Attesi dal suo amore
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    Nascita di un amore

    Jean D’Ormesson



    CAPITOLO VII

    in cui Pierre incontra Maria

    Chiese l'ora per la terza volta. L'altro, un ometto bruno che andava di fretta, guardò l'orologio senza fermarsi: «Le sei e venticinque». Ah? di già? Bene. Grazie. Si rimise a camminare su e giù tra la lavanderia e il panettiere all'angolo:
    Aveva lasciato il lavoro alle sei meno tre minuti. Aveva dentro di sé una gioia immensa. Tutto gli era indifferente. Tutto, eccetto una cosa. L'universo si era ridotto ad un'unica evidenza: doveva trovarsi, tra le sei e un quarto e le sei e mezzo, in cima alla via principale, di fronte alla fermata degli autobus. C'era. Tutto il mondo si fermava. Sarebbe venuta?
    Il giorno prima era andato tutto storto: il contabile della ditta gli aveva rifiutato un anticipo, suo fratello gli aveva detto che la loro madre non si sentiva troppo bene e lui si era strappato la giacca impigliandosi disgraziatamente alla maniglia della porta della segretaria del principale. Ma adesso era tutto passato: lui l'aspettava e lei sarebbe venuta.
    L'aveva vista tre giorni prima in casa di compagni di villeggiatura che l'avevano invitato a cena per rinnovare ricordi ripetuti all'infinito e guardare fotografie di mare e di sole. Lei era capitata per caso per restituire un libro avuto in prestito. Si era fermata venti minuti, aveva preso il caffè con loro e lui le aveva parlato un po' di pattinaggio artistico, della Sicilia d'estate e di Humphrey Bogart nel Falcone maltese e in Casablanca. Lei aveva imitato Lauren Bacall in Porto dell'angoscia: «You know how to whistle, don't you?... You just put your lips together, and you blow...». Lui si sentiva abbastanza bene, e non si annoiava. Le aveva parlato anche di un libro in cui c'erano una o due bellissime pagine sulla morte di un ebreo che morendo pensava alla comunione e alla fraternità di tutti gli uomini. Se ne era dimenticato il titolo. Lei gli aveva dato un numero di telefono a cui l'avrebbe potuta chiamare se per combinazione avesse rintracciato il nome dell'autore e il titolo del libro. L'indomani mattina, li aveva ritrovati: era Una manciata di more di Ignazio Silone. L'aveva chiamata e le aveva detto il titolo. Lei l'aveva ringraziato con quel misto di gaiezza e di serietà che già la sera prima l'aveva colpito. Qualche istante prima di riagganciare, le aveva chiesto precipitosamente, come ci si butta in acqua, se lo voleva rivedere per far due passi insieme sul lungofiume o per bere qualcosa prima di cena. Lei aveva avuto una piccola esitazione. Aveva riso un pochino e aveva detto di sì. E adesso la stava aspettando di fronte alla fermata degli autobus.
    Malgrado tutti i fastidi del giorno prima e della settimana, malgrado tutta la monotonia e la banalità della sua esistenza, la vita sembrava piacevole e piena. Il sole brillava attraverso le nubi, che, in quel cielo così chiaro, sembravano incaricate di accompagnarlo, di fargli corona, di festeggiarlo, e si aprivano al suo passaggio. Era la fine dell'inverno, la primavera, l'inizio dell'estate, l'autunno pieno o morente a Londra, a New York, a Roma, a Vienna, a Parigi. A Tokio, a Bucarest, a Buenos Aires, a Città del Messico. A Tordesillas, a Bacau, a Wuppertal, a Borgo Pace, a Pitigliano, a Saint-Julien-d'Apcher dove forse non c'è né fiume, né lungofiume. Lui si chiamava con tutti i nomi e lei si chiamava Maria.
    Stranamente, trovava un po' di difficoltà a rammentarsi quel viso di cui non cessava di ricordarsi. Tutto si confondeva. D'un tratto si chiese se l'avrebbe riconosciuta. Ebbe l'impressione di parlare 'alta voce e che la, gente lo guardasse. Si mise a sorridere, quasi apertamente. Spesso, nei libri, si vedevano dei personaggi che stavano pensando distintamente. Lui non pensava mai. Sognava, ricordava, decideva, agiva, gli capitava anche di leggere o di andare al cine oppure al teatro o al concerto. Ma gli sembrava sempre di non pensare a nulla. Adesso invece pensava a cose molto precise, che avrebe quasi potuto esprimere ad alta voce: «Verrà? Da che parte spun terà? Che fortuna! Che meraviglia!». E non era sicuro di non star parlando ad alta voce.
    È un luogo comune affermare che l'emozione, la passione rimuovono e soffocano il pensiero: a volte lo eccitano e lo liberano. Nella vita quotidiana, tutto quello che pensiamo non è altro che un magma informe che sarebbe molto difficile tradurre in frasi articolate. Nell’emozione invece, e ancor più nella passione, le parole sgorgano spontaneamente e già costruite da quelle labbra interiori comandate dal cuore e dal sentimento che solo la tenerezza, il furore, la speranza, il rancore, l'amore o l'odio riescono a dischiudere.
    Gli sembrava che le idee che gli passavano per la testa fossero, come i battiti del suo sangue, già pronte per essere raccolte e fissate da un registratore. Un uomo d'età e una ragazza si voltavano verso di lui: parlava da solo e sorrideva agli angioletti.
    Il tempo e lo spazio si richiudevano su quegli istanti e su quell'angolo di strada. Era il contrario della storia, dell'esperienza, della politica, dei giornali, che si estendevano al mondo intero, alla totalità dei tempi. Per lui invece, tutto si giocava qui e adesso. Tutto cominciava di nuovo. E in particolare per lui. Eppure non era solo. Era meno solo che mai, e tutto il resto non contava più, Si sarebbe detto che l'unità elementare, il nocciolo dell'universo, fossero lui e lei insieme. D'un tratto da solo si sentiva incompleto. Ma se lei arrivava, tutto il resto poteva sprofondare. Finché lei non c'era, il mondo era vuoto, Quando ci fosse stata, sarebbe stato pieno. Completo. Concluso. Bastava lei a riempirlo.
    Niente è più vicino all'assoluto di un amore che sta nascendo. Lo stupefacente, il meraviglioso è che questo assoluto nasce dal caso. Lui pensava che sarebbe potuto non andare a cena dai suoi amici, che lei sarebbe potuta passare da loro il giorno prima o l'indomani, che se fosse stato altrove, se lei non fosse esistita, se si fosse rifiutata di incontrarlo stasera... Quello che conta di più al mondo - la nascita, l'amore, la morte - sgorga da circostanze rigorosamente aleatorie. L'essenziale nasce dall'accidentale. Noi costruiamo come capita, a casaccio, alla carlona, anche il senso più intimo e profondo della nostra vita. Sentì passare un'ombra. Ah! come vorremmo tutti quanti che il nostro destino fosse scritto da qualche parte, negli astri, negli dei, su grandi tavole di marmo in cui tutto fosse previsto! Invece no: siamo soltanto noi - e anche gli altri - a costruire la nostra vita. Ed è il caso che la decide. Tutto quello che possiamo fare è afferrare per i capelli le occasioni che ci presentano la fuga del tempo e quel gran ballo del sabato sera che è il mondo in cui siamo immersi. Saltare sui treni impazziti guidati da dadi che girano nelle mani di chissà chi. E dire, quasi con un sorriso: Questo è il mio destino e questa è la mia vita. E la cosa più incredibile è che tutte queste combinazioni, questi brancolamenti, queste decisioni arbitrarie, questi meccanismi e queste intersezioni finiscono per produrre effettivamente qualcosa che la vita e la morte levigano e che assomiglia a un destino.
    Quella sera se ne infischiava del destino, se ne infischiava del futuro e se ne infischiava del passato. Era il presente quello che contava. Aveva conosciuto altre donne, altri palpiti, sogni, sofferenze, delizie e delusioni. Aveva dimenticato tutto. E non si preoccupava del futuro. Se nel futuro avesse potuto scorgere il tedio nascosto, il tradimento in agguato, la separazione desiderata, attesa impazientemente e accolta con trasporti di sollievo e di gioia, si sarebbe tirato indietro inorridito. Ma l'amore tiene saldamente in pugno le chiavi del futuro e del passato, delimita a quelli che si amano la totalità in spazio e vieta l'accesso agli altri tempi.
    Improvvisamente la vide. Il cuore gli sobbalzò. Arrivava. Non assomigliava esattamente a quella che aveva tanto atteso, ma, contrariamente ai suoi timori, la riconobbe subito. Lei gli disse: «Buonasera» sorridendo. Lui rispose: «Buongiorno...» esitò un istante, e aggiunse: «... Maria».
    Lei chiedeva se fosse in ritardo e lui, mentendo già un po' non per ingannarla, ma per piacerle, assicurò di no. Si misero in cammino scambiandosi parole insignificanti. Assomigliavano a quei marinai che sondano l'acqua sulla prua delle navi, a dei cacciatori che procedono con prudenza e speranza in mezzo agli acquitrini, agli alpinisti che controllano la presa prima di alzarsi ancora più in alto.
    Camminavano. Il mondo era il loro scenario. Attraversarono strade, piazze, viali invasi dalla folla. Arrivarono lungo il fiume, ammesso che ce ne fosse uno. Era la Senna, il Tamigi, il Tevere, Danubio, il Dniepr, lo Yang-tze-kiang, il Loing, la Sarine, la Bistritza, l'Isar, il Rio de la Plata. Salirono sul ponte e videro l'acqua del fiume scivolare instancabilmente. Tacevano. Sentivano delle cose che erano quasi indicibili ma che volevano esprimersi. La sera stava già scendendo. Le stelle non avrebbero tardato. Lui tese in mano. Lei gli porse la sua.
    Cenarono insieme a notte quasi fatta. Il mondo era bello. La vita era meravigliosa. Ah! mio Dio! com'era meravigliosa la vita, com'era degna di essere vissuta!
    E Dio guardava quei minuscoli artigiani della vita quotidiana che stavano continuando la sua grande opera e i suoi immensi disegni.

    (Dio. Vita e opere, Rizzoli 1982, pp. 19-22)


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