolta, coincisa con l’arrivo di un nuovo prete. L’alone di teoricità e lontananza che fino a quel momento aveva ricoperto le questioni della fede d’improvviso mi apparve non più così scontato. Lo stile decisamente mutato della proposta educativa era centrato attorno ad un Cristo che si faceva storia in ogni istante dell’esistenza dell’uomo, ma non l’uomo in generale, quello studiato a scuola, nelle ore di lettere o di scienze. Quell’uomo ero io, i miei amici, la mia famiglia, le decine di bambini che avevano da sempre popolato l’oratorio, ecc. Mi chiedevo stupito se era una realtà o una misera illusione, ma con la classica spregiudicatezza ed irresponsabilità di un adolescente decisi per la fiducia: non c’erano dubbi. Se mai fosse esistito un Dio non poteva essere quello “barboso” delle interminabili lezioni di catechismo! Ma come potevo credere e sentire ciò con tanta fermezza? In fondo ero solo un quindicenne. Allora non lo capivo molto, o meglio non lo avevo così chiaro come ora. Il segreto stava nel nuovo tipo di presenza del prete (il “Don”). Non era troppo un “compagnone”, la cui identità potesse quasi adeguarsi a quella degli altri giovani presenti in parrocchia. Al contrario era proprio un prete, eccome! Spesso la cosa veniva rimarcata da lui stesso con decisa fermezza, e con la dura reazione polemica di noi adolescenti (tipicamente anti-tutto). Però il suo stile era perennemente contrassegnato dalla dedizione per ogni bambino, ragazzo, adolescente e giovane; era un tipo che a qualsiasi ora del giorno, e spesso anche della notte, lo potevi trovare là. “Chi glielo faceva fare?”: questa era la domanda che dal di dentro mi scuoteva e mi faceva guardare al di là dello stereotipo con cui avevo sempre guardato un prete. In fondo questo uomo era marcatamente diverso: non era un semplice “uomo del sacro”, seppur ne avesse a che fare. Esercitava un fascino quasi contagioso per il segreto che si celava dentro e che lo animava in tutto quello che faceva.
    Che il credere in Dio fosse qualcosa con il quale valeva la pena compromettersi era testimoniato istante per istante da quell’uomo dedito a Lui e a noi nello stesso tempo. Non era per niente un prete perfetto, perché avevo ben presente i molti suoi difetti, soprattutto caratteriali, ma al di là di tutto c’era quella affascinante relazione con Dio che lo animava.
    Quando poi ho cominciato a riflettere sulla mia vocazione, avvenuta molti anni dopo la partenza di questo prete, inevitabilmente ho sempre avuto di fronte la sua immagine, il suo ricordo, seppur non nostalgico. Infatti con il passare del tempo ho cominciato anche io a fare l’animatore e poi il catechista, sperimentando a piene mani la bellezza dell’educare, del dedicarsi ai più piccoli parlando loro dell’amore di Dio per ogni uomo e partecipando al miracolo della loro crescita come uomini e cristiani (se mai vi sia un confine fra le due dimensioni...). Devo sinceramente riconoscere che quello è stato uno dei doni più belli che il Signore mi ha fatto. La frase fatta che avevo sempre sentito circa il più che si riceve in confronto al poco che si dà mi era sempre sembrata affettata e retorica, ma a distanza ora posso confessare la sua imprescindibile verità. L’essere stato educatore dei ragazzi mi ha insegnato a donarmi, a prendermi cura, ad avere pazienza: ad amare. Senza di loro probabilmente non avrei nemmeno scoperto né potrei scoprire maggiormente la passione di Dio per ogni uomo: in fondo nell’essermi messo in gioco, nell’aver speso del tempo e un pezzo della vita al loro servizio ho scoperto l’amore del Signore. Quando ho comunicato alla mia famiglia, agli amici e soprattutto ai ragazzi dell’oratorio il mio ingresso in seminario, senza troppi discorsi patetici, ho semplicemente detto che la “colpa” di tutto ciò era proprio di questi ultimi! Erano stati loro ad indicarmene la via, alcuni indirettamente, ma altri in modo esplicito. Ricordo molto vivamente quando una domenica sera, esausto dal pomeriggio di gioco ed attività, un adolescente mi chiese di parlare: sembrava trattarsi di una faccenda seria. Sedendoci in un cantuccio un po’ riservato, egli mi fissò e mi disse, con tutta la immediatezza ruvida tipica degli adolescenti: “Parlami di Dio”. Al momento farfugliai qualcosa di confusamente riferito a Lui, ma tornando a casa mi portai per sempre nel cuore la convinzione che quella voce era la sintesi delle centinaia di indicazioni che tutti i ragazzi mi avevano sempre rivolto: fra le tante cose che facevo per loro, essi scorgevano e volevano che li portassi a Lui. Attenzione: non erano una rara specie di S. Luigi Gonzaga postmoderni! Bensì degli autentici fondi di galera, con tutte le problematiche dell’adolescenza occidentale. Però quelle parole rimasero scolpite in me...
    Entrai in seminario con quella precisa convinzione: dedicarmi ai ragazzi, ai giovani (anche se non esclusivamente) per poter parlare loro della vita, quella vera, quella del Vangelo. Una vita che non necessariamente dovesse essere controcorrente rispetto al mondo, ma certo occorreva molta abilità ed un bel po’ di astuzia per discernerla. Pensavo alla condizione un po’ turbolenta dell’ultimo gruppo che mi venne affidato, e fu proprio in relazione ad essa che mi sentivo stringere il cuore, pensando e vedendo le decine di imbrogli che il mondo inventa per incatenare quelle creature di Dio. Era, ed è qualcosa a cui non so resistere: vedere che per motivi ultimamente commerciali vengono pianificati disvalori, sfruttamenti, dipendenze, imbrogli, false felicità, ecc. ai danni di ragazzi e adolescenti. Tuttora credo fermamente che nella figura di Cristo stia non il compimento dell’uomo, intendendo con esso l’uomo in astratto, ma la vita vera a cui ogni ragazzo anela, seppur nelle distorte forme della sua ricerca.
    E così torniamo alla lunga introduzione riguardante la mia giovinezza. Ritengo che non ci siano molte piste da battere. Forse (anzi assolutamente!) le tavole rotonde, le programmazioni pastorali sono utili; certamente la dedizione alla vita di tutta la comunità è una chiave decisiva della vita della chiesa; è altresì vitale la preghiera, come memoria costante dinanzi a Dio dei bisogni di tutto il popolo di Dio. Ma al di là di tutto, senza una evangelizzazione che sia presenza, tempo speso, dedizione di vita in e con i giovani, poco rimane di tante fatiche. Quante cose mi avevano detto su Dio, su Cristo e sulla Chiesa... Eppure tutte erano rimaste eteree fino a che qualcuno non mi ha portato nella sua carne, con il sacrificio della sua libertà la concreta bellezza di tutto ciò. Sì, perché proprio di bellezza si è trattato. Da che mondo è mondo una persona fa e sceglie solamente ciò che “gli piace”, e adolescenti e giovani sono paladini di questo ritornello. La questione è proprio quella di rendergli presente la bellezza intrinseca del Vangelo, come venne resa presente al tempo dell’Incarnazione, quando centinaia di persone, sapienti o ignoranti, ricche o povere, giuste o peccatrici videro tralucere nelle parole e nei gesti di quel singolare Giudeo qualcosa di imprescindibilmente esigente ma al tempo stesso bello. “Io faccio quello che mi piace” è il classico ritornello che spiazza ogni buona intenzione di qualsiasi educatore. Perché allora non raccogliere la sfida? Non si tratta di dare ciò che un giovane dice di cercare, di soddisfare le sue immediate bramosie edonistiche, ma piuttosto di scavare alla radice del suo cercare confuso e contraddittorio, per aiutarlo a rivolgere lo sguardo su quello che vale veramente la pena di essere desiderato.
    Occorre qualcuno che ascolti, che sieda-accanto, che preghi-con. Si tratta di farsi vicino alla maniera del Samaritano della parabola, ben coscienti del fatto che forse il nostro viaggio, le nostre programmazioni teoriche subiranno delle variazioni e dei vistosi rallentamenti; ben coscienti che l’uomo che incontreremo non sarà solo un generico bisognoso, ma sarà proprio l’uomo del tempo e della cultura che abitiamo: pestato e derubato di quanto più prezioso aveva, ovvero la libertà di poter scegliere di amare. Si tratta di realizzare che sicuramente non ne usciremo indenni: al tizio che incontreremo è stato rubato un pezzo di vita, ed essa può essere riacquistata solamente se altri gliela ridonano... In fondo l’educare non è questo? In fondo l’essere “sacerdote” non è questo?
    Prendendo a prestito l’espressione di P. Ricoeur (sebbene usandola in un senso un po’ differente) direi che si tratta di percorrere la via lunga, quella delle infinite mediazioni storiche in cui la libertà umana si gioca, nelle pieghe della contorta e talvolta fallimentare ricerca del senso dalla quale nessuno può dirsi esonerato, giovani e adolescenti in modo particolare. Certo la via corta, quella della predicazione teorica, della sacramentalizzazione di massa, o se vogliamo anche quella delle infinite esperienze forti stile GMG, raduni diocesani.. non è palesemente inutile, ma di certo non sortisce automaticamente l’effetto pianificato teoricamente a tavolino. Credo profondamente che non si diano sconti. Il Vangelo, come la vita, non è questione di tecnica, di efficacia, di strategia, sebbene tutte queste cose siano indispensabili mediazioni strumentali.
    Nella mia formazione in seminario ed accademica ritengo di essere stato orientato solo vagamente in una simile prospettiva. Forse penalizzato dalla pastorale della diocesi di Roma (ho fatto il Seminario Romano), non ho potuto riscontrare una sufficiente attenzione per questa ottica formativa, o per lo meno non l’ho percepita così come mi capitava e capita di viverla nella diocesi da cui provengo (Bergamo). Non che in “patria” tutto fili liscio, solo che la differenza si sente.
    Nel grande disorientamento tipico della svolta che tutto l’Occidente sta attraversando, ho visto la formazione al sacerdozio vacillare su molti fronti, e così aggrapparsi a molte, forse troppe “certezze”, scelte però a mio avviso troppo frettolosamente, con timore e con troppo poca riflessione in relazione al reale contesto culturale odierno. Ho trovato molto arricchente piuttosto l’incontro pratico e il confronto teorico con parroci, viceparroci e operatori che lavorano nei vari settori della formazione giovanile e adolescenziale. Certo questo non ha significato costruire con loro una efficace bacchetta magica o una ricetta universale per ogni situazione, ma piuttosto tramite essi ho potuto cogliere quelle dinamiche sottese alle varie situazioni, avendo la possibilità anche di domandare le motivazioni che avevano guidato quei formatori in quella specifica scelta educativa.

    ARIA STAGNANTE?
    Adriano Bianchi

    Pare che tra giovani preti e pastorale giovanile si respiri aria stagnante. Non si capisce bene che cosa stia succedendo, ma in vari ambienti, comunità cristiane, clero e soprattutto nell’impressione degli animatori di pastorale giovanile più attenti, si fa strada l’idea che i giovani preti non abbiano più tanta voglia di affrontare l’avventura dell’educazione dei ragazzi e dei giovani come un tempo.
    Ripensandoci mi tornano alla memoria due ricordi personali.
    1996. Il vescovo viene per incontrarci. Siamo ormai diaconi da un po’ di tempo a pochi mesi dall’ordinazione presbiterale. Passiamo la maggior parte della settimana in Seminario per completare gli studi mentre i fine settimana sono vissuti per la maggior parte di noi in parrocchia. L’incontro con il vescovo è un momento atteso, a ormai poca distanza dall’ordinazione viene per guardarci in faccia, viene per esprimere cosa gli sta più a cuore in questo momento del cammino della vita della Chiesa diocesana, come padre e come pastore. Viene a dirci come pensa i suoi preti. Come li immagina nel ministero. Nella mia diocesi è sempre stato logico: un prete novello è fatto per l’oratorio, per stare in mezzo ai giovani. Ma già in quegli anni avanza l’idea, forse più tra i seminaristi, che non è proprio così scontato che tutti i preti giovani debbano stare tra i giovani. Forse non si rispettano le attitudini personali mandando in oratorio chi per l’oratorio non è fatto, magari può studiare, o fare altro! Il vescovo in quell’occasione si esprime in modo diretto: “Prima di fare qualsiasi altra esperienza, anche di studio o di altro ministero il giovane prete si deve misurare tra i giovani, deve condividere la loro vita, deve sperimentare la gioia e la fatica di essere per loro padre, guida e compagno di viaggio. Se un prete giovane sa stare tra i giovani e vivrà con passione il ministero educativo in oratorio e in pastorale giovanile sarà poi capace di assumere anche altre responsabilità”.
    Forse una parola un po’ asciutta e decisa, certo non un pronunciamento solenne e immutabile, ma in quelle parole colsi chiaramente l’espressione di una preoccupazione pastorale e della scelta di una chiesa di stare vicino ai suoi giovani attraverso le sue forze più fresche, e non solo, che questo tipo di ministero fosse per il prete giovane un ginnasio importante per tutta la sua vita da presbitero.
    Un altro episodio.
    Inizio 2003. In occasione di un incontro tra giovani preti, nel dialogo emerge la comune fatica di stare in oratorio e tra i ragazzi: “Non abbiamo tempo per noi, l’oratorio ci mangia, ci consuma. E poi ci sono i problemi gestionali: aprire e chiudere le porte, spegnere e accendere il riscaldamento. E poi ti chiamano a tutte le ore! Non c’è un momento di sosta… anche per riposare, per stare soli, per pregare, per stare tra preti. E poi i risultati? I giovani non vengono comunque a messa, non sono cristiani. Perché devo correre dietro a tutti… meglio stare con quei pochi che ci credono, almeno loro fanno un cammino serio e poi mi apprezzano, mi rispettano. Gli altri fanno solo ‘casino’. Forse è ora di cambiare, ci siamo attardati troppo sull’aggregazione, sulle iniziative che con il vangelo non hanno niente a che fare. Meglio poche proposte, ma fortemente evangelizzanti. Annunciamo Cristo chiaramente… chi ci sta, ci sta! L’oratorio, la chiesa, anzitutto, deve evangelizzare, no?”.
    Domande nel cuore di giovani preti, preoccupazioni che dicono i nodi di questo tempo che cambia. Pressante esigenza di dire la fede alle giovani generazioni, ma forse anche stanchezza, sfiducia e poca voglia di mettersi in discussione nel rapporto con questi giovani del nuovo millennio? Anche ai preti a volte piacerebbe avere risultati efficaci in tempi brevi. La relazione con i giovani, che è fatta soprattutto di attesa, di paziente accoglienza, di discernimento continuo verso ulteriori traguardi, di attenzione alla qualità di tutta la loro vita, di passione per il vangelo, ha invece bisogno di tempi lunghi e ha spesso risultati incerti.
    Di fatto si nota che ultimamente, dopo pochi anni di ministero tra i giovani, un certo numero di preti cercano di “cavarsela”, o perché sono stanchi, o perché entrano in crisi.
    L’oratorio e la pastorale giovanile sembrano un po’ un aeroporto da cui decollare al più presto verso altri lidi pastorali più tranquilli.
    Ma ci sono delle cause, dei segnali da interpretare?
    Vorrei esprimere qualche percezione che nasce più dall’osservazione che da una pretesa di esaustività.
    • Premetto che, se pur è presente un qualche segnale di distanza tra preti e pastorale giovanile, non è il caso di fare delle letture catastrofiche. Ci sono ancora tanti preti che vogliono camminare con i giovani. Essi si spendono con gioia, in silenzio, nella condivisione delle esperienze grandi della vita della realtà giovanile. I giovani li amano e li ritengono ancora punti di riferimento importanti. Sono, a mio parere, i testimoni più credibili di una chiesa che non abbandona i suoi figli più giovani e bisognosi di cristiano accompagnamento. Lo fanno nei luoghi classici della pastorale giovanile (gli oratori, le scuole…) e si buttano con fantasia negli ambienti in cui i giovani vivono (la notte, la strada, internet…) per intercettare la loro vita e dare ragioni di speranza, per mostrare attraverso la loro vicinanza la vicinanza di un Dio che è Padre buono di tutti. Forse non sempre sono capiti e apprezzati per il loro impegno.
    • Certamente le sfide del mondo giovanile oggi sono sempre più grandi. Ogni giovane è una sfida. Ognuno è da conquistare al Vangelo. Per ogni giovane va intessuto un percorso di incontro con il Cristo perché egli stesso lo possa riconoscere come Signore della propria vita.
    • Il mondo che cambia, e chiede a noi di cambiare, non deve rischiare, secondo me, di trovare una Chiesa troppo incerta, indecisa nell’impegno della pastorale giovanile. Nonostante i tanti pronunciamenti ufficiali dagli Orientamenti CEI degli anni novanta, all’istituzione del SNPG, al Convegno di Palermo, all’Assemblea CEI sui giovani, alle GMG e agli Orientamenti CEI del primo decennio del nuovo millennio, ai tanti documenti diocesani, nella vita concreta delle comunità ecclesiali si respira una qualche indecisione che crea perplessità nel cammino di preti e laici. Qualche prete, non solo giovane, e anche i laici più attenti si chiedono se vale ancora la pena di investire in pastorale giovanile, se quello che si è finora fatto è tutto sbagliato, se altre urgenze pastorali sottolineate come gli adulti, la famiglia, la comunicazione non sono diventate un’alternativa… “Chi me lo fa fare di stare con i giovani?”. Forse non c’è da smantellare, o da sostituire, ma da seminare vangelo in terreni che abbiamo troppo a lungo lasciato incurati, senza abbandonare ciò che si è già costruito.
    • Molte comunità parrocchiali sono ancora poco coscienti che stare con i giovani è un compito di tutta la comunità e non solo del povero giovane prete. Sono ancora troppo pochi i Consigli Pastorali che hanno deciso esplicitamente di farsi carico della scommessa educativa, dotandosi di Progetto Educativo entro cui anche i presbiteri camminano. Nelle comunità parrocchiali è ancora forte l’attesa che il giovane prete faccia qualcosa per i giovani!
    • Non sempre i preti giovani trovano dei parroci che sostengono il loro ministero educativo. Qualche giovane presbitero va in crisi perché il suo parroco non ricorda che anche il prete giovane è un giovane e come tale, soprattutto nei primi anni di ministero, ha bisogno di qualcuno accanto che lo stimi, lo incoraggi, condivida con lui e non deleghi a lui il “problema giovanile”, ma lo aiuti a coglierlo come “risorsa” e lo sproni a donare la vita con entusiasmo. La prima esperienza presbiterale a volte diventa la tomba di tutto un ministero e le responsabilità non sono tutte del giovane prete.
    • Forse in alcuni giovani preti c’è la tendenza a una certa nostalgia di un ruolo riconosciuto e di una funzione che oggi non è più così scontata. Normalmente sono smentiti al primo impatto. I giovani ti “pesano” e non ti riconoscono se non vali, se non li ami; non basta il ruolo o la veste. Qualche paura, forse anche per qualche debolezza di maturità umana, in questo senso è presente.
    • Mi pare che a volte i più lontani dai loro coetanei siano i seminaristi. Non so se è perché il seminario è ancora un po’ un mondo a parte. C’è da dire però che più di una volta mi è capitato di verificare che persone che in seminario sembravano non interessarsi dei giovani e essere preoccupati soprattutto di aspetti esteriori, da preti si sono rivelati degli appassionati educatori e attenti guide per i loro giovani.
    • Ritengo poi che, soprattutto verso i futuri giovani preti, i preti oggi impegnati in pastorale giovanile abbiano una responsabilità. È sempre presente un processo di identificazione di coloro che si stanno preparando al presbiterato nei confronti dei loro preti. Essi guardano alla passione educativa del prete che oggi sta con i giovani, guardano al suo apostolato assumono un modello concreto di riferimento.
    • Anche la formazione del seminario non aiuta abbastanza una rilettura teologico pastorale del percorso teologico speculativo. Lo studio delle scienze umane è poco integrato. La sintesi pastorale è forse troppo spesso lasciato all’iniziativa personale.
    • Forse questa emergenza dovrebbe riportare attenzione nel discernimento vocazionale su quell’aspetto della carità pastorale che è la carità educativa che non può essere assente nell’identità di un presbitero, qualsiasi sia la sua età anagrafica.
    I giovani hanno bisogno dei loro preti, testimoni gioiosi di una vita spesa per il Vangelo, ma anche noi preti abbiamo bisogno di stare con i giovani. Con la loro vita piena di entusiasmi e di fatiche nel credere, non mancheranno di aiutarci a vivere con più verità il nostro ministero, ci provocheranno a ripensarci e rinnovarci nell’annuncio cristiano, ci permetteranno di restare vicini agli uomini di questo tempo perché “tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv.10,10).
    Oggi che non sono più in pastorale giovanile mi restano in mente le parole del mio Vescovo prima dell’ordinazione, i sacerdoti appassionati dei giovani che ho incontrato, il mio parroco dei primi anni di ministero, l’oratorio e giovani con cui ho condiviso un tratto di strada, i tanti giovani preti che conosco e che continuano ad essere “insostituibili compagni di viaggio dei giovani” (Orientamenti della XLV Assemblea Generale della CEI, Educare i giovani alla fede, 27 febbraio 1999).

    PRETI CHE “CI STANNO”
    Giacomo Ruggeri

    Nel rapporto tra giovani preti e giovani delle parrocchie e non, cosa hanno da dire i diretti interessati? Alcuni di loro hanno deciso di condividere la propria esperienza. Nel ringraziarli in anticipo, invito a continuare il dibattito e il dialogo..

    “È questione di essere credibili, sino in fondo”
    Quando il Vescovo mi comunicò il nuovo incarico per i giovani della costituente unità pastorale formata da sei parrocchie, il mio pensiero si rivolse a tutte quelle persone che avrei incontrato, a quei giovani che avrei conosciuto e ai parroci con cui avrei dovuto collaborare. Un compito sicuramente stimolante che mette sempre in gioco per la presenza di tanti volti, di tante situazioni, speranze, difficoltà… “un compito nuovo”, mi disse, “che dovrà essere di stimolo per l’attuazione di altre zone nella nostra Diocesi”. Dopo l’organizzazione dei “lavori” fra noi sacerdoti cominciai incontrando i giovani e i catechisti delle diverse parrocchie. Obiettivi primari? Sicuramente l’obiettivo importante della formazione umana che diventa necessario per la formazione spirituale dei nostri ragazzi e operatori pastorali. Il puntare poi ad una esperienza personale di Dio che quotidianamente passa nella loro vita. Per fare questo ho costituito quello che potremmo chiamare consiglio pastorale per la PG: una équipe di giovani che mi consigliano, propongono, sondano il terreno e poi aiutano alla realizzazione pratica delle varie attività. Proprio da questo consiglio è nato un Calendario della pastorale giovanile per tutto l’anno che sta cominciando e, grazie al Signore, le cose non mancano davvero: dalla festa di Capodanno che vogliamo proporre secondo un certo stile agli esercizi spirituali di più giorni ad agosto per tutti i giovani; dalla visita agli anziani ed ammalati alla S. Messa in carcere per chiudere l’anno pastorale. Devo dire che l’anno che mi aspetta è abbastanza pieno! Sto cercando di dare assoluta priorità alla proposta della preghiera, dei Sacramenti, della direzione spirituale… luoghi privilegiati dell’incontro con Dio e mi sto sempre più rendendo conto di quanto le anime vogliono essere ascoltate, di quanto sono alla ricerca di certezze in un mondo che solo apparentemente sembra darne. Desidero ringraziare il Signore perché non manca di benedire il lavoro che si sta facendo. Diversi ragazzi e adulti si stanno aprendo all’azione dello Spirito e diversi giovani stanno mettendo un po’ più del loro tempo a disposizione del Signore. Certo, non è tutto rose e fiori… bisogna anche sperimentare l’amarezza che ti provoca il continuo sentirti dire: “Non ho tempo… devo studiare”. Sempre più mi sto rendendo conto della capitale importanza della nostra testimonianza di sacerdoti. Testimoni credibili, esperti nella via dello Spirito e nella pratica della virtù; uomini che non dovrebbero tirarsi indietro davanti al sacrificio, i ragazzi questo lo vogliono vedere e non solo i ragazzi, le anime vogliono questo dai loro pastori vogliono vederli inginocchiati davanti al tabernacolo, li vogliono disponibili al confessionale. Uomini in cui possono scorgere la presenza di un Altro. Potrei riassumere tutto questo in quella vicenda del vangelo in cui viene detto: “Maestro dove abiti? Venite e vedrete (…) e rimasero con Lui fino alle quattro del pomeriggio”: è l’incontro con la Vita, l’incontro che tanto, i due giovani del vangelo, avevano atteso. L’incontro che li ha trasformati, che ha fatto di loro uomini nuovi; che li ha messi al posto che Dio, dall’eternità, aveva pensato per loro (Don Giorgio Giovanelli, Orciano PU).

    “I giovani? Vogliono vedere in te un progetto di vita vero”
    Una della certezze che in me si vanno sempre più rafforzando è quella che con i giovani bisogna starci, bisogna investire il nostro tempo con loro. Però, per un prete deve essere un tempo qualificato, cioè bisogna darsi degli obiettivi. Certo a volte si può anche “sprecare” con loro il tempo, però sempre con vigilanza. Soprattutto distinguerei una specie di “fasce di priorità”.
    – Giovani animatori / educatori (persone che già si stanno prendendo degli impegni in parrocchia o in altre realtà, con una certa serietà). Con questi bisogna impostare un percorso di fede serio ed esigente, che però si intrecci con la loro vita (vedi esperienza del Punto Giovane), in questo contesto può essere importante, e forse più facile, entrare in un accompagnamento spirituale più personale, per il proprio incontro con Dio, e quindi anche la propria vocazione. Offrendo qualche occasione (una o due all’anno) di esperienze forti (Taizè, Sermig…), e allo stesso tempo accompagnarli ad essere partecipi della vita parrocchiale (non ci facciamo una Chiesa nostra, ma anche ai giovani facciamo “toccare” le povertà o le ricchezze della propria chiesa locale).
    – Adolescenti. Anche con questi, credo, che valga il criterio detto sopra della presenza. Attualmente questa fascia di età non la incontro molto, in quanto (per ragioni di tempo) cerco di essere più disponibile possibile con i loro animatori ed educatori. Credo che sia molto importante far vivere ai giovani l’esperienza del “bello”. Ad esempio siamo andati a vedere insieme negli ultimi tre anni dei musical (sto prevedendo di andare a vedere Pinocchio). Così la bellezza di incontrare persone significative e … belle come cristiani. Posso testimoniare come in tante occasioni ho sperimentato il fatto che io non dovevo far altro che farli incontrare con Cristo, essere strumento della sua Parola e della sua Grazia; quando questa raggiunge il loro cuore, fanno scintille, inventano iniziative, scoprono altri giovani da aiutare, coinvolgono altri… Essere un segno di Dio in mezzo a loro, e scoprire insieme la sua presenza. Devo anche ammettere che spesso sento comunque un certo disagio, non sai quando dire una parola precisa, quando ascoltare solo, quando tirare fuori la morale. Ti mettono a disagio perché inevitabilmente stando con loro vieni fuori per quello che sei, quindi ti devi continuamente domandare se va bene quello che stai loro proponendo, che progetto c’è dietro, verso dove stai andando con loro (insomma se ti basta che ti stiano dietro e magari non crescono come cristiani, anche con atteggiamenti nuovi) (Don Sergio Fraticelli, Macerata).

    “Prete che fa il giovanile? Ai giovani non interessa. Vogliono Cristo”
    Ma chi l’ha detto che essere un prete giovane equivale a dire che è deputato a lavorare con e per i giovani? Non è un dogma di fede, né tanto meno ce lo ordina il dottore, e oltre tutto nessuno pensa che magari “costringere il giovane prete” a stare con i giovani, può segnare e bruciare un sacco di esperienze, e spesso fa paura, affondare in un mondo che non si capisce né si vuole conoscere. Può creare nuove fragilità e insicurezze, ma poco importa: in trincea “ti ci sbattono lo stesso”, senza pudore e senza ascoltare, certi che essere giovane significa stare con i giovani. Non sei “capace”? Ti arrangi. Bella filosofia e modo di starci vicino, e meno male che a me è andata bene, stare con i giovani mi piace, e mi sono sempre sentito tagliato per questo, “sbandierando” il mio stile giovanilissimo, molto lontano dai colletti romani, avvalendomi di quel che sono, con molta semplicità, senza schemi, senza ipocrisie. Facile? E chi l’ha detto? Ho abbracciato il mio servizio con l’entusiasmo e l’incoscienza del principiante, pensando: “Ho uno stile giovane, già sono avvantaggiato”. Ben presto ho capito sulla mia pelle che lo stile giovane non vuol dire saper comunicare con loro, certo può aiutare a “sfondare” il muro di diffidenza, può voler dire catturare un po’ di più la loro attenzione… ma poi? Poi si scopre che loro vogliono sentir parlare di Cristo, certo con un linguaggio nuovo, al passo con i tempi, ma di Cristo vogliono sentir parlare e non di me, giovane prete a volte un po’ “imbranato” e perché no, a volte un po’ spaventato da loro, che amano nascondere il loro animo dietro maschere sempre più aggressive, strane, angoscianti e terrificanti. Già loro, giovani a spasso con la loro solitudine e la loro angoscia, con la loro voglia di cercare qualcuno ma senza volere che si sappia “in giro”, loro capaci di piangere o ridere perché esistono. I momenti più belli e gratificanti, che mi hanno fatto amare ancor di più il mio essere prete, è stato raccogliere le loro lacrime, i loro sorrisi, le loro parole traboccanti di un sentimento vivo e nuovo. Che sorpresa vedere questi ragazzi apparentemente sempre annoiati ed indifferenti piangere per un padre che non c’è o per una madre che proprio non riesce ad esserlo, è stato bellissimo vedere le loro parole vere e trasparenti consegnate da una lingua piercing...ata, bello vedere questi nuovi punk o grunge vivere una vita nonostante tutto con il sorriso e con lo sguardo che cerca Cristo. Quante volte all’inizio ho maledetto il mio sì ad occuparmi dei giovani, quante volte ora benedico quel sì che mi fa toccare i loro cuori, la loro anima, di loro che senza vergogna mettono la loro vita nelle mie mani, che si lavano con lacrime di emozione. Sono fortunato perché buttato in un mondo di giovani che a volte spaventano, si scopre quanto a volte loro siano spaventati e fragili. Ora sorrido e non mi vergogno di dire: “Vi voglio bene”, portatore, io, di un amore più grande, quello di Cristo (Don Giuseppe Guiducci, Fano).

    “Non basta essere simpatici. Vogliono che tu sia esigente”
    Nella maggior parte dei casi oggi i giovani non restano in parrocchia o nei muretti vicini perché affascinati da Cristo, ma per lo più perché si sentono accolti e ascoltati nelle loro necessità. Anche la figura del prete, quando è bene accolta, non è chiaramente riconosciuta o ricercata per il suo ruolo specifico, ma semplicemente perché mostra un interesse gratuito e sincero nei loro confronti. Non è un dato assoluto questo, ma è chiaro che questi sono la maggioranza dei giovani che ancora gironzolano in parrocchia. Non è necessario, credo, fermarsi a parlare di quelli che ringraziando il Signore hanno superato con positività la loro crisi adolescenziale e ora si riconoscono credenti e perciò bisognosi di un quotidiano contatto con la comunità cristiana, la parola di Dio, la preghiera e magari offrono anche il loro prezioso servizio in parrocchia. C’è invece molto da riflettere sulla situazione degli altri che vivono sulla soglia e che malvolentieri accentano le nostre pur ben fatte proposte di cammini di fede. La prima cosa di cui l’esperienza mi ha convinto è che la cosa più importante con i giovani è starci! Essere in mezzo a loro e perdere il nostro prezioso tempo con loro. Condividendo ciò che della loro vita ci interessa, per essere sempre pronti a rispondere alla loro intima domanda di vita. Aveva ragione don Bosco: l’educazione è cosa del cuore e bisogna amare ciò che amano i ragazzi perché essi amino ciò che sta a cuore a noi. La via della fede può apparire ai giovani come limpida e significativa allorquando il vangelo parla della loro vita e dà risposte alle loro domande. E sicuramente aiuta ad innamorarsi di Cristo solo chi dimostra nella quotidianità di esserne innamorato. E sicuramente in questo la responsabilità della nostra testimonianza è grande: quando parliamo di gioia, compassione, povertà, tenerezza, amore, giustizia, sacrificio, dare la vita, ecc... Siamo ai loro occhi parte di quel mondo adulto che essi scrutano con attenzione e sospetto, e dal quale spesso troppo spesso sono delusi. La coerenza delle nostre vite e della nostra predicazione è uno di quei fattori che fonda la nostra autorità agli occhi di tutti e specialmente di coloro che si affacciano alla vita adulta. Non credo nelle pastorali farcite di povere imitazioni del mondo giovanile, dove per salvare i giovani si vuol battezzare discoteche e pub, nottate e bravate. Si può essere alternativi anche senza essere bigotti e parlare della vita secondo la sua verità anche a chi dubita che ve ne sia una. I giovani vanno presi sul serio e non solo assecondati, occorre essere esigenti e non solo simpatici. Abbiamo da imparare tanto da Gesù e dalla sua compassione per l’uomo. Noi sacerdoti, più o meno giovani, siamo il suo volto per tanti giovani che lo conoscono poco, questa è la nostra responsabilità e il nostro impegno (Don Luciano Paolucci Bedini, Ancona).

    Check point

    Al termine di queste testimonianze dirette dal “campo di lavoro”, cerchiamo di fare il punto della situazione con alcuni flash, ovviamente non esaustivi, ma che tengano vivo e desto il dialogo su tale argomento.
    – Prete giovane e contesto sociale/culturale. L’ambiente dove il prete giovane si trova a vivere è determinante. Rispetto al passato, si profila un nuovo contesto culturale che determina il giovane in sé e il suo vivere il ministero come sacerdote.
    – Prete giovane e giovani. Come i giovani di oggi, così il prete è figlio del tempo. Una personalità e uno stile di vita legato al tempo che vive. C’è il prete giovane al quale sta stretta l’espressione citata frequentemente dai confratelli più anziani “ai nostri tempi”, altri invece che, in questa frase, pur essendo giovani, si ritrovano pienamente, quasi con un accenno di nostalgia.
    Urge, dunque, una mediazione: nel primo caso il sapersi e sentirsi parte di una storia, che i giovani ventenni in parrocchia sono frutto anche di una testimonianza di preti anziani. Nel secondo caso, capire perché si è nostalgici per uno spaccato di Chiesa che, per alcune dinamiche, ha fatto il suo tempo, e non si può rimpiangere il passato appellandosi alla sola tradizione delle cose certe, sempre fatte in quel modo, oramai consolidate. Il prete è, per eccellenza, l’uomo della elasticità senza perdere o snaturare la verità delle cose e delle relazioni.
    – Prete giovane e preti. Al prete giovane, quasi per automatismo, viene affidata una serie di incarichi per il solo fatto che è giovane, sa fare (non sempre è così), è carico di energie. Il sacerdote più anziano, nel tentare di tirare i remi in barca, mette nelle mani del giovane prete di speranza, tutta la pastorale giovanile della parrocchia, dai bambini ai trentenni. Credo, invece, che sia importante equilibrare gli incarichi e i compiti, dando nel contempo alla gente, una testimonianza di lavoro pensato, elaborato, amato assieme. Il giovane prete non sempre accetta di buon grado di vedersi affiancare ad un sacerdote più anziano. La gavetta è d’obbligo, e non pensabile che i primi anni di sacerdozio siano vissuti già in piena autonomia, pensando che si ha in tasca la soluzione pastorale.

    RICORDI E SOGNI DI UN “VECCHIO PRETE”
    Vincenzo D’Ascenzi S.J.

    Qualche cosa di me e delle mie esperienze con i giovani

    Mi presento: sono un “vecchio prete” di 75 anni che offre alcune esperienze e considerazioni sulla propria cinquantennale esperienza di attività educativa e pastorale con bambini, adolescenti e giovani, in disparati contesti aggregativi e in diverse città e regioni. Sono entrato nel noviziato dei Gesuiti a Galloro (Ariccia), a 17 anni, nel l945.
    Il riferimento alle date ha una certa importanza perché le generazioni cambiano con notevole accelerazione. Oggi, ad esempio, i ragazzi sono già differenti rispetto a quelli di 5 anni fa. Mentre noi adulti ci sforziamo di adattarci, i ragazzi sono sempre nuovi e diversi per il fatto stesso che le loro generazioni si rinnovano al ritmo delle nascite; mentre noi ci allontaniamo sempre di più da loro per il fatto che invecchiamo e non ci possiamo rinnovare nascendo ogni anno!
    Ritengo necessario premettere, alle mie successive riflessioni, una sommaria sintesi delle esperienze che ho vissuto. Esperienze all’inizio non direttamente da me cercate, perché la mia intenzione originaria, sul finire degli studi teologici alla Pontificia Università Gregoriana (1960), era quella di andare in missione oltre oceano.
    Il mio progetto, però, non si è concretizzato per ragioni di salute. Inoltre, dopo un anno di pastorale volante tra le parrocchie dell’Emilia Romagna, ho dovuto fermarmi per il reiterarsi degli stessi problemi.
    Sono stato allora destinato come padre spirituale in una scuola apostolica (1962) e, da quella data, le mie attività pastorali come prete hanno sempre incluso i ragazzi e i giovani, o come compito primario, o come attività complementare.
    Da novizio (nel 1945) avevo già cominciato a lavorare coi i ragazzi attraverso i catechismi parrocchiali ad Ariccia (Roma), poi a Roma, durante il triennio di Filosofia, nel quartiere Parioli e infine durante il quadriennio di Teologia con visite settimanali all’Istituto “A. Gabelli”, a Porta Portese. In questo Istituto vivevano reclusi ragazzi e giovani arrestati in attesa di giudizio, per essere successivamente destinati al carcere minorenni, o all’Istituto correzionale. La sede successivamente è stata trasferita a Monte Mario e qui, per un anno ancora, sono rimasto come aiuto cappellano.
    Sono stato poi richiesto come cappellano titolare, ma i superiori hanno rifiutato.
    L’esperienza di Porta Portese è stata per me interessantissima, anche perché lì ho conosciuto bene Mons. Agostino Casaroli, il futuro Segretario di Stato e Cardinale del dialogo concordatario con i Paesi dell’Est che veniva tra i carcerati ogni sabato. Era molto benvoluto dai giovani reclusi, non certo per le sue doti diplomatiche, ma per la sua grande umanità e dolcezza… oltre che per le buone sigarette del Vaticano che regalava.
    Fra il triennio di filosofia e il quadriennio di teologia, i giovani gesuiti sogliono fare un triennio di sperimentazione apostolica che noi chiamiamo “magistero”, che solitamente allora si faceva nei collegi come assistenti o “prefetti” dei ragazzi.
    In questi tre anni, sono stato notte e giorno con 30-40 ragazzi di una scuola apostolica per discernimento vocazionale, nella sede del Collegio Mondragone (Frascati) dove poi sono stato nuovamente destinato come padre spirituale nel 1962 (come ho detto sopra).
    Dal 1964 al 1980, ho insegnato al Liceo Classico Statale “Ludovico Ariosto” di Ferrara e, parallelamente, ho diretto un Centro giovanile nella stessa città, nella sede di “Casa Giorgio Cini”.
    Il Centro giovanile era separato dalla vita di parrocchia ed era molto simile a un oratorio, perché, oltre gli incontri settimanali sul Vangelo o su temi di attualità legati anche all’Istituto di Cultura religiosa (che guidavo), offriva sport, anche competitivo, spazio per giocare, biblioteca, cineforum, gite, cene comunitarie e soprattutto gli eroici campeggi estivi ed invernali. C’era anche un periodico ciclostilato gestito dai ragazzi.
    Il tutto costituiva un insieme organico che offriva un ambiente in cui i ragazzi si sentivano a casa loro, come in una seconda famiglia, indubbiamente più vivace e piacevole di quella delle loro case. I ragazzi inoltre avevano l’abitudine di salire a salutare sempre il “Pisto” (termine popolare ferrarese per indicare il prete che presiedeva il circolo giovanile). Molti di questi ragazzi del circolo li ritrovavo poi nella Scuola Statale del Liceo Classico, per cui il circolo giovanile diventava una integrazione piacevole all’insegnamento di religione nella scuola pubblica, nella quale c’erano studenti di ogni estrazione sociale: figli di notabili e professionisti, di operai delle fabbriche chimiche, di ceto medio…
    Dell’insegnamento nella scuola pubblica conservo un magnifico ricordo pur essendomi trovato a cavallo degli anni della contestazione studentesca. A scuola, oltre a problemi di attualità, commentavamo testi biblici, anche nella versione greca del Nuovo Testamento. E debbo dire che i più attenti erano spesso i ragazzi appartenenti alla F.G.C. (Federazione Giovanile Comunista), mentre i meno impegnati erano certi ragazzi figli di tanti notabili professionisti noti in città.
    Nel 1977, per esplicita richiesta di alcuni giovani della periferia industriale, che seguivo con incontri serali sul Vangelo, ho accettato di fondare una parrocchia nuova: San Giuseppe Lavoratore, nella periferia industriale al “Doro” presso Pontelagoscuro (il quartiere più comunista della città, dove l’80% votava P.C.I.). Da allora, la mia vita ha avuto una svolta: dal campo culturale e giovanile sono passato a quello della pastorale parrocchiale. Un impegno che ho portato avanti ininterrottamente per 26 anni, in quattro città diverse: Ferrara (3 anni), Orbetello (3 anni), Grosseto (10 anni) e infine Pescara (10 anni), fino a metà settembre 2003.
    Ma, anche da parroco titolare, non ho mai cessato di impegnarmi nella pastorale giovanile, ben oltre quella pastorale d’obbligo in tutte le parrocchie volta alla sacramentalizzazione alla prima comunione e cresima. Proprio perché la cresima non significasse il “sacramento dell’addio alla Chiesa”, ritenevo necessario offrire ai ragazzi altre proposte di aggregazione per adolescenti, fra cui anche lo scoutismo. Ho anche fondato un gruppo nuovo a Grosseto: il GR. 2.
    Fra le varie attività educative, ho dato particolare risalto ai “campeggi” estivi ed invernali, a carattere ludico, sportivo, formativo e avventuroso, con soggetti tematici e fantastici; fra i tanti cito: Il Gabbiano Jonathan Livingston, Le avventure di Pinocchio, Il gatto che insegnò alla gabbianella a volare di Sepulveda e da ultimo anche un soggetto preso da Harry Potter e la pietra filosofale.
    Nei campi scuola si possono realizzare esperienze e raggiungere obiettivi che non è possibile conseguire nel corso dell’anno. L’esperienza di una vita vissuta comunitariamente fra educatori e ragazzi, l’ambientazione fantastica, con il senso dell’avventura, la formazione e l’educazione all’altruismo, a servirsi l’un l’altro, la nascita di nuove amicizie e dei primi timidi legami affettivi tipici della preadolescenza costituiscono un insieme di fattori che agevolano la conoscenza del temperamento dei ragazzi e permettono la nascita di rapporti spontanei e costruttivi, senza le barriere legate al ruolo e al carisma del prete. Conta più un campo di 10-15 giorni che un anno intero. Il campo rappresenta un periodo atteso e sognato, ma soprattutto il punto di partenza per l’anno successivo, poiché, vivendo insieme, si creano saldi vincoli di amicizia, fondamentali per i ragazzi che ti seguono, mai da soli, ma a grappoli, come le ciliegie.
    Per questo, durante i campi, occorre dare spazio alla libera espressione dei ragazzi, ma è opportuno sempre vigilare, con un sano metodo preventivo.
    Nulla è scontato e tutto è possibile. Gli educatori intelligenti dormono con un occhio aperto e uno chiuso! Ho continuato a organizzare e a guidare campi-scuola dal 1964 al 2003, cioè per un arco di circa 40 anni, durante i quali ho portato ai campeggi (contando anche 4 campi di lavoro volontario con i soci costruttori di Padova e uno tra i terremotati del Friuli) non meno di 2500 ragazzi, senza calcolare le gite anche all’estero.
    Tornando a volte sfinito dai campeggi, dove sistematicamente perdevo qualche chilo, giuravo di smettere per la fatica e le poche soddisfazioni… ma poi ogni anno ricominciavo e mi ritrovavo fra le Dolomiti, fra gli alpeggi a combattere con le piogge, il vento, con la neve a luglio, o a cacciare le mucche che entravano nelle tende e a volte le squarciavano con le corna… Se mi chiedete perché lo facessi, non ho spiegazioni da offrire, ma credo che l’avventura in fondo piacesse anche a me, che avevo il gusto di precedere nella fatica i ragazzi, quasi come una sfida.
    E poi chiedetevi: che cosa unisce di più se non camminare legati dalla stessa corda, in passaggi pericolosi o in sentieri fra strapiombi, o vegliare la notte al canto del gallo cedrone, fare il fuoco di bivacco bevendo grappa e cantando vecchie canzoni degli alpini, o svegliarsi al verso mattutino delle marmotte nei rifugi del Gran Paradiso?
    Questi ricordi sognati e condivisi con gli adolescenti lasciano una traccia indelebile non solo nel prete, ma soprattutto nei giovani che amano l’avventura.
    Questi campi un po’ selvaggi, allestiti nei boschi senza alcuna infrastruttura, lontano dai paesi, senza alcun contatto telefonico neppure con i genitori, sono stati i più belli perché educavano al coraggio, alla creatività (come accendere il fuoco con la legna bagnata da giorni di pioggia ?!) ed erano esenti da qualunque vizio consumistico…
    Le avventure in cui si erano sofferti i disagi maggiori erano quelle che univano i ragazzi tra loro e con il loro prete, il quale, giusto per precisare lo stile cameratesco che si viveva, non era mai chiamato col nome di battesimo, ma con un soprannome affettuoso o nomignolo, come uno di loro. Questa familiarità col prete che dormiva in tenda con loro però non danneggiava assolutamente il carisma e il rispetto a lui dovuto.
    A me infatti capitava spesso che, mentre camminavo per un sentiero alpino con lo zaino in spalla, mi si accostava un ragazzo e mi chiedeva di confessarsi.
    Con i ragazzi il prestigio non si conquista in cattedra, come accade per molti professori e neppure dal pulpito di una chiesa. I ragazzi riconoscono l’autorevolezza e il carisma in chi se li merita ed è capace di stare in mezzo a loro, condividendo la vita, gli interessi e i problemi.
    Purtroppo, con l’avvento del consumismo e con le interferenze dei cellulari che costituiscono una tentazione continua alienante e disturbante le esperienze di ogni convivenza, ci troviamo a che fare con generazioni di ragazzi sempre più fragili, sempre più mammoni e viziati, con una specie di infanzia prolungata. Tuttavia, anche negli ultimi anni, nella mia esperienza, i campi-scuola hanno sempre avuto un fascino e una validità perché capaci di far convivere e collaborare, in una comunità di 40-50 persone, ragazzi che a casa loro sono accontentati in tutto, ma sono particolarmente soli e, quindi, più bisognosi di socializzare e di saper condividere la vita con gli altri, imparando a servire e non soltanto ad essere serviti.

    Valori e domande emergenti dalle esperienze vissute con i giovani

    Da questa esperienza cinquantennale, è arduo dedurre una sintesi chiara ed esauriente dei valori educativi e dei bisogni primari che emergono dai ragazzi, ai quali dobbiamo dare delle risposte.
    Ci proverò cercando di individuare i bisogni dei ragazzi oggi e sempre, e le risposte inadeguate o assenti da parte di noi adulti e in particolare degli stessi preti che, per la loro missione, debbono essere dei “padri-educatori” capaci di aiutare i giovani a diventare uomini e credenti, facendo leva sulle potenzialità di ciascuno e sulla collaborazione libera.
    Nella mia esperienza di educatore, posso affermare che mi sono reso conto soltanto negli ultimi dieci anni di essere stato una persona importante, nello sviluppo educativo di tanti ragazzi che, diversi anni fa, mi sembravano refrattari, restii, ribelli e a volte addirittura insopportabili. Ho incontrato alcuni miei ex-allievi, sia della scuola apostolica che del liceo o di Casa Cini (ragazzi che oggi hanno circa 50 anni e sono professionisti affermati, padri di famiglia e qualcuno è già nonno) e mi hanno detto: Tu mi hai insegnato a vivere.
    Questa gratificazione mi ha fatto veramente piacere, ma l’ho avuta solo ora, non quando costringevo i ragazzi a studiare, a salire per i canaloni assolati, a mangiare tutto, a rinunciare a bere in salita sotto il sole e con lo zaino in spalla… o quando al fuoco di bivacco li facevo riflettere sulla giornata, mettendo in luce il bene e il male i pregi e i difetti, in spirito fraterno, con una specie di esame di coscienza collettivo, ai bagliori del fuoco, chiudendo la giornata col canto È l’ora dell’addio o con quello più scoutistico Signor, fra le tende schierati…
    Dopo questi flash di esperienze vissute, provo a schematizzare cosa chiedono i ragazzi ad un prete che sceglie di occuparsi di loro, per educarli alla vita e alla fede. Preferisco dividere due ambiti: quello del cortile d’un ipotetico oratorio e quello didattico della scuola. Tralascio di proposito l’ambito liturgico e sacramentale perché da questo, di fatto, i preti non possono prescindere, ma sarebbe un altro discorso utile.

    Nel cortile e nel gioco nell’ambito di un Oratorio

    Cosa chiedono i ragazzi a un prete (o a qualunque animatore ed educatore)?
    I ragazzi chiedono:
    – che il prete li ascolti sempre quando lo cercano. Non un prete che fissa loro l’appuntamento per … domani o … dopodomani. È bene ascoltarli nell’immediato, quando sentono il bisogno di esprimere il loro problema. I ragazzi vogliono le cose subito, hic et nunc, non sanno aspettare, sono istintivi. Se chiedono di parlare a un prete, già hanno fatto uno sforzo apprezzabile. Celentano nella sua nota canzone Azzurro ricorda “quelle domeniche” in cui passeggiava da solo nei cortili di un oratorio invocando di incontrare un prete “per chiacchierar”;
    – che il prete sia presente sempre dove loro vivono, giocano, cantano… condividendo lo stesso gioco, o comunque mostrando interesse e partecipazione, magari semplicemente raccattando una palla uscita dalla rete, o lodando un bel tiro in porta o nel canestro…;
    – che il prete sia un punto di riferimento, come arbitro di giustizia, come giudice di pace, come soccorritore per un ginocchio sbucciato, o per dissetare chi ha sete;
    – che il prete non faccia la spia ai genitori e che possibilmente non ricorra a loro come aiuto per correggerli; perderebbe altrimenti la fiducia e la stima;
    – che il prete non li rimproveri e non li umili in pubblico, specie se ci sono le ragazze, di fronte alle quali si preoccupano di salvare una certa immagine di “galletti”. La correzione va data a freddo, con calma e in privato;
    – che il prete li aiuti nel gioco a esprimere un certo spirito cavalleresco, senza la violenza che sta diffondendosi negli stadi. Oggi più che mai è necessario educare i ragazzi a un vero fair play, a saper giocare con stile, senza rabbia;
    – che il prete li accolga e dimostri di prenderli a cuore, manifestando di volere il loro bene, con benevolenza;
    – che il prete abbia le caratteristiche di un vero padre, perché i ragazzi a volte non percepiscono la presenza, in casa, di una solida figura paterna di riferimento, o per una separazione fra i genitori o solo per semplice disinteresse camuffato dietro mille (spesso inutili!) impegni quotidiani.
    Quando i ragazzi avranno dimostrato al prete affetto, stima e fiducia, allora egli potrà anche fare delle proposte religiose, ma senza forzature o ricatti, dando loro la prova di farli sentire liberi nelle scelte.
    Se il prete poi ha dei collaboratori nel cortile, è più che mai necessario che siano concordi nel metodo e nella linea educativa, senza contraddizioni e senza favoritismi.

    Nella scuola

    Se il prete insegna religione (ormai ne sono rimasti ben pochi), mi permetto qualche consiglio:
    – avere possibilmente una laurea per essere alla pari con gli altri docenti, per non sentirsi complessato nei loro confronti;
    – saper parlare di religione e del Cristianesimo con onestà, senza negare i difetti degli uomini di Chiesa che si incontrano nella storia;
    – saper mostrare rispetto per le altre religioni;
    – saper dialogare con giovani di ogni estrazione politica e sociale, senza sopraffare dogmaticamente i ragazzi che obiettano, contestano o criticano, ma aiutarli al giudizio critico onesto, verso ogni altra istituzione umana;
    – non svolgere, durante le ore di religione in una struttura scolastica statale, una catechesi volta primariamente alla fede, come la si fa in gruppi omogenei di credenti nelle sedi opportune, ma impegnarsi piuttosto nella informazione storica e culturale sulle fonti e anche sulla dottrina, situata nel tempo e nello spazio. I ragazzi non possono chiudere gli occhi di fronte a quello che vedono, o sentono di negativo circa uomini di Chiesa. Contraddirli, sui fatti reali, produce effetto contrario. È ancora importante evitare di essere trascinati sul terreno politico dei partiti;
    – offrire una lettura commentata delle fonti bibliche, soprattutto dei Vangeli in cui la figura di Gesù ha una sua forza efficace, che avvince i ragazzi, i quali odiano l’ipocrisia e la religione formale, usata spesso come copertura di comportamenti ben poco cristiani;
    – essere con loro brutalmente schietti mostrando che il sacerdote è convinto e contento della sua missione, ma è anche un uomo vero che capisce e condivide i problemi umani, nella loro storica realtà;
    – intervenire, nei Consigli di classe, per aiutare gli docenti a comprendere particolari situazioni di disagio, che possono spiegare il disimpegno o la mancanza di resa nello studio. Se un prete è amico dei ragazzi può essere a conoscenza di tanti eventi della loro vita privata che gli altri professori ignorano. Naturalmente deve fare uso discreto di queste informazioni;
    – il prete che fa religione deve essere stimato dai colleghi per la sua competenza culturale e per la sua capacità di mediare e dialogare, non cadendo mai nella trappola del pettegolezzo, o delle rivalità.

    Perché la “fuga” di tanti preti dal cortile e dalla scuola?

    La fuga dal cortile di un Oratorio

    Quanti sono i preti capaci di rispondere alle esigenze e alle attese dei ragazzi di oggi? Qui sta il punto.
    Soltanto a titolo di ipotesi, mi permetto di dire che nel clero, anche giovane, esiste un pizzico di paura a stare in mezzo a ragazzi che non ubbidiscono, che sono capaci anche di mandare… “a quel paese”, a ragazzi che scappano alla proposta di entrare in chiesa… e potrei proseguire con altri esempi. Tanti preti si trovano bene con i “gruppi di facile consenso”, in cui mancano atteggiamenti contestatari e conflittuali.
    Oltre la paura, c’è la fretta di vedere i risultati subito. Manca la pazienza di aspettare, pur sapendo che non è tempo perso quello di stare in mezzo ai ragazzi, in totale disponibilità, anche se non si possono recitare le Lodi con loro, come si fa nell’Azione Cattolica, o in altre associazioni analoghe.
    Chissà poi che tale fuga non dipenda anche dalla caduta dello spirito di sacrificio. È faticoso e disagevole stare fra queste aggregazioni più da “muretto” che non da associazionismo cattolico, in mezzo a ragazzi rumorosi, sguaiati, masticatori perenni di gomme americane, di pizzette e di gelati, che girano come rondini, o come cani perduti senza collare, scappando continuamente da se stessi…
    Ma oltre a chi ha paura di stare con questa nuova generazione di adolescenti, troviamo anche dei preti coraggiosissimi che si prendono cura dei ragazzi deviati e vittime della droga, Don Antonio Mazzi è un esempio. Certo, i ragazzi deviati che hanno toccato il fondo sono un problema particolare che rientra ormai nell’ambito della “cura”, ma è sicuramente meglio prevenire che curare. Chi si occupa della massa dei ragazzi sulla strada? Dobbiamo aspettare che tocchino il fondo del pozzo? Un Oratorio ben organizzato può offrire una prevenzione a tanti ragazzi nell’età critica.
    In tante parrocchie poi ci sono pure dei diaconi sposati, ma è piuttosto raro trovarne qualcuno che trascorra qualche ora tra i ragazzi; mentre abbondano quelli che stanno volentieri nei ruoli liturgici sull’altare, specialmente quando c’è un’autorità religiosa. Forse, in questi casi, gioca molto l’immagine del sacro e dell’abbigliamento liturgico, che pone le persone in una sorta di vetrina e quindi in una condizione di prestigio gratificante.

    La fuga dall’insegnamento religioso nella scuola

    A quanto detto sopra per il cortile, per la scuola aggiungerei qualche altra ipotesi:
    – la riduzione del compenso economico per quei preti che, come parroci o viceparroci, hanno già un reddito dall’Istituto Centrale del sostentamento del clero. Se questa fosse la principale ragione per scartare l’insegnamento religioso nella scuola, mi domando con quale spirito si possa fare ogni pastorale: se per lucro o per zelo puro e disinteressato;
    – la paura e la fatica di affrontare ragazzi critici, che maneggiano benino la storia, la filosofia e riflettono anche le opinioni della stampa laica e anche un po’ anticlericale;
    – la preparazione, in qualche caso inadeguata, ad affrontare il mondo e le nuove generazioni giovanili. Si preparano i seminaristi culturalmente, pedagogicamente e spiritualmente ma tutto ciò oggi non basta più.

    Su questi e altri argomenti ho scritto in: Creare un oratorio parrocchiale, Pescara, 2003 (nel caso, reperibile presso la Parrocchia di “Cristo Re”, Via del Santuario 160, 65125 Pescara – tel.085/415.35.49 – Fax:417.10.96); e in Un prete un uomo, Guaraldi Editore, Rimini 1998.



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