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    Lou Andreas Salomé:

    Nietzsche

    María Zambrano

    Ogni libro è un fatto drammatico, o quantomeno polemico, senza un conflitto a cui sfuggire non si realizzerebbe l'azione dolorosa e angosciosa che è il far nascere un libro. Questo salto sulla corda tesa del conflitto può essere semplicemente un'evasione; può voler essere una giustificazione e, allora, il nodo drammatico rimane indietro, come una tappa superata del percorso, giustificata dalla meta lontana; si giustifica sempre in riferimento alla totalità, all'unità suprema, che è la vita integra di ciascuno. Perciò le giustificazioni arrivano tardi e sempre per ultime, a volte dai posteri: il giovane si tormenta invano nella ricerca di una giustificazione del dato modesto – ma per lui unico – della propria esistenza, e desidera incentrare la propria vita su un'impresa eroica. L'eroe è colui che ha fretta di trovare una giustificazione. L'autrice di questo libro su Nietzsche, Lou Adreas Salomé, [1] non fu certamente un'eroina, anche se i suoi giudizi appaiono a volte troppo affrettati perché mirano a una sentenza inappellabile della storia. Si direbbe che ha troppa fretta di dimostrare che Nietzsche era predestinato alla solitudine, una solitudine senza scampo in cui lei stessa lo aveva lasciato rinchiuso; una solitudine che il suo libro conferma in ogni parola. L'autrice sottolinea con rigore matematico tutti quegli elementi della personalità di Nietzsche che dovevano confinarlo nel cerchio sempre più ristretto in cui rimase imprigionata la sua povera vita di uomo.
    Forse è vero che Nietzsche portava dentro di sé l'inevitabilità della sua distruzione umana; ma l'insistenza di Lou Salomé è tale che non cí convince. Rimarrà sempre il dubbio riferito alle circostanze – questo rancoroso carcere della nostra libertà. Si libererà Lou Salomé da questo dubbio una volta scritto il suo libro? Non la seguirà l'immagine del Nietzsche che ella conobbe nell'autunno romano del 1888, mettendola sull'avviso del fatto che, forse, egli si sarebbe potuto salvare e liberare di quell'altro infinitamente ambizioso e timido, feroce e impotente nel quale, alla fine, si trovò sepolto? Il Nietzsche delle lunghe passeggiate, delle interminabili serate con amici a casa di Malwida de Meysenburg, quasi ingenuo, desideroso di lasciarsi dietro il peso gravoso della sua solitudine – tutti i solitari si portano l'universo sulle spalle –, non continua ad apparirci, addirittura con maggior forza, al termine della lettura di questo libro?
    Lou Salomé si era proposta di spiegare il sistema filosofico di Nietzsche in funzione della sua personalità, ma l'evento drammatico, che va tenuto presente insieme al tema formale, sposta lo sguardo del lettore dalla superficie intellettuale verso il vero tema che è all'origine del libro: il fatto tragico rappresentato quasi sempre dall'incontro di un uomo – "umano, troppo umano" – con una donna.
    In questo caso però l'uomo era eccezionale. Ormai proviamo sempre più avversione per le interpretazioni patologiche delle vite dei grandi. Friedrich Nietzsche fu certamente malato, ma quello che la sua vita aggiunge alla storia universale si sottrae a ogni tipo di sofferenza fisica; come tutto ciò che è spirituale, trascende le condizioni fisiche cui si trova sottomesso.
    Il conflitto nietzschiano, per il quale la vita del solitario di Sils-Maria assurge alla categoria di martirio, è quello tra spirito – realtà tremenda scoperta dal cristianesimo: "uno spirito che non cambia cessa di essere spirito", perché attività assoluta che non può placarsi in nulla – e forma, la figura definita da contorni precisi e da quiete. Può anche essere benissimo la lotta all'interno di un debole corpo di uomo, tra ciò che è occidentale ed europeo – spirito assoluto – e ciò che è greco – cosmo, mondo di figure e forme. La vita di Nietzsche ci fornisce testimonianza di tale contraddizione.
    Lo spirito, che è luce nella cultura latina – "luce intellettual piena d'amore" – è invece impeto, affermazione di se stesso, slancio vitale, di radice demoniaca e informe, nella tradizione germanica. Perciò ha bisogno di una forma che gli provenga dall'esterno.
    Così Nietzsche distrusse la propria vita non riuscendo a trovare una forma per essa; Dioniso, perduto nel mondo occidentale, non seppe, come tutta l'antica Grecia, mostrargli apertamente, nella sua nudità, la sua figura.
    Si spiega pertanto il gesto oscuro del destino che pose di fronte a Nietzsche, un uomo trentottenne senza speranza, una donna. Unica forza capace d'incantare il suo spirito e chiuderlo nei limiti della forma. Nietzsche, impeto vitale senza fine, aveva bisogno della grazia luminosa che fermasse la sua corsa disperata, che trattenesse la sua ambizione demoniaca e facesse riposare finalmente l'ebreo errante. Ma allora è lei, Lou Salomé, quella che non riesce a trattenersi. Per una donna è un destino tremendo non potersi fermare, non accettare di elevare la propria femminilità a norma luminosa, rassicurante e incoraggiante per la vita di un uomo!
    Ma allora, non potendosi fermare, dovette allontanarsi. Forse è proprio l'amore lontano, non consumato, irraggiungibile, l'unico che salva, quello di cui, pur essendo reale, si può dire: "È verità – per quanto sia stata una grande menzogna – che continua a essere impossibile, sempre".
    Passò accanto alla vita di Nietzsche come stella errante in una notte d'agosto, preludio di un autunno inesorabile, che proprio perché lontana poté essere la stella fissa della sua vita. Se la donna rappresenta qualcosa nella vita di un uomo come Nietzsche – o forse di tutti gli uomini –, questo qualcosa è la creazione di un ordine. Ordinare armoniosamente la barbarie degli istinti, la selva dei sentimenti, la contraddizione dei desideri, fu la missione che Lou Salomé non accettò di fronte al Dioniso germanico. Non ebbe la generosità di penetrare nel cerchio della sua vita né la vocazione per collocarsi con un balzo su, alta, quieta, lontana.

    1. L.A. Salomé, Nietzsche, B. Grasset, Paris [tr. it. Nietzsche. Una biografia intellettuale, Savelli, Roma 1979].



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