Trasformare il passato
nel futuro
Sheminì (Lv 9,1-11,47)
Daniel Taub

Il passo di Lv 9,1-11,47 è meglio noto per la tragedia che colpisce i due figli di Aronne, Nadab e Abiu. Evidentemente sopraffatti dal privilegio di servire nel tabernacolo, portano di persona una strana offerta e ad essere consumati dal fuoco sono proprio loro. La tragedia si colloca al centro della lettura. Ma agli occhi dei rabbi l'imminente tragedia è prefigurata proprio all'inizio, nella primissima parola, vayehì ("E avvenne").
Il Talmùd (trattato Megillàh 10b, 'or hachayyìm 9,1) osserva che la parola vayehì ("E avvenne") compare quasi sempre nella Bibbia come preludio a tribolazioni e disastri. Per contrasto, vehayàh ("E avverrà") introduce invariabilmente un periodo di speranza e prosperità. Rabbi Zvi Yehuda Kook suggerisce che questo strano fenomeno si può spiegare con un'inconsueta regola grammaticale. Entrambe le parole vayehì e vehayàh usano un'insolita congiunzione ebraica detta vaw inversivo (hahi - puch), un prefisso che modifica i verbi dal tempo passato al futuro, e dal futuro al passato.
Così yehì significa "accadrà", mentre vayehì significa "e accadde". Per contro, il termine ha - yàh significa "fu", mentre vehayàh significa "sarà", al futuro.
Come suggerisce Kook, in questa oscura regola grammaticale risiede un indizio sull'atteggiamento ebraico nei confronti del tempo e della tradizione. Il nostro scopo deve essere di prendere il passato, la nostra eredità e la nostra tradizione, e trasformarlo in un futuro vivo. Quando lo facciamo, abbiamo un'indicazione certa che il futuro è promettente. Quando invece facciamo il contrario e seppelliamo le nostre speranze nel futuro sotto le macerie del passato, allora seguirà di certo una tragedia.
Un esempio toccante dell'approccio del ve - hayàh è la cerimonia della notte di Pasqua. Questa drammatica rappresentazione di un evento della storia antica sembra, alla luce di ciò, un esempio di come il presente si volga nel passato. Ma in realtà la notte di Pasqua guarda avanti. Torniamo indietro nella storia per ricordare a noi stessi come siamo in realtà ancora in viaggio verso il futuro e il punto culminante della riproposizione non è il passato, ma il futuro: l'anno prossimo a Gerusalemme!















































