L’annuncio del Vangelo
in un contesto
secolarizzato
Christoph Theobald
L’istruzione apostolica di Papa Francesco ci conduce al centro del Vangelo, e cioè a conoscere la «gioia» che proviene dall’incontro di Gesù: Evangelii Gaudium (n. 1). Questo centro è spesso «coperto» da molti aspetti secondi o secondari del cristianesimo che ci impediscono di gioire e di rendere accessibile questa gioia in un mondo che si è profondamente trasformato nel corso degli ultimi 40 anni; mondo che chiamiamo talvolta secolarizzato, mondo dal quale Dio si è apparentemente assentato. Nel percorso che vi propongo stasera, vorrei portarvi sia al centro del Vangelo sia al nostro contesto attuale, perché penso - e vorrei convincere noi tutti - che il Vangelo non ci allontana dalla nostra vita quotidiana e dalla società in cui viviamo, ma ci porta ad essa, rispondendo alle aspirazioni più profonde dei nostri contemporanei.
Ma che cos’è il Vangelo? Questa è la prima domanda - domanda di base - alla quale cercherò di rispondere. Per chi è ? sarà la seconda domanda che affronterò; domanda che mi condurrà direttamente al nostro contesto secolarizzato. Vorrei quindi concludere - senza dilungarmi troppo - con una riflessione pastorale su alcune condizioni indispensabili per un annuncio del Vangelo «adattato» al nostro oggi.
IL VANGELO
1 Che cos’è il Vangelo? Un semplice sguardo all’etimologia della parola ci mostra la sua forza umana e spirituale. «Vangelo» = eu-aggélion è composto da due parole: il Vangelo è una notizia (aggélion) che è assolutamente nuova, ogni volta che la si ascolta veramente.
Che notizia? È una notizia di bontà radicale (eu-) sempre nuova. Pensiamo al primo racconto della creazione (Genesi 1–2,3) - che come «proto-Vangelo» - riporta sin dall’inizio del mondo questa buona notizia: «E Dio vide che la luce era buona... E Dio vide tutto quello che aveva fatto. Ecco, era molto buono!»
Ammiriamo l’estrema semplicità di ciò che ci è così proposto, di ciò che ci è dato da intendere: il Vangelo come «notizia» di bontà radicale sempre nuova. Altre parole possono allora alternarsi: Gesù annuncia talvolta il Vangelo sotto forma di «bene-dizione», o anche di una dichiarazione: «Beati!», «Beati i poveri di spirito...», «Beato sei tu...», senza timore di ripetere queste parole, in questa o quella specifica situazione.
E aggiungo ancora: la parola greca aggélion fa intendere un’altra parola: Angelos = angelo o inviato di una buona notizia. Questa parola ci richiama quello che è successo sotto le querce di Mamre (Genesi 18 e 19): sedutosi davanti alla sua tenda, Abramo accoglie il Signore stesso, mentre il testo ci parla di tre uomini o di tre angeli; egli prepara loro un pasto e riceve la buona notizia della fecondità di Sara, rimasta nella sua tenda; colei che era sterile, darà alla luce un figlio; sentendo questa notizia, lei ride incredula; riderà una seconda volta quando avrà Isacco sulle sue ginocchia. «Non dimenticate l’ospitalità, - leggiamo nella Lettera agli Ebrei - perché grazie ad essa, certi, inconsapevolmente, hanno accolto degli angeli» (Eb 13, 2 ).
Ciò che è successo ad Abramo e Sara, infatti, può accadere anche a noi. Questi passaggi dell’inizio e della fine della Bibbia ci indicano già l’ospitalità come luogo dell’annuncio e dell’ascolto del Vangelo; ci tornerò in seguito.
2. Diversi aspetti di questo Vangelo meritano di essere spiegati.
In primo luogo dobbiamo riconoscere che questa notizia di bontà non è affatto evidente da sé; lo stato del nostro pianeta e il male che, in tutte le sue forme, imperversa nella nostra storia e nelle nostre vite, sembrano smentirla ogni giorno.
Il male in tutte le sue forme: 1. la mal-attia (là dove spontaneamente ci si aspetta un corpo sano, un male si insinua ), 2. la mala-sorte (un evento infelice che «accade» nel momento in cui meno ce l’aspettiamo); 3. la male-volenza, la mal-dicenza, ecc. (male che gli uomini infliggono gli uni agli altri).
Il Vangelo è dunque una notizia esorbitante, solo Colui che chiamiamo «Dio» può esserne garante. Questo è il motivo per cui il Nuovo Testamento collega questa notizia sempre a «Dio»: il Vangelo non può che essere «di Dio» (Mc 1,14); formula che si potrebbe anche tradurre parlando di «Dio» come Notizia di bontà inaudita. In una società dove la parola «Dio» è abusata e spesso sinonimo di violenza - Martin Buber diceva che è «la parola più insanguinata della nostra storia» - è della massima importanza non usarla mai al di fuori del suo legame con il Vangelo.
Un secondo aspetto implicato in questa notizia è la sua universalità: tra i molteplici messaggi di «bontà» che circolano tra i pochi fortunati della Terra da quando l’uomo esiste, solo l’annuncio che tutti sono coinvolti da essa ne fa veramente una novità assoluta. Mi si obietterà probabilmente che la parola «Dio», così variamente utilizzata dagli esseri umani e vituperata da alcuni in quanto troppo carica di connotazioni inaccettabili, non può più essere considerata universale.
Questo è corretto. Ma ogni essere umano vive giorno per giorno, come se la sua vita fosse degna di essere vissuta, come se almeno essa fosse degna di essere perseguita. Non riserva essa forse delle sorprese, e non solo negative? Nessuno infatti può avanzare nella vita senza il desiderio di farla riuscire, anche se non è in grado di dire con precisione e una volta per tutte che cosa voglia dire «riuscire» per lui: la sua vita ed è come calamitata da una «notizia di bontà», che lo porta sempre più lontano. E ciò è sufficiente, che si usi o no la parola «Dio». È come dire che non c’è vita umana senza questa «fede» molto semplice che dà un significato positivo alla vita.
Questo è precisamente il terzo aspetto incluso nel Vangelo, ormai inteso nel senso più elementare del termine come notizia di bontà nascosta in ogni vita. Questa «fede», universale come si è appena detto, e che è un modo di affrontare ciò che nell’esistenza umana non va da sé, non deve essere confuso con la fede cristiana; ritornerò tra qualche istante a ciò che fa la specificità dell’immagine cristiana della fede. Diverse espressioni possono designare questa «fede» universale ed elementare: la vita ci chiama a «fare credito» alla vita; occorre «coraggio» per andare avanti; io devo «scommettere» che essa «mantiene la promessa» senza che io possa mai fissarne i contorni; formula quasi biblica che viene in mente quando la nascita di un figlio suscita l’inevitabile domanda: «che cosa diventerà?». Come tutti noi, egli dovrà affrontare l’unico «problema» della sua vita che è quello di riconciliarsi con il semplice fatto di esistere, senza averlo scelto: l’essere umano è radicalmente incompleto quando nasce e lo resta per tutto il corso della sua esistenza. Questa incompiutezza costitutiva fa appello alla sua capacità di aver fiducia nella vita e di sceglierla. Ma deve passare ogni volta una «soglia» quando lascia che la paura di fronte all’ignoto ceda il posto al semplice coraggio di andare avanti. Sappiamo che ci sono momenti in cui tutto va bene e continuiamo il nostro viaggio su questo slancio, ma ce ne sono altri in cui questa fiducia che crede nella vita è da «riattivare».
La «fede» è infatti un atto assolutamente necessario per vivere giorno per giorno e tuttavia per nulla garantito: nessuno può farlo al posto di un altro. Si tocca qui il paradosso più fondamentale della vita e di ciò che può essere chiamata la sua struttura evangelica: siamo realmente generati ad avere fiducia, a fidarci, grazie ad altri che ci hanno dato fiducia, senza tuttavia che la responsabilità della nostra propria decisione di credere o di non credere nella vita possa esserci tolta. Certamente, una parola esterna, la parola dei genitori o la parola di un «traghettatore» è assolutamente necessaria per accedere a questa «fede», ma a che cosa servirebbe una tale parola se essa non riuscisse a convincermi. Non devo forse sentirmi sussurrare a me stesso: sì, è vero, la vita è degna di essere vissuta, ci credo.
In definitiva, vivere e credere nella bontà della vita sono la stessa cosa. La trasmissione o la generazione della vita è il segno più manifesto di questa «fede» e creare una nuova vita implica che si susciti in essa stessa il «credito» fatto alla vita che, in sé, rimane non trasmissibile. Tutte le società intraprendono questo compito con l’iniziazione e con l’istruzione.
Apparentemente mi sono allontanato dal Vangelo, così come lo capiamo spontaneamente in regime cristiano. Ma spero che ora voi possiate meglio percepire la presenza nascosta di questa notizia di bontà radicale in ogni vita (la sua universalità), il fatto che essa non vada affatto da sé (la sua inevidenza) - a causa del male nel mondo - e che essa debba dunque ricorrere alla «fede» elementare, sempre individuale, dell’essere umano. Ma voi mi obietterete, se il Vangelo è già presente in ogni vita, perché annunciarlo ancora? È ciò che vedremo ora chiedendoci in modo più preciso a chi è diretto l’annuncio.
PER CHI...?
1. Ritorniamo alla trasmissione o generazione della vita: credere nella bontà della vita è possibile solo se questa bontà è resa effettivamente presente dai genitori, da coloro che li sostituiscono o ancora, nel corso dell’intera vita, da questo o quel «traghettatore» che aiuta ad attraversare momenti difficili in cui la «fede» nella vita rischia di sprofondare. La vita e la generazione della vita sono impossibili senza questi «traghettatori», donne e uomini di ogni genere che con la loro presenza e con la loro parola suscitano, se non addirittura «resuscitano» la «fede» elementare di un altro, pur sapendo che essi non possono mai fare questo atto al suo posto: «Figlia mia, figlio mio, è la tua fede che ti ha salvato!». Ora, chi non percepisce l’importanza vitale della credibilità di colui che rischia una tale parola! Come credere nella vita se chi ci ha generato l’ha fatto in modo interessato, mescolando alla vita, senza saperlo, troppi messaggi di morte, facendoci un regalo avvelenato? La Bibbia è terribilmente realista quando racconta il susseguirsi delle generazioni, ma anche ci sorprende con questo angelo (Genesi 18,1ss.) o con tale traghettatore di una notizia di bontà radicale che riorienta la vita nella giusta direzione. Il Messia, Gesù di Nazareth emerge da questa storia. La sua credibilità assoluta e quella della Notizia che egli annuncia dipendono da tre aspetti della sua esistenza interamente votata a creare uno spazio d’ospitalità senza esclusione tra i suoi contemporanei.
2. Ciò che in primo luogo si manifesta è l’«autorità» (Mc 1,21.27, ecc. e parall.) di colui che brilla con la sua semplice presenza, perché in lui pensieri, parole ed azioni sono assolutamente coerenti in una sorta di semplicità di coscienza immediatamente accessibile agli altri: Gesù dice quello che pensa e fa quello che dice, niente di più, niente di meno.
Se lui riesce a comunicare ciò che vive in lui - la sua semplicità e la sua «salute», si potrebbe dire - a colui che si presenta sulla sua strada, egli è anche in grado di imparare da quest’altro ciò che egli stesso è e ciò che «può» fare (cfr. ad esempio Mc 1 40ss; 5,30; 6,34; 7, 29; ecc., e parall.). Questo è un secondo indice di credibilità. Di episodio in episodio, i racconti evangelici mostrano così la distanza stupefacente del Nazareno rispetto alla propria esistenza. Parlando di un altro - del «Figlio dell’uomo», per esempio, del «Seminatore», o ancora del «padrone di casa» - quando si tratta di parlare di se stesso, egli rinvia costantemente la questione della sua identità, rifiutando di fissarla prematuramente (cfr. Mc 1,24ss, ecc.). Egli crea in tal modo uno spazio «ospitale» di libertà intorno a lui: comunicando, con la sua semplice presenza, una prossimità benefica a quelli e a quelle che lo incontrano, egli percepisce ciò che è nascosto in loro: «la fede» nella vita che aspetta solo di essere svegliata in tale o tal’ altra situazione limite.
Abbiamo già capito che vivere e credere nella bontà della vita sono una sola cosa; Gesù si pone dal lato più fragile della generazione alla vita che è rappresentato dalla «fede».
Più termini possono designare ciò che egli è e ciò che egli comunica: «presenza di Vangelo», sottolinea la correlazione tra ciò che egli annuncia e il suo modo di essere; «traghettatore di Vangelo», insiste sulla propria riservatezza e su ciò che suscita negli altri. Riservatezza di fronte agli altri e libertà rispetto a se stesso si mantengono anche in casi estremi, quando l’altro che viene davanti a Gesù si rivela essere un avversario o un nemico, o - quel che è peggio - un intimo che si trasforma in traditore: «colui che intinge il suo boccone con me nel piatto, è colui che alza il suo calcagno contro di me». Il maestro è libero in relazione alla sua propria vita e la dona agli altri: «La mia vita, nessuno me la prende, sono io che la dono...».
Un terzo indice di credibilità è implicito in quello che è appena stato detto, Gesù non si attribuisce mai la capacità di convincere dall’esterno i suoi interlocutori riguardo ai meriti della notizia di bontà. Al contrario, egli risveglia ciò che già vive nel loro cuore o nella loro coscienza, la «fede», della quale egli così riconosce che ha la sua origine «altrove». È qui finalmente che il nome di Dio emerge in verità: è Colui che è caratterizzato dalle parole «bontà» e «notizia», è Colui che vuole che il Vangelo esca dalla bocca di un uomo - Gesù - e, contemporaneamente, dall’interno di ciascuna delle nostre vite; è il «Padre». Il Vangelo non può essere che «di Dio». Lui solo può esserne il garante come si è detto sin dall’inizio, perché il Vangelo è sproporzionato a quello che può portare un uomo, perché esso è per tutti ed è consegnato alla «fede» assolutamente singolare di ciascuno.
Ancora i seguaci di Cristo riconoscono che il loro maestro è tutt’uno con la Buona Notizia, egli è il Vangelo di Dio per loro. Perché? Grazie alla sua credibilità assoluta e perché egli stesso non se ne attribuisce mai l’origine, ma rinvia i suoi a Dio e alla «fede» di «chiunque» nella vita.
Capite ora perché dobbiamo predicare il Vangelo di Dio e renderlo presente, perché non è sufficiente constatare che esso sonnecchia già in ogni vita umana ? Certo, il Vangelo è presente nell’umanità sotto forma di molteplici aspirazioni religiose o meno, e in queste «scommesse», spesso sciocche, che consistono nel credere che la vita umana stia mantenendo la sua promessa. Ma questa presenza più o meno nascosta è costantemente ostacolata da cattive notizie e screditata dal potere del male. Fin dall’inizio del genere umano, il Vangelo aspetta di essere finalmente reso credibile. Deve dunque essere annunciato per essere credibile; meglio: proclamare il Vangelo è renderlo credibile. E poiché Gesù è un corpo solo con questa Notizia di bontà radicale, sempre nuova, egli è l’unica credibilità del Vangelo di Dio. Noi non possiamo annunciare questa Notizia e renderla credibile, senza riferirci costantemente a Lui, senza mostrarLo all’umanità facendolo vivere in mezzo ad essa; senza dimenticare del resto di confessare la nostra mancanza di credibilità e le nostre incoerenze.
3. Con queste ultime osservazioni, rispondo anche alla questione dei destinatari del Vangelo: «Per chi è?».
Esso è assolutamente per tutti; per «chiunque». E se ora apriamo i racconti evangelici, scopriamo ben presto la priorità che Gesù dà alla «figura» del «chiunque», e cioè a tutti quelli e a tutte quelle che, come il paralitico portato su un lettino da quattro portatori, come la donna emorroissa o ancora la donna siro-fenicia, non diventano suoi discepoli, ma tuttavia sono beneficiari della sua presenza assolutamente credibile e della sua parola: «Figlio mio, figlia mia, la tua fede ti ha salvato».
Tutto lascia credere che Gesù estende l’ospitalità del Vangelo, proprio a quelle e a quelli per i quali l’accesso a una fede elementare è difficile, perché la vita non li ha beneficiati: i poveri, gli storpi, i ciechi, i lebbrosi, i malati; ma anche i diseredati, gli esclusi dalla società, ecc. Come ho detto sopra, Gesù si pone sul lato più fragile della generazione alla vita che è la «fede» nella vita, in particolare la «fede» di quelle e quelli che hanno più difficoltà a «credere» che la vita sia degna di essere vissuta. Avete mai riflettuto sul fatto che Gesù ha iniziato il suo ministero in Galilea con delle «guarigioni»? «Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nel Vangelo».
Se fin dall’inizio Cristo chiama anche dei discepoli, invitandoli a seguirlo, e se sceglie più tardi i «Dodici» non è per farli diventare dei «cristiani» per se stessi ma perché essi entrino nel suo desiderio di annunciare il Vangelo, di renderlo presente e soprattutto di scoprirlo già all’opera tra i più poveri, di suscitare la loro «fede», ma soprattutto di lasciarsi meravigliare da questa, come fece Gesù nel suo incontro con il centurione: «Mai in Israele ho trovato una fede così grande!». Ma i discepoli fanno fatica ad entrare in questa prospettiva; è particolarmente Marco che mostra la loro difficoltà a capire. E molto più tardi, nel cristianesimo, si è perfino dimenticata questa figura del «chiunque», così presente nei racconti evangelici. Ora si distinguono i discepoli-laici e gli apostoli del clero, i primi sono i destinatari passivi del Vangelo in Europa, i secondi i responsabili del suo annuncio; e si lascia ai missionari, in particolare a partire dal XVI secolo, il compito di occuparsi dell’annuncio del Vangelo ai popoli di altri continenti.
Ma al giorno d’oggi «chiunque» è diventato la maggioranza in Europa: è di nuovo lui che è il primo destinatario del Vangelo.
E noi, siamo forse noi i «discepoli-missionari» - termine sottolineato da Papa Francesco (Evangelii Gaudium, n 24, 40, ecc.) - desideroso di rendere presente il Vangelo e desiderabile da «chiunque»? Questa domanda ora mi porta direttamente al nostro contesto secolarizzato.
OGGI, IN UNA SOCIETÀ SECOLARIZZATA
Il termine «secolarizzazione» o «secolarismo» designa senza dubbio una caratteristica importante delle società europee: tutto accade come se Dio fosse assente, lasciandoci ai nostri affari, rimanendo appena «presente» nella sfera privata delle nostre convinzioni e delle nostre coscienze.
Per quanto giusta sia questa descrizione - almeno tendenzialmente e a seconda dei paesi - essa si rivela insufficiente per descrivere la nostra situazione culturale, poiché non tiene conto della vita quotidiana dei nostri cittadini. Il sistema europeo di valori è organizzato da una quarantina d’anni intorno all’«auto-realizzazione». L’obiettivo centrale delle nostre esistenze è certamente attraversato da un’acuta consapevolezza dell’onnipresenza del rischio (cibo, rischio ambientale, fragilità delle relazioni, solitudine, ecc.) e dal sentimento spesso frustrante che ognuno di noi è esposto al compito di essere se stesso come ad un imperativo sociale da affrontare da solo. Ma per la maggior parte dei nostri contemporanei questa insoddisfazione strutturale intramondana e legata ai limiti della vita non rappresenta più un’«apertura» alla trascendenza o alla «vita eterna» nel senso cristiano del termine, che in passato dava ad alcune delle nostre decisioni e delle nostre relazioni e a ciascuna delle nostre esistenze un peso unico, decisivo e definitivo.
L’ethos di una buona parte di coloro che incontriamo è invece in procinto di instaurare un legame tra, da un lato, il provvisorio che pervade progressivamente tutti gli ambiti della loro vita e lancia costantemente nuovi bisogni, e d’altro lato, rappresentazioni del mondo - come per esempio la reincarnazione - che prolungano questo provvisorio all’indefinito. La vita non è più vissuta come un tutto, ma come una serie di episodi, ognuno avente valore per se stesso e focalizzando su se stesso tutto l’interesse, lontano dalle fondamentali strutture della società e delle società.
Sul versante sociale e politico, l’ipertrofia del valore dell’«autorealizzazione» e l’accentuazione del «provvisorio» provocano, a medio o lungo termine, la disgregazione di tutti i nostri legami sociali e politici. Chi non osserva la drammatica perdita di credibilità di gran parte dei nostri uomini politici o altri, che conduce verso una crisi della «politica» stessa! E se il «legame» tra tutti e il bene comune non è più «simboleggiato» e gestito in maniera credibile, ogni individuo, ogni gruppo o parte della società cerca di uscirne da solo, sacrificando in primis gli emarginati e i più vulnerabili.
Così ci si è gradualmente allontanati dall’umanesimo occidentale, quale lo si trova nella Gaudium et Spes: un umanesimo sensibile alle sfide della libertà e della morale e alle istanze limite come quelle della morte, che le fondano; un umanesimo dispiegato nelle sue grandi strutture normative sul piano coniugale e parentale, culturale, economico e sociale, politico e internazionale, senza che la disarticolazione di questi diversi livelli e l’interesse per la dimensione episodica, il provvisorio, il quotidiano o anche l’esistenza elementare siano percepiti. È questa visione dell’uomo e del mondo, che dovrebbe funzionare come preliminare all’esposizione della fede cristiana, che sta scomparendo, avendone prolungato l’ esistenza per un certo tempo senza essere «nutrita» dalla fede cristiana stessa.
In termini tecnici, questa sparizione e i suoi effetti sulla Chiesa e l’annuncio del Vangelo si chiama «exculturazione». Tutto avviene come se il «tessuto cattolico» della cultura laica stia cominciando a sciogliersi, togliendo al kerygma cristiano la sua base umana e producendo la sgradevole impressione che egli non raggiunga più l’«umano» in noi. Gli aspetti anti-culturali del cattolicesimo rischiano allora di rafforzarsi, per non parlare dei riflessi settari o comunitari che minacciano anche noi.
A prima vista, le condizioni per considerare il presente di queste nostre società secolarizzate come «tempo favorevole» sono dunque sempre meno soddisfatte. Mi sembra tuttavia che il cambiamento culturale che ho appena descritto a grandi linee, la voglia di vivere e la ricerca di una qualità di vita che si celano dietro il valore dell’«auto-realizzazione», il richiamo ad attori credibile a tutti i livelli della società siano come delle «fratture» attraverso le quali il nostro annuncio del vangelo di Dio possa farsi strada. È ciò che mi resta ora da dimostrare in un’ultima parte ritornando al Vangelo stesso e alle condizioni del suo annuncio e del suo ascolto, così come la storia biblica le espone. Ricordate la tesi iniziale del mio intervento: andare al centro del Vangelo non ci allontana dalla nostra vita quotidiana e dalla società in cui viviamo, ma ci porta ad esse.
ALCUNE CONDIZIONI PER UN ANNUNCIO «ADATTATO»
Le riflessioni pastorali che ora vi propongo, vertono sulle condizioni di un annuncio «adattato» alla situazione culturale e spirituale che ho appena descritto e sul «come» dell’annuncio o su «un modo di procedere».
1.La prima condizione è la «prossimità». Se il Vangelo è dormiente in ogni essere umano, il risveglio non può essere fatto a distanza, ma richiede una vera e propria «presenza», una «presenza di Vangelo», altrimenti il rischio è grande che la Notizia di una bontà radicale, Notizia sempre nuova, si trasformi surrettiziamente in ideologia, in messaggio che bisogna conoscere, in codice di accesso o carta di partito, mentre dovrebbe farsi presente in modo imprevisto nei nostri incontri alla porta di un casa, sulla strada per la scuola o al mercato, ecc.
«Presenza»! È necessario misurare il doppio significato della parola: essere «presente» a qualcuno qui e ora, non è cosa automatica , perché possiamo essere fisicamente presenti, ma essere altrove con i nostri pensieri e interessi; essere realmente presente è dunque un «presente», cioè un regalo, un dono; il dono più prezioso che possiamo dare ad un altro è la nostra presenza attenta e discreta...
In questo senso, dovremmo poter dire che la Chiesa vuole essere, per vocazione, come un «luogo » di presenza di Vangelo, un luogo «ospitale», come abbiamo già capito all’inizio del nostro percorso. A condizione però che «l’ospite» che accogliamo gratuitamente a casa possa diventare «il padrone di casa» che ci accoglie e ci evangelizza, «l’angelo» che abbiamo ricevuto, secondo le indicazioni della Lettera agli Ebrei. È notevole in effetti che in quasi tutte le lingue europee, il termine «ospite» indichi le due posizioni all’interno dell’ospitalità: la posizione di colui che è accolto e la posizione di colui che accoglie. L’inversione di un’ospitalità riuscita è in questo modo ben sottolineata: basta rileggere alcuni episodi del Vangelo secondo Luca, per esempio quello che racconta l’intrusione di una donna al momento del pasto in casa di Simone, per rendersene conto.
Papa Francesco esplicita questa prima condizione - la prossimità - in un altro modo. Egli parla di una chiesa «in uscita» (Evangelii Gaudium, n° 19-24, ecc.), sottolineando in questo modo che non si tratta solo di aspettare che la gente venga nei nostri luoghi, ma che si deve «uscire da casa», renderci vulnerabili e andare loro incontro. In diverse diocesi della Francia (nel Limosino, per esempio, dove io lavoro nella pastorale), sperimentiamo di nuovo questo modo di fare anche chiamato «visita pastorale».
2. Questo ci porta alla seconda condizione per un annuncio adattato alla nostra situazione. Esso deve essere fatto in modo gratuito. E questa è anche la condizione di ogni genuina ospitalità, gratuità che non pone nessuna condizione: «Gratuitamente avete ricevuto», dice Gesù ai suoi discepoli-missionari «date gratuitamente!».
E non si tratta di una gratuità finanziaria ma del carattere gratuito della nostra presenza nei confronti di «chiunque». È lui la nostra preoccupazione, come avvenne per Gesù durante i suoi viaggi in Galilea. Pertanto non aspettiamoci che in cambio egli ci segua e diventi discepolo di Cristo. È possibile che la nostra presenza susciti il suo desiderio di diventare cristiano, ma è sempre una sorpresa, una piacevole sorpresa! In una società di mercato, questa gratuità è indubbiamente la caratteristica del Vangelo, capace di raggiungere di più i nostri contemporanei e innanzitutto «chiunque».
L’ho detto fin dall’inizio: è impossibile vivere senza far credito alla vita. Si tratta di un atto tanto necessario quanto difficile da mantenere in una società dove l’imperativo di realizzare se stessi e la consapevolezza del rischio si intersecano e non fanno che aumentare la vulnerabilità dei soggetti. Come la società, ognuno sa che la fiducia nella vita, atto che nessuno può compiere al posto di un altro, è nello stesso tempo resa possibile dalla presenza dell’altro, genitori in primo luogo o coloro che ne fanno le veci, poi numerosi traghettatori che, nei momenti cruciali della nostra vita, ci fanno passare all’altra riva. È la gratuità della loro presenza che riesce a far cadere le nostre protezioni e ad allentare le nostre tensioni, in modo che la nostra «fede» nella vita possa risorgere qui e ora.
La forza dei racconti evangelici (così come di tutta la Bibbia e della Genesi in particolare) è proprio quello di renderci sensibili a questi dati di base dell’antropologia. È per questo motivo che essi hanno attraversato molteplici confini religiosi e culturali e sono letti da un buon numero di persone che non condividono la fede della Chiesa. I molti episodi di incontro tra il «traghettatore» di Nazareth ed altri che si presentano inaspettatamente sul suo cammino hanno il potere di rinviare ai lettori a simili «situazioni di apertura» nella loro vita, là dove la loro fede nella vita può nascere o rinascere. I racconti evangelici li fanno dunque uscire dall’astrazione e li riferiscono ad eventi della loro vita, danno profondità a ciò che appariva loro come irrilevante o temporaneo, senza confrontarli immediatamente con l’ultimo o il tutto della loro esistenza; confronto che arriverà a tempo debito.
3. Ciò che è stato suggerito ci conduce alla terza condizione di annuncio «adattato».
Considerando il Vangelo e i racconti di tutta la Bibbia come suo proprio testo, la Chiesa si vede invitata ad esercitare, prima di tutto, il ministero pastorale di Gesù stesso in Galilea. Lo fa quando si interessa a colui che arriva inaspettatamente, quando essa lo rispetta nella sua unicità e nel momento specifico del suo percorso, senza fare progetti su di lui, e quando riesce a far risuonare per lui in modo credibile il «Beato!» delle beatitudini; abbiamo detto. Ora, questi incontri possono verificarsi in gruppi biblici, sempre più frequentati da persone di diversa provenienza. Questi gruppi sono fondamentali, come voi ben sapete dato che molti di voi ne fanno parte. Essi sono essenziali perché un incontro inaspettato non è sufficiente per capire a fondo la storia della propria vita e quella delle nostre società. La Bibbia parla un linguaggio molto umano; essa ci offre, in primo luogo una «scuola di umanità» perché è vicina a «chiunque» e al Vangelo, che è già in attesa in ogni essere umano; essa ci confronta con l’ umanità di Gesù, senza tacere che quest’uomo può venire solo da Dio.
Per superare le soglie, l’annuncio del Vangelo ha quindi interesse a passare attraverso la lettura comune di questi testi, senza dimenticare i principi di «prossimità» (1) e di «gratuità» (2) su cui si fonda una reale ospitalità. Tre elementi caratterizzano questi gruppi di lettura: in primo luogo la loro composizione, idealmente segnata da un mix sociale e soprattutto dalla mescolanza di discepoli di Cristo con coloro che rientrano nella categoria di «chiunque» (lo ripeto: il testo biblico può essere ricevuto come una «scuola di umanità», senza essere letto immediatamente e necessariamente in una prospettiva cristiana); poi il loro luogo, vale a dire le «case» dei partecipanti e non solo la casa parrocchiale, e, infine, il rigore della lettura comune che lascia la gioia della scoperta ai lettori, offrendo delle figure con cui identificarsi per avanzare nella loro esistenza. Aggiungo che questa lettura in gruppo è un frutto autentico del Concilio Vaticano II e dell’ultimo capitolo della Costituzione Dei Verbum. Essa completa felicemente l’insegnamento dell’Azione Cattolica. Chi non ricorda il famoso «vedere - giudicare – agire», ripreso dalla Gaudium et spes nel suo appello al discernimento dei «segni dei tempi»? Indubbiamente, questa pedagogia non ha potuto dare peso sufficiente al «giudicare» o al «discernimento», perché non è riuscita a fornire una lettura rigorosa delle Scritture nella loro interezza, mentre esse ci offrono una nuova prospettiva sulla umanità e criteri per il discernimento e l’interpretazione, essendo la «fede» il «segno dei tempi» per eccellenza, un segno della presenza stessa di Dio.
4. Vengo all’ultima condizione di un annuncio «adattato» del Vangelo.
L’uso della parola «Dio» non è una garanzia della sua presenza e l’assenza di questa parola non significa che Egli sia assente. Nel suo ministero in Galilea, Gesù di Nazareth, Cristo e Santo di Dio, rende Dio presente come Vangelo e lo rende presente nel suo modo di interessarsi ad ogni essere umano e di instillare in lui la «fede». Questo lo porta a non lasciarsi intrappolare da ciò che gli esseri umani attribuiscono alla parola «Dio» e ci invita a fare lo stesso. L’ambiguità della parola è diventata ancora più grande oggi, nelle nostre società multi-religiose ed è spesso segnata dalla violenza religiosa. Il modo di Gesù di parlare di Dio e soprattutto di rivolgersi a lui in preghiera è dunque di grande attualità per noi.
Indubbiamente quello che è stato detto della sua «bontà radicale», della sua «vicinanza» e della sua «gratuità» in una presenza «ospitale» infinitamente aperta e rispettosa è ciò che permette di avvicinarsi al meglio al suo mistero. Dio sembra essersi assentato dalle nostre società secolarizzate. Ma il fatto che egli sia «invisibile», «nascosto» (come dice la Scrittura), il fatto che «taccia perché ci ha detto tutto, tutto ha rivelato» (come dice San Giovanni della Croce) non è forse l’effetto necessario di ciò che Egli è: datore di ogni bene, donatore che si nasconde in ciò che ha dato gratuitamente per non «obbligare» con il suo dono, essendo per lui la nostra libera risposta, la nostra «fede» nella vita e la nostra capacità di resistere al male in tutte le sue forme l’ espressione più alta della nostra riconoscenza?
Mi sembra che la vigilanza rispetto al nostro modo di parlare di Dio e di rivolgersi a Lui nella preghiera personale e nella nostra liturgia sia il requisito fondamentale di un modo «adattato» di annunciare Dio come Vangelo nelle nostre società secolarizzate e postmoderne.
È tempo di concludere:
Ho voluto procedere con voi simultaneamente al «centro» del Vangelo e al centro delle nostre società europee, là dove si decide la loro capacità di credere nel loro futuro. Così abbiamo dovuto lasciare alle spalle ciò che è secondo o secondario...
Arrivati al «centro» possiamo lasciarci sorprendere dalla «gioia del Vangelo» che non può riprodursi, che è sempre nell’ordine di una sorpresa o di un evento imprevedibile: Notizia di una bontà radicale, sempre nuova. Questa gioia ci può invadere quando improvvisamente comprendiamo la straordinaria coerenza del vangelo di Dio, quando incontriamo il Cristo Gesù e con lui - in una esperienza di ospitalità genuina - malati o esclusi che si alzano e si mettono a camminare, a vedere e a sentire, quando ci capita di lasciarci evangelizzare da persone che, non facendo parte della Chiesa visibile, ci sorprendono per la loro «fede», per la loro capacità di resistere al male e per il loro coraggio.
È questa «gioia del Vangelo», cari amici, che io vi auguro.
Verona 12 marzo 2014















































