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    Il tempo

    Jean D'Ormesson



    Il tempo mi ha sempre affascinato. Da La gloria dell'impero e da A Dio piacendo a Il romanzo dell'ebreo errante e a La dogana di mare, da Che cosa strana è il mondo a Il mio canto di speranza, ho scritto un certo numero di libri. Tutti, senza eccezione, ruotano attorno al tempo. Non c'è da meravigliarsi. Nel mondo in cui viviamo tutto ruota attorno al tempo.
    Il tempo, che ci è così familiare, che ritma la nostra esistenza senza dare l'impressione di riguardarla e che i potenti organizzano a loro piacimento utilizzando e sconvolgendo gli innumerevoli calendari che si sono succeduti – i calendari solari, i calendari lunari, Giulio Cesare e il calendario giuliano, Gregorio XIII e il calendario gregoriano, la Convenzione nazionale e il calendario repubblicano, per non parlare della suddivisione in secondi, in minuti, in ore, in settimane, in secoli e in millenni, della scelta delle feste comandate, della determinazione della data delle vacanze né dell'alternarsi dell'orario legale e di quello solare – è un sistema di una complicazione infernale. Non è composto né di onde né di particelle. Non è soggetto all'evoluzione. Non è opera degli uomini. Ci si domanda da dove scappi fuori. Non lo sappiamo. Da quale magico paiolo? Da quali abissi metafisici? Non lo sappiamo. Sappiamo tutto, o quasi tutto, della materia, dell'aria, dell'acqua, della luce, delle leggi immutabili che governano l'universo con un rigore sorprendente, e perfino del pensiero. Non sappiamo niente di questo tempo, il cui spaventoso mistero finisce per sembrarci di un'evidente semplicità e quasi ovvio.
    Tutto quello che possiamo dirne è che da qualche parte – ma dove? – c'è un futuro nascosto, la cui sola ambizione consiste nel trasformarsi prima possibile in un passato che sta nel nostro cervello, e soltanto nel nostro cervello. Questa precipitazione immobile transita il più brevemente possibile attraverso uno stato paradossale che ne costituisce il fine e il cuore e che noi chiamiamo il presente.
    Il perpetuo presente del mondo in cui viviamo ha due proprietà sorprendenti e contraddittorie: è assoluto, totalitario, universale, tanto che possiamo affermare che non c'è mai altro che questa precoce e provvisoria eternità, visto che tutto, nella vita e nel mondo, si colloca sempre e soltanto al presente; ed è incostante fino all'inesistenza, visto che un futuro ancora sconosciuto si trasforma immediatamente in presente solo per trasformarsi subito e nel medesimo istante in un passato già volato via. La peculiarità del perpetuo presente è di essere sempre assente.
    Per molto tempo questa epopea metafisica che non si ferma mai e trascina via tutto con sé mi ha quasi fatto impazzire. Nel tempo vedevo come una oscura potenza che si dispiegava allo stesso modo dello spazio e si combinava con esso. C'era lo spazio, regno della coesistenza, e c'era il tempo, regno della successione. Lo spazio e il tempo, regole immutabili dell'universo o cornici necessarie del nostro pensiero (e forse entrambe le cose contemporaneamente), costituivano la struttura di ogni vita e di ogni realtà. E, per far buon peso, immaginavo che lo spazio e il tempo uscissero entrambi, come due fiumi o due gigantesche maree, dall'esplosione primitiva e ricadessero a cascata dalle altezze del big bang per dare ordine e misura all'universo.
    Questa interpretazione corrente del tempo, probabile eredità di sant'Agostino, la condividevo con molti altri. E poi si sono moltiplicati gli interrogativi. Nei suoi calcoli la fisica matematica riusciva il più delle volte a fare a meno del tempo. Diventava difficile concepire un tempo sul modello dello spazio, una sorta di spazio in movimento. L'origine dello spazio aveva qualcosa di fantastico e di altamente paradossale, ma insomma era possibile immaginare l'espansione accelerata di uno spazio nato da un'esplosione. Era impossibile farsi un'idea, seppur vaga, di un'onda o di un flusso temporale che scorra da solo, indipendentemente dall'universo che trascina con sé. Era impossibile concepire uno spazio vuoto, era impossibile concepire un tempo vuoto. Non era il mondo a essere nel tempo, ma il tempo a essere nel mondo.
    Il tempo esiste, naturalmente, visto che noi invecchiamo e moriamo, visto che tutto passa e va. Ma non ha, come lo spazio, una realtà tutta sua. Non è un fiume in cui ci potremmo tuffare. t legato alla materia e alla vita, e questo è un profondo mistero. Memento mori perpetuo e onnipotente, esso è, su tutte le forme più diverse della realtà e dell'esistenza, su tutte le loro sfaccettature e su tutti i loro più minuscoli frammenti, lo stigma indelebile di uno slancio verso la morte e la sparizione.
    Di questo tempo così poco verosimile nel quale il presente è sempre assente e che non è un torrente sceso da chissà dove ma il perpetuo richiamo al duro destino di quei viventi che sono dei morti in lista d'attesa, i poeti, come al solito, hanno detto in anticipo tutto l'essenziale.
    Boileau, spesso citato da Borges che lo ammirava:
    Le moment où je parle est défà loin de moi [Il momento in cui parlo è già lontano da me].
    Il pensiero E Ronsard, che è il maestro di tutti noi:
    Le temps s'en va, le temps s'en va, ma dame.
    Las! Le temps non, mais nous nous en allon
    s [Il tempo se ne va, il tempo se ne va, signora. / Ahimè! Il tempo no, siamo noi che ce ne andiamo.].


    (Guida degli smarriti, Neri Pozza 2017, pp. 41-46)



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