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     Il cieco nato

    Giovanni 9,1- 41

    Jean Louis Ska


    1. Per leggere e comprendere

    Il brano descrive un itinerario che conduce dalla guarigione alla fede e stabilisce, come spesso nel vangelo di Giovanni, un parallelismo fra due esperienze, l’una più “materiale” e visibile, e l’altra più profonda e “spirituale”. Nel caso del cieco, san Giovanni gioca sui diversi significati dell’essere “cieco” e del verbo “vedere”, in relazione con il verbo “credere”. Infine, il brano introduce una sottile riflessione sui diversi modi del “sapere”. In effetti, in questo racconto, vi sono almeno tre modi di “sapere”: quello prudente dei genitori del cieco nato, il “sapere” sicuro dei Giudei e il “sapere” aperto del cieco nato.
    Il tema generale del racconto è dato dall’affermazione di Gesù che dice “sono la luce del mondo” (Cfr. Gv 8,12; 9,5). Alcuni accolgono questa luce, altri la respingono. Così si compie il “giudizio”, secondo il significato di questa parola nella Bibbia: la “separazione” fra due mondi.
    Questo episodio illustra quanto viene affermato da Gesù nella sua conversazione con Nicodemo (Gv 3,19-21):

    E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

    Il brano suppone una situazione molto tesa fra cristiani e Giudei, vale a dire le autorità ufficiali della comunità ebraica. Probabilmente questa situazione si è verificata quando il vangelo di Giovanni è stato scritto. L’episodio suggerisce, tuttavia, che l’ostilità di alcuni gruppi autorevoli dell’ebraismo non sia nuova, ma che essa risalga al tempo di Gesù.
    Il racconto si suddivide in piccole scene che hanno ciascuna caratteristiche proprie: un diverso gruppo di “attori” e un tema proprio. Generalmente le versioni della Bibbia dividono il brano in capoversi secondo questi criteri. Il solo personaggio che è presente in tutte le scene è il cieco nato, tranne nell’interrogatorio dei genitori da parte dei Giudei.
    Più di una scena si conclude con una breve “confessione di fede” (9,12.17.30-33.38). Vi è una chiara progressione da una scena all’altra, fino alla confessione finale di 9,39. È bene soffermarsi sulle varie scene per capire il tema e la posta in gioco in questi incontri tra Gesù e il cieco, tra il cieco e gli altri e tra tutti gli altri e Gesù. Notiamo le tappe principali: “Non so” (v. 12); “è un profeta” (v. 17); “infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga” (v. 22); “se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla” (v. 33); “[Gesù] gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui” (vv. 35-38).
    Ecco, quindi, le scene principali del brano:
    1. Gesù, i discepoli e la guarigione del cieco nato (vv. 1-6);
    2. il cieco nato, i suoi vicini e le sue conoscenze (vv. 7-12);
    3. il cieco nato e i farisei (vv. 13-17);
    4. i Giudei e i genitori del cieco nato (vv. 18-23);
    5. secondo dialogo fra il cieco nato e i Giudei (vv. 24-34);
    6. il cieco nato e Gesù (vv. 34-39);
    7. Gesù e alcuni farisei (vv. 40-41).

    2. Per meditare e attualizzare

    La guarigione (9,1-8)

    “Chi ha peccato?” la domanda dei discepoli, molto naturale nel mondo ebraico del tempo – e non solo – ha come scopo di scoprire il colpevole. Secondo questa mentalità che ritroviamo per esempio nel libro di Giobbe (Gb 4,8-9; cf. Pr 22,3) una disgrazia deve avere una causa, e la causa è un peccato.
    Nel caso del cieco nato il problema è più difficile, perché egli può difficilmente aver peccato prima della nascita. Perciò, i discepoli chiedono se non sono forse i genitori i responsabili della disgrazia. Gesù però ricorda un principio molto importante nell’etica biblica: ciò che conta non è tanto stabilire le responsabilità o di individuare il colpevole, bensì di cercare di rimediare alla situazione e aiutare la vittima della disgrazia. L’opera di Dio è la sua capacità di guarire il cieco nato.
    • Quali sono le nostre reazioni davanti a situazioni di questo tipo?
    • C’è qualcosa da correggere nel nostro modo di pensare e di agire?
    • La ricerca del colpevole è certamente essenziale, però possiamo fare a meno di individuare le cause dei delitti e delle disgrazie? E di cercare di eliminarle?

    L’itinerario del cieco nato (9,9-41)

    Il brano si svolge secondo lo schema di una procedura forense: l’antefatto o il “caso” è presentato nella prima scena (vv. 1-7; cf. v. 14). Segue una lunga indagine, vale a dire diversi interrogatori, e una prima sentenza emanata dai Giudei nel v. 34: il cieco nato è “cacciato fuori”, ossia, nel senso letterale della parola, “scomunicato”, espulso dalla sua comunità. Espulso dai Giudei, egli incontra colui che l’ha guarito e che lo accoglie (vv. 35-39).
    • Notiamo le reazioni contrastate dei vicini e quelle, timorose, dei genitori. Come combattere la paura dell’“opinione pubblica”?
    • Quali sono i motivi dei farisei e dei Giudei per espellere il cieco nato? Quali valori difendono?
    • Conosciamo casi simili oggi? Come reagire in questi casi?

    Vedere, credere, sapere

    C’è un rapporto stretto tra il vedere fisico e il “vedere” dell’anima, il credere. E c’è anche un tipo di “sapere” (un bagaglio di conoscenze e di esperienze) che entra in rapporto con il vedere-credere. I Farisei “sanno”: ma sanno davvero?
    • Qual è la differenza fra il “sapere” dei farisei e l’esperienza del cieco nato (cf. soprattutto i vv. 29-30)? Possiamo ricordarci che il fariseo Nicodemo inizia la sua conversazione notturna con Gesù di Nazaret con un stentoreo “Sappiamo!” (Gv 3,1).
    • Quale sapere permette di accedere alla fede? Vi è opposizione, in questo brano, fra sapere e credere, fra ragione e fede?

    L’esperienza di fede del cieco nato

    La fede del cieco guarito si consolida mentre è interrogato dai Farisei.
    • Che cosa irrobustisce la sua fede?
    • Il cieco viene espulso dai Giudei ed accolto da Gesù; egli passa da un mondo all’altro. Quali sono questi due mondi?
    • E noi, siamo entrati nell’esperienza liberante di Cristo? La fede in Cristo ci rende critici nei confronti delle culture dominanti? Perché?

    L’ironia del brano

    Si è parlato molto dell’ironia giovannea. Il capitolo 9 è uno dei brani ove si manifesta in modo più palese. Quali sono i momenti più ironici di questo brano? Quale potrebbe essere la funzione dell’ironia nell’esperienza di fede?

    3. Per approfondire il racconto del cieco nato

    Cecità nell’Antico Testamento

    Sono soprattutto testi provenienti dal profeta Isaia che parlano della guarigione dei non-vedenti o mal-vedenti.

    Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele. (Isaia 39,18-19)

    Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
    Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. (Isaia 35,5-6)

    I due testi sono abbastanza simili nell’annunziare una trasformazione del popolo sotto forma di un risanamento di tutte le malattie più conosciute (sordità, cecità, mutismo, handicap di diversi tipi) accompagnato da altri prodigi come, ad esempio, la trasformazione del deserto ove sgorgheranno sorgenti d’acqua. Sono segni dei tempi nuovi, dell’ora della salvezza promessa da Dio al suo popolo, in particolare il popolo degli “umili” e dei “poveri” (Is 29,19), una promessa reiterata in Is 61,1-2:

    Lo spirito del Signore Dio è su di me,
    perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
    mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
    a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
    a proclamare la libertà degli schiavi,
    la scarcerazione dei prigionieri,
    a promulgare l’anno di grazia del Signore,
    il giorno di vendetta del nostro Dio,
    per consolare tutti gli afflitti […]

    Il testo sarà citato nella predicazione inaugurale di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18-19). Dopo la lettura del testo, Gesù di Nazaret proclama in modo solenne l’adempimento della profezia: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (4,21). “Oggi”, non più domani, dice Gesù. Nell’oggi di Gesù le promesse diventano realtà presenti. Le guarigioni, sono innanzitutto segni e prove che la salvezza è arrivata con Gesù Cristo e che, con lui, si compiono tutte le promesse di Dio nell’Antico Testamento. Ed è il significato della risposta di Gesù agli inviati da Giovanni Battista che chiede se Gesù è davvero il messia aspettato (Mt 11,1-6):

    Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città. Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

    Il vangelo di Giovanni insiste meno su questo aspetto, vale a dire sull’arrivo del regno, però è presente nel retroterra delle discussioni sul ruolo di Gesù Cristo nella storia d’Israele e per il popolo d’Israele. Tutta la discussione fra il cieco nato e i farisei verte, in effetti, su un punto nodale, ovvero se il “segno” della guarigione prova o no che Gesù di Nazaret sia stato mandato da Dio.

    La piscina di Siloe

    Vale la pena rileggere uno dei pochi testi dell’Antico Testamento che parla della piscina di Siloe, fonte d’acqua potabile all’interno della città di Gerusalemme, dopo lavori ingenti intrapresi durante il regno del re Ezechia (716-687 a.C.) per condurre l’acqua della sorgente di Gihon all’interno delle mura della città (2Re 20,20; 2Cr 32,30; Is 22,9; Si 48,17). Ecco l’oracolo di Isaia (Is 8,6-8):

    Il Signore mi disse di nuovo: «Poiché questo popolo ha rigettato le acque di Sìloe, che scorrono piano, e trema per Resin e per il figlio di Romelia, per questo, ecco, il Signore farà salire contro di loro le acque del fiume, impetuose e abbondanti: cioè il re d’Assiria con tutto il suo splendore, irromperà in tutti i suoi canali e strariperà da tutte le sue sponde. Invaderà Giuda, lo inonderà e lo attraverserà fino a giungere al collo. Le sue ali distese copriranno tutta l’estensione della tua terra, Emmanuele.

    In poche parole, il profeta invita la città di Gerusalemme a “bere l’acqua del suo pozzo” (cf. Prov 5,15), ad attingere alle proprie sorgenti, alle proprie risorse e alle proprie tradizioni prima di cercare aiuto in un “Grande Fratello”, nell’occorrenza l’Assiria. Il vangelo di Giovanni, di primo acchito, allude al nome della piscina che contiene la radice ebraica del verbo “mandare”, “inviare” e può essere tradotto con “inviato”.
    Il vangelo di Giovanni suole spesso, tuttavia, evocare diversi registri. Non è da escludere che il testo richiami alcuni testi veterotestamentari, ad esempio l’esortazione di Isaia ad attingere nelle acque di Siloe che “scorrono piano”, vale a dire, ad ascoltare il messaggio sereno di Gesù di Nazaret. Egli potrebbe essere anche chiamato, con le parole di Geremia, “speranza d’Israele” o “fontanile d’Israele” (Ger 17,13). La stessa parola ebraica significa, in effetti, “speranza” e “fontanile”, “vasca” o “serbatoio d’acqua”. Oppure ancora, con lo stesso profeta Geremia, si può parlare di Dio (e di Gesù) come “sorgente d’acqua viva”. Infine, notiamo che un salmo unisce i due registri appena abbozzati, quello della luce e quello delle acque. Si tratta di Sal 36,10: È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce.
    Il Gesù del quarto vangelo promette alla Samaritana una sorgente che sgorga per la vita eterna (Gv 4,14), parla di “fiumi di acqua viva che sgorgheranno dal suo grembo” (Gv 7,38) e dichiara: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12; 9,5; cf. 12,46). Anche in questo caso, il vangelo di Giovanni raccoglie diverse immagini veterotestamentarie per chiarire la natura del ministero di Gesù Cristo.

    Gesù e Mosè

    “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” dice il prologo di Giovanni (1,17). In diverse pagine del quarto vangelo si sente la necessità di situare Gesù Cristo nei confronti di Mosè. Perché? Il motivo è semplice: l’ebraismo, in particolare la religione dei “giudei” che incontriamo ripetutamente in Giovanni vivono della legge di Mosè. Dopo la scomparsa della monarchia, perno della vita politica, religiosa e sociale di quel tempo, e dopo la perdita dell’autonomia territoriale, Israele è sopravvissuto come popolo, con la sua identità, grazie alla legge di Mosè. Senza sovrano e senza sovranità territoriale, ha affermato di essere una vera nazione con le proprie leggi. I diversi imperi (Persia, Grecia, l’Egitto dei Tolomei e la Siria degli Antiocheni, infine i Romani) hanno permesso, concesso o tollerato l’esistenza di una legge propria del popolo d’Israele, in particolare in materia religiosa. In alcune occasioni, il popolo ha dovuto soffrire per rimanere fedele alla legge di Mosè. In altre parole, la legge di Mosè era diventata “la carta d’identità” del popolo d’Israele, la sua vera patria spirituale e l’autorità suprema in materia religiosa ed esistenziale.
    “Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia” diranno le autorità del popolo ebraico nella loro discussione con il cieco nato. Mosè era diventato un gigante, ed era intoccabile perché si era identificato con l’esistenza del popolo d’Israele come popolo. Da lì i numerosi conflitti fra le autorità del popolo e Gesù di Nazaret, conflitti che rispecchiano in realtà i conflitti posteriori fra ebrei ortodossi e le prime comunità cristiane.
    Il problema si riassume in una domanda: si può pensare che vi sia qualche cosa o qualcuno di più grande di Mosè, sì o no? La risposta degli Ebrei è una, quella del vangelo di Giovanni un’altra. Per gli Ebrei, soprattutto le autorità che appaiono nel quarto vangelo, toccare Mosè significa toccare la “costituzione” del popolo eletto e cambiare la sua natura profonda. Possiamo ricordare che Paolo di Tarso sarà accusato di predicare “contro il popolo, contro la Legge e contro il Luogo (il tempio)” (Atti 21,28). Sono tre elementi strettamente collegati.
    Il vangelo di Giovanni offre più di una riflessione in merito. Possiamo ricordare quello che Gesù di Nazaret dice in Gv 5,45-47:

    Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?

    In poche parole, Mosè conduce il popolo fino al Giordano, però non entra nella Terra Promessa. Il Pentateuco (la Legge di Mosè) è un’opera incompiuta che aspetta una sua conclusione. Per il Nuovo Testamento in genere e il vangelo di Giovanni in particolare, Gesù di Nazaret fa entrare definitivamente nella “Terra Promessa” che è il regno dei cieli o “la vita eterna”. In questo modo egli compie ciò che Mosè e il popolo d’Israele speravano.



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