Il fariseo
e il pubblicano
Paolo Ricca
Grazie per l’invito a condividere con voi una tappa del cammino quaresimale cui avete dato il bel titolo di “raccontare la misericordia”. Difatti non abbiamo altro da fare, come cristiani, che “raccontare la misericordia”; raccontare Dio significa raccontare la sua misericordia: Dio “fa misericordia”, “usa misericordia” (Romani 9,16,15), “si compiace di usare misericordia” (Michea 7,18). “Io sono il misericordioso” dice Dio (Esodo 22,27). Dunque parlare di Dio significa parlare della sua misericordia e oggi ci viene offerto, attraverso la parabola del fariseo e del pubblicano, lo specchio della misericordia di Dio.
Ma se davvero questa parabola è lo specchio della misericordia di Dio, allora dobbiamo dir che questa misericordia è sì, meravigliosa, perché ha pietà di quel povero pubblicano che si batte il petto nella penombra del tempio, ma è anche terribile perché non ha pietà di quel povero fariseo che si compiace della sua virtù e della sua pietà: così Dio ha misericordia del pubblicano e non del fariseo.
E qui scopriamo subito una caratteristica fondamentale della misericordia di Dio: è una misericordia partigiana, come quella cantata da Maria nel Magnificat: “Egli ha tirato giù dai troni i potenti (anche, come nella nostra parabola, dal trono della presunzione e dell’illusione) e ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati (il pubblicano è affamato di misericordia divina) e ha rimandato i ricchi a mani vuote (il fariseo è ricco di suo, non ha bisogno di nulla, perciò non chiede nulla a Dio)”.
E qui comprendiamo perché Dio non ha misericordia del fariseo e ce l’ha invece del pubblicano: perché il fariseo non glie la chiede e non glie la chiede perché non ne ha bisogno, e non ne ha bisogno perché è giusto. Questa infatti è la grande differenza che c’è tra la preghiera del fariseo e quella del pubblicano: che il fariseo non chiede nulla, il pubblicano invece chiede tutto. Il fariseo non chiede nulla e non ottiene nulla, il pubblicano chiede tutto e ottiene tutto.
Ho fatto riferimento poco fa alla misericordia partigiana di Dio, ma guardando bene dentro questa parabola scopriamo che non è Dio che non ha misericordia del fariseo, ma è il fariseo che non la cerca, non la chiede, non la vuole, non saprebbe che cosa farsene e quindi non la riceve. Ci sarebbe misericordia anche per lui, se solo la desiderasse e la invocasse. Ma la tragedia del fariseo è proprio questa: che non ha bisogno di misericordia e quindi vive senza misericordia. E qui giungiamo al cuore della parabola e al cuore dl suo messaggio: due uomini salgono al tempio, due uomini che appartengono allo stesso popolo, che professano la stessa religione ebraica simboleggiata dall’unico tempio ‐ lo stesso per entrambi – appartengono quindi alla stessa comunità di fede, come potremmo essere noi qui raccolti in questa basilica. Ma questi due uomini, che appartengono alla stessa comunità, hanno due modi completamente diversi di intendere e vivere la loro religione: il fariseo vive la religione come legge, il pubblicano vive la religione come grazia.
1. La religione come legge
La vita religiosa del fariseo consiste nell’osservanza della legge, anzi: egli fa anche di più di quello che la legge esige. Il digiunare due volte la settimana – il lunedì e il giovedì – non è comandato dalla legge: ma lui digiuna due volta alla settimana. Il pagamento della decima era richiesto solo sui prodotti della terra: il fariseo invece, lo dice bene anche la parabola, paga “su tutto quello che possiede”. Ora noi ben sappiamo quanto sia importante la legge nella sacra scrittura, sappiamo che i dieci comandamenti sono le tavole del patto tra Dio e il popolo di Israele, sappiamo che è Dio stesso ad averli dettati a Mosè, anzi, secondo la testimonianza biblica essi sono stati “scritti con il dito di Dio” (Esodo 31,18) per sottolineare quanto stretto e intimo sia il rapporto tra Dio e la sua legge che è santa, buona, salutare. Dio dunque dà la legge, la scrive sulle tavole e – quel che più conta – nei nostri cuori. Ma Dio non è legge e se Dio non è legge la religione che gli corrisponde non è la religione della legge. Ma quando accade che la religione diventi sostanzialmente religione della legge, allora succede quello che succede qui al fariseo che non ha più nulla da chiedere a Dio. Per il fariseo, Dio diventa segretamente superfluo: la religione della legge funziona anche senza Dio; non c’è bisogno di Dio, basta la legge di Dio che mi dice quello che devo fare: lo faccio e sono a posto. La legge, sia pure la legge della chiesa, prende il posto di Dio; la mia giustizia, cioè la mia ubbidienza alla legge, prende il posto della giustizia di Dio. C’è una lettera di Lutero quando era ancora monaco, una lettera scritta ad un suo confratello che si impegnava con tutte le sue forze ad osservare le regole dell’ascesi personale e così percorreva fino in fondo le vie della santità. Lutero gli scrive: “Guardati dall’aspirare un giorno ad una purezza così grande da non volere più apparire come peccatore davanti a te stesso, anzi a non volerlo più essere. Cristo infatti abita solo tra i peccatori. Per questo è sceso dal cielo, dove abitava tra i giusti, per prendere dimora tra i peccatori. Medita instancabilmente su questo suo amore e vedrai la sua dolcissima consolazione. Se dobbiamo giungere alla pace della coscienza con i nostri sforzi e le nostre penitenze, perché mai egli è morto? Perciò troverai pace in lui soltanto… e imparerai da lui come egli ti ha accolto e ha fatti suoi i tuoi peccati, così ha fatto tua la sua giustizia”.
E’ esattamente quello che capita al fariseo: non vuole essere peccatore, non ha bisogno della misericordia di Dio, può fare a meno di Cristo, che invece abita solo in mezzo ai peccatori.
La religione della legge ha troppo spazio nella chiesa cristiana anche nel nostro tempo. Non poche leggi della chiesa impediscono a molti cristiani di conoscere e di sperimentare la forza liberatrice del vangelo: troppe leggi impediscono il libero corso della grazia.
2. La religione come grazia
E’ l’esperienza del pubblicano, che è davvero il prototipo del peccatore. Come il fariseo è giusto e pio, la sua virtù e la sua pietà non sono finte, né apparenti, ma vere, talmente vere che diventano l’unica verità della sua vita, così il pubblicano è un vero peccatore, non un peccatore immaginario. Un vero peccatore perché si è messo al servizio dei romani che, oltre ad occupare il paese, sono pagani, quindi impuri, e perché approfitta della sua posizione di potere per estorcere dal popolo più denaro del dovuto e così arricchirsi. Un vero peccatore che si trova in una situazione morale estremamente critica, ma appunto la sua grandezza è di non lasciarsi andare, di non pensare: “la mia vita è perduta, non c’è più nulla da fare, non ho la forza di cambiare”; il pubblicano si appella a Dio, lui non ha la forza di cambiare, ma trova la forza di invocare Dio, di presentarsi davanti a lui e di chiedere pietà. Non cerca delle scuse, delle attenuanti, delle giustificazioni, no: chiede solo pietà. Non osa neppure alzare gli occhi al cielo e si batte il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!”. Non ho nulla da offrirti se non il mio peccato e il mio cuore a pezzi, e le mie mani vuote protese verso di te: non ho nulla da pretendere, nulla da rivendicare, aspetto il tuo giudizio, aspetto la tua parola. Ed ecco la parola di Dio: “Il Signore è vicino a color che hanno il cuore a pezzi, e salva gli umili in spirito” (salmo 34,19). E ancora: “ Egli guarisce chi ha il cuore a pezzi e fascia le loro piaghe” (salmo 147,3). E ancora: “L’anima mia anela al Signore più che le guardie anelino al mattino. O Israele spera nell’Eterno, perché presso l’Eterno è la misericordia,m e la redenzione abbonda presso di lui” (salmo 130,6‐7).
Ed ecco che succede il miracolo e il miracolo è il perdono dei peccati.
Non c’è in cielo e sulla terra miracolo più grande del perdono dei peccati: gratuito, immeritato, e incondizionato. “I tuoi peccati ti sono perdonati. Và e non peccare più”: questa è la parola della nostra liberazione, il fondamento della nostra libertà.
Nessuno riesce a capire, nessuno riesce a spiegare: il pubblicano tornò a casa giustificato perché si era totalmente affidato alla misericordia di Dio. Il fariseo non l’aveva cercata, questa misericordia, perché pensava di non averne bisogno, e non avendola cercata non l’ha trovata e perciò tornò a casa non giustificato. E la cosa che anche stupisce è che nessuno dice al pubblicano: “Ego te absolvo”. Nessun rabbino, nessun sacerdote, nessun pastore è lì ad annunciargli il perdono, ma Dio stesso, il Dio vivente che egli ha invocato, accende nel suo cuore con lo Spirito Santo la memoria della misericordia di Dio e scrive nel suo cuore la certezza meravigliosa del suo perdono. Ma perché il pubblicano è stato “giustificato”? Perché ha creduto in Dio e si è affidato alla sua misericordia, e questa fede “gli è stata messa in conto di giustizia” (Genesi 15,6). Non è giustificato perché è giusto, ma perché crede nella giustizia di Dio, che non è quella che egli ci chiede ma quella che egli ci dà. La giustizia di Cristo che “per volontà di Dio è stato fatto per noi sapienza e giustizia, santificazione e redenzione” (I Corinzi 1,30). Ecco dunque quello che è stato chiamato “il felice scambio” tra la nostra anima e Cristo: la nostra anima dà a Cristo i suoi peccati, le sue pene, i suoi timori e Cristo le dà la sua giustizia, la sua consolazione e la sua pace. Questa è la religione cristiana: la religione della grazia, perché Dio è grazia e non legge. Chi non capisce questo non capisce Dio e non capisce neppure se stesso. Non capisce che la cosa più importante della vita non è quello che facciamo, ma quello che sappiamo ricevere e specialmente ricevere da Cristo: la sua giustizia, la sua innocenza, il suo perdono e anche il suo esempio.
Il nostro valore è lui, la nostra ricchezza è lui, la nostra verità è lui. Il cristianesimo come religione della grazia vuol dire che non abbiamo nulla di cui vantarci se non di Gesù Cristo, della sua croce benedetta e della sua gloriosa resurrezione.
3. Chiediamoci ancora: noi, rispetto a questa parabola, dove ci collochiamo?
Non vorremmo essere come il fariseo, ma forse lo siamo. Vorremmo essere come il pubblicano, ma forse non lo siamo. Forse siamo il fariseo che recita la preghiera del pubblicano. Gesù, precisa l’evangelista Luca, raccontò questa parabola per alcuni che “erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Forse noi non disprezziamo gli altri, ma siamo abbastanza persuasi di essere giusti, siamo persone perbene, rispettabili, non commettiamo grandi crimini, non siamo peggio di altri, anzi forse siamo un pochino meglio di altri. Certo, nessuno è perfetto. Certo, “siamo tutti peccatori”. Certo, quando partecipiamo alla messa anche noi, come il pubblicano, ci battiamo il petto dicendo “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa” e anche noi cantiamo: “miserere nobis, Domine: abbi pietà di noi, Signore”. Ma appunto, siamo delle persone per bene che recitano la parte del peccatore incallito, siamo peccatori immaginari che confessano peccati immaginari e ricevono una grazia immaginaria. E qual è questa grazia immaginaria? E’ quella che Dietrich Bonhoeffer chiamava “la grazia a buon mercato”. La “grazia a buon mercato” è il perdono senza pentimento, il battesimo senza conversione, l’assoluzione senza contrizione. La grazia a buon mercato è grazia senza sequela, grazia senza la croce, grazia senza Gesù Cristo.
Ma è proprio vero che siamo peccatori immaginari? Lo siamo nella misura in cui recitiamo la parte del pubblicano senza essere veri peccatori come lo era lui, ci fingiamo peccatori senza esserlo veramente. Ma siamo anche dei giusti immaginari nella misura in cui ci consideriamo giusti solo perché siamo persone perbene, ci illudiamo di essere giusti senza esserlo veramente: “non c’è nessun giusto, neppure uno”, dice la Scrittura. E perché non c’è nessun giusto, neppure uno? Perché il peccato più grave e più diffuso non è fare il male, ma è non fare il bene. E se è vero che non tutti fanno il male, è altrettanto vero che nessuno fa tutto il bene che potrebbe fare, a cominciare da chi vi sta parlando ora. Anche io mi devo battere il petto e non recitare la parte del pubblicano senza esserlo, ma devo riconoscermi peccatore come lui, anche se i miei peccati sono probabilmente diversi dai suoi: lui è peccatore per il male che ha fatto, io sono peccatore per il bene che non ho fatto. Ma siamo entrambi peccatori, io fariseo e lui pubblicano e abbiamo entrambi bisogno della grazia di Dio. Per me, fariseo, la grazia sarà di capire e riconoscere che non sono così giusto e così buono come sembro, che la mia vita non è così trasparente come vorrei, che ci sono ombre che non divengono mai luce, ci sono cattivi pensieri che non oso confessare a nessuno, ci sono opere buone che avrei potuto compiere e non ho compiuto. Per me, fariseo, la grazia sarà di essere liberato dall’illusione di essere giusto e trovare anche io, come il pubblicano, la forza di buttarmi nelle braccia della misericordia di Dio. Per il pubblicano, la grazia sarà di essere liberato dal peso e dal tormento della colpa. Il fariseo deve essere liberato dall’illusione dell’innocenza, il pubblicano dal peso della colpa. Come può avvenire questa doppia liberazione? Unicamente attraverso Cristo. Per essere liberati sia il fariseo sia il pubblicano, devono non guardarsi allo specchio, ma guardarsi nello specchio di Cristo. E precisamente in questo modo: il fariseo deve guardarsi nello specchio della vita di Cristo e scoprire lì cosa è la vera innocenza e cosa vuol dire vivere una vita giusta; scoprirà che la sua vita di fariseo è lontanissima da quella di Cristo, e così sarà liberato dall’illusione della sua innocenza. Il pubblicano invece dovrà guardarsi nello specchio della morte di Cristo, nella quale tutti i nostri peccati sono stati cancellati, e lì scoprire la grazia incomparabile del perdono dei peccati.
Così si chiude il cerchio della misericordia di Dio. Non c’è misericordia per il fariseo che quella volta tornò a casa non giustificato? Sì, c’è misericordia anche per lui, a patto che non si guardi nel suo specchio, ma nello specchio di Cristo e precisamente nello specchio della vita di Cristo e lì scopra che non c’è nessun giusto tranne Cristo e che la sua giustizia la dona ad entrambi: al fariseo e al pubblicano. Si adempie così la grande parola dell’apostolo Paolo, che riassume tutto il messaggio cristiano: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per fare misericordia a tutti” (Romani 11,32): raccontare la misericordia significa proprio questo: che Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per fare misericordia a tutti.
(Milano, basilica di sant’Ambrogio - 19 marzo 2010)















































