Lezioni di leadership
Pinchàs (Nm 25,10-30,1)
Daniel Taub

Forse il marchio che contraddistingue la leadership di Mosè non è mai avvertito con tanta intensità come quando egli consegna le redini del potere. La lettura di Nm 25,10-30,1 contiene il tragico momento in cui Dio dice a Mosè che, dopo aver guidato il popolo ebraico fino al confine con la terra di Israele, potrà vedere la terra ma non vi entrerà mai. Invece, Dio gli dice: «Vedrai [la terra] e poi ti riunirai ai tuoi antenati anche tu» (Nm 27,13).
È proprio in questo momento, quando Mosè sperimenta la sua più grande delusione, che ci dà la più grande delle sue lezioni di leadership.
Consegnando la sua autorità al suo successore, Mosè dimostra tre qualità che sono il marchio di fabbrica di ogni grande leader.
Preoccupazione per il popolo al di sopra di ogni altra cosa
Mosè, che in passato non ha esitato a dissentire e addirittura a discutere con Dio, non solleva obiezioni contro la decisione di Dio di rimpiazzarlo. Ha semplicemente un'unica richiesta: «II Signore, Dio della vita di ogni essere [...], ponga a capo di questa comunità un uomo [...] in modo che la comunità del Signore non sia come un gregge senza pastore» (Nm 27,16-17). A proposito di questa richiesta il commentatore classico Rashì osserva: «Questo è il segno di riconoscimento dei giusti: quando sono sul punto di lasciare questo mondo, mettono da parte le loro esigenze personali e si preoccupano delle esigenze della comunità».
Preoccupazione per il successo del suo sostituto
Malgrado il sentito disappunto per non potere guidare lui stesso il popolo nella sua terra, Mosè chiede a Dio di nominare un leader «che esca davanti a loro ed entri davanti a loro» (Nm 27,17). Come osserva il Midràsh, Mosè prega affinché, a differenza di quel che è successo a lui, al prossimo capo non soltanto sia permesso di iniziare il suo compito facendo uscire gli israeliti, ma che gli sia permesso anche di concludere la sua missione guidando il popolo nella terra di Israele (Bamidbar Rabbah 21,16).
Generosità nel consegnare le redini del potere
Una volta che Dio gli ha detto che i suoi stessi figli non sono degni di succedergli, Mosè passa senza alcun egoismo le redini del potere a Giosuè. I rabbi osservano che, mentre Dio dice a Mosè «imponi la tua mano su di lui [Giosuè]» (27,18), Mosè in realtà gli impone entrambe le mani (27,23). Rashì sottolinea che Mosè impone le mani a Giosuè «generosamente, in misura molto maggiore di quanto gli fosse stato ordinato».
Ancor oggi l'imposizione delle mani mostrata da Mosè, nota come semikà, è il modo in cui si conferisce l'ordinazione rabbinica e in cui l'autorità ebraica passa di generazione in generazione. Agli occhi della tradizione ebraica, i I concetto di trasmettere la leadership mediante l'imposizione delle mani è molto diverso da un semplice passaggio di autorità. Così Io descrive il Midràsh: il passaggio dell'autorità è come "svuotare un recipiente in un altro". In altri termini, l'autorità è un valore finito, e quanto più lo trasmetto, meno ne ho. L'imposizione delle mani, invece, dice il Midràsh, è un'altra cosa; è come "accendere una candela con un'altra". La vera leadership non è limitata. Quelli che noi tocchiamo con la nostra leadership non sottraggono nulla alla nostra influenza, bensì l'accrescono. Questo in effetti potrebbe essere il messaggio più grande di Mosè ai capi, a ogni livello della società. L'autorità può essere finita, ma la vera leadership è senza fine.















































