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    Santi come modelli e compagni di viaggio


    I Santi: testimoni delle Beatitudini nella vita quotidiana, ognuno a suo modo!

    Pierluigi Cameroni

    (NPG 2019-05-39)


     

    L’imperativo gioioso Gaudete et exsultate, che dà il titolo alla Esortazione apostolica di papa Francesco, viene messo in relazione con il testo delle Beatitudini. “Esse”, scrive Francesco, “sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: ‘Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?’, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita” (GE 63).
    Questa comune chiamata alla santità si attua per la via delle Beatitudini e ognuno la realizza secondo quella singolare specificità che fa di ciascuno di noi figli di Dio unici, che nella risposta al dono di Dio, nell’esercizio della propria libertà e nella varietà delle circostanze realizza la propria fisionomia spirituale, cioè la sua santità.
    È bello ripercorre le Beatitudini vedendo come sono state incarnate in modo originale da alcuni testimoni.

    Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli: essere poveri nel cuore, questo è santità!
    I poveri in spirito sono coloro che si fidano di Dio, si affidano a Lui e sanno riconoscersi piccoli e bisognosi della Misericordia di Dio. Sanno donare a Dio tutto se stessi e trovare pace nell’animo.
    Agostino di Ippona (354-430), dopo una vita dissoluta e piena di peccati, si converte grazie alle preghiere della madre Monica e ritrova il suo Signore. Nel suo cammino di conversione scrive un libro: “Le Confessioni”, in cui racconta la sua vita e il suo desiderio di vivere con Cristo e scoprire la sua misericordia. Le preghiere e le lacrime della madre Monica hanno permesso al figlio Agostino di convertirsi e di trovare in Dio l’Amore del suo cuore, tanto da esprimere: “Ama Dio e fai quello che vuoi!”. Agostino affascinato dalla novità del Vangelo inizia e inaugura una vita nuova nell’ebbrezza dello Spirito Santo: non cerca più la gioia nei piaceri del mondo, ma nella povertà dello Spirito guidato da uomini di Dio come Ambrogio di Milano e inserito in comunità cristiane vive e testimoni della novità del Vangelo e diventando maestro di quella grazia che fa nuove tutte le cose.

    Beati i miti, perché avranno in eredità la terra: reagire con umile mitezza, questo è santità.
    “La mitezza è un’altra espressione della povertà interiore, di chi ripone la propria fiducia solamente in Dio. Di fatto, nella Bibbia si usa spesso la medesima parola anawim per riferirsi ai poveri e ai miti” (74). La mitezza non è buonismo o rassegnazione, ma è espressione della forza interiore che vince il male con il bene.
    Come i 21 cristiani, di cui 20 copti, uccisi in Libia per la loro fede all’inizio del 2015 da uomini a volto coperto appartenenti all’Isis. Le vittime avevano dai 20 ai 30 anni e metà di loro erano sposati. Inginocchiati, indossavano una tuta arancione che nessuno ha più dimenticato e vennero decapitati. Una settimana dopo il massacro del 2015, il patriarca Tawadros III decise di iscrivere i nomi dei 21 uccisi nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta ortodossa, fissando come data per la loro commemorazione il giorno corrispondente al 15 febbraio. Il video che mostra la loro esecuzione è stato costruito come una messa in scena cinematografica terrificante allo scopo di diffondere il terrore. Ma dietro l’aspetto macabro, si vede che alcuni martiri, al momento della loro barbara esecuzione, ripetono “Signore Gesù Cristo”. Senza dubbio questi cristiani sono morti per Cristo, senza rinnegarlo. Sono segno dei numerosi cristiani di ogni confessione che anche oggi vengono perseguitati e uccisi per il nome di Gesù, spesso in occasione delle grandi feste della fede cristiana come il Natale e la Pasqua.

    Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati: saper piangere con gli altri, questo è santità.
    Ci sono motivi per piangere. Gesù lo ricordava alle figlie di Gerusalemme sulla via del Calvario (Luca 23,28). Ma “il mondo non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle”. Invece, “la persona che vede le cose come sono realmente… scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro è carne della sua carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita” (75-76).
    Il Beato don Carlo Gnocchi (1902-1956), cappellano degli alpini durante la disastrosa ritirata dalla Russia, dedicò la sua vita ai ragazzi orfani e ai mutilatini. Quante lacrime vide sui campi di guerra, sugli occhi dei piccoli: tutta quella sofferenza vissuta era un tesoro preziosissimo che non doveva essere perduto. Per questo insegna ai suoi mutilatini a soffrire e a offrire in unione con Gesù che soffre sulla croce e ripresenta il suo sacrificio nella Santa Messa, ogni giorno, in espiazione dei peccati del mondo e per la salvezza degli uomini. “Queste vostre lacrime devono diventare perle, angeli miei!”. “Ma com’è possibile?”. “Prepareremo una cassettina e in essa lasceremo cadere delle perle vere, preziose. Quando uno di voi deve, per il suo bene, subire nella clinica di Parma un’operazione chirurgica, lasciarsi ingessare un arto, farselo tirare in trazione, soffre. Ebbene questa sofferenza fisica non deve andare perduta: bisogna offrirla al Signore, senza piangere, senza gridare. Quando uno di voi sarà riuscito con coraggio, pensando a Gesù in croce, che ha sofferto più di qualsiasi altro sulla terra, a sopportare senza lamenti la sua operazione, avrà diritto a mettere nella cassettina una perla vera”.

    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati: cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità.
    La giustizia, di cui parla Matteo, non è la giustizia dei farisei. Tutto il discorso della montagna è un costante richiamo alla “giustizia più piena”, che in definitiva coincide con l’amore. Si tratta di una giustizia che si manifesta specialmente con gli indifesi. Il Papa cita il profeta Isaia: “Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (79).
    Così il Venerabile Giorgio la Pira (1904-1977), sindaco di Firenze che la povera gente sentiva amico, diceva 'santo' in senso proprio, uomo di Dio. Ispirato a una vita evangelica si pone sempre dalla parte di chi è in difficoltà e subisce ingiustizie, come avvenne in occasione del salvataggio della Pignone, la fabbrica che nel 1953 minacciava di licenziare 1750 lavoratori. La Pira si schiera a fianco degli operai che occupano la fabbrica e questo fa gridare allo scandalo anche a una buona fetta del mondo cattolico. Per fortuna, La Pira troverà accanto a sé un arcivescovo di Firenze che lo comprende fino in fondo e che dirà di lui: “La Pira è scomodo? Ma si capisce, è una copia del Vangelo vivente. L'affare Pignone è scomodo? Si capisce, però come non scegliere la parte di coloro che sono nell'angustia per l'incertezza del loro avvenire?”.

    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia - guardare e agire con misericordia, questo è santità.
    Le due opere di misericordia maggiormente sottolineate da Matteo sono l’elemosina e il perdono, il “dare” e il “perdonare”. “Dare e perdonare è tentare di riprodurre nella nostra vita un piccolo riflesso della perfezione di Dio, che dona e perdona in modo sovrabbondante… La misura che usiamo per comprendere e perdonare verrà applicata a noi per perdonarci. La misura che applichiamo per dare, sarà applicata a noi nel cielo per ricompensarci. Non ci conviene dimenticarlo” (81).
    Nel nostro tempo è stata affidata a una giovane religiosa polacca, Santa Faustina Kowalska, nata nel 1905, la missione di far conoscere la misericordia di Dio, a seguito di alcune visioni da lei narrate nel suo Diario, oggi tradotto in numerose lingue. Santa Faustina morì a soli 33 anni nel 1938: la sua eredità fu compiuta da Karol Wojtyla, San Giovanni Paolo II, che da giovane operaio conobbe la figura e il messaggio di questa religiosa fermandosi in preghiera mentre andava al lavoro a piedi nel luogo in cui era sepolta. La misericordia di Dio non è un ideale disincarnato dalla realtà, relegato al mondo delle pie pratiche e delle devozioni del cuore, ma un’esperienza concreta che tocca le storie e le ferite di ogni singolo essere umano. Santa Faustina “fu chiamata ad entrare nelle profondità della divina misericordia”, mentre papa Wojtyla ha avuto il merito di mettere in luce “l’urgenza di annunciare e testimoniare la misericordia nel mondo contemporaneo”.

    Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità.
    La purezza di cuore è complessiva, totale. Per la Bibbia il cuore è là dove l’uomo tiene in mano il suo destino, dove si giocano le grandi decisioni, dove in qualche modo sono chiamate a raccolta tutte le sue facoltà. “Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione, e non parole vuote, allora quel cuore è puro, e può vedere Dio” (86).
    Quando la Beata Pierina Morosini venne mortalmente aggredita il 4 aprile 1957, fu subito accostata a Santa Maria Goretti, di cui ebbe la grazia di partecipare alla beatificazione e fare questo proposito: “Come mi piacerebbe fare la morte di Maria Goretti!”. Ma rispetto alla ragazza non ancora dodicenne, la Morosini è poi sempre rimasta nell’oblio, quasi in coerenza con lo stile della sua esistenza interamente condotta nel riserbo e nel nascondimento. Riportiamo qualcuno dei suoi pensieri, dai quali riverbera lo spessore della sua intimità con Dio e la purezza del suo cuore: “Piuttosto che peccare mi lascio ammazzare”. Una sua preghiera: “O Maria, sempre giovane perché sempre pura, fate ringiovanire il mio cuore con la bellezza della castità”.

    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio: seminare pace intorno a noi, questo è santità.
    Operatori di pace, o pacificatori, sono coloro che ricompongono i dissidi promuovendo la pace, nel senso complessivo che la parola shalom comporta. “Non è facile costruire questa pace evangelica, che non esclude nessuno”: una pace “che non cerca di ignorare o dissimulare i conflitti”, ma di risolverli e trasformarli in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Si tratta di essere artigiani della pace, perché costruire la pace è un’arte che richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza” (89).
    San Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), arcivescovo di San Salvador, il giorno prima di essere ucciso, invitò i soldati a “disobbedire a ordini che ingiungono di uccidere” perché “sono ordini di peccato”. Così parlava della pace: “La pace non è assenza di guerra. Questa è una concezione molto negativa. Non possiamo dire che c’è pace quando non c’è guerra. Attualmente non c’è guerra in molti paesi, in quasi tutto il mondo non c’è guerra, e tuttavia in nessun posto c’è vera pace. Non basta dunque, che non ci sia guerra. La pace è il frutto della giustizia. Questo sì che è pace. La pace ci sarà solo quando ci sarà giustizia. Pace è il prodotto dell’ordine voluto da Dio, e che gli uomini devono conquistare come bene nell’ambito sociale: quando non ci sono repressioni, quando non c’è segregazione, quando tutti gli uomini possono ricorrere ai propri diritti legittimi, quando c’è libertà, quando non c’è paura, quando non ci sono popoli soffocati dalle armi, quando non ci sono prigioni dove gemono, perdendo la loro libertà, tanti figli di Dio; dove non c’è tortura, dove non vengono calpestati i diritti umani”.

    Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli: accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità.
    Cercare il Regno di Dio e la sua giustizia (Matteo 6,33) significa cercare Gesù, la sua croce e la sua risurrezione. In particolare, “la croce – soprattutto le stanchezze e i patimenti che sopportiamo per vivere il comandamento dell’amore e il cammino della giustizia – è fonte di maturazione e di santificazione” (92).
    Il Beato Stefano Sándor nacque a Szolnok (Ungheria) il 26 ottobre 1914. Fin da ragazzo si sentì attratto dal carisma salesiano e nel 1940 emise la prima professione religiosa come salesiano coadiutore. Si distinse per l’impegno educativo tra i giovani apprendisti tipografi, per l’amore alla casa di Dio e nell’animazione di vari gruppi giovanili. Con l’avvento del comunismo scelse di rimanere in patria per dedicarsi clandestinamente all’educazione della gioventù. Nel 1952, durante la persecuzione, fu arrestato e condannato a morte. Sigillò con la vita la sua fede in Dio e l’amore per i giovani, a Budapest, l’8 giugno 1953, affrontando con fede prove e torture, credendo che “le sofferenze saranno seguite dalla beatitudine, che durerà eternamente”.


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