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     Filosofia della prossimità

    Uno sguardo sull'uomo in relazione nel mondo

    Josep Maria Esquirol *

    Com’è possibile che siamo così disorientati? Il disorientamento del mondo attuale è grande, e non come risultato delle distanze globali. La lontananza può anche essere prossimità. Il contrario della prossimità non è la distanza, bensì la indistanza, e la indifferenza, e la disgregazione.
    Com’è possibile che ci capiamo sempre meno? Cos’è l’umano? Risulta paradossale che l’ansia produttiva delle scienze umane e sociali invece di cambiare questa situazione la peggiori ancor di più. I tecnicismi e gli artifici della scientificità, quando si tratta di afferrare il senso della vita umana, servono a ben poco.
    Questo è uno dei motivi che mi hanno portato, ormai da tempo, a voler sviluppare modestamente ma tenacemente, una filosofia della prossimità; una filosofia della prossimità per rispondere e resistere di fronte a una società nella quale sempre più predominano l’indifferenza, l’indistanza, e la disgregazione.
    Una filosofia della prossimità vuol dire una filosofia che dia enfasi alla concrezione piuttosto che all’astrazione, e all’esperienza della vita piuttosto che all’elaborazione sistematica. Una filosofia della prossimità vuol dire una filosofia che parta dal fatto che le persone umane sono piccole verticali precarie sulla orizzontalità della terra e che l’azione più primordiale è quella di mettere insieme, di creare vincoli, di concordare, di proteggere, di riunire. La filosofia della prossimità interpreta che l’essenziale della casa non è il domesticare come dominio (come dice Sloterdijk) bensì il domesticare come un creare vincoli a tu per tu (così come gli dice la volpe al Piccolo Principe). Lo sguardo di Saint-Exupéry è più penetrante che quello di Sloterdijk.
    Il cammino – il metodo – della filosofia della prossimità consiste nello sguardo verso il fondamentale e il basico. È necessario tornare a situarci in piedi sulla terra, e sotto il cielo, in compagnia degli altri. E, allora, iniziar far spiccare i primi segnali del cammino; l’orientamento più primordiale: il prossimo, la casa, la quotidianità, la cura, l’amicizia…
    In nessun modo si tratta di una filosofia reazionaria dal punto di vista politico.La filosofia della prossimità vuole aiutare a resistere di fronte alle forze disgregatrici ed entropiche della società attuale, e si rende conto che il nome della nuova ideologia è “futuro”. Gli slogan consumisti non fanno altro che parlare di futuro, e a questo si somma oggi tutta la retorica sul transumanesimo e i supposti paradisi artificiali. Di fronte a questo, la filosofia della prossimità torna a rivendicare l’esperienza della casa, come modesto centro del mondo; della quotidianità, come meraviglia del giorno dopo giorno con i suoi piccoli gesti; dell’amabilità e dei legami tra le persone, come ciò che, letteralmente, fa vibrare la vita… E, allo stesso modo, forma parte della filosofia della prossimità un tentativo di proteggere l’essenza curativa delle parole.
    Effettivamente, forgiamo le parole soprattutto per prender-ci cura e per avere un orizzonte. Le vecchie parole, le parole di sempre, sono state coniate molto vicino alla base. Perciò il loro carattere basico può continuare a orientarci. Sono parole come “mondo”, “umano”, “abisso”, “caos”, “casa”, “Dio”, “giorno”, “fratello”…e centinaia come queste.
    Non provengono da nessun paradiso, né da nessuna situazione inaugurale privilegiata; non possiedono un carattere taumaturgico o magico; non sono la chiave di segreti mistici; non le abita nessun potere occulto. La loro forza e la loro autenticità proviene dal semplice fatto di essere molto vicine all’esperienza fondamentale della vita.
    Malgrado l’evasione provocata dall’ideologia futurista e dal consumismo che rende tutto indolorosamente deciduo, rimane sintomatico il fatto che sentiamo ancora una specie di pena per la perdita di queste parole. Qualcosa dentro di noi resiste all’oblio; qualcosa che ha a che vedere con ciò che siamo. Resistiamo alle perdite di valore. Ma facciamo attenzione. Non si da il caso in cui resistiamo alla perdita di queste come chi teme di perdere una cosa molto antica. Gli antiquari conservano i loro oggetti antichi in scrigni vellutati aspettando di venderli a clienti incuriositi e desiderosi di pezzi unici. Non è questo ciò che succede con queste parole.
    Il senso dell’oblio delle parole viene precisamente dal fatto che si possono perdere. E, come è possibile che una parola grave vada perduta? Dunque, perché è stata forgiata, perché l’abbiamo generata. Non è un automatismo, né un regalo degli dei, né forma parte di nessun cielo ideale. Ancora oggi possiamo sentire lo sforzo e il fuoco della forgia. Il senso della perdita viene tanto da questo eco della forgia, come dal senso dell’orientamento che la parola ci ha offerto nell’immensità del mondo.
    Insieme alla parola, perdiamo lo sforzo realizzato e l’orientamento ottenuto. Questo è ciò che significa perderci a noi stessi. Perdere lo sforzo fatto in una semplice bottega al riparo dalle intemperie.
    Se perdiamo la parola “pazienza”, o la parola “addio”, o la parola “grazia”, perdiamo un po’ di noi stessi. Perché mai la retorica abbagliante del transumanesimo, con l’ipotetica produzione di ibridi perfezionati, viene accompagnata da un impoverimento del linguaggio?
    Le parole le dovremmo conservare e salvare ancor più dei popoli e dei sentieri. Chiunque abbia vissuto in campagna sa che non si possono trascurare né rovinare i sentieri. È ignoranza, e persino violenza. Violenza sul mondo umano. Le parole pure sono sentieri, tracciati nell’immensità. Sentieri e orizzonti ai quali si indirizzano questi cammini. Segnali nei sentieri, nella notte, nel mondo.
    Le parole sono mondane; fortunatamente sono essenzialmente mondane. Della nostra creazione del mondo. Per questo nel nirvana non ci sono parole. Solo un ipotetico silenzio, vuoto, o pieno. La goccia d’acqua che si sommerge non parla. Si potrebbe persino usare l’immagine dell’evaporazione ideologica. Ideologia che ci eleva verso sogni aeratisi nel seno di immense nuvole, fatte a loro volta di silenziose gocce d’acqua.
    Le parole si uniscono. Le parole che si uniscono sono come ponti sul cammino. Creiamo un mondo quando uniamo parole. Creiamo un mondo quanto uniamo persone. Creiamo un mondo quando uniamo elementi per fare delle case. Questa è la poetica del mondo in senso ampio.
    Creare ponti solidi è più difficile di quanto sembri. Non solo è questione di ispirazione; è anche questione di sforzo. Perciò Orazio si riferisce alla callida iunctura. Calli e ispessimenti che si formano sulle mani a seguito di un lavoro duro e continuato. Accostamento poetico ottenuto con molto lavoro.Rimangono molti ponti da fare tra le persone. La sopravvivenza del mondo dipende dal creare vincoli, più che da ogni altra cosa. Mi suscita ammirazione e mi commuove che il commiato tra le persone sia un ponte: “arrivederci”. Si è pensato abbastanza al suo significato?


    * Nato nel 1963, insegna Filosofia all’Università di Barcellona, dove dirige anche «Aporia», gruppo di ricerca sulla filosofia contemporanea, l’etica e la politica. Con Vita e Pensiero ha appena pubblicato “La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità”.

    (Vita e Pensiero - 8 settembre 2018)



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