Campagna abbonamenti
    QuartinoNPG2025


    Alzati e vai
    Proposta pastorale 2025-26


    Il numero di NPG
    gennaio-febbraio 2026
    cover 600 1 2026


    Il numero di NPG
    SPECIALE 2025


    Newsletter
    gennaio-febbraio 2026


    Newsletter
    SPECIALE 2025


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Post it


    Le ANNATE di NPG 


    I DOSSIER di NPG 


    Le RUBRICHE di NPG 


    Gli AUTORI di NPG


    Gli EDITORIALI di NPG 


    VOCI TEMATICHE 


    I LIBRI di NPG 

     


    IN VETRINA


    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani 


    Semi di spiritualità


    Animazione, animatori


    Sussidi, Materiali, Esperienze


    Recensioni e Segnalazioni


    Letti & apprezzati


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono: 06 4940442

    Email


     

    L'umana debolezza

    tra le dita di Dio

    Ermes Ronchi

    Un titolo molto bello ispiratore. Che per prima cosa mi traghetta fuori dalle mie paure verso l'accettazione anzi, il coraggio della fragilità. Il coraggio di riconoscere, le stagioni della mia e altrui debolezza, come stagioni positive.
    Allora la debolezza, dalle sabbie mobili della tentazione, può trasformarsi in terra forte di comunione con Dio e con gli altri, da handicap può diventare risorsa. Come Paolo è possibile giungere a vantarsi della debolezza (II Cor 12, 7-10) come di uno spazio teologico in cui si manifesta il mistero pasquale di Cristo. Nella sua fragilità Paolo si sente trasparenza della potenza di Dio. Di cosa mi vanterò? Della mia debolezza!
    Solo se tu assumi la tua storia di mendicante, di povero, irradia contagiosa la Presenza di Dio.
    Non in una storia di vincitori, ma di pietre scartate, appare la forza della croce.
    “Beata debolezza” è il paradosso che sembra risuonare nelle “Parole sul Monte”, le beatitudini.
    “Beata debolezza” sembra cantare santa Maria nel Magnificat, quando per 10 volte ripete che Dio guarda gli umili, aiuta i piccoli; sazia gli affamati, coloro che non contano niente hanno il nido nelle sue mani. La gioia di Maria è analoga a quella della clessidra della mistica sufi ...che si svuota con gioia, si impoverisce lieta perché sa che una mano all'improvviso la capovolgerà.
    Simone Weil: “Davanti a Dio non c’è nulla di meglio che essere nulla, come l’aria davanti al sole, cioè trasparenza di luce!”

    1. La fragilità è una provocazione sulla speranza cristiana

    “La speranza viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito di festa". In questa immagine Paul Ricoeur vede una speranza che viene da altrove, viene povera e bisognosa di noi. Non ha in noi la sua origine. Ma è messa nelle nostre mani: sta a noi aiutare la fragile speranza a diventare la seduttrice festosa di questa nostra epoca.
    L'abito di stracci che la speranza indossa è evocato da molti altri simboli della Bibbia. Ad esempio dal racconto della fuga, lunga e disperata, del profeta. Elia, davanti ai sicari della regina Gezabele, nel deserto. Stanchezza, paura, fame e sete, ed Elia, l'indomito, si arrende: cade a terra, si trascina al povero riparo di un ginepro e prega: "basta Signore, non ce la faccio più, riprenditi questa vita, meglio la morte di questa fuga disperata".
    Sfinito, cade in un torpore, da cui una carezza lo sveglia. È un angelo che gli dice: alzati, prendi! Che cosa gli fa trovare l'angelo per affrontare deserto e sicari? Non un cavallo bardato pronto a divorare ai galoppo la steppa di Moab, ma un pane cotto tra due pietre roventi, e un orcio d'acqua. Quasi niente, quasi un castigo per noi. Pane e acqua, scampoli, stracci, direbbe Ritcoeur, del vestito della speranza.
    Eppure si tratta di risorse che hanno lo scopo non di mettersi al posto del profeta, ma di risvegliare lui, il suo corpo, il suo cuore. Il profeta. camminerà con le sue gambe, non su mani d'angeli, per 40 giorni, fino all'Oreb: pane e acqua bastano a renderlo protagonista.
    Il miracolo è avanzare senza miracoli, con pane e acqua. La speranza viene a noi come povertà, non come miracolo. Viene con quella semplicità che hanno tutte le cose più essenziali, l'aria, la luce, l'acqua, il respiro. Viene come germoglio, non come albero alto. È la virtù bambina, dice Pèguy, la più piccola delle tre sorelle. È in viaggio a piedi nudi come la luce dell'alba.
    Noi domandiamo segni straordinari a un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei segni poveri del Dio reale. L'umiltà della speranza: viene vestita di stracci, come piccolo granello di senapa, 2 pani e 5 pesci per 5000 uomini.
    Viene sotto forma di un incontro, di una telefonata, un amico, un sms quando pensavi di non farcela più, una parola ascoltata alla radio, letta in un libro, una luce interiore. Alle volte non fornisce neppure pane, ma solo un pizzico di lievito.

    2. La povertà un tesoro che arricchisce

    Dio da ricco che era si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2 Cor 8,9). Attenzione: ci soccorre il Signore ma non con la ricchezza, non con l'onnipotenza, come sarebbe logico, ma con la povertà.
    Impressionante: ci arricchisce il Signore con l'umanità di Gesù, non con la divinità; con stracci non con ali di angeli; non con il miracolo ma con la forza del cuore; non con la sua onnipotenza ma con l'impotenza della croce.
    "Ci salva non dalla sofferenza, ma nella sofferenza,¬ci protegge non dal dolore, ma nel dolore;
    ci libera non dalla morte, ma nella morte" (il martire Bonhoeffer). Ci fa ricchi, ma di povertà, di piccole cose, fragili.
    Il Signore ama il piccolo, è il suo stile costante. Perché il piccolo non si impone, si propone; può essere accettato o rifiutato. È la garanzia della mia libertà.
    Il nostro lavoro primario: custodire germogli. Vivere è custodire germogli, capaci con la loro punta fragilissima, fatta di niente, di aprire e bucare il nero dell'asfalto.
    Il coraggio della fragilità è il coraggio di vegliare, spesso anche da soli, sui primi segni delle cose nuove che nascono, sulle prime gemme, sulle prime luci dell'alba. Non attenderci tutto l'orizzonte chiaro, e la strada tracciata, ma tanta luce quanta serve al primo passo. Il coraggio di ascoltare l'erba che cresce. Io sono uno che mette l'orecchio per terra per ascoltare l'erba che cresce. (Maritain) Saper percepire questa minima cosa è già motivo di speranza segreta, dolce, invincibile.

    3. Non i risultati, ma l'amore

    Una piccola poesia di Martin Luther King dice:
    Se non puoi essere un pino sul monte sii una canna nella valle,
    se non puoi essere albero sii un cespuglio,
    ma sii la migliore canna sulla sponda del ruscello,
    il migliore piccolo cespuglio nella valle.
    Se non puoi essere autostrada sii un sentiero,
    se non puoi essere il sole sii una piccola stella
    ma sii sempre il meglio di ciò che puoi essere.
    Che significa: cerca di scoprire il disegno che sei chiamato a diventare e poi mettiti con passione a realizzarlo. Non tutti devono essere sole, albero, montagna, autostrada, sono preziosi e belli, necessari, anche il cespuglio, la canna, la collina, il sentiero, la stella, l'infinitamente grande e 1'infinitamente piccolo.
    É importante Elia, Geremia, i grandi profeti, ma è altrettanto bello un profeta minore, anonimo, Giona colomba di Dio, o Amos che ode Dio ruggire come un leone. Un profeta può essere tutto in un una sola parola, una immagine sola, in un grido solo. Che nessun altro prima aveva gridato o sussurrato. Non la quantità, ma la qualità delle azioni.
    Perchè come si vive è la vita. Con quale stile, con quale passione, con quale coraggio e libertà., con quale profondità e autenticità. La vita non è nelle cose che fai ma nel come le fai. Come vivi conta più del vivere, il come conta più del ciò. Puoi fare l'insegnante o il magistrato, puoi fare lo spazzino comunale o il sindaco, la madre di famiglia o la donna manager, non conta ciò che fai ma come lo fai.
    Madre Teresa diceva: "Nel nostro servizio non contano à risultati ma quanto amore metti in ciò che fai".
    L'amore conta più della vita. La tua vocazione vale più della tua vita.

    4. Dare

    Molti oggi vivono cercando di cogliere ciò che il mondo può dare loro ( ciò che la famiglia, il coniuge, il gruppo, la società mi possono dare...). Questo è un errore che rende tristi.
    Bisognerebbe invece vivere pensando a ciò che io posso dare, a quello che io posso realizzare e a chi donarlo. Altrimenti rischiamo di diventare dei parassiti, o dei puri divinizzatori di noi stessi: gli altri mi devono capire, devono entrare nei miei problemi, aderire a me, coincidere con le mie attese ...Questa è una fragilità malata, malsana e senza coraggio.
    Invece: l'uomo per star bene deve dare... A1 Policlinico Gemelli di Roma avevo portato un mio confratello sofferente di depressione. A1 momento della dimissione, il primario di psichiatria mi raccomanda: "per far star bene questo frate dobbiamo aiutarlo a dare. Ciò che ha e ciò che può. La sua cultura, la sua fede, il suo tempo, l'amicizia. i sentimenti. Perché l'uomo per star bene deve dare". "Perchè", chiedo io, "per star bene l'uomo deve dare?". Mi risponde con queste parole che non ho più dimenticato: "perché dare è la legge della vita".
    Infatti nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo: dare! Umile, concreto, semplice. Ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c'è amore più grande che dare la vita!Chi avrà dato anche solo un bicchiere d'acqua fresca. Tutto il vangelo in un bicchiere d'acqua. Tutto il vangelo nel verbo dare.

    5. Dare della mia fragilità... Un Dio fragile

    Cristo che ci ha arricchito con la sua povertà.. Non con la sua ricchezza.... L'Assoluto nel Pane e nel vino. -
    E' il rovesciamento che va dalla dittatura, dalla tirannia di ciò che è vistoso e appariscente verso la verità segreta e scandalosa. La grande sorpresa è un Gesù che non dice: "Prendete e assimilate la mia sapienza", non dice "Prendete e bevete la mia innocenza, la mia santità, la mia divinità, tutto il sublime che è in me, la giustizia assoluta, la potenza illimitata", dice invece: "prendete carne e sangue ".
    E carne è la precarietà di ogni essere vivente sotto il sole. Sangue è la culla, la sede, la custodia della vita. Dice: "Prendete la fragilità, la precarietà, il dolore, la debolezza e l'intensità di questa mia vita!"
    Il mio Dio è così: arricchisce noi con la sua povertà". Ecco lo scandalo, follia per l'intelligenza, ma stupore per il cuore. "Per arricchire noi" ma non con la sua ricchezza, come ci saremmo aspettati, bensì con la sua povertà.
    Dio viene in soccorso alla nostra fragilità non con la sua onnipotenza, ma con l'impotenza della Croce; ci soccorre non con i miracoli ma con la povertà del Pane e del Vino, con la vita buona, bella e beata di Gesù.
    Con la sua umanità. Il mio Gesù è così: conosce i sentimenti, sa la paura e il desiderio, ha pianto, ha gridato i suoi perché al Cielo, è stato tradito e rifiutato. Per questa sua fragilità umana è il mio Dio, il Dio per l'uomo. E se guardi l'altare vedi un Dio minore: è vero! Ma è solo così che Lui diventa il mio Dio, e mi soccorre con la sua fragilità crocifissa, con il suo Corpo in cui è detto il suo cuore, con le mani che impastano polvere e saliva sugli occhi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E la Croce che si riempie di sangue.
    "Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue!" Dio si è fatto piccolo per essere con me e come me, perché anch'io sono carne e sangue, fragilità che ha bisogno di cose piccole e semplici per camminare con verità, passo dopo passo, goccia dopo goccia, lievito sul lievito, che vengono da un Dio che non si impone ma che si propone, nell'umiltà dell'amore.

    6. C'è un speranza per i fragili e i dubitanti

    Io non sono un eroe, sono il primo dei paurosi, sono l'ultimo dei coraggiosi. Ma il Signore non convoca eroi nel suo regno. Bensì uomini e donne veri. Che lo accolgano. Dio non si merita si accoglie. Il vangelo non si conquista, si accoglie.
    Penso alla fragilità mia non come a un ostacolo, ma come a una opportunità di speranza. Gesù non si scaglia mai contro la fragilità, bensì contro l'ipocrisia dei pii e dei potenti. Pietro, dopo la pesca miracolosa dice a Gesù: allontanati da me perché sono peccatore. Gesù ha una reazione bellissima, non dice: "Non è vero, non sei peccatore, non più degli altri", non lo giudica, non lo umilia, non minimizza, ma neppure lo assolve. Fa un'altra cosa. Pronuncia una parola: "Non temere. Tu sarai". Ed è il futuro che si apre, che conta più del presente e di tutto il mio passato. "D'ora in avanti tu sarai" e il bene possibile domani, vale più del male di ieri e di oggi. La tua vocazione conta più della tua fragilità.
    Il peccato rimane, il peccato tornerà, ma non può essere il mio alibi per allontanare Dio, per evitarlo, per non impegnarmi con Lui. Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua. vita va bene per il Vangelo. Anche la tua zattera anche se sembra che perda i pezzi e faccia acqua.
    Gesù rialza, dà fiducia, conforta la vita, ma poi la incalza: "D'ora in avanti - dice - tu sarai". D'ora in avanti resterai peccatore ma diventerai pescatore di uomini. E anche la barca di chi non ha preso nulla può riempirsi, per la sua parola non per il mio talento, per il buon seme non per il bravo seminatore.
    E il miracolo del lago non sono le barche riempite di pesci, non sono neppure le barche abbandonate per seguire il maestro, il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, che non è deluso dalle mie labbra impure, che non ha paura. dei miei peccati, ma mi affida il Vangelo e proprio là dove mi ero fermato mi fa ripartire.
    Allontanati da me aveva detto Pietro. E invece si allontanano sì, ma insieme, e verso un mare più grande.
    Allora posso dire: Credo in te, Signore, perché tu credi in me. Ti do fiducia perché tu mi dai fiducia. Ho speranza perché tu hai speranza in me. Seguirò i tuoi passi perché sulla mia barca hai voluto salire.
    Gesù non cerca in me il giusto, l'uomo giusto che non so se riuscirò mai ad essere. Cerca quella debolezza che è in me radicale, originaria, fontale, fatale. Vuole impadronirsi della mia debolezza profonda, quella che è a monte di tutti i miei peccati. E lì vuole incarnarsi come lievito, come sole, come fuoco, come spirito dentro la creta, come pace nella tempesta.. E questo mi dà speranza perfino in me stesso.

    7. C'è speranza per chi si sente non riuscito nella vita

    Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: 2 "Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola—. 3 Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio. 4 Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso,
    Dio non butta. mai via la creta, ci rimette sul tornio, ci riprende in mano, ci lavora ancora con la pressione dolce delle sue dita, con il calore del palmo della sua mano. La mia forza è la fiducia del vasaio. Se Dio ha una mania è quella di sperare nell'uomo. Non siamo mai inutili, mai da buttare per i1 Signore.
    Io sono creta che viene male sette volte, ma che è rimessa sul tornio 70 volte 7.
    Vivere è l'infinita pazienza di ricominciare: il vaso riuscirà.. Quanta speranza dalla mia fragilità! La mia forza è nelle mani del vasaio!
    La speranza cristiana è espressa da un piccola sillaba: RI, un prefisso, un inizio di parola che è tipico del cristianesimo: RI. Due lettere sole che significano: di nuovo, ancora, da capo, un'altra volta, senza stancarsi. Una sola sillaba, la più caratteristica del cristianesimo, che crea le parole più tipiche del vocabolario cristiano:
    - ri-conciliazione - ri-surrezione - re-denzione - ri-generazione - ri-nnovamento - rimettere i debiti - ri-nascere dallo Spirito. La stessa parola re-ligione, rilegare le pagine disperse delle vite.
    Tutte parole che indicano il cammino che riprende, nonostante tutto. Questo prefisso RI è il prefisso della fedeltà di Dio a me, radice della speranza dell'uomo.
    È il prefisso che genera futuro, in tutte le notti del presente; e il motivo è la fiducia incrollabile di Dio nell'uomo. Per Lui nessuno è mai perduto per sempre. È debolezza sempre nelle sue mani.
    Lo dico con dei versi di P. Turoldo: io non sono ancora e mai il Cristo. Ma io sono questa infinita possibilità. Ognuno di noi è un Cristo incipiente, un Cristo iniziale. Un giorno diremo: non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!

    8. Gesù valorizza la fragilità

    Alla donna samaritana che aveva avuto cinque mariti e il sesto uomo non era neppure suo marito come Gesù da speranza? La incontra senza farla arrossire, passa proprio per la sua debolezza, per i suoi difetti, passa per l'enigma e la complessità dell'amore: "Va' a chiamare colui che ami, l'uomo del tuo cuore ".
    Al segreto di una persona si accede solo attraverso 1a rivelazione e il mistero dell'amore. E passando proprio per il suo mistero di donna Gesù fa nascere in lei il mistero di Dio. Non c'è via di accesso migliore allo spazio di Dio che la porta del cuore.
    E le dice "Hai detto bene non ho marito ". Con tanti piccoli amori era rimasta nel deserto dell'amore. Eppure Gesù non la giudica, non la condanna, non la umilia, ci trova perfino del bene, la incontra senza aggredirla. Lui sa che la soluzione di tante vite difficili non consiste nel rafforzare i divieti o nell'aumentare le condanne, ma a partire da una goccia sola dilatare l'anima, Gesù rispetta anche le esperienze di quella donna e per due volte ripete: "Hai detto bene, hai detto il vero!" ed è questa la piccola goccia a partire dalla quale, a partire da questo frammento di verità, ricostruisce dentro di lei il cammino di un cuore nuovo. Stracci che diventano abito da sposa.
    Non la chiude dentro i suoi fallimenti, ma nei suoi occhi intravede una passione indirizzata male. La santità non consiste nello spegnere le passioni, perché diventeresti un lucignolo fumigante, un eunuco. La santità è una passione convertita, non una passione spenta. Negli occhi della samaritana vede il vento della corsa, le strade di Samaria, vede un mendicante di cielo, un apostolo.
    E lei abbandona la brocca, come fosse un vestito vecchio, una storia vecchia, una vecchia vita, corre in città e ferma tutti per strada: "C'è uno che fa nascere e rinascere, c'è uno che dice tutto ciò che è il tuo cuore. Mi ha detto tutto ciò che sono davvero!" Gesù è colui che dice tutto di me, quel tutto che io da solo non so vedere. Mi rivela me stesso, ma non come condanna bensì come scoperta; non come giudizio, ma come futuro. Possibile sempre, nonostante che come la samaritana, con tanti piccoli amori, tu sia ancora nel deserto dell'amore.
    Che cosa fa Gesù? prende piccole speranze della gente ( piccole come ad esempio per la suocera di Simone che era a letto con la febbre, una piccola malattia, e Gesù la solleva dal suo letto e lei si mette a servire...) prende piccole speranze della gente (la donna curva, l'uomo dalla mano inaridita, Nicodemo di notte) piccole speranze di salute, ancora un po' di vino per la festa di nozze, e le copre con la sua potenza. Facendole grandi.
    Noi come Lui siamo chiamati a captare le piccole speranze di tanta gente; a far risuonare alte le speranze anche brevi di questa epoca, degli anziani, dei soli, degli immigrati, degli ultimi; la chiesa dovrebbe essere l'eco, la cassa di risonanza delle speranze, gaudium et spes di questo mondo; chiamati a cogliere anche un piccolo benessere atteso, il piccolo miglioramento sognato, per le piccole vite: è quello che faceva Gesù. E dare una piccola risposta. A farle crescere. Devo ergere antenne alte sulla città, e umili sui miei familiari, su chi mi è vicino. Per assumerle. Il dolore per esempio non chiede spiegazioni, chiede compassione e condivisione. Noi non sappiamo dare risposte, io prete do risposte che non interessano a nessuno, perché non sappiamo ascoltare le domande dell'uomo d'oggi.
    Sono stato sull'immondezzaio di Manila, una mostruosa montagna di rifiuti, con centinaia di persone che vivono lassù in baracche di cartone, tra quelle esalazioni e miasmi, e a decine inseguono correndo ogni camion che arriva a scaricare, per essere i primi a frugare nella nuova immondizia, cercando da mangiare, cose per un miserabile commercio. E disperante.
    Ma io che cosa posso fare? Ero con p. Giuseppe Benassi missionario, e lui mi ha insegnato
    prendi un pezzetto di questa discarica, portala con te, e falla crescere. Un pezzetto da far crescere.
    Lui assicurava soltanto penne e quaderni per la scuola a 50 bambini.
    Una goccia nell'oceano. Ma è questa goccia che può dare senso alla mia vita e a quella di altri.
    È dalla povertà e dal basso che si può iniziare il vero cammino della speranza che crede e attende quelle cose impossibili, soltanto a Dio possibili.
    La speranza dei fragili non soggiorna nelle corti dei Potenti né si esibisce sui palcoscenici dei Filosofi. Veste il grembiule di una bambina piuttosto che i paramenti di un gran sacerdote o le decorazioni di un generalissimo. (Mounier parlava della piccola speranza che ci dà il buongiorno ogni mattina).

    9. II coraggio della fatica

    Don Mazzolari scrive una frase straordinaria: Tutto è speranza perché tutto è fatica. Perché gli unici cambiamenti che danno gioia sono quelli che si effettuano in salita. Finchè c'è fatica c'è speranza. Se vedi uno che fatica puoi stare certo che dietro ci sono sogni e speranze. Se qualcosa ti costa fatica, non fuggire: è segno che coltivi progetti, un minimo Eden che merita il tuo impegno. Canta il salmo: alla fatica van tutti piangendo per il sudore che irrora la semina, ma torneranno con passo di danza portando a spalle i loro covoni. La nostra vita non è raccogliere o arrivare, ma partire ogni giorno seminare in ogni stagione. Se vedi una persona che non sa affrontare fatiche, osserva bene quello è uno senza speranza, che sta entrando nella depressione. La depressione è l'esatto contrario della speranza e ne abbiamo tutti una profonda paura. La depressione nasce da una inversione di energia. L'energia che va verso fuori è sfida, rischio, idea, è vitalità, al limite è fatica. La depressione comincia con questa introiezione, con questo ripiegamento degli orizzonti, il depresso ripiega il cielo come un lenzuolo steso al sole, guarda solo se stesso, e non si illumina più. Ha perso il cielo.
    Finchè c'è fatica c'è speranza. La fatica di andare controcorrente, ad esempio. Lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia scriveva: io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo. Per abitare la terra noi ci siamo scelti il manifesto più stravolgente e contromano che si possa immaginare: beati i poveri, felici gli inermi, i miti, i perseguitati, i misericordiosi. I puri. Lo seguiamo perché, costa fatica. E questo significa che produce speranza.
    Fatevi un bel giro sul pianeta e guardate con attenzione: là dove c'è disperazione e abbandono, là dove tutti hanno gettato la spugna, dalle Nazioni Unite alla Banca Mondiale alle più diverse ONG, troverete un missionario, una suora, un catechista che, in nome del Nazareno lotta, ama, combatte, spera contro ogni speranza. E lo fa gratuitamente. Troverete sporadicamente anche qualcuno di Medici senza frontiere, ma, non me ne vogliano, in Centro Africa ho visto i loro medici ricevere 10.000 euro al mese, e un'infermiera 6.000, e ogni sei mesi hanno viaggio e ferie pagate a Bruxelles. Il missionario non riceve niente. Ho visitato, nella Repubblica Centroafricana, il dispensario delle suore francescane di Gemona, a Maigarò, ottobre scorso. Lì ho conosciuto suor Giulia, amore a prima vista, 110 chili di energia e dolcezza. Ecco il suo racconto: lunedì le portano un bambino che è gravissimo, lei fa di tutto, ma il piccolo muore. II mercoledì un altro piccolino allo stremo, lei fa l'impossibile, il bambino le muore in braccio. II giovedì arrivano al dispensario un papà e una mamma con un altro bimbo che è alla fine, lei fa tutto ciò che può, con tutto ciò che ha, ma capisce che il bimbo non ce la farà. Allora, non ce la fa e prima di mollare, dice ai genitori: Io torno domani mattina, voi state qui e pregate. E se ne va in cappella e inizia una delle sue litigate con il Signore: basta, Signore, io non ce la faccio a veder morire un altro bambino, un altro no! Basta. Non farlo morire, non farlo morire... La mattina il bambino sta bene, non solo meglio, ma bene. Cosa è successo? chiede ai genitori. Abbiamo fatto quello che ci hai detto: uno vegliava il bambino, uno pregava in ginocchio, poi ci davamo il cambio, tutta la notte... solo questo. Ditemi voi se non da speranza questo! Eppure non è il miracolo che è determinante.

    10. Non le grandi imprese, ma il quotidiano

    "In quel giorno molti diranno: `Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome, cacciato demoni, fatti molti miracoli? " è gente straordinaria, sono vite eccezionali, profeti con parole di luce, esorcisti potenti, grandi taumaturghi, eppure sono lasciati fuori. Allora mi domando: `è questo ciò che i1 Vangelo chiede?' E' dalle cose eccezionali che riconosceranno i suoi discepoli? "No, ma se avrete amore gli uni per gli altri.
    Madre Teresa di Calcutta diceva: "Nel nostro servizio non contano i risultati ma quanto amore metti in ciò che fai ".: E' la crisi dello straordinario, con l'enfasi posta invece sul quotidiano. La mentalità comune ci fa dire: `Beati i profeti'. Il massimo elogio che si può fare di un prete è dire `è un profeta!' Lui invece sulla montagna ha detto: "Beati i poveri". Noi diciamo `Beati i costruttori di grandi opere', Lui ha detto: "Beati i costruttori di pace". Noi diciamo: `Beati quelli che fanno miracoli ', invece Lui sul monte diceva: "Beati quelli che fanno misericordia". A tutti possibile.
    Il Padre ama la normalità di una esistenza ordinaria, che cerca di credere all'amore.
    Meno opere e più gesti: un bicchiere di acqua fresca, un pezzo di strada fatto con chi ha paura, un po' del tuo denaro avviato là dove il baratro dell'angoscia inghiotte i nostri figli.
    Si vantano delle loro opere: Signore, abbiamo fatto, abbiamo pregato, ma le lunghe preghiere possono anche essere illusione: moltiplico i Salmi e non avverto un solo presagio di incontro con Dio.
    Meno opere e più gesti. Gesti come quelli di Gesù: non lo vediamo mai progettare grandi interventi, ma ascoltare, imporre le mani, toccare occhi, orecchi, labbra, spezzare il pane, entrare nelle case, sedere a mensa.
    Sono i gesti che ci inseriscono nella vita degli altri. Non riesci a dialogare con qualcuno nella tua casa, nella tua comunità, con tuo marito, con tuo figlio, con un parente, un amico, un fratello? Ebbene prova a compiere gesti di servizio verso di lui. Vedrai fiorire la comunione!
    Gesti di Gesù: quante volte si ferma, ferma il suo andare perché qualcuno lo chiama. Si ferma e si gira, non ha cose da dare ma ha il suo tempo e se stesso da dare. Come Lui, i poveri e le donne fanno gesti, la politica e le chiese fanno opere.
    Io che cosa devo fare? Gesti che nascano da ascolto e pazienza. Ascolto di movimenti anche minimi che avvengono in quella porzione di realtà in cui vivo. Pazienza per dilatare il tempo da donare, che non è un fatto cronologico ma di intensità. Meno numeri e più opere.

    11. L'ombra di Pietro

    Raccontano gli Atti degli Apostoli che quando Pietro passava la gente metteva i malati sulla sua strada di modo che la sua ombra almeno li sfiorasse (Atti 5,15). Pietro per guarire non avvia delle opere, compie un gesto, e la sua ombra silenziosa, meno di un soffio, meno di un abbraccio sfiora, guarisce, dà pace, rimette in cammino. Ombra è una immagine che la Bibbia conosce bene: l'ombra di Dio sulla tenda dell'Alleanza, l'ombra dello Spirito sulla ragazza di Nazaret, l'ombra da mezzogiorno alle tre sul Calvario, il più umile dei segni. La povertà di Dio.
    Passa Pietro e non lo accompagnano segni clamorosi, ma il gesto più semplice, passa la prima Chiesa tra i malati ed è un'ombra, cioè un ricordo del sole, cioè una fame di sole senza pretese, senza clamori, senza documenti, senza opere.
    La bellezza della Chiesa quando bastava un'ombra ed era piena di sole! `Davanti a Dio non c'è nulla di meglio che essere nulla. Così come per l'aria davanti al sole non c'è nulla di meglio che essere trasparente' (Simone Weil).
    La Chiesa, nella sua fragilità, carovana dove giusti e peccatori si tengono per mano. La vita viene a noi vestita di stracci, perché le confezioniamo un abito da festa, viene anche come un'ombra per essere memoria del sole! Ma io, come Pietro, devo portarmi a distanza d'ombra, a distanza di cuore da chi soffre! A distanza minima, a distanza nulla.
    Davanti a Dio non c'è nulla di meglio che essere nulla.
    Essere niente è più di qualunque cosa, più di essere ricchi o di essere santi: è essere spazio per il Creatore.
    La sola preoccupazione dell'annunciatore è di essere infinitamente piccolo, solo così l'annuncio sarà infinitamente grande (P. Vannucci).

    FRAGILITÀ

    La mia fragilità significa che ho bisogno dell'altro. Per la fragilità l'uomo cerca aiuto, cerca dei legami, per scambiare fragilità, e appoggiando una fragilità all'altra si sorregge il mondo. La fragilità non spinge a vincere. La fragilità conosce gli ultimi e non soltanto i forti. La fragilità non crede alla forza, alla potenza, sa che è solo simulazione, un ballo in maschera per nascondere la paura. L'amore invece è fatto di due insicurezze che si perdono dentro la certezza d'un insieme che si fa roccia. È l'esperienza in cui l'altro diventa salvezza, e si sa che contemporaneamente il salvato salva colui che lo salva. È bellissimo l'amore e solo la fragilità lo coglie. Voi salvate il bambino, il bambino salva voi.
    Il potente non sa amare. L'uomo di ferro è freddo, sa legare per sottomettere e schiavizzare. Il potere si fonda sulla cultura del nemico. Senza questa categoria il potere diventa miseria. Il vangelo intende eliminare perfino il concetto stesso di nemico: ama il tuo nemico. La stessa cosa la fa la fragilità...
    Io sono tanto fragile da pensare sempre all'amore, e sento la voglia di essere amato per potere amare, per essere forte.
    La fragilità non è un difetto, un handicap, ma l'espressione della condizione umana. La fragilità non debolezza, non è povertà, non è incapacità di fare o di pensare, non è una menomazione, è semplicemente una visione di un mondo che non si divida più in vincitori e vinti, dove il vincitore è il più forte, il più violento, il più crudele, il più micidiale. Ma un mondo dove il vincitore è chi dà e riceve amore. Su questo si pesa la beatitudine della vita.
    Cerco un Dio della fragilità, un Dio minore non da adorare e venerare, ma che rida e gioca con i suoi figli nei caldi giochi del mare e dell'estate. Un Dio che sa ascoltare e aspettare vicino a me che temo il dolore e il deserto. Un Dio piccolo, non l'onnipotente, che mi renda ricco con la sua povertà. Il Dio dei potenti, il re dei re, l'eterno, non mi interessa, voglio il Dio che mi seduce con la sua bellezza, un Dio bello. Innamorato. Non voglio un Dio che si erga nella giustizia assoluta, nella potenza illimitata, nella perfetta intelligenza. Sarebbe un Dio che non prova il bisogno di accarezzare mentre si produce un lamento di dolore. Invece il mio Dio è Gesù: che conosce la pressione della paura, il dolore del rifiuto, la passione dell'abbraccio. E mi concede il diritto di essere debole, canna incrinata, lucignolo fumigante, di non essere un eroe. E non mi condanna se la mia fiamma è debole, ma prende questo mio filo di fumo, presagio di fuoco possibile, e lo lavora e lo protegge, fino a che ne fa sgorgare di nuovo la fiamma. Non finisce di rompere la canna incrinata che io sono, ma la fascia come fosse un cuore ferito.

    Signore, il povero tu sei
    Il povero tu sei, tu non hai mezzi,
    la pietra sei che non ha luogo,
    il lebbroso cacciato,
    davanti alla città, coi campanacci.

    Perché nulla è tuo, come accade del vento,
    e la gloria non copre le tue nudità;
    il piccolo abito che I' orfano indossa ogni giorno,
    è più splendido, vera proprietà.

    Povero sei come la forza di un germe
    nella ragazza che lo celerebbe,
    e i fianchi si comprime, a soffocare
    il primo fiato della propria gravidanza.

    Povero sei, come la pioggia felice,
    che cade a primavera sui tetti di città,
    come la voglia che i reclusi covano
    in una cella eternamente vuota.
    Come i malati, che son lieti cambiando posizione;
    come i fiori sui solchi delle ruote,
    tristi, nel folle turbine dei viaggi,
    come la mano in cui si piange, povero...

    Cosa sono, al confronto, gli uccelli infreddoliti,
    un cane che da giorni non ha mangiato più,
    cos'è, al confronto, il perdersi,
    l'intristire, in silenzio, di animali dimenticati in cattività?
    Negli asili notturni, quei poveri,
    cosa sono al confronto di te, del tuo bisogno?
    Pietruzze solamente, non pietre da mulino:
    eppure macinano un po' di pane.

    Degli indigenti, sei, però, il più arcano,
    il mendico dal volto nascosto;
    la grande rosa della povertà,
    l’eterna metamorfosi
    dell’oro nella luce del sole.

    (Rainer Maria Rilke)

    Cesena, 5 giugno 2008



    IN PRIMO PIANO


    Oratorio: noi ci crediamo!
    Tutto quello che... sull'oratorio


    Vivere l'anno
    Sussidio liturgico-esistenziale
    Tempo ordinario I


    Buon giorno scuola
    Incontrarsi benevolmente
    Gennaio 2026


    ALZATI E VAI
    Sussidio Proposta Pastorale MGS
    Gennaio 2026
    600 Logo MGS 25 26


    SNPG
    La Chiesa italiana per i giovani


    RUBRICHE ON LINE


    RUBRICHE NPG 2026


     Infosfera, AI
    e pastorale giovanile 


     PG oggi in dialogo
    con G.B. Montini 


     Accompagnamento 
     e proposta di fede 


     Incontrare Gesù
    nel Vangelo di Giovanni


    I sensi come
    vie di senso nella vita


    PG negli USA
    Sfide culturali e percorsi innovativi


    Noi crediamo
    Ereditare oggi la novità cristiana


    Playlist generazioneZ
    I ragazzi e la loro musica


    Pellegrini con arte
    Giubileo, arte, letteratura


    Ragazzi e adulti
    pellegrini sulla terra


    CONTINUA DAL 2025


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una "buona" politica


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi


    Main Menu