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    Il buon ladrone

    (Lc 23, 39-43)

    Davide Caldirola

     

    Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

    Un gesto di coraggio

    Leggere questa pagina del vangelo di Luca ci chiede anzitutto un gesto di coraggio: riconoscere che queste parole possono essere comprese soltanto da chi sa di avere peccato. Queste poche righe che abbiamo letto sono assolutamente scandalose, perché ribaltano qualunque nostro criterio di giustizia retributiva. Ci viene da gridare allo scandalo, da dire che non è giusto. Perché deve essere premiato un uomo che per tutta la vita non ha fatto niente di buono? Perché deve essere beatificato direttamente da Gesù (è l’unico caso in tutta la storia!) un personaggio che muore la morte degli infami, dei delinquenti peggiori, che subisce il castigo riservato soltanto ai più disgraziati tra i criminali? Eppure è così. Solo chi sa di avere peccato, e peccato molto, può accostarsi con fiducia a questa pagina di vangelo, ma meglio sarebbe dire a tutto il vangelo. In una logica diversa da questa, nella logica dei giusti che non hanno nulla da farsi perdonare, tutto il vangelo è sbagliato, è fuori luogo, è fuori posto. Se stasera sentiamo in qualche modo il desiderio e la necessità di lasciarci perdonare da Dio, di lasciarci riconciliare con lui, allora questa pagina aprirà per noi i suoi tesori, ci potrà commuovere, trasformare, consolare. Se dentro di noi rimane l’orgoglio di chi si pensa a posto, o magari addirittura in credito con Dio, queste parole suoneranno di offesa e di scandalo.

    Fuori e dentro

    Un’altra premessa mi pare necessaria, prima di entrare nel vivo della narrazione. La dico anzitutto con un’immagina sportiva che mi è cara. Il Signore mi perdonerà di certo se mi permetto di usarla in questo contesto così solenne e tra queste mura così sacre. Il racconto del buon ladrone è l’esatto opposto delle gare di sci. Nello slalom basta un attimo e sei fuori; sulla croce, un attimo e sei dentro. L’immagine sarà pure ingenua, lo ammetto, ma non manca di fascino. Mi fa sempre tristezza vedere il volto degli atleti che hanno dedicato mesi e anni di preparazione ad una gara e che a causa di un piccolissimo errore di traiettoria, una gobba del terreno, una lastra di ghiaccio beffarda vedono andare in fumo tutto in un istante. Il racconto di stasera è l’esatto contrario: un istante e ti si spalanca la vita davanti, anche se hai sbagliato tutto, anche se non hai combinato nulla di buono, anche se hai buttato al vento per anni i tuoi talenti, la tua intelligenza, le buone possibilità che la vita di offriva, anche se hai ferito e fatto del male a tante persone. Collegata a questa immagine ce n’è un’altra, un po’ meno “leggera”: è quella della reperibilità. Noi viviamo con l’ansia di essere reperibili, soprattutto se abbiamo delle responsabilità, o se ci troviamo a vivere in mezzo a tensioni e situazioni che richiedono la nostra immediata presenza. La reperibilità, il dover essere per forza di cose sempre raggiungibili sta diventando una vera e propria schiavitù, una maledizione per la nostra vita quotidiana. “Dov’eri? Dove sei? Non ti trovo mai? Perché non hai risposto al messaggio? Perché hai spento il cellulare?...” Ogni giorno veniamo assaliti da decine di domande come queste. (Prima - suggerisce qualcuno - non c’erano tutte queste cose, e il mondo viaggiava ugualmente…). La buona notizia di un vangelo come questo è che per il Padreterno siamo sempre raggiungibili, sempre reperibili. E questa, ben lungi dall’essere una maledizione, è l’unica vera speranza della nostra vita, l’unica certezza a cui aggrapparci. Anche quando ci siamo perduti, anche quando percepiamo di trovarci umiliati e distanti, smarriti in un buio senza fondo, lontani da ogni possibilità di bene, il Signore ci può trovare. Per lui c’è sempre “energia” e “campo” sufficiente, anche quando noi ci sentiamo spenti, irraggiungibili, disperatamente lontani da qualunque parola e gesto di bene. La grazia di un istante riscatta un’intera esistenza perduta. Stasera vogliamo entrare con questa certezza nella ricchezza del testo di Luca: il Signore Gesù desidera raggiungerci, accoglierci, perdonarci. A fianco a lui, e più ancora nel suo Regno, c’è un posto preparato per noi.

    Passione e compassione

    Fin troppo facile dirlo: la passione di Gesù rivela la sua compassione. Dobbiamo provare a fermarci, e contemplare lo spettacolo della croce, per entrare nel mistero di una compassione che non teme la morte, e che non teme nemmeno il disprezzo, lo scherno. Se contempliamo lo spettacolo della croce, ci accorgiamo anzitutto della continuità dello stile di Gesù. Dalla nascita alla morte, passando attraverso il battesimo, gli incontri, i banchetti, i miracoli, la sua non è mai stata soltanto una vita spesa per i peccatori: è stata un’esistenza spesa con loro, al loro fianco, in mezzo a loro. Non è, questo, un particolare di scarso rilievo. Perché se già ha dell’incredibile il fatto che il Figlio di Dio si faccia uomo, e se è ancora più incredibile che muoia per i peccatori, cosa dire di questa sua profonda compromissione con la condizione umana che lo porta a stare in fila coi peccatori al Giordano, a mensa coi peccatori in casa di Levi o di Zaccheo, in mezzo a due peccatori nel giorno della sua morte? Noi siamo soliti vantarci delle nostre conoscenze altolocate. E non ci dispiace, tutto sommato, poter raccontare di avere incontrato il tal personaggio famoso o di avere pranzato con qualche autorità. Eppure, nel momento decisivo della vita di Gesù a fargli compagnia ci sono solo due ladri: nessuno più di loro è vicino al Signore. Dobbiamo imparare da loro, e provare a guardarli più da vicino.

    I due malfattori

    L’immagine dei due ladroni è ormai parte integrante dell’icona cristiana del Crocifisso. Tutti e quattro gli evangelisti ne ricordano la presenza, e la tradizione ha sempre dato un grande rilievo a questo fatto, giungendo perfino ad attribuire un nome a ciascuno dei malfattori. Non senza umorismo, il biblista Bruno Maggioni diceva in una conferenza: “la gente che passava di là, probabilmente non distingueva nemmeno Gesù dagli altri due. Si fermava un attimo e magari pensava: finalmente ne hanno presi tre, meno male che ogni tanto ne prendono qualcuno…” Soltanto Luca, però, parla di un ladrone pentito, o di un buon ladrone, come viene normalmente chiamato nella tradizione cristiana. Anche se buono, a rigor di termine non lo era affatto. Lui stesso dice di sé che sta ricevendo “il giusto per le sue azioni”. E non è certo facendo appello all’integrità della propria fede o della propria morale che strappa al Signore la promessa del paradiso. Ci verrebbe da dire che non è mai stato buono, che forse non lo è neppure ora, che sta tentando l’ultimo disperato furto per salvare qualcosa. In fondo non ha niente da perdere facendo questa strampalata richiesta a uno che muore come lui: se va male non perde nulla, se va bene può guadagnare tutto… Ma è giusto pensare così? O non è vero – piuttosto – che nelle parole che pronuncia e che rivolge a Gesù c’è già un’illuminazione grandiosa, una fiducia illimitata nella sua compassione?

    Due personaggi in uno

    Ma facciamo un passo indietro. Sappiamo che Luca spesso “sdoppia” i suoi personaggi. Scrive A. Grun: “nella sua esposizione Luca ama citare gli opposti. Dopo aver descritto un polo della vita umana, segue subito il polo contrario. Egli illustra sempre le due polarità dell’essere umano. Entrambe ci appartengono. In questo modo ci preserva dal rischio sempre incombente di un idealismo unilaterale che ci fa sorvolare sul polo contrario, e ci insegna l’arte di vivere in maniera vitale percependo con consapevolezza, e accogliendole, le polarità del nostro esserci”. Detto in altri termini, e riferito in particolare al brano dei due ladroni, è come se questo dialogo avvenisse all’interno del nostro cuore, e non tra due persone distinte. Da che parte sto, a chi e a cosa do voce di fronte al Cristo crocifisso? Il ladrone alla sinistra rappresenta il nostro lato oscuro, quello che cade nella disperazione, che non pensa di ottenere salvezza, e cede al cinismo, alla recriminazione, alla bestemmia. Il ladrone alla destra, che pure è un malfattore come l’altro, lascia spazio al timore di Dio, al riconoscimento del proprio male, all’ammissione del proprio peccato. E crea il presupposto per sentirsi accolto dalla compassione di Gesù, che per tutta la vita ha perdonato i peccatori. Concentriamoci allora su di lui, sul ladrone pentito. Nelle sue parole c’è già il principio della sapienza; nella sua richiesta a Gesù si apre la strada per la compassione.

    L’invocazione del nome

    Il ladrone si rivolge a Gesù chiamandolo per nome. Non usa nessun altro “titolo” per ottenere la sua misericordia. Gesù e basta: non Signore, o Maestro, o Salvatore. Lo chiama con il nome più familiare, quello “di battesimo”, diremmo noi, ed è l’unico in tutto il vangelo di Luca a rivolgersi a Gesù chiamandolo solo col suo nome, senza aggiungere altra denominazione. Nel momento della verità, il ladrone trova l’invocazione del nome dell’affetto, dell’amicizia, del nome che rompe le distanze, che si può pronunciare con un filo di voce. Sappiamo che il nome Gesù significa “Dio salva”, e sappiamo che nel nome sta il destino, la vita di una persona. Davanti a Gesù, pronunciandone il nome, il ladro si ricorda che Dio salva, salva tutti, non solo i buoni o i giusti che non ne hanno bisogno, ma i poveri, i perduti, gli smarriti, la gente a cui non è rimasto in mano nulla se non qualche briciola di speranza. La salvezza inizia dall’invocazione fiduciosa e ripetuta del nome di Gesù. Come dicevamo prima, questo è l’ultimo furto della vita del ladrone, quello che gli è venuto meglio. Ha aperto la porta del regno di cieli, e il grimaldello per far saltare la serratura è stato l’invocazione del nome di Gesù, perché più di mille parole o di mille percorsi o ragionamenti vale la forza del nome, l’invocazione del nome del solo che ti può dare salvezza.

    Ricordati di me

    Ricordati di me. Anche questa parola del ladro è parola fortissima. Se da una parte domanda di non essere dimenticato, di non essere lasciato solo, dall’altra domanda con forza al Signore di essere fedele a se stesso, di non dimenticare la sua promessa di perdono. “Ricordati di me”, dice. Non dice: “ricordati del bene che ho fatto, delle mie opere, dei miei sacrifici, delle mie offerte; non dice “ricordati che ne abbiamo passate tante insieme, abbiamo mangiato e bevuto insieme, abbiamo studiato insieme, siamo parenti…”. Non dice nulla di tutto questo per il semplice fatto che non può vantare nulla nei riguardi di Gesù, né una storia di amicizia o di complicità che possa giustificare in extremis uno strappo alla regola, un favore contro le leggi, né una presunta giustizia o una bontà d’animo e di comportamento che possa rivendicare un premio meritato. Il malfattore è semplicemente sulla croce, povero e nudo come Gesù, morente come lui, condannato alla stessa pena. E questo può bastare. “Ricordati di me” significa dire “ricordati di chi sono, dei miei peccati, del fallimento che è stata la mia vita, degli errori che l’hanno fatta finire male, delle occasioni di bene che ho perduto, della mia fragilità. Tu mi conosci, sai chi sono; proprio per questo di chiedo di ricordarti di me, perché non ti posso nascondere nulla, perché davanti a te sono scoperto, non posso fingere; e il mio essere così disarmato e così perduto è motivo sufficiente ai tuoi occhi per volermi bene, per darmi come regalo ciò che non mi merito”. Il buon ladrone si confessa al Signore. Gli dice che si trova accanto a lui perché nessuno si è mai ricordato di lui. Se qualcuno gli avesse voluto bene, non avrebbe fatto quella fine. Gli resta soltanto un’ultima speranza: che quel condannato come lui ma così diverso da tutti gli altri, che lui sente di poter chiamare amichevolmente Gesù, si possa ricordare di lui quando entrerà nel suo regno. Con pochissime parole intende raccontare tutta la sua vita, una lunga storia, che Gesù ha subito capito commuovendosi per la sofferenza di una vita disperata e senza amore che meritava una ricompensa. Quanti ancora oggi chiedono solo un incontro, un ascolto, il dono di essere ricordate al culmine della loro disperazione. Un po’ di condivisione e comprensione. C’è ancora bisogno di credere che le piccole cose, i piccoli segni di bontà abbiano il loro valore e che con essi, anche in maniera minima, si può contribuire alla salvezza del mondo. Altrimenti si è risucchiati dalla disperazione, dal non senso, dall’anonimato assoluto. Il ladrone conosce bene la logica della compassione. E’ una logica che passa per il nome dell’amicizia e la memoria commossa della pochezza umana. Sa che il Signore non potrà resistere a una parola così, come non aveva saputo resistere davanti alle folle affamate, al lebbroso urlante, al pianto delle sorelle di Lazzaro, all’insensata richiesta di Pietro sul mare di Galilea. Ci sono parole di fronte a cui Gesù cede di schianto: sono le parole che vanno dirette al cuore della sua ingovernabile compassione.

    Il Regno

    Tra queste parole c’è anche la parola “regno”, che il ladrone non manca di ricordare dall’alto della croce. Cosa sarebbe il regno di questo re crocifisso senza il malfattore pentito? A un regno così, dove hanno diritto di cittadinanza i derelitti della terra non può mancare questo povero che ha speso male la sua vita, che non ha saputo giocare le carte giuste, per ignoranza o per sfortuna. Alla festa del re crocifisso non può mancare nessuno dei poveri che hanno condiviso il suo percorso umano e il suo destino. Il ladrone in qualche modo l’ha capito. Per una vita è stato ai margini, ai confini dei confini dell’impero, delinquente in una remota provincia del regno più grande della terra. Non sarà così nell’altra vita: la sala del banchetto è preparata anche per lui, la compassione di Gesù, l’amico morente, gli troverà posto a tavola, la compassione di Gesù ha bisogno di lui.

    In verità

    Abbiamo visto come le parole del ladrone abbiano colto nel segno, abbiano potentemente smosso il terreno della compassione di Cristo. Ma ci sono anche le sue parole, di Lui Salvatore morente. Anche queste, soprattutto queste, tra le ultime che il Signore pronuncia, rivelano il suo cuore e i suoi desideri. “In verità”, dice Gesù. Sappiamo che è forma classica, stereotipa, per dare rilievo a ciò che si sta per dire: quasi un giuramento per rafforzare la parola e darle ulteriore spessore. Ma detta dalla croce, questa parola può assumere un significato ancora più forte. La verità, la parola certa, l’ “amen” che Gesù pronuncia e che ha pronunciato per tutta la vita è l’amen che dischiude il paradiso. La verità della sua vita è questa: è la compassione, è il dono gratuito del regno a chi non ha fatto nulla per meritarselo, è la parola scandalosa della croce che dice che Gesù muore per i peccatori

    Oggi

    E poi Gesù dice “oggi”. Questa parola tiene insieme le tappe più importanti della vita di Gesù, e dice che il tempo della sua azione di salvezza è l’ “oggi”. E’ commovente notare che poche ora prima Gesù aveva rivolto questa stessa parola a un altro peccatore, all’apostolo Pietro: “non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi” (Lc 22,34). Per Pietro l’inizio della salvezza e del discepolato ha coinciso con lo sperimentare il proprio fallimento; possiamo dire la stessa cosa per il ladrone. E se procediamo a ritroso nella lettura del vangelo di Luca, troviamo l’episodio della conversione di Zaccheo, dove sono due gli ‘oggi’ pronunciati da Gesù: “oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5) e “oggi la salvezza è entrata in questa casa” (Lc 19,9). Anche per Zaccheo l’oggi dell’incontro con la compassione del Signore rappresenta l’estrema possibilità di salvezza e l’inizio di una vita nuova. Oggi il ladrone alla destra di Gesù si conosce per quello che è: un uomo che ha buttato via la vita, un uomo che si lascia alle spalle una storia che sarebbe meglio dimenticare, un uomo le cui molte giornate sono state segnate da un “oggi” disperato. Ma oggi, sulla croce, trova la salvezza. Il tempo della compassione di Gesù è un “oggi” che non ha mai fine. L’ora della salvezza non è quella appena passata o quella che verrà in futuro, ma l’oggi in cui il Signore ti incontra. Racconta così una vecchia storia. “Avevo un solo desiderio: dedicarmi completamente a Dio. Mi recai dunque al monastero. Un vecchio monaco mi domandò: che cosa vuoi? Dissi: voglio dedicarmi a Dio. Mi aspettavo una risposta gentile, paterna, e invece egli urlò: ora! Ero sbalordito. Gridò di nuovo: ora! E poi prese un bastone e venne verso di me. Io scappai, e lui dietro brandendo un bastone e urlando: ora, ora! Questo accadeva parecchi anni fa. E ancora oggi lui mi insegue, dovunque io vada. Sempre con quel bastone, sempre con quel monito: ora!” Mi pare che questa storia, nella sua semplicità, dica l’altro volto dell’ ‘oggi’ che il Signore pronuncia. La sua parola di compassione diviene occasione da non perdere, “il tempo favorevole, il giorno della salvezza”, come dice Isaia. Ma solo chi prende coscienza del proprio male e del proprio peccato può cogliere l’occasione e lasciarsi raggiungere dalla sua misericordia. Con me Al ladrone che chiede di entrare nel regno, infine, il Signore offre molto di più. Non gli dice: sarai accolto in paradiso, ma “con me sarai in paradiso”. Il regno, il paradiso, è lo stare con lui, è la sua compagnia. E’ questo il premio, è questa la salvezza. Colui che ha pensato la propria vita terrena come un incontro continuo con l’uomo ferito e peccatore, non può non immaginare la propria gloria celeste senza portarsi dietro questa umanità alla deriva. Non so se sia giusto dirlo così, ma si può correre il rischio di dirlo: il Signore non può immaginare un paradiso senza la compagnia degli uomini. Il Padre li ha creati per questo: per la gioia, per il regno. Gesù ha scelto i discepoli “perché stessero con lui” prima ancora di mandarli a predicare, e nella sua costante ricerca della volontà del Padre e della solitudine con lui, ha sempre curato la compagnia dei fratelli. Non stupisce che l’ultima promessa che gli esce dalla bocca sia quella di un’intimità, di un affetto, di uno stare insieme che si compie nell’oggi dell’eternità.

    Per la riflessione personale

    Il tempo perduto

    Una prima riflessione la vorrei proporre sul tema dell’ “oggi”. Non intendo fare una riflessione filosofica sull’importanza del tempo presente, o sulla rapidità dello scorrere dei giorni, e nemmeno parlare dell’ “attimo fuggente” da riempire, da vivere col massimo dell’intensità possibile. Preferisco partire da un’altra prospettiva, che potrei intitolare così: la bellezza degli istanti che riscattano la vita. Ricordo un racconto straordinario di Dino Buzzati. Il protagonista, rientrando verso sera nella sua magnifica villa, vede un camion carico di scatoloni uscire dal cancello di servizio. Preoccupato e incuriosito lo segue, finchè giunge in una discarica. L’autista del mezzo inizia a buttare via tutti gli imballaggi trafugati nella villa, di cui il ricco proprietario ignora il contenuto. Avvicinatosi, chiede spiegazioni, e si sente rispondere: “come, non lo sai? Questi scatoloni contengono i tuoi giorni perduti, il tempo passato che non puoi più recuperare. E’ venuto il momento di fare pulizia. Io sto semplicemente gettando ciò che tu hai scartato”. Affannato e sconvolto, l’uomo ricco inizia ad aprire a casaccio le scatole, e vorrebbe salvare dalla distruzione almeno qualcuno dei giorni che ha buttato, quelli legati ai ricordi più cari: i genitori, la donna della sua vita, il vecchio cane a cui era affezionato. Ma ormai non è più possibile. In un attimo capisce di avere tradito un’infinità di attese, di avere dilapidato un capitale immenso per rincorrere soltanto l’affermazione di sé. Implacabile, l’autista continua l’opera di distruzione di tutta una vita, mentre il sole al tramonto preannuncia l’imminente gelo della notte. Questo racconto mi ha sempre colpito non solo per la durezza e la bellezza del testo, ma anche per la sua conclusione feroce e disperata. Mi ritrovo spesso, come il protagonista a fare i conti con i giorni perduti e a guardare con rammarico e nostalgia agli sprechi che segnano le mie giornate. E mi dico spesso che forse è impossibile vivere senza sprecare, che la pasta fragile di cui siamo fatti ci induce troppe volte all’errore, che ogni giorno, anche il migliore della mia vita resterà infallibilmente segnato da perdite, da relazioni tradite, da colpevoli dimenticanze, da attese inutili o da ansie ingiustificate. La soluzione non è quella titanica di volere a tutti i costi dare intensità e spessore ad ogni istante della vita. Devo imparare ad accettare i vuoti, i lunghi periodi vissuti senza amore e con ben poca fede. Non ho la forza per essere sempre sulla breccia grazie ad uno slancio di volontà senza limiti. La soluzione va in un’altra direzione: quella di trovare attimi di riscatto, scintille di consolazione, briciole di bene che sfamano in mezzo al deserto dei giorni. Cosa significa? Faccio prima a raccontarlo che a spiegarlo. Ad esempio mi capita di passare intere giornate senza combinare molto, e di iniziare la celebrazione dell’Eucaristia vespertina con addosso un pesantissimo senso di fallimento, e quasi di rifiuto per i gesti che sto per compiere. Poi mi accorgo che la preghiera della mia gente mi porta e mi trasporta, mi converte con la sua semplicità e la sua fede schietta. E alla fine mi rendo conto che una buona eucaristia ha riscattato il fallimento di una giornata. Altre volte sono raggiunto di sorpresa da un gesto di attenzione o da un segno di stima, proprio nei giorni in cui vado perdendo la fiducia in me stesso, schiavo della mia agitazione, dei tempi e delle situazioni che non ho saputo gestire, della paralisi che rende difficili anche le scelte più semplici. Anche qui mi accorgo che basta una scintilla di bene per riscattare ciò che ho perduto, e che non devo pretendere di recuperare tutto ciò che ho lasciato per strada, ma di permettere a Dio di raccoglierlo. Detto in altre parole: credo che vivere l’oggi della salvezza significhi per me provare a raccogliere le briciole che cadono dalla mensa dei figli (cfr Mt 15,27), afferrare il lembo del mantello del Signore (Mc 5,28), accontentarsi di una parola di salvezza che da sola può bastare a cambiare la vita (Mt 8,8). Spesso mi lamento, e penso che il Signore mi dia poco. Lo faccio magari per discolparmi, per non guardare in faccia allo spreco che segna infallibilmente i miei giorni. Eppure, se mi fermo un istante, se afferro la scintilla di bene che è a portata di mano (o meglio: se lascio che mi tocchi e mi bruci), scopro che anche soltanto stare accucciato ai piedi della sua mensa è una ricchezza, che anche solo una briciola è un prodigio: e che vivere la bellezza del frammento significa giungere alla pienezza dei desideri. L’oggi della salvezza sta tutto nella grandezza del particolare, nell’importanza delle briciole che da sole mi possono sfamare, dove riposa il tutto di Dio. Ci penserà poi lui a recuperare ciò che ho smarrito per strada, perchè “la volontà del Padre è che nulla vada perduto” (Gv 6,39). La compassione di Gesù fa sì che lui non sia solo davanti a noi a guidarci, dentro di noi a spingerci, al nostro fianco per accompagnarci. La compassione di Gesù è anche dietro di noi, a raccogliere i giorni perduti per trasformarli nell’oggi della salvezza.

    Ricordati

    Torniamo per un istante alla parola del ladrone: “ricordati”. Mi ha sempre colpito il fatto che il malfattore non chieda di essere perdonato, ma ricordato. È come se dicesse a Gesù: amami così come sono, per quello che sono. È una preghiera che implicitamente noi rivolgiamo ogni giorno a chi ci sta vicino. Uno dei timori più cupi che ci portiamo nel cuore è quello di essere dimenticati, di non contare nulla per nessuno, di essere trascurati e lasciati da parte. Chiediamo ad un altro, anche a Dio, che ci sia posto per noi nella sua vita. È - alla fine - l’unico dono che ci interessa davvero. Questa semplice invocazione - ricordati! - esprime tutto il nostro turbamento di fronte all’idea di finire nel nulla, di sparire per sempre. È per questo che la compassione di Gesù fa leva sul “con me”. Che Paradiso è se sono da solo, se non ho nessuno? Ho bisogno di affetto, di relazione, di compagnia: di qualcuno che si ricordi di me, che mi pensi, che mi custodisca. Credo che non ci si debba vergognare a pregare così, dichiarando fino in fondo il nostro desiderio di relazione e il nostro bisogno di consolazione. Anche Gesù sulla croce ne ha avvertito la necessità e l’urgenza: l’evangelista Matteo mette sulla sua bocca le parole del salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

    Gesù

    Un ultimo pensiero, brevissimo. Mi ha sempre colpito l’invocazione del nome di Gesù che esce dalla bocca del ladrone sulla croce. La rileggo nella mia vita come l’invito a ritrovare il linguaggio della confidenza quando sto con il Signore. Spesso apro e leggo la sua parola con la preoccupazione immediata di ciò che dovrò dire, di ciò che dovrò predicare; spesso la mia preghiera perde in fiducia e spontaneità: finisce con l’inseguire le mie distrazioni, le mie paure, i miei fantasmi. Sento il bisogno di una semplicità maggiore, magari riscoprendo le pagine grandiose che ci ha regalato il pellegrino russo; sento la necessità di riscoprire la dolcezza della ripetizione, l’affetto di un nome da ridire più volte, senza interferire troppo con i miei pensieri e le mie costruzioni mentali. Mi fa bene riscoprirmi bambino, con poche parole da offrire nella preghiera, ma con un’effusione del cuore spontanea e senza riserve, senza preoccupazioni, sapendo che così come sono piaccio al Signore, che così come sono mi porterà a salvezza. Forse il linguaggio della compassione di Dio lo si comprende a fondo nella ripetizione semplice e fiduciosa del suo nome.



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