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    Onora l’adulto che è in te


    Armando Matteo

    (NPG 2020-07-11)
     

    Indice

    Introduzione
    1. Gli adulti non sono più quelli di una volta
    2. Cambiamento d’epoca
    3. La fatica di educare
    4. La rottura della trasmissione generazionale della fede
    Pastorale giovanile e questione dell’adulto
    Patto educativo globale
    7. Benedetti quegli adulti
    8. Sinodalità, missionarietà, popolarità
    9. Riferimenti bibliografici


    Introduzione

    Il tema al centro di questo Dossier di NPG è quello dell’adulto. L’orizzonte specifico, a partire dal quale un tale argomento verrà trattato, sarà quello di una sempre più diffusa e consistente “crisi” che investe sia coloro che sono adulti sia il concetto stesso di “adultità”. Si tratta di una crisi dalle vaste e molto gravi conseguenze: quando, infatti, gli adulti non fanno gli adulti e quando la categoria dell’adultità non costituisce più uno dei riferimenti fondamentali dell’esistenza umana, sono proprie le nuove generazioni quelle destinate a dover pagare un prezzo molto alto.
    D’altro canto, non è per nulla difficile intuire quanto sia decisivo il ruolo delle generazioni adulte per la vita buona di quelle giovani. Si pensi semplicemente alla questione educativa o ancora a quella della trasmissione della fede. Senza adulti, infatti, cioè senza il contatto con uomini e donne adulti (e ovviamente tali non solo in senso cronologico, come si avrà modo di verificare di seguito), che si offrano quale meta del cammino proprio dell’essere di ogni giovane, non vengono al mondo altri adulti (e ovviamente anche in questo caso non solo in senso cronologico). Qualcosa di simile vale anche per la questione della maturazione della fede dei bambini e dei ragazzi: la testimonianza di fede, da parte dei propri genitori, e dunque di adulti, costituisce sempre l’innesco fondamentale del passaggio da un credere da bambini ad un credere da adulti.
    Né più in generale si può dimenticare quanto sia preziosa l’opera delle generazioni adulte nel promuovere il passaggio di testimone, nella regia delle sorti del mondo, a quelle più giovani e dunque l’impegno concreto delle prime per una società capace di garantire le condizioni economiche per un’adeguata formazione delle seconde, per un loro inserimento nel mondo lavorativo precoce e dignitoso e, non da ultimo, per la realizzazione dei loro progetti di coppia e di famiglia. E qui accenniamo solo velocemente a tutto il tema della responsabilità adulta per quel che riguarda l’ecologia e la manutenzione politica di una convivenza pacifica di tutti gli abitanti della terra.
    Si potrebbe, infine, parlare di una certa centralità dell’adulto anche per quel che riguarda la vita buona delle comunità cristiane e dunque delle parrocchie, dei movimenti, delle associazioni e delle tante realtà religiose e monastiche che costituiscono l’universo cattolico. Ebbene, da tempo assistiamo all’accrescimento della popolazione anziana e molto anziana in tutte queste realtà, che molto difficilmente sarà in grado di trascinare, nell’ambito di coloro che le tengono in vita e ne portano avanti le attività, i rappresentanti delle nuove generazioni. Qualsiasi realtà eccessivamente disertata dagli adulti non risulterà mai particolarmente appetibile a coloro che si preparano a diventare adulti a propria volta, ovvero ai giovani.
    Per questo, allora, una rivista dedicata alla pastorale giovanile non può non interessarsi di ciò che capita all’adulto. Vi è, infatti, una regola base della vita umana che queste pagine spesso lasceranno trapelare: solo quando gli adulti fanno gli adulti, i giovani possono fare i giovani.
    L’attenzione diventa più acuta, nella misura in cui, come accennato, da più parti si nota una reale situazione critica a proposito degli adulti.
    Si aggiunga, infine, il dato per il quale la delicatezza e l’urgenza dell’argomento erano stati già ben avvistate dall’Episcopato Italiano circa una quindicina di anni fa. Nel 2004, i presuli della Penisola pubblicarono una nota pastorale molto incisiva, dal titolo Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. A chi scrive risuona come ancora attuale uno dei passaggi di quel testo, un passaggio in cui si propone una sorta di sintesi di quell’auspicato rinnovamento missionario delle parrocchie nel contesto attuale, annunciato nel titolo. Siamo al numero 9 della Nota che così afferma:

    «La parrocchia missionaria, per non scadere in sterile retorica, deve servire la vita concreta delle persone, soprattutto la crescita dei ragazzi e dei giovani, la dignità della donna e la sua vocazione – tra realizzazione di sé nel lavoro e nella società e dono di sé nella generazione – e la difficile tenuta delle famiglie, ricordando che il mistero santo di Dio raggiunge tutte le persone in ogni risvolto della loro esistenza. A questo punto, però, non si può non rileggere con coraggio l’intera azione pastorale, perché, come tutti avvertono e sollecitano, sia più attenta e aperta alla questione dell’adulto».

    Provando ad applicare una tale considerazione al campo della pastorale giovanile, si potrebbe dire che una pastorale giovanile desiderosa oggi – e come potrebbe non esserlo – di corrispondere alle indicazioni che papa Francesco ha evidenziato nell’Esortazione postsinodale Christus vivit deve essere più attenta e più aperta alla questione dell’adulto. È anche così che potrà davvero essere una pastorale giovanile sinodale, missionaria, popolare.
    È in questa direzione allora che si muovono le riflessioni che verranno ora offerte a proposito della questione dell’adulto, a partire subito da una migliore decifrazione di quell’accennata crisi degli adulti e del concetto stesso dell’adultità.


    1. Gli adulti non sono più quelli di una volta

    Una felicissima osservazione di Pierangelo Sequeri offre la giusta chiave d’accesso all’orizzonte prospettico della nostra riflessione, quello cioè relativo alla “crisi” attuale degli adulti e della stessa “adultità”. Scrive il teologo milanese:

    «La buona notizia è questa: ogni generazione viene al mondo con i fondamentali che deve avere; sono idealisti come noi, goffi come noi, teneri come noi, stupidi come noi che volevamo cambiare il mondo ogni momento. La cattiva notizia è questa: trovano noi. E noi siamo un po’ cambiati»[1].

    Nella sostanza il teologo milanese invita a prendere atto della seguente situazione. Ogni nuova generazione che viene al mondo possiede tutto quello che deve possedere per fare il proprio mestiere. Il riferimento è qui ovviamente alle generazioni definitive sociologicamente “giovani”, e dunque alla Y Generation, i nati tra il 1980 e il 1995, e alla Z Generation, i nati dopo il 1996. Il vero nodo problematico resta sempre lo spazio di manovra che ad ogni nuova generazione lasciano o consentono quelle che la precedono e questo dipende direttamente dal loro modo di essere e di interpretare la propria parte nel mondo. Ebbene, Sequeri afferma che le generazioni già presenti al mondo – è qui il riferimento è essenzialmente agli adulti, e dunque alla generazione dei Boomers, i nati tra il 1946 e il 1964, e alla X Generation, i nati tra il 1964 e il 1980 – sono un po’ cambiate.
    Ed ora non ci resta che meglio capire perché questo cambiamento degli adulti sia davvero una cattiva notizia. Intanto poniamo sotto la lente di ingrandimento proprio questa metamorfosi degli adulti.
    Lo facciamo, appoggiandoci alle parole del noto giurista italiano Gustavo Zagrebelsky, il quale nel 2016 ha dato alle stampe un saggio intitolato semplicemente Senza adulti[2]. Un titolo che è nello stesso tempo una constatazione di fatto ma anche un grido d’allarme proprio per il ruolo sensibile, nell’ordine delle cose del mondo, rivestito dalle generazioni adulte. Ma vediamo come di esso rende ragione il suo autore:

    «Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a sé stessi per mimetizzarsi nella cultura giovanile dei figli»[3].

    Quel che queste domande e questi pensieri suggeriscono è proprio il dato per il quale nessuno sa più dove siano realmente finiti gli adulti, cioè che fine abbia fatto quella parte di popolazione che è titolare dello status di adulto, il quale indica sempre persone mature, ben piantate, salde in se stesse, capaci pertanto di un affrontamento dell’esistenza che ha lasciato alle spalle le titubanze e i turbamenti delle precedenti stagioni della vita e che proprio in ragione di ciò può far fronte alle leggi elementari dell’esistenza umana, accompagnare le nuove generazioni nel cammino della crescita, che è sempre contemporaneamente cammino di decisione e di rinuncia, e prendersi infine efficacemente cura del pianeta e testimoniare infine quanto sia umana la parola di Gesù.
    Intorno a noi, suggerisce Zagrebelsky, pare che non ci siano più rappresentati di ciò che la parola “adulto” evoca. Sembra, invece, di intravedere, accanto ai giovani veri, tanti, anzi tantissimi, giovani falsi e falsificati. Insomma, sembra che di adulti veri all’altezza della propria identità e responsabilità ce ne siamo sempre di meno. Questa è la denuncia del libretto Senza adulti.
    E questo segna, innanzitutto, un vero paradosso, almeno per quel che riguarda il nostro Paese. In verità, dal punto di vista della distribuzione demografica, mai come oggi la fetta di popolazione sociologicamente adulta è così ampia. Per dare un dato approssimativo, si pensi che gli adulti presenti oggi in Italia sono all’incirca tre volte di più dei giovani! Eppure, si può, si deve dire che siamo senza adulti! Quel che è qui veramente in gioco – e che ora è il caso di specificare in modo netto – è, al di là del mero dato sociologico che fa da spartiacque tra giovani e adulti (in Europa fissato al compimento del 34 anno d’età), l’incarnazione e la testimonianza diretta di ciò che sotto il profilo dell’umano e dunque del significato comporta il diventare adulto. Chi è, allora, l’adulto, del quale sembra dover oggi tragicamente registrare l’assenza di rappresentanti in carne e ossa?
    Sull’argomento, per fortuna, ci precede una lunga e sedimentata tradizione culturale, sviluppatasi soprattutto nell’ambito delle scienze psicoanalitiche e in quelle filosofiche. Le prime a proposito dell’idea di adulto mettono in rilievo la maturazione della capacità riproduttiva del soggetto e la stabilizzazione psichica di una tale evento. Sotto questa luce, il diventare adulto ha dunque a che fare con il superamento di un certo narcisismo primario e l’apertura responsabile e cosciente alla possibilità di dare e prendersi cura della vita di altri. Le scienze filosofiche, dal loro canto, soprattutto a partire dal Novecento, hanno imposto e sollecitato una lettura dell’umano fortemente centrato sul tema della relazione, dell’apertura all’altro, del dialogo, permettendo dunque di leggere le età della vita in correlazione con la conquista intellettuale e con una prassi concreta all’altezza di questa verità.
    La tradizione cristiana da cui proveniamo non è meno ricca al riguardo. Sul fondamento solido della scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento, ha saputo sempre dare il giusto rilievo ad una maturazione del soggetto umano – al suo divenire adulto – come spazio di un sereno e vigoroso confronto con la realtà e le sue leggi e soprattutto come esercizio di quell’amore e cura per il prossimo pari all’amore e alla cura indirizzati a se stessi, rimarcando in tal modo l’esplicito insegnamento di Gesù. Di questa tradizione, vorremmo citare almeno due testimoni autorevoli. Il primo è Romano Guardini, il quale, nel suo saggio Le età della vita, così parla dell’adulto:

    «All’origine dell’età adulta sta il processo attraverso il quale l’uomo si è ben radicato nella sua persona e nel suo carattere, e si è pienamente inserito nella realtà che lo circonda; egli prende coscienza di cosa significhi “saper stare in piedi da solo”, ed è deciso a metterlo in pratica. A questo punto si sviluppa ciò che si chiama carattere, cioè la stabilità interiore della persona, che non è rigidità e neppure sclerosi dei punti di vista e degli atteggiamenti; ma consiste piuttosto nella connessione delle facoltà attive del pensiero, del sentimento e della volontà con il proprio centro spirituale»[4].

    Una seconda indicazione ci viene da Pierangelo Sequeri:

    «L’umano si edifica nella qualità della libera pro-affezione, accumulata e investita nei millenni, che ha fatto miliardi di miracoli ogni giorno. Intendo quella sensibilità e quella premura per l’umano, in noi e – indisgiungibilmente – nell’altro, capaci di scavarsi l’ascesa al cielo anche negli abissi del tragico […]. Nel piccolo di ogni singola esistenza, l’appello di questa sensibilità appare una volta e infinitamente si ripete: irrimarginabile e salvifica frattura, prodotta dalla coscienza della giustizia, nella presunta giustizia dell’autocoscienza. La disperazione di un figlio che non è neppure il mio, il disonore della prevaricazione dell’inerme, mi chiamano in causa. Una volta che questa sensibilità è apparsa, l’umano è nelle nostre mani e ci giudica. L’individuo che è capace di farsi prossimo è un adulto degno di sedere nel consesso degli umani, chi è capace di amare solo se stesso, non ancora»[5].

    In definitiva, provando a fare una sintesi degli stimoli sin qui raccolti, si può affermare che l’adulto, in verità, costituisce il pieno compimento dell’umanità dell’uomo. Egli è, infatti, colui che è capace di avere rapporto franco e signorile con le leggi della realtà, con la limitatezza e l’ambivalenza di ogni progetto e di ogni gesto umano, con l’invecchiamento e il destino mortale della specie; nello stesso tempo, è soprattutto colui che è “capace di dimenticarsi di sé vista della cura di altri”. È colui, insomma, che ha capito che la domanda fondamentale non è quella relativa a ciò che egli può ottenere dagli altri e dal mondo, ma quella relativa a ciò che egli può dare al mondo e agli altri.
    L’adulto perciò è colui che al meglio incarna ciò che la parola responsabilità evoca in ogni tempo e su ogni luogo della terra: è colui, infatti, che è sempre capace di una di risposta generosa e senza riserve a tutte le volte che la vita – tutta la vita e la vita di tutti – chiama a darsi da fare. Diventare adulto significa pertanto portare a fioritura la nostra condizione umana. È l’essere della generatività per eccellenza. E di tutto questo egli è testimone privilegiato per chi viene al mondo dopo di lui. Testimone della verità più preziosa per ogni nuovo arrivato della specie: quella verità per la quale la vita è sempre degna del desiderio dell’uomo.
    Ebbene, se questo è lo statuto dell’adulto, la verità profonda di ciò che chiamiamo adultità, allora si dovrà riconoscere che siamo senza adulti o forse più tragicomicamente che gli adulti di oggi non sono più quelli di una volta.
    Sì, perché questo è il punto critico del tempo che ci tocca vivere: gli adulti non sono più quelli di una volta, in quanto sono stati promotori di una rivoluzione straordinaria proprio circa il punto che dovrebbe decidere il compimento dell’umano. Gli adulti cui qui in modo prioritario facciamo riferimento sono quelli già citati dei Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964) e quelli della X Generation (i nati tra il 1964 e il 1980).
    Ebbene, è accaduto che proprio a partire dalla generazione dei Boomers, seguita dalla X Generation, al centro del compimento di un’esistenza umana non sia stata più riconosciuta e promossa la volontà del diventare adulto, nel senso appena esposto, quanto la volontà di “restare giovane” ad ogni costo. Come scrive acutamente Francesco Stoppa,

    «La specificità di questa generazione è che i suoi membri, pur divenuti adulti o già anziani, padri o madri, conservano in se stessi, incorporato, il significante giovane. Giovani come sono stati loro, nessuno potrà più esserlo - questo pensano. E ciò li induce a non cedere nulla, al tempo, al corpo che invecchia, a chi è arrivato dopo ed è lui, ora, il giovane»[6].

    Il contenuto di questo ideale di giovinezza – è bene chiarirlo – nulla ha a che fare con ciò che normalmente si intende con “spirito della giovinezza” o “giovinezza dello spirito”, che si può per esempio manifestare nel tingersi i capelli o nel nascondere qualche piccola ruga. La giovinezza come ideale è qui intesa piuttosto come grande salute, performance, libertà sempre negoziabile, via sicura per l’affermazione della propria sessualità, del proprio successo, del proprio fascino, disponibilità ininterrotta a “fare esperienze”, a completarsi e a rinnovarsi.
    Va da sé che l’adulto che s’ispira ad una tale ideale di giovinezza non ha più alcuno spazio per il lato etico-morale, educativo, di testimonianza, di cura, di traghettamento della vita specificante l’età adulta. Al contrario il suo orizzonte di riferimento – segnala giustamente Marcel Gauchet – è quello di

    «essere il meno adulti possibile, nel senso peggiorativo acquisito dal termine, sfruttarne i vantaggi aggirandone gli inconvenienti, mantenere una distanza rispetto agli impegni e ai ruoli imposti, conservare il più possibile delle riserve per altre possibili direzioni. La giovinezza assume valore di modello per l’intera esistenza»[7].

    Questo, tuttavia, comporta, ed è ancora alle tesi del politologo francese che ci rifacciamo, un’autentica

    «liquidazione dell’età adulta. Siamo al cospetto di una disgregazione di ciò che significava maturità [...] Quella dell’adulto non è ormai che un’età, senza un particolare rilievo o privilegio sociale. Nessuno deve più essere maturo, nel senso che non sussiste più l’obbligo pubblico della riproduzione collettiva. La vita famigliare e la procreazione sono divenute questioni puramente private. Non esistono più modelli di esistenza adulta definiti dal discrimine della creazione di un nucleo famigliare»[8].

    Sotto questa luce appare particolarmente pertinente ed efficace, in vista di una sintesi del grande cambiamento in atto sul versante delle generazioni adulte, un’espressione che papa Francesco utilizza in Christus vivit. Ai numeri 181 e 182 di quel testo, il Pontefice indirizza direttamente ai giovani la sua preoccupata attenzione, esortandoli a coltivare le loro “radici” e l’amore per la storia, specificando:

    «Pensate a questo: se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti. Allo stesso tempo, i manipolatori usano un’altra risorsa: un’adorazione della giovinezza, come se tutto ciò che non è giovane risultasse detestabile e caduco. Il corpo giovane diventa il simbolo di questo nuovo culto, quindi tutto ciò che ha a che fare con quel corpo è idolatrato e desiderato senza limiti, e ciò che non è giovane è guardato con disprezzo. Questa però è un’arma che finisce per degradare prima di tutto i giovani, svuotandoli di valori reali, usandoli per ottenere vantaggi personali, economici o politici».

    Eccoci, allora, dinnanzi al punto decisivo dell’intero percorso di ragionamento sulla crisi dell’adulto: siamo davanti all’avvento di una potente e radicale adorazione della giovinezza, da parte delle generazioni adulte. Le quali rinnegano profondamente la loro vocazione all’adultità e fanno dell’imperativo a non cedere sulla propria giovinezza il centro della loro esistenza. Né, a questo punto, possiamo evitare di citare almeno velocemente il fatto che il sistema economico imperante sfrutta con ottimi guadagni tale assurda pretesa degli adulti di poter vivere e godersi la vita senza invecchiare e senza morire. Una pretesa che ha come unico effetto quello di tanti uomini e di tante donne che giungono alla vecchiaia, senza mai essere stati adulti, lasciando così la nostra società semplicemente senza adulti.
    La radicale trasformazione, indotta dall’avvento dell’adorazione della giovinezza, delle generazioni adulte rende decisamente problematico l’assolvimento della loro naturale vocazione alla cura della prole, sia sotto il profilo della crescita umana e che sotto quello della trasmissione di valori e istruzioni religiose.
    Prima, tuttavia, di approfondire le pesanti ricadute di questo nostro ritrovarci “senza adulti” e i modi in cui pensare ad una qualche soluzione, appare utile, nell’economia complessiva del Dossier, provare a interrogarsi sulle ragioni di questo grande cambiamento che ha toccato le generazioni postbelliche. Come è stato, infatti, per loro possibile passare da un sentimento dell’umano fortemente incentrato e instradato sulla qualità adulta della presenza al mondo quale pieno compimento della nostra umanità a ciò che con le parole di papa Francesco abbiamo indicato come “adorazione della giovinezza” e dunque al trasferimento della piena dignità dell’umano solo a ciò che resiste e insiste dentro la forma della giovinezza?


    2. Cambiamento d’epoca

    Posti dinnanzi ad un così grande mutamento delle generazioni adulte, la prima cosa da osservare è che ha davvero ragioni da vendere papa Francesco, quando a proposito della storia recente dell’Occidente, afferma che la nostra, più che un’epoca di cambiamento, è in verità un cambiamento d’epoca. Ha ragione dunque nel sottolineare il fatto di trovarci davanti a trasformazioni della vita di tutti che non rappresentano semplicemente un incremento di tipo quantitativo rispetto alle condizioni personali, familiari, economiche e sociali di chi ci ha preceduto. Sono piuttosto trasformazioni che introducono una differenza qualitativa, un vero e proprio salto, un passaggio ad un livello diverso di presenza nel mondo della nostra specie. E si tratta di un dato che è sempre importante aver ben presente nell’azione pastorale, specialmente quando, come è oggi il caso, si intende ravvivarne lo spirito missionario.
    Non a caso, circa un anno fa, è questo che papa Francesco ha raccomandato ai suoi collaboratori più stretti, in occasione degli auguri di Natale del 2019 e che merita di essere riascoltato ancora una volta:

    «quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza».

    Ad avviso di chi scrive, questi cambiamenti epocali hanno avuto un impatto del tutto particolare proprio sulla condizione di vita adulta e dunque concretamente sulla condizione di vita dei Boomers e degli appartenenti alla X Generation e che soli possono spiegare il perché, alla fine dei conti, ci si trova in una società senza adulti.
    Quel che è accaduto e continua ad accadere è che grazie agli sviluppi della tecnica, della ricerca medica e farmaceutica, all’invenzione di numerosi dispositivi elettronici, all’avvento di nuove idee e di nuovi ideali più liberali e rivoluzionari, all’abbattimento di numerose barriere ideologiche e di infiniti tabù, al boom economico, al godimento di un congruo periodo di pace, alla radicale trasformazione democratica della convivenza civile, all’avvento della rete internet, le condizioni elementari dell’esistenza degli adulti sono cambiate[9]. Passando da una vita decisamente faticosa e difficile ad una vita i cui orizzonti e possibilità di sviluppo si rendono sempre più ampi e reali. Chi non ricorda per esempio cosa risponde Pinocchio a Mangiafuoco a proposito del mestiere di Geppetto? Fa il povero! Oggi siamo incredibilmente da un’altra parte, sotto una molteplicità di punti di vista. E se questa è cosa di cui essere grati a Dio, ovviamente, non si può non considerare quale effetto particolarmente destabilizzante ha contribuito a generare in merito ai fondamentali dell’umano, in particolare a quell’ordine delle età della vita, di cui abbiamo già parlato.
    Oggi, infatti, al centro dell’immaginario delle generazioni adulte, quelle da cui dipende in gran parte il bene della società e la vita buona delle nuove generazioni, non si trova più il desiderio di diventare ed essere adulto, quanto la ferma e decisa volontà di restare giovane per sempre. Volontà, quest’ultima, resa sempre più concretamente possibile proprio grazie al quel mutamento delle condizioni elementari dello stare al mondo dell’umano, derivanti dal cambiamento d’epoca di cui molti di noi sono testimoni.
    Si pensi così, per dare un dato molto concreto della trasformazione qualitativa dell’umano in corso, all’incredibile longevità di cui oggi gode il cittadino medio occidentale. La portata e ampiezza di tale longevità viene così efficacemente indicata da Marcel Gauchet:

    «In un secolo, dal 1900 al 2000, gli abitanti dell’Occidente sviluppato hanno guadagnato qualcosa come una trentina d’anni di speranza di vita alla nascita. Cifra parzialmente ingannevole, visto che mischia la diminuzione della mortalità infantile con l’incremento della longevità finale, ma che fornisce tuttavia un ordine di grandezza eloquente, se si considera che, da un lato, nel 1900, la caduta della mortalità infantile era già pronunciata rispetto alle ecatombi precedenti e, dall’altro, l’arretramento dell’età della morte prosegue con precisione da orologio (un trimestre ogni anno). Trent’anni, ossia il tempo comunemente stimato di una generazione: ecco, grossomodo, quello che abbiamo guadagnato nelle nostre esistenze individuali rispetto agli antenati del XIX secolo»[10].

    E, a ben vedere, la questione della longevità attuale non si risolve solo un piano meramente quantitativo: nella presa di coscienza cioè che oggi si hanno a disposizione più anni di vita da dedicare a ciò che in altri momenti della vita non era stato possibile. Il punto è che la longevità consegna all’uomo comune un senso altro dell’esistenza; attua cioè un salto qualitativo nel suo stare al mondo. Egli non è più tenuto, quasi costretto in modo irrevocabile e permanente, a fare i conti con un’esistenza giocata in pochi anni e dunque con il carattere precario e mortale del suo essere al mondo; e di conseguenza con un novero abbastanza ristretto di possibilità. Detto in modo sintetico, la longevità non offre al soggetto contemporaneo solo più vita, ma radicalmente più vite: più possibilità, più opzioni, più punti di ripartenza.
    Del resto, il fenomeno della longevità si deve e si accompagna non solo ad un miglioramento generale della salute dei cittadini occidentali, che godono di più cibo e di medicinali sempre più performanti, ma anche ad un miglioramento delle loro condizioni economiche. Mai l’uomo comune è stato così mediamente benestante come nel nostro tempo, nonostante la grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio.
    Si vive di più, dunque, in tutti sensi: con più anni, ma soprattutto con più possibilità, e dunque con destini aperti, imprevedibili e per larga misura semplicemente percorribili. E tutto questo vale in modo particolare proprio per la fascia adulta della popolazione. Questa, infatti, è la più dotata dal punto di vista economico e dunque la più capace di far valere, quando è il caso, il suo possibile desiderio di nuova vita e di vite nuove.
    La vita non trova più pertanto la sua raffigurazione pertinente in una sorta di “imbuto” alla cui parte larga si collocherebbe la nascita, l’infanzia e la giovinezza, tempi di esplorazione e di possibilità, e alla cui parte tubolare, ristretta, invece quella adulta, contrassegnata da quelle scelte irreversibili e definitive, familiari e lavorative, che incanalerebbero il soggetto umano in un percorso obbligato quasi asfissiante e semplicemente destinato all’evento della morte. Quest’immagine della vita era valida per l’uomo e la donna di cinquant’anni fa, i cui compagni di viaggio erano la povertà diffusa, le malattie senza cura, la fame di cui letteralmente si poteva “puzzare”, l’assenza delle comodità e una speranza di vita davvero breve. Brevissima.
    Ma il cambiamento d’epoca comporta pure un’altra decisiva conquista per il cittadino medio occidentale. Mai, infatti, come ai tempi che ci è dato vivere, nel contesto occidentale, si sperimenta uno spirito di libertà altissimo. E questo vale proprio nel senso determinato della parola libertà.
    Si dà innanzitutto una grande libertà di pensiero. Di veramente condiviso, oggi, resta proprio che non ci sia nulla di condiviso e così ciascuno è chiamato ad individuare da sé il senso delle cose. Quanti pregiudizi – circa la razza, il genere, l’orientamento sessuale, il ceto sociale, per non citarne che i casi più eclatanti – sono stati abbattuti o quanto meno spezzati alla radice negli ultimi decenni!
    Chi non vede poi la formidabile spinta che l’uomo comune riceve oggi dalla rivoluzione digitale in merito alla sua libertà e possibilità di comunicare e di informarsi? Chi avrebbe mai immaginato, anche solo venti anni fa, la rapidità e precisione con cui è oggi è possibile manifestare un proprio pensiero (tramite un Twett, per esempio) o ancora la facilità con cui è possibile entrare in contatto con altre persone collocate dall’altra parte del mondo o infine l’immediatezza con cui è semplice reperire informazioni praticamente su ogni aspetto dello scibile umano così come su eventi privati e pubblici?
    Esiste poi una libertà di movimento fuori da ogni possibilità di raffronto con quella che ebbero i nostri recenti antenati. Un giovane d’oggi può coprire anche solo in una settimana – grazie ai treni velocissimi e ai numerosissimi collegamenti aerei, spesso low cost – lo stesso numero di chilometri che il suo bisnonno avrà compiuto nella sua intera esistenza. Per questo, del resto, nessuno è più obbligato all’antica indicazione per la quale la scelta migliore è quella di “moglie e buoi dei paesi tuoi”.
    Ma forse il punto di maggiore rilievo di questo discorso sulla libertà è quella che riguarda il tempo. L’uomo comune ha oggi decisamente più tempo rispetto a tutte le altre stagioni della storia. Questo non vuol dire immediatamente che lo apprezzi o che lo usi bene. Ma resta un fatto indiscutibile: egli ha più tempo per sé, più tempo che dipende solo dalle determinazioni della sua volontà. Ci riferiamo qui, in modo particolare, proprio a quel processo di facilitazione che la tecnologia ha permesso e continua esponenzialmente a permettere in merito alle incombenze domestiche e lavorative che ciascuno normalmente ha. Chi scrive, per esempio, ha avuto ancora la possibilità di utilizzare una macchina da scrivere classica e può benissimo testimoniare l’incredibile risparmio di tempo che l’uso di un computer comporta. Ma cosa non dire di altri ben più decisivi dispositivi che la tecnologia ha messo a disposizione dell’uomo comune negli ultimi decenni? Si pensi ai treni veloci, ai viaggi in aereo sempre più alla portata delle tasche di tutti, alle automobili, si pensi al frigorifero, si pensi alla lavatrice, si pensi alla lavastoviglie, si pensi ai robot da cucina, agli estrattori di frutta e verdura e a tante altre cose ancora. Chi scrive ha ancora nella memoria il ricordo della nonna materna che di buon mattino andava alla fontana del paese per lavare i panni e ricorda le sue mani segnate da quell’acqua fredda e dall’uso dei saponi: soprattutto, pensando a quei tempi, gli sovviene il ricordo, oggi quasi fuori da ogni schema logico, che a quarant’anni o poco più quella signora gli sembrava incredibilmente vecchia.
    Sono proprio questi sviluppi recenti della condizione umana che, a mio avviso, stanno alla base di quello che rappresenta oggi il tratto più distintivo della visione degli adulti contemporanei: l’incredibile investimento del loro desiderio nei confronti della forma giovane dell’umano.
    Mai la vita, come al presente, è apparsa ai rappresentanti delle generazioni adulte un bene così grande, disponibile, alla propria portata. Siamo, a dirla tutta, davanti ai primi uomini e alle prime donne seriamente innamorati di questa terra!
    Il punto critico di tutto ciò è il conseguente verificarsi di una sorta di “rivoluzione copernicana” delle età della vita. Non è più, infatti, oggi, quella adulta a rappresentare il polo di arrivo, di compimento e di maggiore splendore dell’esperienza umana sulla terra, alla quale quella adolescenziale-giovanile dovrebbe al più presto predisporre; è, in modo inversamente proporzionale, proprio quest’ultima ad assurgere a luogo di attrazione di ogni energia umana: a luogo dell’umana adorazione.
    Concretamente, accade che gli adulti smettono di voler fare gli adulti, di voler incarnare quel che l’essere adulto in sé comporta, e sempre più dedicano energie e attenzioni alla cura e al mantenimento della forma giovane della loro vita, lasciando quasi del tutto sguarnita la nostra società di adulti. Con conseguenze molto pesanti proprio per la vita buona delle nuove generazioni, a partire dall’elementare questione dell’educazione e della trasmissione di una qualche forma di devozione di cui sempre l’essere umano ha bisogno per affrontare il mai semplice mestiere di vivere. Giungiamo così ad un punto particolarmente doloroso della nostra riflessione sull’adulto.


    3. La fatica di educare

    La radicale conversione degli adulti all’idolatria della giovinezza non è ovviamente priva di conseguenze. Esse si lasciano facilmente cogliere proprio lì dove viene più radicalmente messa in questione la responsabilità degli adulti e dunque nell’ambito dell’educazione delle nuove generazioni e nell’ambito della trasmissione della fede. Temi ai quali da tempo la comunità ecclesiale, sotto la spinta decisa e coraggiosa dei degli ultimi due Pontefici, sta dedicando particolare attenzione. Basti qui ricordare, per il primo ambito, la forte denuncia, da parte di papa Benedetto XVI, del verificarsi di una vera emergenza educativa e l’appassionato appello, da parte di papa Francesco, ad un nuovo patto educativo globale; e, per il secondo ambito, la radicale preoccupazione di Benedetto XVI a proposito del destino del credere nella contemporaneità, che lo portò ad indire nel 2012 un Anno della fede, e il doloroso ma non per questo meno reale riconoscimento, da parte di papa Francesco, dell’avvenuta rottura della trasmissione generazionale della fede in seno al popolo cattolico.
    Ed ora, sia nell’uno caso, quello dell’educazione, che nell’altro, quello relativo alla trasmissione della fede, il ruolo delle generazioni adulte è sempre decisivo. Nel bene come nel male. Vediamo meglio, partendo dall’educazione.
    Al riguardo, con impareggiabile chiarezza e precisione, Romano Guardini ha espresso la legge fondamentale di ogni relazione educativa:

    «L’educatore deve aver ben chiaro al riguardo che a incidere maggiormente non è ciò che dice, bensì ciò che egli stesso è e fa. Questo crea l’atmosfera; e il fanciullo, che non riflette o riflette poco, è soprattutto ricettivo dell’atmosfera. Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; il terzo ciò che egli dice»[11].

    Questa considerazione ci richiama alla verità per quale, per chi cresce, è sempre essenziale puntare lo sguardo a ciò che gli adulti (i genitori, gli educatori professionali e gli altri adulti significativi con cui colui che cresce viene a contatto) sono, cioè al modo con cui interpretano il loro essere uomini e donne adulte. Al loro sentimento di vita. Alla loro umanità.
    Il giovane, che sempre secondo Guardini è strutturalmente un “essere in divenire”, quindi aperto, alla ricerca di una meta, di un punto d’arrivo, è di per sé attratto dal modo di essere degli adulti, a quel modo di essere che è suo destino e che deve pur diventare sua vocazione.
    Ebbene cosa sta succedendo intorno a noi? Cosa comporta la radicale conversione giovanilistica realizzata dagli adulti nati dopo la seconda guerra mondiale, l’investimento totale del loro desiderio nella ricorsa unica della giovinezza? Comporta, purtroppo, nulla di meno che un azzeramento delle dinamiche educative.
    Di per sé, infatti, la relazione educativa adulto-giovane, genitore-figlio, si basa su una semplice struttura, che può essere restituita così all’intelligenza. Nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare iscritta questa legge: “Lì dove sono io, là sarai anche tu”, quindi cammina, datti da fare. Nella lingua tedesca esiste una straordinaria complicità tra il termine che dice formazione – Bildung – e il termine che dice immagine – Bild. Il piccolo d’uomo cresce dunque guardando gli altri davanti a lui, guardando gli adulti. Non a caso, poi, la parola “adolescente” nulla altro significa che tempo per diventare adulti. Come? Guardando appunto gli adulti. Cosa comporta ora la rivoluzione, compiuta dagli adulti attuali, del sentimento di vita che tutto fa scommettere sulla giovinezza? Comporta che, nella carne vivente di ogni adulto, il giovane trovi quest’altra disperata legge: “Lì dove tu sei, io sarò”. Insomma: non ti muovere. Tu sei nel paradiso. Tu sei paradiso. L’unico a dover uscire (e-ducere) dal suo possibile cammino sull’orlo della vecchiaia, della morte, del non senso, sono io adulto.
    Se per gli adulti, allora, il massimo della vita è la giovinezza e tutto il resto è noia, che cosa dovrebbero essi insegnare, segnalare, indicare, mostrare ai giovani? Se per gli adulti crescere è la cosa peggiore che esista e l’età adulta «è diventata il luogo del non ritorno, lo spazio-segno che prelude al non essere»[12] della vecchiaia e della morte, perché dovrebbe risultare una cosa bella per i giovani? Se per gli adulti il vero paradiso è nella giovinezza, perché i giovani dovrebbero allontanarsi da esso?

    «Quale significato può avere il futuro e che senso ha progettarlo se nessun progetto concreto è auspicabile dal momento che, gli adulti lo insegnano, crescere vuol dire “allontanarsi da” e non “andare verso”?»[13].

    La mutazione giovanilistica delle generazioni adulte comporta pertanto la loro abdicazione ad essere meta possibile di quella crescita nel divenire che è l’essere del giovane, ad essere cioè segnali, indicatori del destino di ciascuno: dover scegliere se stesso come essere della responsabilità, della cura, della donazione. In breve, come adulto.
    Adulti-così-non-adulti nulla hanno da insegnare ai giovani: l’educazione finisce, lì dove l’adulto interpreta la propria esistenza non più come un cammino nella potenza dell’umano che pure si dirige verso la morte, ma come un continuo vivere “contromano”, per ritornare indietro, per bloccare l’orologio biologico, per recuperare il paradiso perduto.
    Paradossalmente, accade nel nostro tempo che i giovani, con le loro mode, con i loro giochi di parole, con le loro stravaganze di abbigliamento, diventino maestri di vita dei loro genitori e degli altri adulti di riferimento. Basti qui pensare a ciò che accade sui social!
    Su tale drammatico sfondo, si capisce pure perché, alla fine dei conti, le pratiche educative diffuse ovvero le cure parentali delle nuove generazioni si riducano sostanzialmente ad un atteggiamento di tipo antitraumatico, affettivo e paritetico. In parole povere, l’impegno genitoriale, nei confronti della prole, si limita alla costante manutenzione dei bisogni di quest’ultima, nel risparmiarle ogni fatica e trauma, nello scommettere tutto su un dialogo amicale e totalmente aperto, privo di ogni carattere correttivo o quanto meno istruttivo. Con risultati totalmente disastrosi per la crescita e salute psichica dei ragazzi, non ottenendo il loro reale bisogno di “autorità” alcun riscontro, come chiarisce bene Umberto Galimberti:

    «Gli adulti stanno male perché, anche se non se ne rendono conto, non vogliono diventare adulti. La categoria del giovanilismo li caratterizza a tal punto da abdicare alla loro funzione di essere autorevoli e non amici dei figli. Gli amici, i figli li trovano da sé, e per giunta della loro età. Da i genitori vogliono esempi, e anche autorità, perché i giovani, anche se non lo dimostrano, sono affamati di autorità»[14].

    L’adulto, insanamente votatosi all’ideale umano della giovinezza perenne, rinuncia, in breve, alla responsabilità educativa che è sempre di natura verticale, dichiarando non più essenziale l’asimmetria di rapporto, che è la legge base di ogni rapporto educativo, e non riuscendo così più a far fronte e a tenere fede alla salutare distinzione tra il volere bene al figlio e il volere il bene del figlio. Il risultato complessivo di questi atti educativi mancati è quello per il quale sempre più nelle nostre famiglie vengono meno le basi per quella crescita in autonomia e in responsabilità del figlio, cui normalmente i genitori dovrebbero puntare. Accade così che l’ambiente familiare, anziché essere quel trampolino di lancio dei figli in direzione della loro presenza autonoma e adulta nella società, si trasformi all’improvviso in un impasto vischioso da cui è difficile tirarsi fuori, tra adulti che non vogliono crescere e figli che non possono crescere. Siamo davanti a quella che Massimo Ammaniti ha giustamente definito famiglia adolescente, in quanto composta appunto da membri impossibilitati, per propria volontà (i genitori) o per volontà altrui (i figli), a maturare. Ma una tale famiglia risulta ultimamente e tragicamente

    «una famiglia vischiosa, osmotica, priva di confini evidenti al suo interno. È talmente vischiosa che i figli faticano ad abbandonarla. Sì, certo, non è semplice andarsene: le possibilità di lavoro sono vicine allo zero, gli affitti troppo elevati; ma per contro la famiglia adolescente si premura di continuare a offrire una cuccia comoda, parecchi benefit, qualche aiuto economico, spesso la macchina a disposizione, pranzo e cena preparati, camera pulita e una notevole libertà nell’usare la casa di famiglia per vivere le prime esperienze sentimentali. Ma una famiglia vischiosa finisce inevitabilmente per essere anche una famiglia endogamica, perché tutto avviene al suo interno all’insegna della reciproca complicità, per quanto contrassegnata da scontri e contrasti»[15].


    4. La rottura della trasmissione generazionale della fede

    Fin qui ci siamo mossi all’interno delle assai nefaste conseguenze nell’ambito educativo del mancato esercizio dell’adultità da parte degli adulti attuali. Possiamo ora affacciarci all’altro ambito decisivo per la vita buona delle nuove generazioni, quello relativo alla consegna, alla trasmissione, di una qualche istruzione religiosa, di una qualche forma di devozione e di fede con cui accompagnare la propria presenza nel mondo. Anche su questo punto la situazione presenta criticità notevoli. Lo si ricordava prima: è stato proprio papa Francesco ad averle evidenziate con grande lucidità e diciamo pure coraggio. Ci riferiamo ad un passaggio del numero 70 dell’Evangelii gaudium che merita di essere meditato con particolare impegno:

    «Nemmeno possiamo ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico. È innegabile che molti si sentono delusi e cessano di identificarsi con la tradizione cattolica, che aumentano i genitori che non battezzano i figli e non insegnano loro a pregare, e che c’è un certo esodo verso altre comunità di fede. Alcune cause di questa rottura sono: la mancanza di spazi di dialogo in famiglia, l’influsso dei mezzi di comunicazione, il soggettivismo relativista, il consumismo sfrenato che stimola il mercato, la mancanza di accompagnamento pastorale dei più poveri, l’assenza di un’accoglienza cordiale nelle nostre istituzioni e la nostra difficoltà di ricreare l’adesione mistica della fede in uno scenario religioso plurale».

    E che oggi esista un vero problema di mancata trasmissione della fede e dunque di un crescente ateo-agnosticismo delle nuove generazioni, è certificato dalle numerose indagini dedicate al sentimento religioso delle popolazioni occidentali. Più si è avanti con l’età, più si è prossimi ad un’esperienza religiosa esplicita e praticata. Più si è giovani, più diminuisce quel tipo di esperienza. Giusto a mo’ di esempio, riportiamo qui il dato forse più emblematico e inquietante della più recente indagine sul cattolicesimo italiano, curata da Franco Garelli e confluita nel volume Gente di poca fede. Vi si legge:

    «Chi sono le persone più coinvolte nel fenomeno della non credenza? I giovani, tra i quali la tendenza a negare l’esistenza di Dio si sta rapidamente diffondendo […]. Attualmente il 35% dei 18-34enni dichiara di non credere in Dio, a fronte del 24% dei soggetti in età adulta (34-54) e del 18% di quanti hanno un’età più avanzata. La non credenza giovanile non solo è più estesa, ma anche la più spoglia di quella degli adulti e degli anziani. Perché da un lato nasce perlopiù dall’indifferenza per i temi religiosi, dall’altro è meno compensata dall’idea che il mondo sia abitato da una forza superiore non meglio definita»[16].

    Ed appena qualche tempo prima l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo dell’Università Cattolica di Milano aveva potuto stabilire un altro dato significato a proposito del rapporto giovani e religione. Ecco quale è la risposta dei giovani intervistati alla domanda circa l’importanza della dimensione religiosa nella loro esistenza, nelle parole di Paola Bignardi:

    «Si direbbe: irrilevante! Il 26,6% dichiara che non è per nulla importante e il 32,8% poco importante. Dunque quasi il 60% degli intervistati potrebbe vivere senza alcun riferimento religioso, e questo non cambierebbe nulla nella propria vita. È abbastanza importante per il 31,3% e molto importante per il 9,3%. Poco rilevanti le differenze per genere, tranne che per il valore relativo all’irrilevanza totale del fenomeno religioso»[17].

    Come rendere ragione di tutto ciò? Si deve, ancora una volta, ritornare agli adulti e in particolare alla loro conversione al mito della giovinezza. Un mito che non rappresenta solo un problema di ordine pedagogico o psicologico; esso pone in campo, in verità, anche una vera e propria questione religiosa, addirittura teologica: quel mito è una fede, la fede della giovinezza, la religione della giovinezza.
    L’inefficacia della trasmissione generazionale della fede, denunciata da papa Francesco e certificata da dati come quelli appena riportati dagli studi di Garelli e dell’Osservatorio Giovani, ha un’unica ragion d’essere. Il numero crescente di ragazzi e di giovani che tendono a collocarsi nell’area della non credenza si deve sostanzialmente al fatto di essere cresciuti insieme ad adulti che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana.
    Guai a dimenticare questa semplice verità: se Dio non è importante per mio padre e per mia madre, non lo può essere per me. Se mio padre e mia madre non pregano, la fede non c’entra con la vita. Se non c’è posto per Dio negli occhi di mio padre e di mia madre, non esiste proprio il problema del posto di Dio nella mia esistenza.
    Come per ogni altro aspetto della crescita, anche quella nella fede è legata a ciò che il piccolo d’uomo vede in atto in colui e in colei che si prende cura di lui. Per cui è pur vero che tanti genitori chiedono il catechismo e i sacramenti per i loro figli, ma a quella richiesta non fa riscontro quasi nessuna pratica reale di fede domestica.
    Anche in questo caso, è sufficiente sfogliare le indagini sociologiche per verificare che di genitori che pregano, di genitori che leggono il Vangelo, di genitori che si accompagnano ai loro figli alla partecipazione alla messa domenicale, lungo il periodo dell’iniziazione cristiana, non ve ne sono tanti.

    Pastorale giovanile e questione dell’adulto

    Pare opportuno a questo punto soffermarsi su come quanto sin qui esposto vada ad interferire direttamente con il lavoro della pastorale giovanile. E la prima cosa che balza agli occhi e al cuore è l’incredibile indice realistico delle parole che papa Francesco, in Evangelii gaudium, n. 105, dedica proprio alla pastorale giovanile. Riascoltiamole:

    «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati».

    Grazie alla forza di queste parole, felicemente alimentate poi dal grande lavoro intorno al Sinodo sui giovani, è in atto un radicale ripensamento dell’azione pastorale che le comunità indirizzano alle nuove generazioni, ripensamento che NPG segue e rilancia con abbondanza e puntualità. Ed è in questa scia che avvertiamo quanto sia opportuno che proprio la pastorale giovanile si apra di più alla questione dell’adulto.
    Con molta umiltà e con altrettanto rispetto per gli operatori della pastorale giovanile, infatti, non pare lontano dal vero il poter registrare ancora una certa loro esitazione nel riconoscere e prendere atto dell’attuale mutamento della componente adulta della società. Per questo non raramente la pastorale giovanile concretamente realizzata continua a presupporre una trasmissione generazionale nella fede da parte delle generazioni adulte e una competenza “adulta”, cioè generativa, degli adulti concreti, cui i giovani sono affidati nel loro percorso di crescita e di discernimento vocazionale.
    E deriva probabilmente da qui
    - la fatica degli operatori di pastorale giovanile di cogliere il dato del crescente ateo-agnosticismo giovanile,
    - la fatica di aprire i momenti formativi dei giovani alle questioni di giustizia intergenerazionale,
    - la fatica di reimpostare il proprio impegno educativo partendo dal pensiero della forma di adulto e di credente cui esso mira,
    - la fatica di uscire da una visione separata del mondo giovanile rispetto al suo effettivo dipendere da ciò che sono e vivono gli adulti,
    - la fatica di coinvolgere tutta la comunità cristiana nella cura delle nuove generazioni,
    - la fatica infine di dare vita ad uno slancio missionario realmente aperto a tutti i giovani, nessuno escluso.
    Per certi versi si capisce perché troppo spesso il lavoro di pastorale giovanile spicciolo, nonostante la dichiarata volontà di cambiamento, più volta ribadita negli ultimi tempi, si concentra spesso nella creazione di occasioni perché i giovani che ancora stanno in chiesa possano incontrarsi tra di loro e ogni due-tre anni con il Santo Padre. Si capisce pure perché spesso si scelga come referente ecclesiale della pastorale giovanile il prete più giovane, come se il punto d’interesse maggiore fosse semplicemente la vicinanza ai giovani in termini anagrafici.
    Non è, certamente, mia intenzione essere ingeneroso con chi lavora in questo campo di azione pastorale, ma anche per l’operatore di pastorale giovanile vale il principio per il quale volere che i giovani stiano bene non è immediatamente volere il bene dei giovani. Il bene dei giovani, la loro vocazione, è la crescita, il diventare adulti e questo oggi è sempre più difficile, in quanto il patto educativo che lega le generazioni si è spezzato, proprio a causa del cambiamento della componente adulta della società.
    C’è dunque bisogno di allargare l’orizzonte prospettico della pastorale giovanile.

    Patto educativo globale

    In codesta direzione poi appare particolarmente propizia, per gli operatori di pastorale giovanile, la decisa forte volontà espressa da papa Francesco di avviare un processo ad ampio respiro per un patto educativo globale.
    Come sarà ormai a tutti noto, con un messaggio del 12 settembre del 2019, papa Francesco ha reso pubblico il suo intento di dare vita ad un evento mondiale sul tema “Ricostruire il patto educativo globale”. Ecco le sue parole:

    «nell’Enciclica Laudato si’ ho invitato tutti a collaborare per custodire la nostra casa comune, affrontando insieme le sfide che ci interpellano. A distanza di qualche anno, rinnovo l’invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente. Per questo scopo desidero promuovere un evento mondiale nella giornata del 14 maggio 2020, che avrà per tema “Ricostruire il patto educativo globale”: un incontro per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna».

    A queste parole così chiare circa il senso specifico dell’evento programmato in un primo momento per il maggio del 2020 e rinviato in seguito alla pandemia da Covid-19, seguono quelle con cui il pontefice sottolinea che oggi è impossibile non riconoscere la necessità di un tale rinnovato impegno educativo a causa del fatto che il tempo che viviamo è contraddistinto da mutamenti radicali che sfidano in modo profondo ogni gesto educativo:

    «Il mondo contemporaneo è in continua trasformazione ed è attraversato da molteplici crisi. Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza discernimento, i paradigmi consegnatici dalla storia. L’educazione si scontra con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che “contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica” [Enc. Laudato si’, 18]».

    È tempo, allora, a suo avviso di dare vita ad

    «un “villaggio dell’educazione” dove, nella diversità, si condivida l’impegno di generare una rete di relazioni umane e aperte. Un proverbio africano dice che “per educare un bambino serve un intero villaggio”. Ma dobbiamo costruirlo, questo villaggio, come condizione per educare».

    Per papa Francesco, solo all’interno di una tale cornice sarà possibile trovare una comunanza globale per un’educazione che sappia portare i frutti sperati a livello delle singole persone, a livello dei rapporti tra le generazioni, a livello dei rapporti tra tutte le istituzioni che compongono la società e infine a livello del rapporto che stringe in un unico destino gli esseri umani nel loro insieme e il pianeta. Non ha poi neppure mancato di sottolineare che «per raggiungere questi obiettivi globali, il cammino comune del “villaggio dell’educazione” deve muovere passi importanti»; più precisamente deve attivare un triplice coraggio: il coraggio di mettere al centro la persona; il coraggio di investire le migliori energie; il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità.
    Rinviando ogni approfondimento degli argomenti sin qui toccati dal pontefice ad una lettura diretta dell’Instrumentum Laboris del Patto Educativo Globale predisposto dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica[18], appare utile sostare su un altro intervento di papa Francesco a proposito del patto educativo globale da lui proposto. Il 9 gennaio del 2020, incontrando il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, ha voluto infatti segnalare ai presenti l’appuntamento per il patto educativo globale. Dopo averne ricordato le coordinate essenziali, Francesco ha affermato:

    «Educare esige di entrare in un dialogo leale con i giovani. Sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale, che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni. C’è, infatti, una tendenza, in molte parti del mondo, a chiudersi in se stessi, a proteggere i diritti e i privilegi acquisiti, a concepire il mondo dentro un orizzonte limitato che tratta con indifferenza gli anziani e soprattutto non offre più spazio alla vita nascente. […] Se da un lato non dobbiamo dimenticare che i giovani attendono la parola e l’esempio degli adulti, nello stesso tempo dobbiamo avere ben presente che essi hanno molto da offrire con il loro entusiasmo, con il loro impegno e con la loro sete di verità, attraverso la quale ci richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile. Lo abbiamo visto nel modo con cui molti giovani si stanno impegnando per sensibilizzare i leader politici sulla questione dei cambiamenti climatici. […] Purtroppo, l’urgenza di questa conversione ecologica sembra non essere acquisita dalla politica internazionale, la cui risposta alle problematiche poste da questioni globali come quella dei cambiamenti climatici è ancora molto debole e fonte di forte preoccupazione».

    Sono parole che, ad avviso di chi scrive, non possono che riportare ancora una volta l’attenzione al mondo degli adulti. Dipende proprio da loro la fattiva volontà di dare seguito all’appassionato appello di papa Francesco a ricostruire un patto educativo globale, nel quale rinnovare l’impegno con e per le nuove generazioni.


    7. Benedetti quegli adulti

    Non possiamo concludere questo nostro Dossier, senza indicare almeno una via direzione di lavoro per le nostre équipe di pastorale giovanile. Lo facciamo in due momenti. Un primo – in questo paragrafo – più sul livello dell’orizzonte di pensiero che ci deve guidare, il secondo – nel prossimo paragrafo – più sul livello di qualche proposta pastorale in grado di – sit venia verbis – rendere “adulti” gli adulti.
    Partiamo dal primo punto. Al riguardo, ritengo che, proprio per l’amore che nutriamo per i nostri giovani, sia giunto il tempo di riaprire il discorso circa la dignità e la bellezza dell’essere adulto. Tocca proprio a noi oggi la profezia di annunciare che c’è vita oltre la giovinezza e che la qualità propriamente umana della vita la si può assaporare esattamente ogni volta che ci si apre a quella vocazione universale di tutti che è il diventare e l’essere adulto. Serve allora oggi un nuovo elogio dell’adulto, un discorso ecclesiale, prima, e civile, dopo, che rimetta in giusto ordine le età della vita. Tutti siamo nati al mondo per diventare ed essere adulti.
    Quel che è successo di recente appare come un caso emblematico dell’eterna storia del bambino gettato via con l’acqua sporca. È vero, verissimo, che veniamo da un tempo in cui le condizioni elementari di vita degli adulti erano particolarmente faticose e usuranti. Ed è da accogliere come una vera grazia tutto quello che il recente sviluppo culturale, tecnologico, sanitario, economico ci ha consegnato, a partire da una vita lunga e sana e da un orizzonte di possibilità veramente vasto. Non siamo più condannati a quella sorta di esilio in terra, di cui parla tanto la filosofia greca e non poca devozione cristiana. Si può stare bene qui e si può godere di tanto e per tanto tempo.
    Non possiamo, tuttavia, permetterci di perdere quello spazio umano in cui davvero brilla il carattere della nostra specie: lo spazio dell’adultità che è lo spazio della cura, della generatività, della donazione, della trasmissione, lo spazio della gioia più grande che sia concessa ai mortali: la gioia di dare gioia! Quello spazio va salvaguardato e rilanciato, per il bene degli adulti, per il bene dei giovani.
    Ed è così che vorremo proporre un vero e proprio inno di benedizione degli adulti, di quegli adulti che smettono di inseguire l’impossibile sogno di una giovinezza senza fine e si convertono alla verità del loro essere più autentico. Traghettatori della vita.
     
    Benedetti quegli adulti,
    che si pongono come “ponte” tra i figli e il mondo e tra il mondo e i figli. Con la generazione della carne portano i figli nel mondo, con la testimonianza di vita portano il mondo ai figli. Un mondo che non è esattamente un posto di vacanza; cattolicamente, esso non è il paradiso. È un mondo che ha leggi e limiti, così come pure la presenza dell’uomo in esso.
    Benedetti quegli adulti,
    allora, che hanno consapevolezza che

    «Al centro di tutto quello che si può ereditare c’è la posta segreta di tale passaggio, un certo sentimento dell’esistenza. È soprattutto in questo tratto invisibile e indicibile, in questo “di più” della trasmissione, che viene a rivelarsi la cifra umana di coloro che ci hanno generati; in una parola, per quello che più ci riguarda, uno specifico modo di amare e di amarci. Più precisamente, la loro capacità di amare la vita per quello che è e non come location ideale dei propri sogni o bisogni; la vita nel suo connotato più reale, nella sua irriducibilità a qualsivoglia aspettativa narcisistica»[19].

    Benedetti quegli adulti,
    perciò, che sanno la limitatezza, la debolezza, la vecchiaia, la malattia, la morte, che toccano in dote ad ogni essere umano. Sanno tutto ciò, ma non lo maledicono né scioccamente lo rifiutano. Riconoscono e accettano che la legge della crescita è la capacità della rinuncia e nello stesso tempo la capacità di uno sguardo accogliente sulla vita in tutte le sue manifestazioni.
    Benedetti quegli adulti,
    che vivono allora una generosa ospitalità nei confronti del mondo e delle sue leggi, dalla quale solo prende forma e forza il loro servizio educativo e la loro responsabilità verso le nuove generazioni. Consegnando così ai figli la testimonianza più preziosa da che esista al mondo: che la vita è sempre degna dell’umano desiderio.
    Benedetti quegli adulti,
    ancora, che mai dimenticano la differenza tra volere bene ai figli e voler il bene dei figli. Solo chi vuole e cerca il bene dei figli, prepara adeguatamente questi ultimi al confronto con gli altri, con l’altro del mondo e con il mondo dell’altro. Li prepara all’avventura dell’adultità.
    Benedetti quegli adulti,
    perciò, che non lusingano eccessivamente i propri figli ma che sono sempre capaci di dare la giusta dose di incoraggiamento e sanno garantire una fiducia che genera a propria volta fiducia. In se stessi, negli altri, nel mondo, in Dio.
    Benedetti quegli adulti,
    ancora, che sanno attivare nei cuccioli d’uomo la capacità di vedere ciò che non si vede e la capacità di vedere ciò che non si vende. A partire da quel piccolo essenziale e invisibile spazio che è il nostro “io”. Uno spazio da conoscere, amare e coltivare. È quello lo spazio dell’umano per eccellenza: lo spazio del desiderio.
    Benedetti quegli adulti,
    infine, che sono perciò consapevoli che ogni umano è impastato con la mancanza, con la finitezza, con la trascendenza e che fanno memoria ai loro figli di quella verità centrale della religione cristiana, così ben espressa da Pierangelo Sequeri:

    «La convinzione di Gesù è che nessun uomo, anche quando ha fame, desidera semplicemente del pane; che nessun uomo, anche quando ha bisogno di riempire la sua solitudine, desidera semplicemente un corpo caldo sul quale dormire; che nessun uomo, anche quando sperimenta la desolazione della malattia, desidera semplicemente sopravvivere. Gesù è profondamente convinto di questo. L’uomo desidera assai più di ciò di cui ha bisogno»[20].


    8. Sinodalità, missionarietà, popolarità

    Intanto la maggior parte degli adulti con i quali i giovani sono a confronto restano ben al di sotto di quanto qui indicato. E si capisce che a questo punto la domanda da un milione di dollari non può che essere la seguente: cosa è possibile fare, come pastorale giovanile, per generare adulti? Quali cammini? Quali contenuti? Quali esperienze? Quali provocazioni?
    Veniamo al secondo momento del nostro proposito di indicare una direzione di lavoro per la pastorale giovanile. Chi scrive intanto è ben consapevole che, anche se in modalità diverse e con termini differenti, gli operatori di pastorale giovanile sono già al lavoro sul terreno sin qui perlustrato della crisi dell’adulto e delle sue non leggere ricadute per ciò che riguarda la vita buona delle nuove generazioni. E che dunque sono già alla ricerca delle risposte alla domanda sopra posta. Basterebbe ricordare lo splendido sussidio del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della Chiesa Italiana intitolato Dare casa al futuro.
    Il modesto contributo che ora chi scrive intende offrire può venire sinteticamente espresso così: lavorare in modo che la pastorale giovanile possa essere il luogo generativo del volto missionario della parrocchia che oggi serve.
    E può fare questo proponendo ed estendendo all’intero sistema parrocchiale quella triplice conversione delineata in Christus vivit da papa Francesco per la pastorale giovanile: conversione sinodale, conversione missionaria, conversione popolare.

    Conversione sinodale

    La prima urgenza che oggi hanno le parrocchie è quella del ritrovarsi insieme e del pensare insieme. È sotto gli occhi di tutti che, come comunità cristiana, abbiamo un radicale bisogno di convertirci al “magistero” della realtà. Non possiamo continuare a combattere contro il cambiamento e le novità che esso comporta. Ancora di più: non possiamo continuare a fare come se non ci fosse stato alcun cambiamento o come se il cambiamento fosse qualcosa di lieve entità, una sorta di malattia stagionale, destinata a scomparire in breve tempo.
    In particolare, la comunità cristiana deve fissare, una volta per tutte, la trasformazione radicale degli adulti e del concetto di adultità. Da questo punto di vista, lo stravolgimento cui è stata sottoposta la verità dell’essere adulto è cosa infintamente superiore all’avvento della rivoluzione digitale. Non si era mai registrata una tale pandemia di egocentrismo, individualismo, narcisismo adulto nella storia della specie. Non si era mai registrata un’emergenza educativa come quella attuale. Non si era mai registrata un’interruzione della trasmissione della fede come quella che ci tocca amaramente computare.
    E chi potrà favorire un tale convenire insieme pensando se non proprio coloro che stanno a contatto con la novità delle nuove generazioni sulle quali pesa maggiormente l’attuale adulterazione degli adulti? I parroci e i loro parrocchiani sembra che finalmente abbiamo capito che i giovani sono nativi digitali; è tempo che capiscano che siamo rimasti senza adulti!

    Conversione missionaria

    Una parrocchia che abbia finalmente inteso l’attuale situazione emergenziale di una società senza adulti ha urgente il bisogno di ripensarsi innanzitutto come luogo di preghiera, come luogo in cui si insegna a pregare. Questa è la missione che oggi serve: insegnare a pregare!
    Non possiamo, infatti, più dare per scontato che la gente conosca il valore della preghiera, sappia pregare e preghi. C’è stato un tempo in cui pregare era come respirare e dunque qualcosa di talmente naturale di cui neppure ci si accorgeva, lungo il suo darsi. Oggi non siamo più nell’epoca dell’uomo naturaliter orans. Serve un impegno specifico. E si tratta di un impegno prioritario. Specialmente con il mondo adulto, quello decisamente più restio ad un tale gesto. La preghiera sembra oggi appannaggio solo di coloro che si preparano alla morte oppure di coloro che si trovano ad affrontare malattie incurabili.
    Ma come potrà un adulto convertirsi dall’attuale posizione di (presunto) dominio della vita nell’unica forma accettabile, che è quella giovane, per il quale è disposto a sacrificare ogni cosa, alla posizione di colui che accoglie il dono della vita e si procura con ogni sua forza di restituirlo a coloro che vengono dopo di lui, senza l’aiuto del gesto elementare della preghiera? È la preghiera che permette – come afferma bene San Tommaso – la forma più radicale di giustizia all’uomo: giustizia alla verità del suo essere finito, precario, mortale; giustizia alla storia della specie, dove c’è chi nasce e c’è chi muore; giustizia nei confronti delle nuove generazioni, onorando il loro diritto di ricevere il mondo dalle mani degli adulti; giustizia, infine, nei confronti di Dio, che ha benevolmente disposto la vita sulla terra come primo tempo di un’avventura che la morte interrompe ma non cancella.
    E chi potrà rinnovare il volto orante della parrocchia se non proprio coloro che prendendosi cura dei giovani riescono a intuire le novità della lingua umana, le forme nuove delle espressioni affettive, i nuovi codici di pensiero e di riflessione?

    Conversione popolare

    La grande forza storica della parrocchia è stata la sua capacità di intercettare, ogni volta, il punto di crisi che toccava la carne viva di tutti. La riflessione sull’adulto ci dice ora una cosa semplice: quel punto di crisi è oggi l’educazione. Dobbiamo, pertanto, stare attenti a non far passare invano la proposta di papa Francesco del patto educativo globale. Ci tocca perché tutta tutti!
    È necessario pertanto riaprire e tenere desto, nel contesto delle comunità cristiane, il cantiere dell’educazione.
    Amare i giovani oggi, prendersi cura della loro vita buona è sempre e di nuovo educare ancora alla vita buona del Vangelo, come recita il sottotitolo del nuovo libro del Direttore di NPG.
    E chi potrà alimentare una tale passione educativa nell’intero popolo di Dio se non proprio gli operatori di pastorale giovanile?
     

    9. Riferimenti bibliografici

    Aime M.-Pietropolli Charmet G., La fatica di diventare grandi, Einaudi, Torino 2014.
    Ammaniti M., La famiglia adolescente, Laterza, Roma-Bari 2015.
    Bichi R.-Bignardi P. (edd.), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.
    Bonazzi F.-Pusceddu D., Giovani per sempre. La figura dell’adulto nella postmodernità, Franco Angeli, Milano 2008.
    Castegnaro A., Giovani in cerca di senso, Qiqajon, Magnano (Bi) 2018.
    Cataluccio F.M., Immaturità. La malattia del nostro tempo. Nuova edizione, Einaudi, Torino 2014.
    Congregazione per l’Educazione Cattolica, Patto Educativo Globale. Instrumentum Laboris, San Paolo, Milano 2020.
    Cucci G., La crisi dell’adulto. La sindrome di Peter Pan, Cittadella, Assisi 2012.
    D’Amato M., Ci siamo persi i bambini. Perché l’infanzia scompare, Laterza, Roma-Bari 2014.
    Galimberti U., L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007.
    Galimberti U., Senza l’amore la profezia è morta. Il prete oggi, Cittadella Editrice, Assisi 2010.
    Garelli F., Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016.
    Garelli F., Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, il Mulino, Bologna 2020.
    Gauchet M., Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e Pensiero, Milano 2009.
    Guardini R., Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 20113.
    Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2013, il Mulino, Bologna 2013 (ed edizioni successive).
    Lafontaine C., Il sogno dell’eternità. La società postmortale. Morte, individuo e legame sociale nell’epoca delle tecnoscienze, Medusa, Milano 2009.
    Lancini M., Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti, Utet, Milano 2020
    Magatti M.-Giaccardi. C., Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi, Feltrinelli, Milano 2014.
    Osservatorio Socio-Religioso Triveneto, C’è campo? Giovani, spiritualità, religione, Marcianum Press, Venezia 2000.
    Pietropolli Charmet G., L’insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza, Roma-Bari 2018.
    Pigozzi L., Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello, nottetempo, Milano 2016.
    Recalcati M., Che cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, Milano 2010.
    Recalcati M., Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013.
    Sala R., Pastorale giovanile 1. Evangelizzazione e educazione dei giovani. Percorso teorico-pratico, Las, Roma 2017.
    Sala R., Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo. Educare ancora alla vita buona del Vangelo, Elledici, Torino 2020.
    Sequeri P., Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011.
    Sequeri P., Intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, La Scuola, Brescia 2011
    Sequeri P., Senza volgersi indietro. Meditazioni per tempi forti, Vita e Pensiero, Milano 2000.
    Stoppa F., La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, Feltrinelli, Milano 2011.
    Zagrebelskj G., Senza adulti, Einaudi, Torino 2016.
    Zoja L., Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
     

    Libri dell’autore del Dossier

    - La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2010; nuova edizione 2017.
    - L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014.
    - Tutti muoiono troppo giovani. Come la longevità ha cambiato la nostra vita e la nostra fede, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2016.
    - La Chiesa che manca. Giovani, donne e laici nell’Evangelii gaudium, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2018.
    - Tutti giovani, nessun giovane. Le attese disattese della prima generazioni incredula, Piemme, Milano 2018.
    - Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Àncora, Milano 2020.
     

    NOTE

    [1] P. Sequeri, Intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, La Scuola, Brescia 2011, 20.
    [2] G. Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, Torino 2016.
    [3] Ivi, 46-47.
    [4] R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 20113, 43.
    [5] P. Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011, 23-24.
    [6] F. Stoppa, La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, Feltrinelli, Milano 2011, 9-10.
    [7] M. Gauchet, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e Pensiero, Milano 2010, 44.
    [8] Ivi, 43.
    [9] Ci permettiamo di rinviare ad un nostro recente testo, dal quale prendiamo pure qualche passaggio: Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Àncora, Milano 2020.
    [10] M. Gauchet, Il figlio del desiderio, 25.
    [11] R. Guardini, Le età della vita, 31.
    [12] F. Bonazzi-D. Pusceddu, Giovani per sempre. La figura dell’adulto nella postmodernità, Franco Angeli, Milano 2008, 95.
    [13] Ivi, 196.
    [14] U. Galimberti, Senza l’amore la profezia è morta. Il prete oggi, Cittadella Editrice, Assisi 2010, 98.
    [15] M. Ammaniti, La famiglia adolescente, Laterza, Roma-Bari 2015, 81.
    [16] F. Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, il Mulino, Bologna 2020, 32.
    [17] P. Bignardi, «Fede e valori religiosi», in Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2018, il Mulino, Bologna 2018, 217.
    [18] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Patto Educativo Globale. Instrumentum Laboris, San Paolo, Milano 2020.
    [19] F. Stoppa, La restituzione, 171.
    [20] P. Sequeri, Senza volgersi indietro. Meditazioni per tempi forti, Vita e Pensiero, Milano 2000, 73.


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