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    Uomo camminante

    L'esodo come paradigma antropologico


    Gianromano Gnesotto *


    L
    a storia dell'uomo può essere intesa come la storia di un viaggio che è cominciato all'alba dell'umanità e che si concluderà con il tramonto dell'umanità. In questa cornice l'espressione «uomo camminante», sebbene inusuale nell'uso corrente, ben esprime il moto continuo di un'azione, che diventa una connotazione tipica e distintiva dell'essere umano.

    Il dato antropologico, da cui partiremo per la nostra trattazione, trova nel libro dell'Esodo un paradigma antropologico, una chiave interpretativa della stessa condizione umana, almeno in alcune delle sue manifestazioni.

    1. Il dato antropologico

    Dai reperti raccolti e analizzati, la paleantropologia è risalita ai primi passi (è il caso di dirlo!) dell'umanità. I fossili rinvenuti in Africa orientale datano intorno ai quattro milioni di anni fa una specie di ominidi, primordiali antenati dell'uomo sulla base di un bipedismo in postura eretta.
    Nel sito di Laetoli, in Tanzania, noto per il grande numero di impronte fossili impresse nel tufo, hanno suscitato particolare interesse le impronte di tre individui con corporatura diversa, che camminano vicini, nella stessa direzione, in quanto ipotizzano una simpatica scena di tipo familiare, che così viene descritta in un recente testo divulgativo sulla materia:

    Proviamo a immaginare. Due individui bipedi camminano, senza fretta, da sud verso nord, sulla grigia cenere vulcanica resa duttile dalla pioggia. I due individui – uno più grande e l'altro più piccolo – camminano insieme, rimanendo costantemente uno al fianco dell'altro, addirittura rimanendo a contatto fisico, come tenendosi sottobraccio. C'è poi un terzo individuo, anch'esso piccolo, che fa una cosa singolare: cammina, quasi saltando, per mettere i piedi nelle impronte lasciate dal più grande dei due personaggi principali [1].


    Le scoperte paleontologiche e gli studi sul genoma umano hanno portato alla constatazione che l'umanità così come la conosciamo si è sviluppata da un ristretto nucleo, che dall'Africa orientale si è incamminato alla scoperta di altre terre. Testimonianze che provengono dalla Tanzania settentrionale e dall'Etiopia, nell'area di Hadar, con il più famoso reperto di scheletro di ominide denominato Lucy, datato circa 3,2 milioni di anni fa, portano a individuare un singolo nucleo di ominidi, che diffondendosi si differenziò in diversi generi e specie. È da questo momento che la storia dell'umanità cessa di essere una vicenda che ha come scenario esclusivo le regioni orientali e meridionali dell'Africa subsahariana, per estendersi a una varietà sempre più ampia di territori, «prima in Asia, poi in Australia, ancora dopo in Europa e infine, attraverso lo stretto di Bering, nelle Americhe» [2].

    Scrive sinteticamente Hans M. Enzenberger in un breve ma interessante testo che tratta di migrazioni:

    Non è ancora stata chiarita con certezza l'origine dell'homo sapiens. Ma pare si sia d'accordo sul fatto che questa specie sia comparsa per la prima volta nel continente africano e che si sia sparsa per tutto il pianeta mediante una lunga catena di migrazioni caratterizzata da spinte complesse e rischiose. La sedentarietà non fa parte delle caratteristiche della nostra specie fissate per via genetica [3]


    Per approdare all'homo sapiens sapiens, la paleantropologia ha stilato una lunga classificazione dei fossili scoperti: homo habilis, homo rudolfensis, homo ergaster, homo erectus. Si potrebbe aggiungere la categoria dell'homo viator, perché l'intera storia del genere homo è stata una successione di diffusioni geografiche, con situazioni ambientali diverse, che hanno influito profondamente a livello biologico, comportamentale e culturale.

    La cosiddetta mobilità umana, altro modo per indicare le migrazioni, è stata il motore che ha fatto di noi ciò che siamo, e che induce ad accostare il libro dell'Esodo essenzialmente da questa prospettiva.

    2. L'esodo

    La storia raccontata nel libro dell'Esodo è la storia di un popolo in cammino. Lo stesso termine greco exodos, da cui il titolo del libro, indica «la strada che porta fuori, l'uscita», ponendo come centrale il concetto di cammino, nel caso specifico un cammino di liberazione.
    Non si tratta di una narrazione storica nel senso che si dà oggi al termine, in quanto il suo procedere ha una connotazione teologica imprescindibile: si riferisce al cammino che il popolo d'Israele fa insieme al suo Dio e, allo stesso tempo, al cammino che il popolo fa verso Dio. L'esperienza del cammino è compresa dentro un orizzonte più ampio, quello del rapporto con il trascendente, e trova in Abramo, il capostipite, le indicazioni essenziali di un'identità e delle conseguenze che ne derivano. L'identità di Abramo è quella di «arameo errante» (Dt 26,5), e quando Dio si rivolge a lui con le parole: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre» (Gen 12,1), e «allora Abram partì» (Gen 12,4), ha inizio una storia di continue partenze: «I tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro» (Gen 15,13).
    C'è una continuità e uno sviluppo dall'esperienza di Abramo a quella del popolo d'Israele.
    La continuità è data dalla presenza di un Dio che entra in relazione, ed è questo aspetto che determina la forte differenziazione rispetto alla religiosità dei popoli del vicino Oriente, le cui divinità erano prevalentemente personificazioni delle forze naturali.
    Il Dio d'Israele è, invece, un Dio personale [4]. Ed è emblematico a tal riguardo il momento in cui Dio rivela se stesso a Mosè sul monte Oreb in Es 3,14: «Io sono colui che sono!». Il doppio uso del verbo essere, assieme al pronome personale con cui è formulata la frase, si riferisce all'esistenza non solamente dal punto di vista filosofico e teologico con i significati di «essere» e di «esistere», ma anche con il significato relazionale di «esserci», «essere presente», «essere per» [5].
    Lo sviluppo e la discontinuità rispetto all'esperienza di Abramo, è che il Dio presente nella storia è il Dio che accompagna, è il compagno di viaggio, come viene espresso in Es 13,21-22:

    Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.


    Come ulteriore conseguenza di un Dio che in quanto tale è trascendente e allo stesso tempo immanente, un Dio che accompagna e agisce nella storia, Israele ha una concezione del tempo che si differenzia rispetto a quello dei popoli a lei vicini. Il suo è un tempo "lineare", legato all'idea di sviluppo e di finalizzazione nella storia, in contrapposizione a una concezione del tempo "circolare" proprio delle religioni naturalistiche, legato all'idea di un continuo ritorno, a immagine delle stagioni.

    Per tutte queste ragioni, l'esodo è stato l'avvenimento centrale per il popolo d'Israele e per tutto l'Antico Testamento.
    In Egitto, il popolo d'Israele vive nella situazione precaria dello straniero, e nella condizione di oppressione propria dello schiavo. L'Egitto è una "casa" di schiavitù (cf. Es 1,8-14), di mancanza di diritti e di soprusi: per questo «alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio» (Es 2,23), e da qui ebbe inizio il cammino di liberazione.
    La condizione del ger, termine che viene utilizzato per designare colui che decide di risiedere fuori dalla propria patria, non ha cittadinanza, non possiede terra [6], verrà sentita come sua propria dal popolo d'Israele anche dopo l'esperienza nella terra d'Egitto, quando assumerà l'appellativo 'ibri («ebreo»), con il significato di «abitante al di là della frontiera», e quindi «straniero», che gli viene dato dai popoli confinanti.
    Sarà la memoria di questa condizione a costituire la parte centrale della tradizione legale, che nei confronti dei forestieri stabilisce un preciso codice morale: «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d'Egitto» (Es 23,9).
    Costituisce il contenuto del «Codice dell'alleanza», una prima raccolta di leggi che si trova in Es 20,22-23,33, cui seguiranno il «Codice di santità» (Lv 17-26) e il «Codice deuteronomico» (Dt 12-26). Si tratta di tre codici etici che nei confronti dello straniero presentano un sensibile incremento dell'atteggiamento positivo: dal «non opprimerai» di Es 23,9, si giunge alla raccomandazione di avere nei confronti dello straniero lo stesso amore che si ha nei confronti del prossimo, inteso come «fratello» o «figlio del popolo», di Lv 19,33-34:
    Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi foste stati forestieri in terra d'Egitto.
    In Dt 10,19, si trova, infine, la solenne conclusione: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d'Egitto».
    Sono norme giuridiche che hanno come elemento costante la memoria di un'analoga condizione e si distanzieranno dalle norme delle civiltà circostanti, in cui tra i soggetti che meritano particolare attenzione si indicano gli orfani e le vedove, ma mai gli stranieri, in quanto considerati nemici [7].

    3. Alcuni paradigmi

    L'esodo con il significato di partire, uscire, ha funzionato da fertile paradigma, passando da una storia circoscritta al popolo d'Israele a un'esperienza umana generalizzata sia in senso antropologico (da una situazione a un'altra), sia in senso spaziale (da un luogo a un altro).
    Sulla condizione di stranieri in cammino verso la terra promessa, ha trovato espressione compiuta la concezione cristiana della vita.
    La categoria della stranierità e del passaggio è espressa nella prima lettera di Pietro, in cui i cristiani sono definiti «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11), mentre nelle lettere paoline, in particolar modo in 1Cor 10, si istituisce un significativo parallelismo e una trasposizione dell'esodo: come Israele pellegrinava nel deserto verso la terra promessa, così i cristiani sono in cammino verso il cielo.
    In tal senso c'è un passaggio fondamentale nella Lettera a Diogneto, del primo secolo dopo Cristo, in cui si legge:

    I cristiani [.. .] abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera [8].


    Andrebbe, dunque, recuperato il significato del termine greco paroikos / paroikoi, da cui «parrocchiano/i», che indica i cristiani come un gruppo di persone che qui sono straniere, perché sanno che la patria vera è quella del cielo, verso la quale si è incamminati.

    All'esodo si sono ispirati nel corso dei secoli i percorsi di uscita verso la libertà. In modo particolare va ricordata la deportazione degli africani come schiavi in America del Nord, iniziata nel 1619, con undici milioni di deportati tra il XVI e il XIX secolo. Rappresenta la più importante migrazione forzata della storia, terminata nel 1865 con l'entrata in vigore del XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d'America, in cui viene sancita l'abolizione della schiavitù. Il periodo della schiavitù è scandito dal ritmo dei canti negro spirituale, che contengono espliciti riferimenti all'esodo come passaggio verso la libertà.
    Anche la nascita della Teologia della liberazione, a partire dagli anni Settanta in terra brasiliana, ha trovato ispirazione e ha ampi riferimenti ai temi dell'esodo, al seguito di una lettura socio-economica e teologica della situazione di povertà in cui versava buona parte della popolazione latinoamericana.
    Ma è il vasto fenomeno migratorio a essere qui richiamato. Generalmente considerato quasi esclusivamente come un problema da risolvere, a una più attenta e positiva considerazione è anzitutto il richiamo alla caratteristica propria della storia dell'umanità, per cui l'affermazione «siamo tutti migranti» è il riconoscimento di un'appartenenza, prima ancora di una dichiarazione solidale e una richiesta di estensione dei diritti inalienabili nei confronti di tutte le persone. È, inoltre, il richiamo a una condizione umana in cammino verso un traguardo che supera la relatività di ogni meta raggiunta.
    Maggiormente, è un «segno dei tempi», il prolungamento della storia d'Israele, la promessa di un nuovo ordine etico, l'ideale di un nuovo tipo di rapporto tra i popoli, com'è andato sviluppandosi nella riflessione ecclesiale espressa in documenti fondamentali dal punto di vista dottrinale e pastorale, che vanno dall'Exul familia, alla Pastoralis migratorum cura, a Chiesa e mobilità umana, fino all'Erga migrantes caritas Christi [9] . In particolare in quest'ultimo documento si trova un capoverso centrato sull'esodo, che qui conviene citare:

    La sacra Scrittura di tutto ci propone il senso. In effetti Israele trasse la sua origine da Abramo che, obbediente alla voce di Dio, uscì dalla sua terra e andò in paese straniero portando con sé la promessa divina di diventare padre «di un grande popolo» (Gen 12,1-2). Giacobbe, da «Arameo errante, scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa» (Dt 26,5). Israele ricevette la solenne investitura dì «popolo di Dio» dopo lunga schiavitù in Egitto, durante i quarant'anni di «esodo» attraverso il deserto. La dura prova delle migrazioni e deportazioni è quindi fondamentale nella storia del Popolo eletto, in vista della salvezza di tutti i popoli (EMCC 14).

    4. Popoli in cammino

    La nostra riflessione approda, dunque, a coloro che oggi rappresentano il popolo in cammino, il popolo dei migranti, così differenziato e numeroso da essere considerato un continente. La dimensione globale del fenomeno vede coinvolti circa 220 milioni di migranti, intesi come persone che vivono in un paese in cui non sono nati. Di essi, il 60% si trova nelle nazioni maggiormente sviluppate, dove corrispondono a una persona su dieci. Il 40% si trova nei paesi in via di sviluppo, dove corrispondono a una persona su settanta. La migrazione netta annuale dai paesi in via di sviluppo ai paesi più sviluppati è di circa 2,3 milioni [10]. Per il 2050 la previsione è che la popolazione raggiunga gli 8,7 miliardi; gli immigrati, invece, non dovrebbero superare i 230 milioni.
    Ciò che spinge all'esodo sono percorsi di liberazione tesi a invertire condizioni di annullamento dei diritti fondamentali dell'uomo, conflitti e guerre civili, persecuzioni per motivi legati all'etnia, alla religione, alla cittadinanza, all'appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche. Più in generale, è il perdurare del profondo divario tra Nord e Sud del mondo, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra le ricchezze possedute da una limitata percentuale di umanità mentre interi popoli vivono nell'estrema povertà, a incrementare i flussi migratori. Sono costantemente attuali, pur riportando la data del 1990, i dati forniti dal documento Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà, che tra le cause rilevanti dei grandi flussi migratori, sottolinea il

    progressivo aumento del divario esistente tra i paesi ricchi, che dispongono di quasi 1'80% del prodotto mondiale, pur avendo il 22% della popolazione, e i paesi poveri, che dispongono solo del 20% del prodotto mondiale, pur rappresentando il 78% della popolazione [11].

    Oltre a tale ingiustizia, le migliaia di vittime annuali sulle rotte delle migrazioni impongono una rinnovata riflessione, orientano verso il responsabile perseguimento di una gestione rispettosa dei diritti della persona, verso una collaborazione internazionale e non più o non solo bilaterale o nazionale nel governare i flussi migratori.

    Ci sono due luoghi di attraversamento, che trovano una rispondenza nel libro dell'esodo: il mare e il deserto, divenuti ormai simboli delle migrazioni per i cosiddetti «viaggi della speranza». Il mare è il Mediterraneo, una delle principali vie di accesso all'Europa e luogo di tragedia per le migliaia di persone morte durante la traversata, così da essere considerato un cimitero senza croci e senza nomi. Nella visione ideale potrebbe divenire un luogo di incontro, come si è insistito durante l'Incontro di riflessione e spiritualità dei vescovi del Mediterraneo dal titolo Mediterraneo frontiera di pace, tenutosi a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020, e segnato da queste parole di papa Francesco:

    Il Mare nostrum è il luogo fisico e spirituale nel quale ha preso forma la nostra civiltà, come risultato dell'incontro di popoli diversi. Proprio in virtù della sua conformazione, questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna [12].


    Il deserto è il deserto del Sahara, luogo di passaggio obbligatorio per chi, dalle regioni africane subsahariane, intende raggiungere le sponde sud del Mediterraneo per poi intraprendere la traversata del mare.

    Anch'esso, luogo di passaggio con la doppia valenza di via verso la liberazione e luogo di morte, che negli anni avrebbe visto la perdita di vite umane in numero maggiore rispetto a quanti sono morti nelle acque del Mediterraneo.
    Analogamente, i deserti dell'Arizona e del Texas, via alternativa per entrare negli Stati Uniti, via obbligatoria per eludere i controlli della polizia di frontiera e aggirare il muro di separazione innalzato al confine con il Messico.

    5. Per una convivialità delle differenze

    È necessario ritornare al protagonista dell'esodo biblico, al Dio personale che sente le «grida di lamento» che salgono dal suo popolo (Es 2,23), che si fa lui stesso pellegrino accompagnando e proteggendo il procedere con la colonna di fuoco per la notte e la colonna di nube per il giorno.
    È il Dio provvidente, che per le migrazioni fa sentire il suo intervento in questo modo, secondo le parole di Giovanni Battista Scalabrini, beatificato con il titolo di «Padre dei Migranti» da Giovanni Paolo II nel 1997:

    Mentre il mondo si agita abbagliato dal suo progresso, mentre l'uomo si esalta delle sue conquiste sulla materia e comanda da padrone alla natura [...]; mentre le razze si mescolano, si estendono e si confondono; attraverso il rumore delle nostre macchine, al di sopra di tutto questo lavorio febbrile [...] si va maturando quaggiù un'opera ben più vasta, ben più nobile, ben più sublime: l'unione di Dio, per Gesù Cristo, di tutti gli uomini di buon volere [13].


    Nell'incontro con lo straniero c'è, inoltre, un appello a operare 
    una sorta di esodo interiore, proposto in maniera efficace e sintetica in un documento della Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace dove afferma che i «luoghi» e le «forze educative» 

    devono proporre e aiutare la comprensione delle differenze, passando dalla «cultura dell'indifferenza» alla «cultura della differenza», e da questa alla «convivialità delle differenze» [14].

    In altra maniera lo stesso concetto si trova nel filosofo Henri Bergson, che postula la necessità di un «supplemento d'anima)» di fronte al fatto che «l'uomo è un dio per l'uomo» e «l'uomo è un lupo per l'uomo», e che quando si formula la prima massima, si pensa a qualche compatriota, mentre l'altra riguarda lo straniero.

    Il «supplemento d'anima» necessario viene per induzione dalla religione cristiana, via all'amore universale, come postulato nel libro dell'Esodo.


    NOTE

    1 G. MANZI, Ultime notizie sull'evoluzione umana, il Mulino, Bologna 2017, 39.
    2 Ibid. 137.
    3 H.M. ENZENSBERGER, La grande migrazione. Trentatré segnavia. Con una nota a piè di pagina su alcune particolarità della caccia all'uomo, Einaudi, Torino 1993, 3.
    4 Cf. J. PLASTARAS, Il Dio dell'Esodo. La teologia dei racconti dell'Esodo, Marietti, Torino 1977, 12-27.
    5 Cf. T.E. FRETHEIM, Esodo, Claudiana, Torino 2004, 87-92.
    6 Sul tema si veda I. CARDELLINI (ed.), Lo «straniero» nella Bibbia. Aspetti storici, istituzionali e teologici, EDB, Bologna 1996, 41-69; E. JENNI - C. WESTERMANN (edd.), Dizionario teologico dell'Antico Testamento, vol. I, Marietti, Torino 1978, 355-358, 451-452.
    7 Cf. G. BARBIERO, Lo straniero nel Codice dell'Alleanza e nel Codice di Santità: tra separazione e accoglienza, in CARDELLINI (ed.), Lo «straniero» nella Bibbia, 69.
    8 G. CARRARO - E. D'AGOSTINI (edd.), Lettera a Diogneto, Servitium, Sotto il Monte (BG) 2000, 30-31.
    9 Cf. Pro XII, Costituzione apostolica Exsul familia (1 agosto 1952); PAOLO VI, Lettera apostolica Pastoralis migratorum cura (15 agosto 1969); PONTIFICIA COMMISSIONE PER LA PASTORALE DELLE MIGRAZIONI E DEL TURISMO, Chiesa e mobilità umana (26 maggio 1978); PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE PER I MIGRANTI E GLI ITINERANTI, Istruzione Erga migrantes caritas Christi (1 maggio 2004) (EMCC).
    10 Per alcuni dati Cf. CENTRO STUDI E RICERCHE IDOS (ed.), Dossier statistico immigrazione, Idos, Roma 2019; CARITAS ITALIANA - FONDAZIONE MIGRANTES, XXVIII Rapporto immigrazione 2018-2019. Non si tratta solo di migranti, Roma 2019.
    11 COMMISSIONE ECCLESIALE GIUSTIZIA E PACE, Nota pastorale Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà (25 marzo 1990), n. 7.
    12 FRANCESCO, Discorso in occasione dell'Incontro dei vescovi del Mediterraneo (13 febbraio 2020).
    13 FRANCESCONI, Giovanni Battista Scalabrini vescovo di Piacenza e degli emigrati, Città Nuova, Roma 1985, 199.
    14 COMMISSIONE ECCLESIALE GIUSTIZIA E PACE, Nota pastorale Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro paese (4 ottobre 1991), n. 13.
    15 Cf. H. BERGSON, Le due fonti della morale e della religione, SE, Milano 2006, 238 e ss.


    Nota bibliografica

    D. BARSOTTI, Meditazioni sull'Esodo, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008;
    G. BENTOGLIO, «Mio Padre era un arameo errante». Temi di teologia biblica sulla mobilità umana, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006;
    E. BIANCHI, Ero straniero e mi avete ospitato, Rizzoli, Milano 2017;
    I. CARDELLINI (ed.), Lo straniero nella Bibbia. Aspetti storici, istituzionali e teologici. XXXIII Settimana biblica nazionale (Roma, 12-16 settembre 1994), EDB, Bologna 1996;
    FRÉRE JOHN DE TAIZÉ, Il Dio pellegrino. La fede come pellegrinaggio, EMP, Padova 1987;
    G. GNESOTTO, L'Extra. Appunti di viaggio in un paese che cambia, Fraccaro Editore, Bassano del Grappa 2019;
    E. GREBLO, Etica dell'immigrazione. Una introduzione, Mimesis, Milano 2015;
    L.A. SCHÖKEL, Salvezza e liberazione: l'Esodo, EDB, Bologna 2016.

    Sommario
    Collocato significativamente subito dopo il libro della Genesi, in cui si narra l'origine dell'umanità, il libro dell'Esodo si spoglia delle connotazioni tipiche di un popolo per indicare simbolicamente il cammino della vita, la parabola dell'esperienza umana, il passaggio continuo da una condizione a un'altra dell'esistenza, fino al dato attuale di popoli in cammino sulle vie delle migrazioni come cifra comprensiva della stessa condizione umana.

    * Università degli Studi di Bergamo (gianromanognesotto@gmailcom).

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