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    Israele racconta

    la sua storia /4

    I cinque libri della Legge

    (Origine del Pentateuco)

    Alessandro Sacchi

     

    Nella raccolta dei libri storici ha una grande importanza il «Pentateuco», il cui nome deriva dal greco e significa «Cinque astucci», e, per metonimia, i cinque rotoli in essi contenuti. Con questo nome si designa, a partire dal secolo II d.C., il complesso dei primi cinque libri della Bibbia, che erano chiamati in ebraico Tôrah e in greco Nomos, Legge. Nella Bibbia ebraica ciascuno dei cinque libri del Pentateuco è designato con la parola con cui inizia. Nella Bibbia greca è invalso invece l'uso, adottato poi dai cristiani, di dare a ciascuno di essi un titolo che ne rispecchia il contenuto.
    Il Pentateuco è un grande complesso letterario in cui sono riportate numerose leggi e sono narrate vicende che si estendono per un lungo arco di tempo. Per spiegare la sua origine è stata elaborata la «teoria documentaria» che, nonostante i diversi punti di vista dei suoi sostenitori, ha dominato indisturbata fino a pochi decenni fa. Oggi, sebbene sia proposta ancora in parecchie opere recenti, essa è stata quasi completamente demolita, lasciando dietro di sé un vuoto che nessuno pensa ormai di poter riempire.

    1. Mosè autore del Pentateuco?

    Il Pentateuco si presenta come una narrazione continuata della storia di Israele, a partire dalla creazione del mondo fino all’arrivo delle tribù alle soglie della terra promessa. Il primo libro della Tôrah (Genesi) narra le origini del mondo (Gn 1-11) e le vicende dei patriarchi, che sono i padri del popolo di Israele, fino al momento in cui l’ultimo di essi, Giacobbe, scende in Egitto con i suoi figli (Gn 12-50). Il secondo libro (Esodo) riprende il racconto dalla situazione di schiavitù in cui gli israeliti vengono a trovarsi in Egitto. Esso si divide in due parti chiaramente distinte: nella prima si racconta la liberazione dei figli di Israele dall'Egitto (Es 1-18), mentre la seconda ha come tema la teofania del Sinai e il conferimento della legge (Es 19-40). All’interno della seconda di queste due parti si trovano due lunghe sezioni riguardanti la costruzione del santuario del deserto (Es 25-31; 35-40). Il terzo libro (Levitico) ha anch’esso come sfondo la teofania sinaitica e contiene le leggi riguardanti il culto del tempio e i sacerdoti. Il quarto (Numeri) si divide in due parti: nella prima, sempre nel contesto della rivelazione sinaitica, sono riportati i risultati del censimento dei figli di Israele, insieme a ulteriori leggi rituali (Nm 1-10), mentre nella seconda si narra il cammino nel deserto fino alle steppe di Moab (Nm 11-36). Nell'ultimo libro (Deuteronomio) infine è ripreso il materiale riguardante l'esodo e l'alleanza sotto forma di tre discorsi tenuti da Mosè nelle steppe di Moab, prima dell'ingresso nella terra promessa.
    Alcuni studiosi ritengono che a questi cinque libri si debba aggiungere quello di Giosuè, nel quale si narra l'ingresso nella terra promessa, ultimo degli interventi salvifici di Dio da cui Israele ha avuto origine: essi parlano quindi non di Pentateuco, ma di Esateuco (= sei libri). Altri invece, affermano che in realtà il Deuteronomio è una introduzione ai successivi libri storici, preferiscono considerare come un gruppo a sé stante solo i primi quattro libri (Tetrateuco = quattro libri) a cui fa seguito il Corpo storico deuteronomistico.
    In base a una tradizione che ha cominciato a formarsi tra i secoli IV e II a.C., l'autore del Pentateuco sarebbe lo stesso Mosè, l'uomo dell’esodo e dell’alleanza (cfr. Sir 24,22). Questa ingenua convinzione è stata messa in discussione dalla critica letteraria moderna, la quale ha rilevato come, al di là delle apparenze, il materiale contenuto in questi libri sia stato disposto in modo spesso disorganico, con incongruenze di ogni tipo: anacronismi, bruschi cambiamenti di stile e di contenuto, doppioni, alternanza di sezioni narrative e legali, mescolanza di leggi sociali e religiose, sovrapposizione di generi letterari diversi; inoltre gli eventi sono narrati il più delle volte senza alcun rapporto con la storia dell’epoca.
    Da questi rilievi risulta che il Pentateuco non può essere stato scritto da un solo uomo in un periodo così remoto come quello in cui è vissuto Mosè, ma è il punto di arrivo di un lungo processo letterario, al quale hanno contributo diverse mani in tempi diversi, e soprattutto con un intento di carattere non propriamente storico ma religioso. È nata così una teoria secondo la quale nel Pentateuco sono confluiti alcuni documenti più antichi che hanno in parte conservato la loro fisionomia originaria.

    2. La teoria documentaria

    Agli albori degli studi critici moderni Richard Simon (1638-1712) ha cominciato per primo a sospettare che nel Pentateuco fossero presenti fonti anteriori e aggiunte posteriori a Mosé. Un passo ulteriore è stato fatto quando H.B. Witter (1683-1715) e J. Astruc (1684-1766) hanno notato l’alternanza dei nomi divini Elohîm e JHWH, in base alla quale hanno distinto due documenti originari, l’Elohista e lo Jahwista. Alla fine del XVIII due studiosi, A. Gedes (1792) e J. Vater (1802-1805) hanno proposto «l’ipotesi dei frammenti», in base alla quale il Pentateuco sarebbe una raccolta di frammenti più o meno lunghi, indipendenti gli uni dagli altri e privi di continuità, la cui collocazione attuale è dovuta a due diversi gruppi di redattori, appunto l’Elohista e lo Jahwista. F.
    Bleek (1822) e H.G. Ewald (1823) hanno invece formulato «l’ipotesi dei complementi»: essa consiste nel ritenere che all’origine del Pentateuco vi fosse uno «scritto fondamentale» (Elohista, poi denominato Sacerdotale), completato con l’aggiunta di altri testi. Un passo in avanti è stato compiuto da W.M.L. De Wette (1780-1849), il quale ha pensato di poter datare i documenti che stanno all’origine del Pentateuco: secondo lui, tenendo conto del fatto che nel Deuteronomio, identificato con il libro ritrovato da Giosia, è promulgata per la prima volta la legge della centralità del culto (2Re 23,4-20), le leggi che non la presuppongono sarebbero più antiche di quelle che si rifanno a essa.
    La teoria documentaria ha raggiunto il suo stadio più organico e completo per merito di J.
    Wellhausen (1844-1918) il quale ha sostenuto che i primi cinque libri della Bibbia sono il risultato della fusione di quattro documenti (chiamati poi anche «tradizioni» o «fonti»), ai quali egli ha pensato di poter dare una datazione abbastanza precisa a partire dall’evoluzione delle istituzioni cultuali a cui essi fanno riferimento. Secondo questa teoria i tre documenti/tradizioni avrebbero le seguenti caratteristiche.
    Tradizione jahwista (J): questo nome deriva dal fatto che in essa fin dall'inizio si attribuisce a Dio il nome proprio JHWH (cfr. Gn 2,4 e 4,26). Il suo racconto copre tutto l'arco di tempo che va dalla creazione fino alla morte di Mosè. I suoi temi preferiti sono l'elezione di Israele, il suo destino come popolo e la terra che Dio gli ha promesso; questa tradizione colloca la vocazione di Abramo, e quindi l'elezione di tutto il popolo, in un contesto universalistico (cfr. Gn 12,3). Il suo stile è vivace e pittoresco; in essa si nota una certa analisi psicologica dei personaggi e spesso l'azione divina è presentata in modo umano (antropomorfismo). La sua prima sedimentazione è situata nel regno di Giuda all'epoca di Salomone (secolo X).
    Tradizione elohista (E): in essa Dio è chiamato con il nome Elohim, che designa la divinità in senso generale, fino al momento in cui rivela il suo vero nome a Mosè presso il roveto ardente (Es 3,14). La sua estensione è più limitata, in quanto sono omesse le vicende delle origini e il suo contenuto è piuttosto frammentario. Dal punto di vista teologico le manca l'ampiezza universalistica di J. Il suo interesse è concentrato sull'esodo, sull'alleanza, sull'elezione e sul peccato di Israele. Lo stile è più sobrio e meno vivace di quello di J; gli antropomorfismi sono più rari e spesso Dio comunica con l'uomo per mezzo di sogni. Essa si distingue anche per la maggiore sensibilità morale e per l'attenzione al profetismo. La tradizione elohista sarebbe stata composta nel regno di Israele poco dopo la separazione da quello di Giuda (secolo IX). In seguito lo Jahwista e l’Elohista sarebbero stati fusi, fomando così un unico documento chiamato «Jehowista».
    Tradizione deuteronomica (D): essa è contenuta quasi per intero nel Deuteronomio, dove sono riportati i discorsi che Mosè avrebbe pronunziato nelle steppe di Moab prima della sua morte. La sua parte centrale consiste in una raccolta legislativa chiamata «codice deuteronomico». I suoi temi preferiti sono l'elezione, l'alleanza e il dono della terra. Il suo stile è quello di una predica partecipata e commossa, piena di esortazioni dirette e di appelli alla fedeltà e all'obbedienza a Dio.
    Questa tradizione si caratterizza soprattutto per l'insistenza sull'unicità del santuario in cui Israele è chiamato a rendere culto a Dio. Ciò fa ritenere che il Deuteronomio sia il «libro della legge» che Giosia, re di Giuda, ha rinvenuto nel tempio durante i lavori di restauro (622 a.C.): infatti il re, colpito dalle parole del libro appena rinvenuto, dà inizio a grande riforma religiosa che ha precisamente lo scopo di eliminare i santuari periferici e di concentrare tutta l'attività cultuale nel tempio di Gerusalemme (cfr. 2Re 22,1 - 23,25).
    Tradizione sacerdotale (P): questa tradizione copre tutto l'arco di storia che va dalla creazione fino alla morte di Mosè. Al suo interno assume una fisionomia specifica la «legge di santità» (Lv 17-26). Il suo stile è astratto e dottrinale, con frequenti ripetizioni e lungaggini e con precisazioni di tipo cronologico e genealogico. L'interesse di P si focalizza sul culto e sui precetti a esso collegati.
    Israele è visto come una comunità cultuale e religiosa: l'accento è posto sulla santità, alla quale devono tendere non solo i sacerdoti ma anche tutto il popolo (Lv 19,2). La tradizione sacerdotale è così chiamata perché sarebbe stata elaborata da una scuola di sacerdoti (P = preti) durante l'esilio e subito dopo di esso, quando Israele si è costituito come comunità basata sull'alleanza e sul culto (secolo V).
    Secondo l'ipotesi documentaria sarebbero stati gli esponenti della tradizione sacerdotale a fondere il materiale di cui essi stessi erano depositari con le prime due tradizioni, formando così i primi quattro libri ai quali si sarebbe aggiunto il Deuteronomio, che aveva già un'esistenza autonoma. Verso il 458 a.C. (oppure, secondo un’altra datazione, verso il 398 a.C.) il sacerdote e scriba Esdra avrebbe poi portato questi scritti a Gerusalemme promulgandoli come legge non solo religiosa ma anche civile, approvata dal re di Persia per la comunità giudaica (cfr. Esd 7).

    3. Storia delle forme e Tetrateuco

    Mentre i sostenitori della teoria documentaria si preoccupavano di definire con precisione meticolosa i documenti che stanno all'origine del Pentateuco, altri studiosi rivolgevano la loro ricerca in altrte direzioni. Alcuni hanno messo in luce lo stadio della trasmissione orale attraverso cui il materiale narrativo è passato prima di confluire in uno di tali documenti. Secondo H. Gunkel (1862-1932), «la Genesi è una raccolta di leggende», ciascuna delle quali costituiva originariamente una piccola unità autonoma, dotata di un suo genere letterario specifico; successivamente le unità originarie si sono aggregate in vario modo venendo a formare cicli più o meno ampi che infine sono confluiti nei documenti JEP. Questi perdono così gran parte della loro importanza, mentre diventa essenziale studiare l'origine e lo sviluppo delle singole unità.
    Una linea diversa è stata seguita da G. von Rad (1901-1971) il quale, dando per scontati i risultati ottenuti dai suoi predecessori, si prefigge il compito di studiare non tanto le singole unità, quanto piuttosto la forma o «genere letterario» di tutta la raccolta di libri che va dalla Genesi fino a Giosuè (Esateuco). Egli ritiene che questo complesso derivi dalla fusione di due blocchi tradizionali diversi: il primo non sarebbe altro che l'ampliamento di quello che egli chiama «piccolo credo storico» (cfr. Dt 26,5-9; 6,20-23; Gs 24,2-13), elaborato nel corso della festa di Pentecoste, che si celebrava nel santuario di Galgala; il secondo sarebbe invece da identificarsi con il racconto dell'alleanza, elaborato nel santuario di Sichem nel corso della festa dei Tabernacoli, al centro del quale vi erano le leggi concernenti il rapporto tra Dio e il suo popolo. L'autore di questa fusione sarebbe stato lo Jahwista, che per von Rad è una notevole personalità, un genio letterario e teologico dell'epoca salomonica.
    Secondo M. Noth (1948) la forma attuale delle tradizioni del Pentateuco riflette un orientamento panisraelita, che fa leva su cinque temi principali, l’uscita dall’Egitto, l’ingresso in Palestina, la promessa ai patriarchi, la marcia attraverso il deserto e il Sinai. Questi temi, originariamente indipendenti, sarebbero stati fusi fra loro e arricchiti progressivamente integrando altre tradizioni secondarie, come le piaghe d’Egitto, la Pasqua, la vicenda di Giuseppe. Queste tradizioni sarebbero state fissate per iscritto dagli autori delle fonti del Pentateuco, che vi avrebbero impresso i propri tratti caratteristici. Come si vede, questi studiosi, pur ponendo l’accento su aspetti diversi della formazione del Pentateuco, si rifanno ancora alla teoria documentaria. In questi ultimi tre decenni invece diversi studiosi hanno messo in dubbio diversi aspetti della teoria documentaria, giungendo fino alla sua negazione.

    4. Crisi della teoria documentaria

    I dubbi circa la validità della teoria documentaria sono sorti anzitutto a proposito dei testi raggruppati nella fonte E, che a molti non sembravano formare un’entità sufficientemente unitaria.
    Ma la prima critica nei suoi confronti è stata mossa da R Rendtorff (1977), il quale ha criticato von Rad, Gunkel e Noth perché hanno giustificato il passaggio dalla storia della tradizione all’ipotesi dei documenti e ha negato l’esistenza stessa della fonte J. Egli propone invece di partire dalle grandi unità, sei in tutto, contenute nel Pentateuco: storia delle origini, storia patriarcale, Mosè e l’esodo, il Sinai, la marcia nel deserto, l’ingresso nella terra promessa. Secondo lui ognuna ha un profilo storico particolare e una sua storia della trasmissione. La fusione delle grandi unità sarebbe dovuta a un lavoro redazionale posteriore.
    H.H. Schmid (1976) riconosce ancora l’esistenza della fonte J, proponendone però una datazione tardiva, durante l’esilio, e mettendo in discussione la sua natura e originalità. Sulla stessa linea M. Rose (1981) afferma che allo Jahwista va attribuita la composizione del Tetrateuco, opera che non ebbe mai un’esistenza autonoma, ma fu scritta come prologo alla storia deuteronomistica.
    Anche secondo J. Van Seters (1975, 1992) il Pentateuco sarebbe stato composto come un ampliamento della storia deuteronomistica. Un ruolo importante nella sua composizione spetterebbe allo Jahwista, il quale non si sarebbe servito di tradizioni orali né avrebbe preteso di descrivere fedelmente gli avvenimenti che racconta. Inoltre P sarebbe un’aggiunta secondaria a J e non una composizione indipendente, mentre E sarebbe un’invenzione degli esegeti moderni. E. Zenger (1995) afferma invece che il Pentateuco fu composto verso il 400 a.C. sulla base di tre blocchi preesistenti: 1) storia gerosolimitana (dai patriarchi all’esodo), un’opera presacerdotale composta verso il 690 a.C., che coincide in larga parte con lo Jehowista di Wellhausen; 2) opera sacerdotale (strato di base più le aggiunte e la legge di santità); 3) Deuteronomio. Il Pentateuco sarebbe sorto dall’impegno fra diversi gruppi, principalmente sacerdoti e proprietari terrieri laici, che costituivano la comunità giudaica postesilica.
    In contrasto con la tendenza prevalente, E. Otto (1988) dedica maggiore attenzione ai codici legali del Pentateuco e ai loro rapporti con i racconti. Secondo lui il più antico sarebbe il «codice dell’alleanza» (Es 20,24 - 25,12); esso sarebbe stato sostituito dal codice deuteronomico (Dt 12-26), che risale al secolo VII a.C. e rispecchia la riforma di Giosia; la «legge di santità» (Lv 17-26) sarebbe opera del redattore finale del Pentateuco. Successivamente il codice dell’alleanza avrebbe preso il primo posto in quanto è stato inserito, insieme al decalogo, nella pericope riguardante il Sinai ed è stato attribuito direttamente a JHWH, mentre il codice deuteronomico è stato presentato come una sua ripetizione, conferita ugualmente da Dio ma per mezzo di Mosè.
    Queste diverse ipotesi non hanno solo escluso l'esistenza della tradizione elohista, che già in precedenza era stata considerata da molti come un insieme di aggiunte a quella jahwista, ma anche hanno messo in dubbio l'affermazione secondo cui quest'ultima rappresenta un'entità organica e autonoma, con un suo stile e una sua teologia. Soprattutto è stata messa in discussione l'origine preesilica sia dell'una sia dell'altra. Non sarebbe quindi più possibile tentare di ricostruire, mediante lo studio di questi due ipotetici documenti, il pensiero e soprattutto l'esperienza religiosa dell'antico Israele.

    5. Nuove piste di ricerca

    La critica della teoria documentaria ha eliminato numerose certezze del passato, ma ha permesso di mettere in luce alcuni punti di riferimento utili per una lettura critica del Pentateuco (Cfr J.L. Ska, Introduzione alla lettura del Pentateuco, pp. 209-243). Oggi si preferisce immaginare il Pentateuco come una città più volte distrutta e ricostruita. In essa alcune case sono rimaste quasi intatte, altre sono completamente nuove, altre ancora sono costruzioni miste, nelle quali si riconoscono elementi antichi inseriti in parti completamente nuove. Stando così le cose, risulta molto difficile distinguere con esattezza le parti antiche da quelle recenti. Però è chiaro che tutti gli edifici, antichi, moderni o ristrutturati, hanno lo stesso scopo, quello di accogliere una popolazione e di rispondere alle sue varie richieste, dandole la possibilità di sopravvivere in una certa situazione.
    Anche il Pentateuco raccoglie materiale diverso che risale non a una, ma a due distruzioni e successive ricostruzioni del mondo ebraico. La prima ebbe luogo nel 721 a.C., quando l'esercito assiro si impadronì di Samaria e la distrusse, travolgendo assieme a essa tutte le sue istituzioni politiche e religiose. È ragionevole pensare che almeno in parte le sue tradizioni religiose siano state trasferite a Gerusalemme, dove sono state conservate e riutilizzate, sotto l'influsso però delle polemiche tra i due regni fratelli e nemici.
    Il secondo violento terremoto che sconvolse il mondo ebraico ebbe luogo nel 587, quando l'esercito di Nabucodonosor, dopo un lungo assedio, conquistò e distrusse la città di Gerusalemme e ne deportò la popolazione. Ciò rappresentò per i suoi abitanti un dramma terribile, perché vedevano la fine di tutto quello che avevano di più prezioso, cioè la monarchia e il tempio. Al termine dell'esilio (538) essi rientrarono in patria, dove però trovarono l'opposizione di coloro che erano rimasti nel paese; dopo molte vicissitudini, gli esuli ebbero il sopravvento e si assunsero il compito di ricostruire secondo i loro principi e le loro esigenze non solo la città di Gerusalemme e il tempio, ma anche la comunità in quanto tale.
    Il Pentateuco è il risultato di queste due distruzioni e successive riedificazioni del popolo israelitico. Esso contiene perciò materiali antichi, che mantengono il legame con il passato, ma che hanno subito un lungo processo di revisione, e materiali nuovi, ma anch’essi radicati nel passato, con i quali si cerca di rispondere alle domande del presente. In tutto il complesso si riflettono la fede, la mentalità e i costumi della comunità postesilica. Tutto dunque va interpretato alla luce degli interessi e delle preoccupazioni di questa epoca. Anche se nel Pentateuco si ritrovano testi più antichi, composti in epoche remote e in funzione di esigenze differenti, essi sono stati conservati non per se stessi, ma perché avevano un valore particolare per la comunità postesilica.
    Il materiale tradizionale che è confluito nel Pentateuco abbraccia testi narrativi e testi legali. In genere si ritiene oggi che questi ultimi siano più antici. Anzitutto si è dimostrata l'antichità del «codice dell’alleanza» (Es 20,22 - 23,19), che risale al periodo preesilico, in quanto suppone una società nella quale i capi delle famiglie estese potevano regolare i conflitti più importanti a livello locale, cioè nella piccola città o nel villaggio. È probabile inoltre che il «codice deuteronomico» (Dt 12-26), nel quale si afferma la centralizzazione del culto, rispecchi l'ultimo periodo della monarchia quando, dopo la caduta di Samaria (722 a.C.), si sente la necessità di riorganizzare lo stato giudaico per far fronte alla situazione provocato dall'invasione assira. Durante il periodo dell'esilio si sviluppa la teologia deuteronomica che, dopo il ritorno dall’esilio, dà origine al Deuoteronomio e ai libri storici da esso ispirati. La composizione dei «racconti sacerdotali», chiaramente identificabili per il loro stile e le loro idee, si situa nel periodo che fa seguito al ritorno dall'esilio. Infine durante il periodo del secondo tempio sarebbe stato elaborato il «codice di santità» (Lv 17-26), che corregge P su alcuni punti per offrire una sintesi parziale della teologia deuteronomica e di quella sacerdotale.
    In definitiva, prima dell'esilio esistevano codici legislativi e cicli narrativi, ma non «fonti» che contenessero già una storia delle origini d'Israele quali erano, secondo la teoria documentaria, le tradizioni jahwista ed elohista. È solo con la riforma deuteronomica, quando si fa strada l'idea di un solo Dio, un solo popolo, un solo tempio, che si verificano le condizioni che rendono possibile una prima sintesi storica e teologica in Israele: si deve quindi supporre che la tradizione deuteronomica abbia svolto un ruolo fondamentale nella formazione del Pentateuco, anche al di fuori del libro specifico in cui è contenuta. Il lavoro compiuto dalla scuola documentaria, anche se non serve per descrivere gli stadi attraverso cui è passata la formazione del Pentateuco, è molto utile per riscoprire i diversi strati dei testi che lo compongono.

    La liberazione dall'Egitto ha impresso nella fede e nella cultura di Israele un marchio indelebile.
    Alla luce di questo evento il popolo ha riletto poco per volta, nel corso dei secoli, tutta la sua storia e le sue stesse origini, facendone anzi il criterio interpretativo di tutto l'universo (Genesi). Le narrazioni bibliche, pur servendosi di un materiale preesistente di diversa origine, portano in sé i segni di una forte esperienza di fede; esse hanno avuto una lunga trasmissione orale prima di essere raccolte in un complesso dotato di una sua fisionomia specifica. I redattori finali hanno fuso il materiale a loro disposizione alla luce della fede che il popolo aveva elaborato lungo i secoli: la loro opera esprime lo stadio che questa fede ha raggiunto durante l'esilio e nel periodo immediatamente successivo. Tutto il racconto, sia nei suoi contenuti sia nella sua forma letteraria, esprime dunque l'autocoscienza che Israele ha sviluppato progressivamente attraverso le vicende spesso dolorose e drammatiche della sua storia.
    I metodi moderni di studio del Pentateuco aiutano a valutare in un modo più oggettivo la storicità delle notizie in esso contenute. Dal momento che il narratore finale si serve di materiale lungamente trasmesso, il cui genere letterario è spesso molto lontano da quello della storia propriamente detta, non si può utilizzare il suo racconto per ricostruire con precisione gli eventi a cui si riferisce. Tuttavia non si può escludere che anche generi letterari non direttamente storici, come l'eziologia o la leggenda, possano contenere importanti elementi storici, i quali però dovranno essere verificati con i metodi propri delle scienze storiche.
    La crisi attraverso cui è passata la ricerca riguardante la formazione del Pentateuco ha avuto l’effetto positivo di suscitare un maggiore interesse verso un altro ambito, forse più feconda, che è quello dello studio sincronico dei testi. A prescindere dalle modalità con cui si è formato, il Pentateuco ha una sua esistenza autonoma, una sua coerenza interna, un messaggio da comunicare.
    Esso perciò deve essere studiato così come si presenta, usando tutti i metodi moderni utilizzati per lo studio dei testi letterari, in modo speciale il metodo retorico e quello narrativo. La ricerca circa l’origine del materiale in esso contenuto non è escluso, ma viene presa in considerazione non in vista di teorie generali, ma per spiegare meglio il significato e il ruolo che ciascun brano riveste nel complesso letterario a cui appartiene.
    I cinque libri del Pentateuco, pur nell’eterogeneità del materiale in essi contenuto, rappresentano per i redattori un complesso unitario. La loro intenzione si manifesta in diversi modi, soprattutto mediante l’utilizzo, in punti strategici dei vari libri, di formule stereotipe che fanno da cornici, ganci letterari, riprese, inclusioni. È significativa la corrispondenza tra Genesi e Deuteronomio, le parti estreme del Pentateuco, che contengono ambedue, nel loro penultimo capitolo, una benedizione dei dodici figli di Giacobbe (cfr. Gn 49,1-28; Dt 33). Inoltre nell’ultimo discorso di Dio a Mosè si trova la ripresa quasi letterale della prima promessa fatta da Dio ad Abramo (cfr. Gn 12,7 con Dt 34,4). Tutti i libri raccontano un cammino, o una marcia di Israele, prima verso Canaan, poi verso l’Egitto e infine ancora verso Canaan, che diventa così la terra promessa. L’itinerario descritto nell’Esodo (Egitto-deserto-Sinai) è speculare a quello dei Numeri (Sinai-deserto-Moab); in ambedue si nota il tema della «mormorazione» del popolo, che in Esodo non riceve ancora una sanzione, mentre è severamente punita in Numeri, in quanto ormai l’alleanza è stata conclusa. Al centro dei cinque libri si trova la sezione sinaitica (Es 19 - Nm 10), che assume così il ruolo di cardine su cui ruota tutto il complesso. Infine al centro della tradizione sinaitica, e quindi di tutto il Pentateuco, si situa il Levitico, che descrive il culto dovuto da Israele a JHWH in forza dell’alleanza; al centro del Levitico si situa poi Lv 16, dove è descritto il rituale dell’Espiazione (Kippur), in cui si garantisce al popolo il perdono del suo Dio. Infine l’unità del Pentateuco è assicurata anche dalla centralità della figura di Mosè e dal rapporto unico che egli ha con JHWH, nonché dall’esodo, presentato in tutto il Pentateuco come l’evento fondamentale della storia di Israele.
    Dopo questa introduzione al Pentateuco, affrontiamo ora lo studio dei singoli libri, prendendo l’avvio da quelle raccolte che, al loro interno, hanno fatto da «locomotiva» che ha trainato dietro di sé altre raccolte che brillano di luce riflessa. La prima di queste raccolte trainanti è la tradizione sinaitica, quella cioè in cui è raccontata la conclusione dell’alleanza tra JHWH e Israele ai piedi del monte Sinai.



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