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    «Il mio giogo

    è leggero»

    Pietro Citati

    In quel tempo Gesù rispondendo disse: «Io ti glorifico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così piacque al tuo cospetto. Ogni cosa mi è stata rivelata dal Padre mio. E nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e gravati, e io vi ristorerò. Prendete su voi il mio giogo, e imparate da me, poiché io sono mite e umile di cuore. E troverete ristoro per le vostre anime. Poiché il mio giogo è soave e il mio peso è leggero» (Mt 11,25-30).
    Il passo del Vangelo di Matteo comincia con una nota solenne: «Io ti glorifico, Padre, Signore del cielo e della terra»: vale a dire, io confesso il mio peccato, e insieme ti lodo, ti ringrazio, ti esalto, invoco il tuo nome, professo la mia fede in te, ti prometto solennemente come tu mi prometti. In queste parole risuona l'eco di un passo del Libro etiopico di Enoch: «In quel giorno, tutti ad una voce cominceremo a lodare, esaltare, glorificare, magnificare nello spirito della fede, della sapienza, della misericordia, della giustizia, della pace e della bontà, e tutti quanti diranno con una sola voce: "Lodatelo, e il nome del Signore degli spiriti sia glorificato per ogni eternità"». Questa solenne glorificazione promette, a tutti quanti confessano che Gesù è il Signore, la salvezza alla fine dei tempi.
    Perché il lettore di Matteo glorifica Dio con queste parole solenni? La spiegazione potrebbe essere molto semplice: egli glorifica Dio perché ha creato l'universo, o perché è buono, o perché ci soccorre, o perché ci ama. In realtà, il testo dice tutt'altro: Dio ha nascosto qualcosa (che per ora resta indeterminato) agli uni e lo ha rivelato agli altri. Se ci chiediamo chi sono gli uni, penetriamo di colpo nel cuore del paradosso cristiano. Gli uni, ai quali la rivelazione viene nascosta, sono i sapienti e gli intelligenti, cioè i maestri professionali di sapienza e di cultura, che specialmente l'ebraismo ha tanto esaltato, e tutti i sapienti e gli intelligenti che nei secoli cristiani educheranno i popoli e i re, e pretenderanno di conoscere, essi soli, il vero segreto della realtà e della verità. San Paolo insiste con grandioso estremismo: «Disperderò la sapienza dei sapienti e renderò vana l'intelligenza degli intelligenti», sviluppando un passo di Isaia. Con queste parole, la storia del mondo è rovesciata: la luce non illumina più chi dovrebbe diffonderla e riceverla in tutto il mondo. Né sapienti né intelligenti: il cristianesimo ha sempre avuto scarsa tenerezza per loro, se non ricevono dal cielo un altro dono.
    A chi va dunque la rivelazione? Con immenso scandalo del mondo greco-latino, Gesù risponde: ai nepioi. Nel greco classico nepioi significa: i bambini, i figli, i cuccioli degli animali, gli indifesi, gli stolti, gli inesperti, coloro che mancano di discernimento e non comprendono né la realtà né la volontà degli dèi né i segni del destino. Tutto cambia con Isaia, i salmi e gli scritti di Qumrà'n: nepios è il pio che sta sotto la protezione di Dio, il quale dona sapienza ai semplici, li protegge, li difende e concede loro la luce della rivelazione. Dopo la distruzione del Tempio, un Rabbi disse: «Dal giorno in cui fu distrutto il tempio, la profezia venne tolta ai profeti e data ai folli e ai bambini». Il vero nepios è sopratutto Gesù, che ci ha fatto conoscere quel Dio che nessuno aveva mai visto, e ha scorto tutti i misteri della natura e della storia e i cuori degli uomini, che prima di lui restavano avvolti dalla tenebra. Così il rovesciamento è compiuto: la vera filosofia sta al di sopra della filosofia razionale; la condizione di nepios, lo spirito di innocenza e di umiltà, che ai nostri occhi sembra insignificante, contiene una saggezza profondissima e ineffabile, alla quale la sapienza tecnica degli intelligenti non si potrà mai adeguare.
    Non sappiamo ancora, fino a questo momento, quale sarà il contenuto della rivelazione, indicato con un generico «queste cose». Sappiamo soltanto che tutto ci sarà rivelato, perché, come dice un altro passo di Matteo, «non c'è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né nulla di occulto che non sarà conosciuto». Se Eraclito aveva detto che dio non dice apertamente né nasconde, ma accenna, Matteo parla di rivelazione piena e completa, che ci viene offerta già in questo momento, quando il percorso di Gesù non è ancora compiuto, e noi non conosciamo le verità della fine dei tempi.
    Il Vangelo procede ora per paradossi e capovolgimenti, ora per riprese. Qui abbiamo una ripresa. Il contenuto del- la rivelazione annunciata è una nuova rivelazione, promulgata in una grande formula. Noi, dunque, possediamo la conoscenza del Padre, ottenuta esclusivamente attraverso la mediazione del Figlio; e la conoscenza del Figlio, ottenuta esclusivamente attraverso la mediazione del Padre. C'è una corrispondenza perfetta tra le due conoscenze, che si sommano in una sola: «queste cose» sono il mistero di Dio, nel quale sono nascosti tutti i misteri della sapienza. E non basta. C'è un'ulteriore rivelazione: perché il Figlio vuole confidare a coloro che egli ha scelto (non sappiamo chi) il cuore del suo messaggio, cioè la corrispondenza per- fetta tra il Padre e il Figlio, nella quale ogni figura è specchio perfetto dell'altra.
    Gli uomini, che in questo momento stanno ascoltando la rivelazione, subiscono tutti un giogo e sono «affaticati e gravati». Il giogo è, in prima linea, quello di Dio: il giogo della sapienza, dei cieli, del Santo, della Torà, dei comandamenti, della penitenza, che il fedele deve a ogni costo accollarsi. Ma ci sono altri gioghi: quello della sapienza rabbinica, che viene applicato alla vita quotidiana e diventa onerosissimo: quello delle nostre passioni regolate o sregolate, delle nostre fantasticherie e dei nostri pensieri, di cui noi stessi ci graviamo; tutto quel peso intollerabile che è l'esistenza di ogni essere umano, condotta di giorno in giorno, passo dopo passo, sotto una cappa che ci affatica, ci grava, ci spossa, ci sfinisce, ci esaurisce.
    Non possiamo pretendere che quello di Gesù non sia un giogo né un peso: Gesù stesso non lo pretende; per sua natura, ogni religione è un giogo e un peso, che l'anima irradia intorno a sé. La differenza tra le altre religioni e quella annunciata da Gesù è che il giogo cristiano è dolce, soave e che il suo peso è lievissimo e imponderabile; tanto che non sembra gravare né affaticare, e noi finiamo per non avvertirlo. C'è una sola religione così lieve: quella taoista, che muta come la nuvola, la pioggia, l'arcobaleno; ed ama la cedevolezza, la molteplicità, la flessibilità, le contraddizioni, e sopratutto il vuoto che attraversa e colma le cose, quasi fossero diafane e tenui come l'aria.
    Con una breve escursione, il discorso ritorna a Gesù. «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» È l'unica volta nei Vangeli che Gesù dice: «Imparate da me»; perché egli, che è il Modello, rifugge dal presentarsi come modello. Qui c'è la parola fondamentale del nostro passo, e forse di tutti i Vangeli, e forse di tutto il cristianesimo: «Sono umile di cuore» dice Gesù. Nella grecità classica, tapeinos significa: misero, insignificante, basso, debole, umile, povero. Con i salmi e la traduzione dei Settanta, comincia il rovesciamento del significato. «Il Signore protegge i piccoli: ero umiliato, ed egli mi ha salvato.» Gli adepti di Qumràn si definiscono: i poveri, gli umili. I rabbini sanno che Dio esalta chi si umilia, ed umilia chi si esalta, anticipando la frase dei Vangeli: «Chi si innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato»: frase che ricorre tre volte. Rabbi Hillel dice stupendamente: «La mia umiliazione è la mia esaltazione, e la mia esaltazione è la mia umiliazione».
    Infine giungiamo al capovolgimento assoluto. Non è più l'uomo che si umilia, o che viene umiliato: ma Gesù che umilia sé stesso, assumendo il corpo di un uomo, sia pure quello di un nepios, accettando di salire con questo corpo sulla croce, come scandalo e follia per gli uomini e per l'universo, e vivendo secondo umiltà (e mitezza e mansuetudine) nei suoi pochi anni di vita. Tutto è mutato: le parole, i simboli e i valori si sono trasformati; con il suo tocco lieve, Matteo, che a nome di Gesù aveva già annunciato: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli», dice con la voce profondissima di Gesù: «Io sono umile di cuore».
    L'ultima parola di questa figura mite e umile, che proprio per questo ascende sul culmine della storia, è anapausis: cessazione, tregua, riposo, pace, ristoro, quiete. Non è una parola nuova, perché già i testi sapienziali, apocalittici e gnostici avevano annunciato il ristoro delle anime affaticate e gravate. Ma questa volta anapausis è incommensurabile: suppone una quiete dell'anima così intima e profonda come non era mai stata conosciuta, perché tutti i pensieri, le sensazioni, le passioni, le inquietudini, le beatitudini, le sofferenze, i pesi e i gioghi sono caduti, lasciando l'anima vuota e pura; e poi la quiete si estende lontano, sempre più lontano, come dice san Paolo, nel riposo infinito dell'eone futuro.

    (Fonte: Sogni antichi e moderni, Mondadori 2016, pp. 43-47)



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