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    Oratorio: un cantiere aperto all'educazione vocazionale


    Laboratorio dei talenti 2.0 /4

    Davide Abascià * - Vincenzo Saracino **

    (NPG 2018-06-66)


    Costruiamo una casa…
    “L’approccio vocazionale favorisce e sostiene il progressivo manifestarsi del progetto di Dio nella vita di tutti coloro che frequentano l‘oratorio” (LdT, n. 10)

    Il progetto

    “Sai leggere e scrivere? No. Sai cantare? Il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissò in viso quasi meravigliato e rispose: No. Sai fischiare? Bartolomeo si mise a ridere. Era ciò che volevo. Cominciavamo ad essere amici”[1]. La parola “progetto” deriva dal participio passato del verbo latino “proicere”, che significa “gettare avanti”. Progettare significa infatti individuare preventivamente azioni, tempi, risorse che possono raggiungere un obiettivo intravisto. Gli occhi di don Bosco videro nel giovane Bartolomeo non i suoi comportamenti da ragazzaccio o la calma che utopisticamente si voleva conquistare a randellate, ma la voglia di sentirsi importante per gli altri, un talento semplice ma nascosto, il desiderio di essere felice che noi credenti chiamiamo santità.
    Solo quando c’è un desiderio autentico può esserci un progetto che “getta avanti”, illumina una possibilità umanizzante, per diventare più uomini, per dare “un senso profondo all’esistenza[2]”.
    Progettare uno stabile presume un processo lungo che passa dallo studio dell’idea progettuale, alle valutazione dell’impatto ambientale, ai contratti, alle relazioni tecniche sino alla parte esecutiva con piani di manutenzione dell’opera, di sicurezza e di coordinamento.
    Se questo accade per uno edificio, molto di più dev’essere fatto per una persona, “senza timore di fare proposte esigenti e mostrando che per tutti c’è una chiamata e un progetto di santità[3] (EDBV, n. 25). In oratorio quindi, non può esserci nulla senza una mentalità progettuale: conoscere un giovane, accompagnarlo a intravedere le sue risorse, permettergli di sperimentare sé stesso come dono ricco, provocarlo a guardare orizzonti grandi.
    Se l’oratorio è per sua natura una “intenzionalità progettuale educativa”, l’aspetto vocazionale diventa costituivo del suo DNA. Tale dimensione vocazionale “in oratorio si intreccia con l’accompagnamento dei ragazzi e la testimonianza di vita data dagli educatori”[4].
    “Accompagnare” e “testimoniare” non sono verbi da tavolino, ma in oratorio, la comunità educativa - in ogni spazio e tempo condiviso - provoca ciascuno, senza imporsi o appropriarsi, a riconoscersi amato e chiamato da Qualcuno, consci che “l’approccio vocazionale favorisce e sostiene il progressivo manifestarsi del progetto di Dio” (LdT, n. 10).

    Il prospetto

    Quando si presenta un progetto si allegano alla pianta i vari prospetti che mostrano come si eleva lo stabile. I prospetti frontali, le facciate di palazzi antichi o di strutture importanti, si progettano anche per esprimere un significato: una grande banca presenterà un prospetto imponente per dare sicurezza ai creditori, un palazzo nobiliare dovrà mostrare sfarzo e ricchezza. Similmente il progetto educativo in oratorio aiuterà ogni ragazzo a elaborare il suo “prospetto”, la sua facciata, all’interno del progetto vocazionale che si stimola e si accompagna a realizzare; con la dovuta pazienza per “l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato” (EDBV, n. 9).
    Il mondo virtuale ha inoltre contribuito a diversificare i prospetti a seconda degli ambienti vissuti: Instagram, Facebook, famiglia, scuola, amici … per ciascuno un prospetto. A quale dei tanti l’educatore deve affiancarsi? Evitando le forzature di un interminabile calcolo tra i prospetti più o meno autentici, è invece importante curare la relazione tra il prospetto e il resto del progetto. Non di rado, infatti, si potrebbe avere solo instabili facciate senza nessuna costruzione, appoggiate al nulla, come mondi ideali in cui perdersi e forse sperare che non diventino prigioni esistenziali.
    L’oratorio diventa così possibilità educativa per un protagonismo sano, offrendo l’occasione di abbattere le false facciate e rendere la disarmonia tra prospetto e progetto occasione di crescita e conoscenza di sé. L’oratorio è anche occasione di incontro con educatori maturi che mostrano prospetti senza inganni. Tutti gli atteggiamenti educativi, specie quelli di bassa soglia (Cfr. LdT, n. 16), ci ricordano che “l’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti, attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia”[5].

    La sezione

    L’esperienza vocazionalmente vissuta in oratorio porta in se la grande opportunità educativa di accompagnare i ragazzi e le ragazze nelle grandi migrazioni che vivono nella loro età evolutiva. Dalla migrazione dal mondo genitoriale a quello del distacco dagli “oggetti” dell’infanzia; da quella dal corpo infantile a quello di un’interiorità profonda[6].
    Quest’ultima migrazione può essere la grande scommessa di un educatore o del “don” dell’oratorio: accompagnare i ragazzi e le ragazze a prendere contatto con il proprio mondo interno a partire da ciò che vivono, per rintracciare dentro di se, “con-tatto” e senza “tattiche”, un progetto di vita “uno”, che mette insieme tutti quegli aspetti che possono sembrare isolati uno dall’altro, ma che contribuiscono alla crescita integrale della persona (cf. EDBV, n. 15).
    Una visione olistica della persona che non parta dal “prospetto”, ma che lo faccia divenire espressione naturale della cura del suo sé profondo. Considerare la vita stessa uno strumento di accesso alla realtà, attento al vivo fluire dell’esperienza vissuta[7]. Una vita che si metta in ascolto della vita e che si riconosca ascoltata dal Vangelo di Cristo. La Parola di Dio è quel “piano di sezione vivo” che, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, arriva fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore (cf. Eb 4,12).
    Tutto questo per aiutare i ragazzi e le ragazze, anche in oratorio, a “ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova (EvG, n. 264).
    Ogni piano di sezione, però, porta in se delle fatiche: entrare nella vita mentre si sta vivendo e correre il grande rischio di imbattersi in una ferita aperta che, per paura, si sceglie di non prendere in considerazione. Allora l’accompagnamento in oratorio diventa quello spazio di libertà che può aiutare i ragazzi a diventare dei “migranti pendolari” che portano la vita dentro per poi riportarla fuori trasformata da Colui che hanno incontrato.

    Il prospettico

    La dimensione vocazionale chiama in gioco il futuro della persona. Il tempo formativo dell’oratorio ha in se la sana ambizione di lasciare andare i ragazzi e le ragazze perché dopo aver raccolto il bene da inserire nel bagaglio a mano della vita, possano cominciare a camminare verso l’adultità. Per un educatore, ascoltare la vocazione di un giovane vuol dire credere in lui dando fondamento alla fiducia riposta. A tal proposito mi viene in mente quella tela famosa di Renè Magritte, Chiaroveggenza, dipinta nel 1936. Il pittore osserva, sopra un tavolo, un uovo, ma sta dipingendo un uccello, adulto, nero, con le ali spiegate. Ecco la chiaroveggenza: Magritte guarda un uovo, ma già vede in divenire il frutto e il destino ultimo di quell’uovo. Un quadro nel quadro come la vita nella vita.
    La fiducia, allora, diventa la forza che da prospettiva alla vita. E sappiamo tutti quanto è rischioso dare fiducia soprattutto se più di qualcuno non rientra nei nostri schemi educativi.
    Il prospettico vocazionale della vita di un giovane inscrive traiettorie di cambiamento in cui i due fuochi sono l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (Mc 12,29-31), la linea di terra è il contatto non idealizzato con la propria storia e il punto di fuga è tutto ciò che non si riesce a vedere oggi ma che rientra nella categoria dell’inedito.
    Il quadro prospettico individua il punto di vista che interpella educatori e ragazzi al discepolato vissuto nella carica profetica della vocazione, la quale ci pone davanti un appello costante a essere noi stessi per diventare più uomini, più donne.
    L’educazione vocazionale è appello al desiderio di piena libertà di un essere umano, cioè di renderlo capace di amare la vita e di servirne le dinamiche, per se e per gli altri[8] in virtù di una chiamata prima che è opera di Dio.

    Il progresso

    L’equipe di esperti che cura la costruzione di uno stabile segue costante l’andamento dei lavori. Architetto, ingegnere, capocantiere, le varie figure addette alla sicurezza, nei vari sopralluoghi verificano che tutto proceda con cura e perizia, nei modi e tempi accordati. Allo stesso modo bisogna elaborare strumenti che possano verificare l’ampiezza e la profondità della dimensione vocazionale, per evitare il rischio di giocare al risparmio. Non deve spegnersi il desiderio di felicità, la ricerca della verità e il bisogno di comunione fraterna (Cfr. LdT, n. 10).
    In questa difficile arte “la gradualità è il criterio imprescindibile per accompagnare i ragazzi e i giovani nelle tappe della loro crescita”, “tenendo fisso lo sguardo sulla meta del progetto educativo, che costituisce il paradigma di tutta la proposta oratoriale: la maturità integrale, umana e religiosa, dei ragazzi e dei giovani” (Cfr. LdT, n. 10).
    Non sarà mai possibile esaurire nell’esperienza oratoriana la realizzazione della vocazione di ciascuno; le persone, diversamente da cemento e mattoni, sono in continua crescita a cambiamento. La santità forse è più il cammino che la meta. Piuttosto “tutte le attività dell’oratorio costituiscono pertanto occasioni proficue per far maturare un adeguato senso vocazionale” (LdT, n. 10).
    Il senso vocazionale in don Bosco ha mostrato a Bartolomeo un tesoro che poteva mettere a servizio per tutti: saper fischiare; quando cioè qualcosa di semplice o di non considerato può diventare un bel dono da offrire.
    I continui sopralluoghi sui cantieri della formazione devono essere condivisi da tutta l’equipe educativa, ricordando che “chi assume il compito di educatore non può farlo semplicemente a titolo personale, ma deve sentirsi espressione della comunità: stimato e seguito, incoraggiato e sostenuto. Tale servizio, infatti, rappresenta una vera propria chiamata: è una vocazione che ha bisogno del discernimento e del dovuto accompagnamento formativo” (LdT, n. 22).

    Il processo

    “Avviare processi più che occupare spazi”: è un’espressione molto cara a Papa Francesco. Per ben otto volte lo ha ripetuto ai sacerdoti e ai consacrati riuniti nel Duomo di Milano lo scorso 25 marzo 2017 in occasione della sua visita pastorale alla diocesi lombarda.
    Quasi un antifona che ci provoca a imbastire le trame di ogni nostra azione educativo-vocazionale. L’oratorio non è uno spazio da occupare, ma un tempo “vocazionale” per darsi l’opportunità di vivere “relazioni personali autentiche e significative” (EDBV, n. 15) e dare la possibilità ai ragazzi di sentirsi accompagnati nel viaggio-processo esplorativo della loro vita chiamata all’Amore.
    L’attenzione al processo più che al risultato immediato ci aiuta a considerare un fattore scomodo per un’educazione vocazionale: la pazienza. Attenzionare i processi più che i risultati richiede molta pazienza che spesso può indurre a uno scoraggiamento portatore della tentazione di mollare tutto o di controllare esageratamente la vita delle persone.
    Fare attenzione al processo più che al prodotto vuol dire che il cammino e la storia vocazionale di ciascuno ha un significato profondo in se in quanto cammino, indipendentemente dalle mete e dagli obiettivi raggiunti. Gesù, in tutti gli incontri, ha avuto uno sguardo particolare su ciò che stava accadendo attorno a lui e in lui.
    Questo stile educativo ci può suggerire un atteggiamento fondamentale per essere attenti ad ogni tipo di processo: l’osservazione.
    Diventeremo bravi registi, bravi allestitori, bravi conduttori, solo se affrontiamo questa fatica che parte dall’imparare a osservare se stessi e le situazioni, per ritornare su ciò che si è osservato e lasciarsi accompagnare ad apprendere dalla vita stessa le dinamiche relazionali/ vocazionali che si agitano in noi e nutrono il cuore.
    L’oratorio, allora, diventa “laboratorio” quotidiano di apprendimento dai processi di vita nella relazione con se stessi, con gli altri e con il Signore. Così il mandato educativo di “iniziare i giovani alla vita come risposta a una vocazione[9]”, può diventare cantiere aperto alla chiamata del Dio della vita nella vita.

    NOTE

    [1] T. BOSCO, Don Bosco. una biografia nuova, LDC, Torino 1979, p. 115.
    [2] CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 21. (Da questo momento in poi “EDBV”).
    [3] Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale del 27 febbraio 1999, n.2.
    [4] CEI, Il laboratorio dei talenti. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo, n. 10. (Da questo momento in poi “LdT”).
    [5] BENEDETTO XVI, Discorso alla 61 Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010.
    [6] Cfr. GIOVANNI TAGLIAFERRO, Le età delle grandi migrazioni. L’adolescenza e le sue dinamiche, EDB, Bologna 2015, pp. 35-42.
    [7] Cfr. ANTONELLA ARIOLI, Questa adolescenza ti sarà utile. La ricerca di senso come risorsa per la vita, Franco Angeli Ed., Milano 2013, p. 32.
    [8] Cfr. PIERRE DURRANDE, L’arte di educare alla vita, Ed. Qiqajon, Magnano 2012, p. 41.
    [9] Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede, n. 2; Cit. in LdT, n. 10.

    * Incaricato regionale per la Puglia per il Servizio di Pastorale Giovanile
    ** Segretario ANSPI per la regione Puglia.



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