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    Educatori seriali. Una prospettiva educativa sulle serie TV


    Cristiano Ciferri

    (NPG 2021-04-64)


     
    A prima vista, sembrerebbe che tra il mondo delle serie TV e l’universo educativo ci sia ben poca attinenza. Anzi, proprio il fenomeno della serialità televisiva, sempre più diffuso tra ragazzi e giovani, è spesso sul banco degli imputati proprio per la sua presunta “diseducatività”: per seguire le vicende dei propri beniamini si fa tardi la sera e si accumula sonno al mattino mentre si è a lezione o al lavoro, ci si chiude in casa o si rimandano gli impegni presi, si assumono modi di fare e di pensare spesso lontani da quelli proposti da quei luoghi educativi che dovrebbero essere il riferimento primario per la propria formazione.
    Eppure, se non vogliamo approcciarci a questo fenomeno con pregiudizi e se proviamo a cogliere anche in esso quel “punto accessibile al bene” che pure c’è e non va nascosto, potremmo dire che, invece, le serie TV di potenziale educativo ne hanno parecchio. Certo, fenomeni di deriva, anche patologica, ci sono. Possiamo però provare a riscoprire alcuni elementi che sono propri della serialità televisiva e che incidono nella formazione dei ragazzi senza che loro nemmeno se ne accorgano e che l’educatore, nel mondo digitalizzato in cui viviamo, non può non valorizzare. Le serie TV infatti sono una forma di pedagogia pubblica, esperienze condivise di educazione informale che modulano riferimenti comuni, perché anche se le si vede da soli, in realtà nel farlo si entra a far parte di un ampio gruppo. Guardare la stessa serie TV crea una sorta di alleanza, di piacere condiviso con amici vicini o lontani. In qualche modo ci si riconosce e si condivide una passione.

    Il senso del tempo e dell’attesa

    La serialità televisiva ri-educa anzitutto al riappropriarsi del senso del tempo e al valore dell’attesa. Ogni episodio di una serie, in un arco temporale variabile, presenta abitualmente due trame: una verticale (anthology plot), cioè le vicende che si svolgono e si concludono nell’episodio stesso, e un’altra orizzontale (running plot) che si dipana, almeno con dei rimandi, nel corso di un’intera stagione, se non di più stagioni. Rispetto a un film, se si guarda una serie TV si sa in partenza che si dovrà attendere un bel po’ per sapere “come va a finire” e anche nel caso in cui gli episodi vengono rilasciati tutti insieme on-demand ed è sempre in agguato il rischio del binge watching, la vita reale il più delle volte impone di fare una pausa, trovare dei compromessi e attendere il momento migliore per continuare.
    Quello dedicato a una serie TV non è necessariamente “tempo perso”. E proprio col significato del tempo alcune serie hanno provato a cimentarsi, dato che il tempo è l’elemento che struttura tutta la narrazione; non è una semplice “circostanza” di contorno ma l’occasione dello svolgersi degli eventi, quando non anche il loro oggetto e tema.[1] Se un libro lo si legge per lo più da soli e si può discuterne con altri ex post, se la stessa sorte capita a un film anche quando lo si guarda insieme, la serie TV consente alla narrazione di entrare a far parte in itinere del proprio spazio domestico, negoziando così tempi e spazi. Ogni episodio di una serie TV è un vero e proprio viaggio nel tempo, non solo per i frequenti flashback e flashforward che aiutano lo spettatore-lettore a riempire quelli che Umberto Eco definirebbe i “capitoli fantasma” della narrazione,[2] ma anche perché è proprio il tempo che consente ai vari “pezzi” di andare un po’ alla volta al loro posto.
    Insomma, seguire una serie TV può farlo solo chi è in grado di saper attendere, non tanto nel senso di “aspettare”, ma soprattutto nel significato etimologico di “tendere verso” qualcosa (la soluzione della vicenda) che si comprenderà solo un po’ alla volta e, pertanto, richiede perseveranza. Così è anche nella nostra vita: le risoluzioni più importanti ci chiedono attesa, e dedicando tempo a ciò che ci sta a cuore diventiamo in qualche modo eroici anche noi.

    Personaggi in cerca di autore

    Ma cosa affascina così tanto in una serie TV da decidere di dedicarle il proprio tempo? La risposta credo che sia soprattutto una: l’evoluzione dei personaggi. Nel guardare una serie si fanno proprie le vicissitudini dei suoi protagonisti e, in particolar modo, di qualcuno di essi coi quali ci si sente particolarmente affini: chi è che tiene realmente le fila in The Big Bang Theory, Sheldon Cooper o Penny Hofstadter? In Modern Family sono più veri i drammi adolescenziali di Manny Delgado o l’apparente disimpegno di Luke Dunphy?
    Ogni personaggio all’interno di una serie non appare e scompare allo stesso modo ma subisce una vera e propria evoluzione che a volte conferma la sua indole (Frank Underwood in House of Cards o Raymond Reddington in The Blacklist), altre volte risalta i suoi lati peggiori (Tom Kirkman in Designated Survivor o Walter White in Breaking Bad), altre ancora sviluppa delle potenzialità positive inizialmente latenti (Spencer Reid in Criminal Minds o Neal Caffey in White Collar). Se ai suoi primordi la serialità televisiva presentava dei personaggi stereotipati (Fonzie di Happy Days è e resta il latin lover mentre Richie è il bravo ragazzo un po’ imbranato), un po’ alla volta le serie TV hanno iniziato a riflettere il micromondo degli spettatori, dove le distinzioni dei tratti caratteriali, come anche le scelte etiche che si fanno, non sono poi così nette. Progressivamente, gli antieroi sono diventati più affascinanti degli eroi proprio perché empaticamente più vicini agli spettatori.
    L’umanità dei personaggi cattura lo spettatore, che rapporta le vicende sullo schermo alla propria vita, o per trarne insegnamenti utili o per proporre al proprio animo risoluzioni diverse da quelle che vede rappresentate: «Io, al posto di Jack Sherpard in Lost come mi comporterei?»; «Se ne avessi il coraggio, asseconderei anch’io in quel modo i miei dilemmi morali, come fa Dexter Morgan?». Questo rapporto quasi amicale o familiare con i personaggi di una serie TV comporta quindi inevitabilmente, nella transizione dalla fiction alla vita, una sorta di esame di coscienza su come ognuno affronta la sua quotidianità, e gli “insegnamenti” ricevuti guardando la serie non ci lasciano indifferenti. Il testo seriale implica così il passaggio dalla lettura esteriore (la puntata) a quella interiore (la nostra vita) e nulla di male se ciò avviene, come è tipico di ogni processo educativo in stile narrativo, attraverso il confronto con un racconto e con i suoi protagonisti che, se pur immaginario, riesce ad illuminare il vissuto reale: le narrazioni sono infatti in grado di «impollinare incessantemente l’identità di ciascuno di noi».[3]
    Da questo punto di vista, un approfondimento a parte meriterebbero i teen-drama, tornati prepotentemente di moda nei palinsesti delle piattaforme streaming. Dopo ormai diversi anni da Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, O.C., Gossip Girl, Skins, nel bene o (forse più spesso) nel male anche i nostri ragazzi hanno ricominciato ad immedesimarsi nei panni di loro coetanei, sebbene appartenenti a mondi culturali spesso lontani ma, proprio per questo, capaci di creare tendenze nuove; hanno iniziato a far coincidere i propri sogni con i loro, ad assumere il loro modo di vedere e di giudicare, il più delle volte senza un chiaro codice morale di riferimento. E così, soprattutto tra gli adolescenti, alcune serie sono diventate quasi dei must: non si può non conoscerle. È stato ed è ancora così per One Tree Hill, Skam, 13 Reasons Why, Sex Education, Euphoria, Baby, Mare fuori, Riverdale... Il quadro valoriale di queste serie è piuttosto “fai da te”, soprattutto per l’assenza di un mondo adulto, quasi per nulla significativo; i riferimenti educativi sono volutamente peer-to-peer e proprio questo è il motivo principale del loro fascino. I ragazzi però, per il fatto stesso di guardarle, dimostrano di anelare a un qualche punto di riferimento, nel desiderio di districarsi nella tormentata evoluzione del personaggio che loro stessi sono. Un educatore oggi non può far finta di non vedere un fenomeno che per molti dei suoi destinatari è “pane quotidiano” e deve piuttosto provare ad abitarlo dall’interno assumendo quel ruolo educativo adulto che in queste serie resta sempre sullo sfondo. Tutto sommato, anche questo significa essere una presenza attiva “nel cuore del mondo” dei nostri ragazzi, come ci invita a fare la Proposta Pastorale MGS di quest’anno.

    Educare con le serie TV?

    Da sempre l’educazione ha percorso le vie della narrazione. Tutti noi siamo cresciuti facendo nostri gli insegnamenti morali delle storie che ci venivano raccontate prima di dormire, quando le immagini si fondevano coi nostri sogni andandosi a radicare negli strati più profondi della mente e del cuore per poi incidere nelle scelte che avremmo fatto in futuro. I racconti del Vangelo, la vita dei santi, i sogni di don Bosco (soprattutto quello dei 9 anni che guida il nostro cammino in questi tre anni), i libri letti, i cartoni animati, i fumetti, i film, i videogames hanno contribuito a costruire un po’ alla volta chi noi siamo ora.[4]   Queste narrazioni non sono una fuga dalla realtà ma il trampolino di lancio per immergerci maggiormente in essa. L’uomo è un essere responsoriale la cui vita non è altro se non una narrazione, nella quale l’io tessitore che è ciascuno di noi mette ordine tra i fili che compongono l’ordito della sua esistenza all’interno della grande storia umana, narrazione di narrazioni. Posso rispondere alla domanda: «Che cosa devo fare?», solo se sono in grado di rispondere alla domanda preliminare: «Di quale storia o di quali storie mi trovo a fare parte?».[5]
    La narrazione può farsi allora stile educativo, via pulchritudinis verso ciò che è bello perché sia anche veramente buono. È infatti tipico del linguaggio narrativo, proprio della relazione educativa, l’uso di immagini e di racconti che, più che spiegare, portano a comprendere il significato globale di quanto vissuto ed esperito, anzitutto in riferimento ai mondi vitali che si abitano. Quando ci prendiamo cura dei nostri ragazzi, loro si narrano a noi e noi inevitabilmente ci narriamo a loro. Da un lato, infatti, la narrazione ha un carattere descrittivo: tessiamo la nostra vita come la trama di una storia; dall’altro, può avere anche carattere normativo: per il nostro compimento integrale dobbiamo vivere la nostra vita come una narrazione condivisa. Proprio perché l’esistenza umana è un intreccio di storie, narrare se stessi è sempre narrare qualcun altro, almeno in parte: «La narrazione autentica, quella che assicura lo scambio di ragioni di vita e di speranza che l’educazione esige, è una forma avanzata di ospitalità. Chi narra invita coloro a cui la narrazione è rivolta ad entrare nel suo mondo e si dichiara disponibile ad interagire con il mondo dei suoi ascoltatori».[6] Avviene così anche con i personaggi delle serie TV, coi quali si instaura una progressiva dinamica di immedesimazione, un rapporto in qualche modo empatico per il quale li si rende ospiti della propria storia mentre si entra nella loro. Non basta allora constatare che una serie TV sia bella o che “piaccia” ai nostri ragazzi, ma occorre anche aiutarli a valutare se quanto viene detto e fatto in essa sia anche un modello buono col quale confrontarsi per la propria crescita personale.
    Proviamo allora brevemente a pensare la struttura generale di una proposta pratica per valorizzare anche le serie TV nel percorso formativo di un gruppo. Il primo passo, che presuppone la programmazione educativa annuale, è quello di effettuare un sondaggio per conoscere quali siano le serie TV maggiormente seguite dai membri del gruppo. Si passa poi a scegliere in maniera condivisa una di esse e si decide di “vederla insieme” per tutta la stagione o per un lasso di tempo determinato, oppure selezionando alcuni episodi ma sempre in riferimento alla programmazione annuale. È importante che non venga suggerito ai ragazzi, da parte dell’animatore, di seguire una serie particolare che magari si ritiene maggiormente conforme agli obiettivi educativi che si vogliono raggiungere, ma che nello sceglierla si parta da ciò che loro già vedono o che hanno visto o che volentieri vedrebbero, in ultima analisi dai loro “gusti”. Ed è bene che l’animatore, se non la conosce, si informi su quali siano i temi che in essa vengono trattati.
    Se l’episodio è breve lo si può vedere all’inizio dell’incontro di gruppo, altrimenti i ragazzi potranno vederlo autonomamente o a gruppetti a casa e all’inizio dell’incontro si farà con loro un breve riassunto per ricordare i tratti salienti della narrazione, anche a beneficio di chi eventualmente non lo avesse visto. Quindi, con le tecniche che si riterranno più appropriate, anche servendosi di altre suggestioni audio-visive o di spezzoni di altre serie TV, si aiuteranno i ragazzi a riflettere insieme sui valori o sui modelli di comportamento presenti nella puntata e a rapportarli alla vita propria e degli altri per valutare insieme se possono essere ritenuti effettivamente buoni. Questo è un passaggio importante perché la riflessione in comune, che i ragazzi non farebbero se vedessero la puntata da soli, apre la mente a prospettive diverse che forse non verrebbero prese in considerazione. Un elemento fondamentale di analisi sarà quello riguardante il modo in cui man mano i vari personaggi evolvono nella propria caratterizzazione; anzi sarebbe bene che l’animatore si renda conto di quale sia il personaggio al quale ciascun ragazzo faccia maggiormente riferimento.
    Come conclusione operativa del confronto, che deve essere orientato dagli obiettivi educativi di quello specifico incontro all’interno del cammino annuale (è la puntata della serie a servizio del percorso formativo, non viceversa), è bene prendere insieme un impegno personale o di gruppo da portare avanti e la cui verifica innescherà poi l’incontro successivo. Può certamente sembrare eccessivo impostare tutto il cammino di un anno ripercorrendo insieme la stagione di una serie TV, tuttavia a ben vedere non sembra un’ipotesi così peregrina…

    A mo’ di esempio

    Questa esperienza riguarda un gruppo di ragazzi del triennio di scuola superiore, per i quali fui invitato ad animare una intera giornata di formazione sul tema delle scelte etiche, durante il campo estivo di un’associazione di volontariato. Come innesco per la discussione sul nostro tema ho proposto loro la visione del secondo episodio della dodicesima stagione della serie Criminal Minds: Sensi di colpa (Sick Day). Sul finire dell’episodio l’agente Jennifer Jareau deve decidere quale tra due fratelli, un ragazzo e una ragazza, salvare per primo da un piromane che li ha rapiti e segregati all’interno di un edificio in fiamme. La sua scelta ricade sul ragazzo perché le ricorda il figlio, mentre non riuscirà a salvare anche la sorella a causa del crollo provocato dall’incendio. La scelta effettuata crea perciò in lei un forte senso di colpa.
    Su un tabellone ho scritto la parola “SCELTA”, invitando ciascuno a dire cosa caratterizzasse per lui o per lei una scelta giusta, anche in riferimento all’episodio visto, e a sintetizzare il proprio pensiero in un aggettivo da scrivere a mo’ di brainstorming, spiegandolo. Tornando all’episodio di Criminal Minds, abbiamo provato a rifletterci su immedesimandoci nei personaggi per cercare di definire i fattori che guidano le nostre scelte. Un po’ alla volta è emerso un elemento al quale i ragazzi non avevano inizialmente pensato e cioè l’importanza delle circostanze e di come esse possano modificare o condizionare in quel momento la percezione di ciò che può essere giusto o sbagliato. I ragazzi erano però concordi sul fatto che esistano dei principi che sono assoluti e non possono essere alterati nel loro valore di fondo nemmeno dalle circostanze.
    A tale riguardo ho proposto loro la poesia Quando ascoltai l’astronomo erudito di Walt Whitman, nella versione presente nel sesto episodio della terza stagione della serie Breaking Bad: Al tramonto (Sunset). Nell’episodio, la poesia è preceduta da un dialogo nel quale i protagonisti giustificano il proprio lavoro (produrre cristalli purissimi di metanfetamina) appellandosi al fatto che quella attività garantiva di realizzare le proprie capacità di chimici più di quanto avrebbe fatto un lavoro “onesto” (come ad esempio l’insegnamento o il laboratorio) e che il loro lavoro fosse “etico” perché forniva ai clienti, adulti consenzienti, ciò che era da loro richiesto, in maniera genuina e senza alterazioni, diversamente da altri produttori o fornitori ai quali questi clienti, in loro assenza, si sarebbero comunque rivolti per procurarsi la droga desiderata. Dalla discussione che seguì era emerso come in questo secondo caso la scelta etica dei personaggi non poteva essere giustificata dalle “circostanze”, anche se partiva da un legittimo desiderio di autenticità e di realizzazione delle inclinazioni personali, desiderio che però non può venire appagato dalla freddezza delle regole, dei calcoli e delle prove di laboratorio ma dalla scoperta di una bellezza che si può percepire solo nel silenzio interiore: chi voglia scrutare le stelle non deve sfogliare un atlante astronomico, ma guardare il cielo di notte (il gruppo era abituato a vivere periodicamente anche dei giorni di ritiro in montagna). A tale proposito i ragazzi fecero riferimento anche alla loro esperienza scolastica, che spesso si riduceva proprio all’apprendimento mnemonico di numeri, tavole e dati, interessandoli solo superficialmente, mentre il volontariato riusciva a formarli realmente in profondità, a farli sentire capaci di fare qualcosa di “bello”; rimarcarono come ciò che aiuta davvero a crescere sia la riflessione pratica sul vissuto, anche sugli errori commessi, e non una ricetta puramente teorica distante dalla vita.
    Suggerii loro che una riflessione sul vissuto ha però bisogno di validi principi di riferimento. I ragazzi concordavano che per rispondere adeguatamente alle situazioni della vita occorre avere una visione chiara di quali siano i valori in gioco e valutare se le nostre azioni li assecondino o meno. Inoltre (tutti i ragazzi avevano visto per intero la serie Breaking Bad), l’esito finale della storia aveva dimostrato che la scelta fatta dal protagonista Walter White non era la modalità giusta per rispondere alle esigenze della sua famiglia, avendolo infatti portato a svendere se stesso condannandosi ad una morte solitaria. Ci concentrammo allora sull’importanza delle circostanze e delle conseguenze in una scelta e di come essa debba essere la risposta migliore tra le varie possibili, a partire dalle proprie convinzioni e dai propri desideri più profondi. A conclusione della giornata i ragazzi presero insieme un impegno: a partire dal successivo anno associativo ogni progetto attuato avrebbe previsto alla sua conclusione un momento di verifica, nel quale si sarebbe fatta una analisi di come le diverse circostanze avessero favorito la messa in atto delle scelte migliori o fossero state invece occasione di compromesso per “giocare al ribasso”.
     

    NOTE

    [1] Cfr. F. Cleto – F. Pasquali (edd.), Tempo di serie. La temporalità nella narrazione seriale, Unicopli, Milano 2018. Una scelta interessante è ad esempio quella della serie 24, che si caratterizza per una narrazione in tempo reale. Ogni stagione, infatti, si compone di 24 episodi della durata di un’ora (pause pubblicitarie comprese), per cui gli eventi narrati avvengono nell’arco di un’intera giornata. Spesso si ricorre alla tecnica dello split screen perché si possano seguire le azioni di più personaggi nello stesso momento e un orologio digitale scandisce il passare dei minuti.
    [2] Cfr. U. Eco, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano 1979, p. 54.
    [3] R. Bodei, Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri, Feltrinelli, Milano 2013, p. 14.
    [4] Cfr. J. Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani, Bollati Boringhieri, Torino 2014.
    [5] Cfr. A. MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, Milano 1993, p. 216.
    [6] R. Tonelli, La narrazione come proposta per una nuova evangelizzazione, LAS, Roma 2012, p. 147.



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