Il matrimonio
nella Sacra Scrittura
(Gen 2, Os 2 e Ct)
Bruna Costacurta
Tre meditazioni tenute ai sacerdoti romani
nei primi anni '90

Genesi 2.
La creazione dell'uomo e della donna
Introduzione
In questi incontri vorrei esaminare con voi alcuni testi biblici che ci aiuteranno ad avere una nostra comprensione dell'evento del matrimonio e di tutto ciò che questo comporta, quindi di tutta la realtà familiare. Iniziamo leggendo Genesi 2, il racconto della creazione dell'uomo e della donna. Si tratta di un testo "classico" che dà delle indicazioni antropologiche di base su chi è l'uomo, cosa è l'umanità, cosa è il rapporto di coppia. Il discorso è fondamentalmente antropologico, come la Bibbia ce lo insegna. Poi leggeremo un testo diverso, di tutt'altra problematica: il capitolo 2 del libro di Osea, la famosa requisitoria contro la moglie adultera e prostituta. Alla luce di tutta
La creazione dell'uomo e della donna
E' il racconto della Creazione dell'uomo e della donna, quello che viene subito dopo l'altro racconto di Creazione di Gen 1. Il sapore letterario è di tipo mitologico, ed attraverso questo testo la Parola di Dio vuol dare delle indicazioni molto precise su quale è la verità dell'uomo. Questo si situa infatti come "racconto di origine", il che vuol dire ovviamente che non si vuole raccontare come è avvenuta l'origine dell'uomo; ma piuttosto che qui si vuole indicare, raccontando l'uomo nella sua origine, chi è veramente l'uomo. Dunque, fare un racconto "di Creazione" è un modo con cui la Bibbia non spiega come è nato l'uomo, ma spiega chi è l'uomo e la donna, qual è il rapporto tra loro e qual è il loro rapporto con Dio. Questo è il tema del capitolo 2 della Genesi, che si presenta all'inizio con un evento: la Creazione dell'uomo fatta dalla polvere del suolo, dopo aver detto che non c'era nessuno che lavorasse la terra: "allora Dio plasmò l'uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden a Oriente e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare: l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male." (Gen 2,7-9) Poi il testo continua descrivendo il giardino con i famosi quattro fiumi, un giardino che viene presentato come ricco, con minerali preziosi; e l'uomo, dice il testo, vi viene messo da Dio: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse". (Gen 2,15).
L'uomo dalla terra
Abbiamo qui il primo elemento: l'uomo è fatto dalla terra e viene messo nel giardino, giardino che è stato fatto apposta per l'uomo. Dunque si comincia subito con il precisare nel testo che l'uomo è il centro di tutta la Creazione, in vista del quale si fa tutto il resto: il giardino è per lui, gli animali sono per lui, il mondo è per lui. Lui, l'uomo, è al centro. E' al centro e perciò signore di questa realtà. L'uomo viene presentato come un re, un sovrano di un regno molto opulento, che esercita il suo dominio non solo sul mondo, ma anche sugli animali, ai quali dà il nome. Nel mondo biblico, dare il nome ad una cosa vuol dire esercitare su di essa
Il comando di Dio
Questo elemento fondamentale dell'uomo, questo mistero che lo costituisce, trova poi la sua sintesi nel comando che Dio dà all'uomo. Dopo averlo messo nel giardino, Dio dice: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti". (Gen 2,15-17). Questo comando continua la linea di quanto abbiamo detto prima. E'ovvio che non è un ordine arbitrario che Dio dà all'uomo solo per metterlo alla prova, tanto per vedere se obbedisce, e per dare una limitazione perché non si insuperbisca. Questo comando è innanzitutto il dono che Dio fa all'uomo della sua verità, perciò un dono di comunione. Che vuol dire che l'uomo non può mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male? Sapete tutti che "conoscenza del bene e del male" è un'espressione tipica della Bibbia con cui si vuole indicare
"Non è bene che l'uomo sia solo"
Però, dice il nostro testo, il rapporto con la vita non è pieno finché l'uomo è solo. Non è bene che l'uomo sia solo, manca la vera alterità, manca quell'essere due che possa essere riconosciuto come essere due della stessa specie. Un essere due nella unicità. Per questo gli animali non vanno bene. Dio porta gli animali ad Adamo e Adamo gli dà il nome, ma quelli non sono ciò che può far uscire Adamo, l'uomo, dalla sua solitudine che non è buona. Perché gli animali sono ciascuno secondo la propria specie, come dice Gen 1, e poi c'è l'uomo secondo la sua specie. La comunione è possibile solo all'interno di questa unicità di specie. Se si legge Gen 1, si vede bene come il testo insiste molto sul fatto che Dio crea gli animali secondo la loro specie, quindi c'è la specie di un tipo, poi un altro, un altro; c'è la molteplicità per gli animali. Invece, quando arriva all'uomo, crea l'uomo uno: maschio e femmina lo crea. Lì la specie è una sola, c'è un'unicità che rispecchia l'unicità di Dio. Perciò gli animali non possono entrare in vero rapporto con l'uomo, e invece serve la comunione perché l'essere uomo possa essere completo, possa essere definitivo. Il nostro racconto dice che questo essere uomo, creato dalla terra, signore del giardino, raggiunge il suo senso definitivo e completo solo quando si riconosce uomo e donna. Il testo dice: "Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo che si addormentò, gli tolse una delle costole. Mise la carne al suo posto, il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolto all'uomo la donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: "Questa volta è carne della mia carne e ossa delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta". Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Ora, tutti e due erano nudi, l'uomo e la donna e non provavano vergogna." (Gen 2,22-25) Dunque Dio crea la donna, e con ciò porta a compimento la creazione dell'uomo rivelandolo nel suo senso completo che è quello di essere uomo e donna. Nel testo, c'è una certa ambiguità, forse voluta, nell'uso della parola "uomo". Tra i vari modi in cui questo si può dire in ebraico (come ad es. anche in italiano possiamo dire uomo, oppure maschio, o anche umanità), qui si sceglie il termine "adam", che è la parola che serve normalmente per indicare l'uomo nel suo senso più generico, cioè l'uomo come umanità; ma, oltre a questo, può voler significare anche l'uomo maschio, oppure essere il nome proprio Adamo. Il nostro testo usa dunque una parola dal senso molteplice, e la usa con l'articolo determinativo, il che complica la possibilità di capire il termine come nome proprio. Si rimane così ad un livello ambiguo e si può intendere che Dio ha creato Adamo, oppure l'uomo (maschio contrapposto alla donna), oppure, come mi sembra più probabile, l'umanità. Questa apparente imprecisione terminologica ci permette così un'interpretazione particolare del testo. Dio crea l'uomo (nel senso generico di umanità) dalla terra, e lo pone nel giardino, e gli dà il comando; poi questa realtà ancora indistinta si precisa e giunge a compimento in tutto il suo senso e la sua verità, distinguendosi e rivelandosi come uomo e donna.
L'accoglienza dell'alterità
Bisogna fare attenzione e continuare a ricordare che non si sta qui ricostruendo una storia dell'origine dell'uomo, ma se ne sta rivelando il senso profondo, con strumenti letterari particolari, legati al mondo e all'ambiente culturale dell'epoca. Perciò, non bisogna interpretare il testo nella piccolezza dei suoi elementi, ma in una visione molto più ampia, simbolica, che parla dell'uomo non per dire come è stato fatto, ma per dire come bisogna capirlo. Bisogna capirlo come l'uomo che viene dalla terra, che è signore, che deve riconoscere Dio come creatore non mangiando dell'albero. Egli ha accesso alla vita, ma tutto questo si compie quando questa umanità si riconosce nell'alterità e quindi nell'accoglienza reciproca. La realizzazione dell'umanità è nel rapporto uomo-donna. La realizzazione dell'essere umano è nell'essere due, non necessariamente nel vivere in due, cioè non necessariamente solo nel rapporto matrimoniale, ma nel riconoscimento dell'alterità dell'altro, nel riconoscimento che l'essere umano non è completo finché non si apre all'alterità. L'umanità diventa tale solo quando c'è riconoscimento reciproco tra l'uomo e
Una sola carne
Tutto quanto detto fin qui trova la sua espressione anche nel grido di esultanza dell'uomo che riconosce la donna come parte di sé. La separazione, la diversità, sono per la comunione che è basata sul fatto che i due sono due, ma ognuno riconosce l'altro come parte di sé. Non è così per gli animali. Non si vede nell'altro qualcosa di diverso da sé, ma qualcosa di identico, la stessa carne, le stesse ossa. Tra l'altro, l'espressione "Carne della mia carne e osso delle mie ossa" echeggia una delle espressioni tipiche dei rapporti di alleanza. Così, ad esempio, quando Davide viene consacrato re di Israele e poi quando torna in patria dopo la rivolta di Assalonne e c'è il problema della riunificazione, troviamo ancora questa espressione. Israele dice a Davide: "Noi ci consideriamo tue ossa e tua carne" e allora il re Davide fa alleanza con loro (2 Sam 5,1-3). E Davide dice a Giuda: "Voi siete mio osso e mia carne" (2 Sam 19,13). Questa espressione non vuol dire semplicemente: "Siamo parenti", ma è un riconoscimento di un coinvolgimento totale uno con l'altro per cui ormai i due sono una carne sola, inseparabili. Questo è proprio il rapporto di alleanza che fonde i due in una sola carne; questo è vero rapporto di coppia, del rapporto tra gli uomini ed è soprattutto definitivo nel rapporto tra uomo e Dio. Dio vive questa dimensione dell'alleanza in termini matrimoniali. Dunque, appartenenza reciproca totale, indissolubile, che si apre perciò alla fecondità. Allora ecco, questi due che si riconoscono parte l'uno dell'altro e realizzano l'uomo, lasceranno il padre e la madre, si uniranno e diventeranno una carne sola. E' il raggiungimento nell'essere umano che, poiché riconosce questa appartenenza radicale dell'uno all'altro, non può che essere definitivo e per questo diventa fecondo. Diventare una sola carne è la riunificazione di cui l'atto sessuale è espressione simbolica massima, segno di una unione più radicale e profonda che si realizza in quella sola carne che è il figlio. Questi due che diventano una carne sola generano il figlio. Il figlio porta iscritti in sé tutti i geni, i cromosomi del corpo paterno e materno, assomiglia al padre e alla madre, ne riporta i segni nella carne. E' carne della madre ed è carne del padre. Una, perché il figlio non si può dividere, altrimenti muore. Ecco quindi che il fatto antropologico così importante dell'unione sessuale, proprio perché è questo riconoscimento reciproco, si apre a questa fecondità che fa vivere nella carne del figlio la totalità e la perennità del dono reciproco che gli sposi si sono fatti quando hanno abbandonato il padre e la madre e si sono uniti.
Rifiuto e compimento
Tutto questo va vissuto nella consapevolezza del problema dell'accettazione del "diverso" nella sua parità. E' assolutamente necessario che l'uomo e la donna, nella coppia o fuori, si riconoscano diversi. Appunto perché se non c'è diversità non c'è più differenziazione, non c'è più comunione. Se mi identifico totalmente nell'altro da sparire in lui, non posso essere in comunione in lui e lui non può esserlo con me. E se l'altro mi ingloba, mi fagocita, rimane solo, nella solitudine tremenda di chi non riconosce l'alterità dell'altro e che, pretendendo di assimilarlo totalmente a sé, in realtà rimane solo. Questo è il problema detto in Genesi 4: Caino che rifiuta la diversità di Abele e lo uccide. E' un tentativo di assimilazione a sé rifiutando il diverso. Caino rimane solo, non è più il fratello di nessuno. L'accettazione della diversità è unica condizione di comunione, ma è una diversità che è parità (non parlo di parità di diritti, mi sto muovendo su un altro livello) che dice "questa è carne della mia carne e osso delle mie ossa". Allora diventa possibile la vera comunione, la vera realizzazione dell'essere umano. E, infatti, andando avanti nella lettura del testo, si scopre che proprio questo diventa il peccato: il rifiuto della diversità da Dio, che implica poi il rifiuto della differenziazione dell'altro (cfr. Genesi 3). Quando l'uomo e la donna non sono più in comunione con Dio, non sono e non possono essere più in comunione gli uni con gli altri. Prendono il frutto della conoscenza del bene e del male perché vogliono diventare come Dio, così che i loro occhi si aprano. Allora scoprono di essere nudi e hanno bisogno di coprirsi. Non è nato il pudore, non c'entra il fatto sessuale; ci si muove ad un livello simbolico estremamente importante: nudità come segno di totale esposizione all'altro. Nella Bibbia quando si è nudi non ci sono più diaframmi, difese, nulla che copre; questa è l'esperienza antropologica. Sappiamo bene che non sono i vestiti a difenderci, perché se uno vuole farci del male, lo fa comunque, sia se siamo vestiti che se siamo nudi. Però, se ci mettiamo nudi davanti ad un altro vestito, abbiamo più paura perché ci sentiamo molto più indifesi, ci sentiamo immediatamente in stato di inferiorità. Non a caso, questo è uno dei sistemi preliminari necessari quando si vuole usare violenza non solo fisica, ma anche psicologica, per esempio su un prigioniero. Il vestito forse lo salva? No, ma l'esperienza antropologica della nudità è precedente alla nostra abitudine all'abito, è profonda, è strutturale ed è percezione della nudità come esposizione totale che viene vissuto nella coppia in modo stupendo. Nel matrimonio l'uomo e la donna possono essere nudi e si donano nudi; questa è un'esperienza antropologica importantissima che dice che io mi fido totalmente dell'altro, non ho più paura. Allora, tutto quello che scoprono l'uomo e la donna dopo il peccato, è che hanno bisogno di difendersi, che hanno paura l'uno dell'altro. Il loro è il rifiuto di essere uomini, cioè diversi da Dio, che ricevono da Lui la vita e che possono gestirla come qualche cosa che è donato e che ha la sua origine non nell'uomo e nella donna, né dal padre e dalla madre, ma da Dio. Se è vero che il figlio è prolungamento della carne del padre e della madre, è anche vero che non sono loro l'origine di quel figlio; poiché essi, a loro volta, sono il prolungamento della carne del loro padre e della loro madre. Invece, entrare nella dimensione di coppia, è un modo con cui l'uomo partecipa al divino, ne diventa segno, perché Dio è diverso, è altro, eppure il suo amore è tale che egli dà origine e pone in essere proprio perché diventi come Lui e perché Lui possa riconoscere in ogni uomo suo Figlio. Nel Mistero Pasquale questo diventa definitivo, perché in esso diventiamo figli e se accettiamo di morire, di dare la vita, di vivere e risorgere come Gesù, noi diventiamo figli, il Padre riconosce in noi il Volto del Figlio che è il suo stesso Volto, come un padre vede il figlio che gli assomiglia. Dunque noi, totalmente diversi da Dio, siamo creati per diventare simili a Lui. Di questo divino che si manifesta nel mondo, diventano segno e partecipazione quegli uomini e quelle donne che, nella diversità, si riconoscono uguali, parte l'uno dell'altro, per giungere a quella unificazione che è la carne che realizza l'immagine di Dio.
Osea
Il progetto di Dio sulla coppia viene disatteso dall'uomo e la coppia conosce l'elemento dell'infedeltà. Non faccio questo discorso soltanto per convincerci di una cosa ovvia, cioè che l'uomo non è poi così capace di amare per sempre come sembra; ma per vederlo da un altro punto di vista, come una specie di appello provocatorio su quello che deve essere l'amore che si rivela proprio nel momento in cui viene messo in crisi. Il Nuovo Testamento, nel discorso che porta a compimento la Rivelazione sull'uomo, dice che la coppia, lo sposo e la sposa, diventano segni dell'amore che Cristo ha per
La moglie infedele
Leggendo il testo di Osea 2 ci troviamo davanti ad un amore che, da parte dell'uomo, non è segno di nulla, anzi è segno di infedeltà, e da parte di Dio manifesta, nel momento della crisi, la vera capacità dell'amore. L'amore si misura proprio dalla sua capacità di arrivare fino in fondo. E' nel momento della crisi che si rivela fino a dove l'amore riesce a resistere. Dunque, è proprio davanti alla donna infedele che si rivela fin dove Dio è capace di amare. Osea è chiamato, nella sua vicenda personale, a rivelare, presso il popolo, il volto di Dio. La vicenda personale di Osea è quella di essere sposato ad una donna "di prostituzione". Non si sa bene in che modo questo debba essere interpretato: si può andare da un'interpretazione letterale fino alla posizione più tenue che vi vede solo una finzione profetica. Forse la verità sta nel mezzo, e si può pensare che davvero Osea abbia vissuto una vicenda matrimoniale difficile con una donna che non necessariamente era una prostituta, ma che semplicemente era una donna di Israele, cioè una che faceva parte di un popolo infedele a Dio, incapace di rimanere nell'amore. Osea sposa una donna di quel Popolo che dovrebbe essere "sposa" del Signore e che invece si sta prostituendo con gli idoli. La situazione è perciò quella di un profeta chiamato ad entrare nella realtà del popolo così come è. Il profeta, mediatore della verità di Dio presso il popolo, è chiamato ad entrare nella realtà in mezzo a cui deve essere segno. Non si deve separare, ma deve compromettersi al punto tale da sposarla. Questo è importante per capire il modo con cui noi ci si deve rapportare alla realtà. Questo fa capire meglio cosa faceva Gesù portando a compimento questa rivelazione d'amore. Ciò che viene chiesto al mediatore di Dio è l'impegno "per sempre", è la capacità di rispondere con la fedeltà all'infedeltà, di rispondere con l'amore al tradimento entrando nella situazione di tradimento. E' l'amore che entra nel peccato, non per diventare tradimento anch'esso, ma per trasformare quel tradimento in amore. Questo è ciò che è chiamato a fare Osea. E come lui, ogni coniuge, ogni uomo. L'accusa Osea,
Infedeltà e prostituzione
Il testo procede poi affermando che i figli di questa donna non possono essere amati e che essa va dietro ai suoi amanti per averne delle cose: "Seguirò i miei amanti che mi danno il mio pane, la mia acqua, il mio vino, il mio olio, le mie bevande." (Os 2,7). E poi: "Ecco il dono che mi hanno dato i miei amanti" (Os 2,14). Cos'è questo discorso del dono? Dio dice: "Allora ecco, io mi riprendo i miei doni". Proviamo a pensare un momento: cos'è la prostituzione? Cos'è l'adulterio? E' un modo con cui un rapporto, che dovrebbe essere unico, si spezza per diventare molteplice. La donna di Osea, invece di avere Osea per marito, ha gli amanti. Quindi, il suo rapporto entra in una dimensione di molteplicità. E' quasi una specie di "imitazione perversa dell'amore". Nel rapporto coniugale, l'unione dei due corpi significa l'unione delle persone, dei cuori, delle vite: "I due diventeranno una sola carne" (Gen 2,24). C'è questo dono talmente totale che io ormai non mi possiedo più, sono diventato uno con l'altro, indissolubile; ormai siamo una cosa sola. Il rapporto sessuale è manifestazione e segno di questo. Quando invece si entra in una dimensione di adulterio e prostituzione, il rapporto corporeo non può più essere segno dell'unione del cuore, perché l'unione suppone che i due siano uniti e che non ci sia più possibilità di staccarsi, riprendersi il dono e darsi a un altro. La molteplicità, di sua natura, nega il dono. Il dono di sé non può essere altro che totale. Se la donna è di tutti, vuol dire che non è più di nessuno. Questa molteplice che nega l'unicità tipica del matrimonio, fa sì che il rapporto di unione perda anche la sua dimensione di fecondità. Perché quando anche i figli nascessero, non sono più il prolungamento di quell'unica carne che sono i due che si sono uniti, perché dove c'è molteplicità di padri, non c'è paternità possibile. Inoltre, nel rapporto d'amore i doni esprimono quell'amore, diventano manifestazioni di quel dono di sé che è il vero dono che conta. I doni materiali sono solo un segno, una memoria; per questo noi diciamo che tanto più sono piccoli, tanto più sono importanti. Non sostituiscono il dono di sé, ma lo segnalano. Nel rapporto di prostituzione, invece, quando ciò che si cerca sono i doni, succede che questo segno, tipico della relazione matrimoniale, si perverte perché i doni non esprimono più amore, offerta di sé, ma diventano invece merce di scambio. Comprano il corpo, diventano luogo di possesso. Si dà se stessi in cambio del dono, invece di dare se stessi dando il dono.
L'idolatria
Nel nostro testo, il fatto di avere gli amanti, è un segno del fatto religioso di entrare in una dimensione idolatrica. L'idolatria è entrare in un rapporto religioso e cultuale con Dio nel quale si cercano i doni invece di cercare solo il donatore. L'idolo è tutto ciò che si sostituisce a Dio: l'ideologia, i nostri bisogni, ciò che noi identifichiamo con la nostra felicità o con la nostra vita, il denaro, la salute, una persona, la carriera, tutto ciò che da relativo viene trasformato in assoluto. Siamo idolatri ogni volta che pensiamo che la vita nostra si realizza non nel rapporto con Dio, ma con ciò che non è Dio. Addirittura l'idolo può essere la nostra stessa idea di Dio. Ogni volta che chiudiamo Dio nei nostri schemi e diciamo che dovrebbe agire in un certo modo, ogni volta che gli diamo contorni fatti a nostra misura, stiamo facendo un idolo, siamo quegli stupidi che si fanno statuette e dicono: "Tu sei mio padre!" Ognuno di noi ha degli idoli personali da smantellare. Addirittura la vita spirituale può diventare idolatria. Se crediamo di essere noi
La rivelazione del donatore
Che cosa dice il testo di Osea? Quando è così, Dio interviene e rende tutto un deserto. E' il vero donatore che si rivela. Dio prende tutti i doni di Baal perché la donna capisca che l'unico dono viene da Lui e che ciò che conta è il rapporto con il Donatore e non con i doni. Quando c'è il rapporto con il donatore, i doni vengono, ma non viceversa. Allora il donatore si rivela: "Riprenderò il mio grano", e ritorna l'immagine della desolazione: "La ridurrò ad una sterpaglia, le farò scontare i giorni dei Baal, quando bruciava i profumi" (Os 2,5). Torna l'idea della spogliazione. L'intervento punitivo di Dio mette l'uomo in una situazione di totale nudità, cosicché possa finalmente capire quali sono i doni davvero importanti che fanno vivere e, soprattutto, da chi vengono. Il cammino dell'assenza di Dio, il cammino della morte, è una riscoperta del Dio della vita. Infatti, a questo punto del testo, Dio si rivela come Dio della vita: "Lei seguiva i suoi amanti e dimenticava me, perciò - ecco la conseguenza sorprendente! - io l'attirerò a me e la sposerò". Questa è la logica di Dio. Questo è il modo con cui l'amore di Dio giunge fino alla fine. La grande novità dell'operare di Dio che riporta alla vita la donna facendola passare per una morte che è riscoperta della vita. "La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore". L'immagine del deserto nella Bibbia è ambivalente, perché, da una parte, è il luogo in cui Israele ha imparato a vivere di fede, è un momento privilegiato per capire chi è Dio. D'altra parte, tutto questo è avvenuto nella tentazione costante di abbandonare Dio, in un'esperienza dura e faticosa. Il deserto è il luogo idilliaco dove Israele ha scoperto chi è Dio, ma è anche il luogo tremendo dove Israele continuava a dire che Dio non c'era perché si guardava intorno e c'era il nulla. E' difficile scoprire che Dio è buono quando intorno a sé si ha solo
Cantico dei Cantici.
Lo sposo e la sposa
Il Cantico dei Cantici è un testo classico per riflettere su cosa è il matrimonio alla luce del rapporto tipico tra Dio e l'uomo, cioè l'alleanza, di cui il rapporto matrimoniale è segno. Partiamo da Ct 2,8-17. Con una poeticità notevole abbiamo qui un canto d'amore dove l'elemento fondamentale, alla base dell'amore, è l'incontro tra i due. Lei sente venire lui. Lui le parla, la chiama, l'invita ad andare insieme a scoprire la primavera; lei proclama la sua appartenenza a lui nella reciprocità. Poi tutto termina con l'invito che lei fa a lui di correre e non si sa bene se è un correre per venire da lei o per andarsene. Il testo rimane ambiguo, all'inizio lei sente l'amato che corre per venire: "Ecco il mio amato che viene saltando sui monti" (2,8) e alla fine dice: "Affrettati, corri, diventa una gazzella!" (2,17). Lui è venuto, ora forse se ne va. L'amore è questo rincorrersi, incontrarsi per poi ritrovarsi sempre di nuovo. Questo è il testo nella sua dimensione primaria, tipicamente antropologica dell'amore umano. Chiunque abbia fatto un po' d'esperienza di affetti sa perfettamente di cosa si parli. Il testo del Cantico è stato interpretato a livelli diversi. L'esperienza antropologica dell'amore tra l'uomo e la donna viene riletta spiritualmente. Si capisce che questo è un segno del rapporto di amore tra Dio e la Chiesa, tra l'uomo e Dio, tra il Signore Gesù e colui che gli appartiene. Il Cantico esprime l'amore dell'uomo e della donna, ma anche l'amore di Dio per l'uomo, di questi sposi che sono il Signore Gesù e la sua Chiesa. Questa umanità che dice: "Vieni Signore Gesù" (Ap 22,20) è la Chiesa che scende preparata come una sposa, la Gerusalemme celeste in attesa del Signore che viene: "Vieni, amato mio, vieni... sento il mio amato, eccolo che viene". E' la pagina finale della Bibbia, la Chiesa chiede a Gesù di venire e Lui dice: "Ecco, io vengo". La voce dello sposo che sta arrivando sulla porta dà colore a tutte le cose; la primavera è primavera dell'amore, possibilità di riscoprire la vita in rapporto con Dio; le volpi sono ciò che minaccia l'amore... Le interpretazioni a livello metaforico diventano possibili su diversi piani e in diverse direzioni. Proprio questa sovrapposizione interpretativa ci consente di fare esperienza direttamente sul testo: l'amore umano è segno di quello divino e l'amore divino insegna come deve essere l'amore umano. Vedere questo amore che i due sposi cantano è capire il mistero dell'amore di Dio. E così, accedere al mistero dell'amore di Dio, ci fa capire in che modo questi due sposi possano davvero amarsi e cantare il loro amore. C'è illuminazione reciproca. Vediamo brevemente alcuni elementi che ci servono per capire cos'è l'amore.
Attesa e desiderio: il gioco delle voci
Tutto si gioca sul fatto che lei sente venire lui, riconosce la voce, lo vede, ma sa già che viene, anticipando il fatto di sentirlo o vederlo. L'amore chiede questa situazione di attesa costante, di desiderio continuo per cui si è sempre pronti ad accogliere l'altro, anzi, si precede persino il suo venire perché il desiderio anticipa la venuta dell'altro. L'amore quindi, tiene sempre "svegli". L'amore mette in una situazione di continua novità. Ogni volta che ci si ritrova è come trovarsi per la prima volta. Potremmo dire che l'amore è dire: "Eccolo, eccolo che viene!" anche quando già c'è. E' una sorpresa continua per la presenza dell'altro, continua meraviglia davanti al dono che non è mai dato per scontato. Il problema dell'amore umano e delle relazioni dell'uomo con Dio è quello di non meravigliarsi più del dono, non rimanere sorpresi dal fatto che l'altro ci ami. Questo può anche essere un segno bello, positivo, perché vuol dire che ci si fida, che si sa che l'altro ci vuole bene, che c'è fiducia, c'è consuetudine diventata quotidianità, tutte cose positive, purché però non diventino mai possesso acquisito, idea che l'altro ormai "è mio e basta". Invece, bisogna scoprire che l'altro è sempre e continuamente dono, dono immeritato, dono che dà meraviglia, sorpresa, gioia nel ritrovarlo ogni volta. Lei riconosce la voce; lui allora la chiama e le chiede di farsi vedere. Lei lo aspetta; ma quando lui viene si scopre che nonostante sia lui che sta venendo, anche lui sta aspettando. Lui viene ma aspetta che lei gli si mostri, in una specie di sovrapposizione di voci. Comincia lei a parlare dicendo che lui viene, poi dice quello che lui le dice: "Fatti vedere e fammi sentire la tua voce" (Ct 2,14). Non si sa più chi parla, lei parla ma sta dicendo quello che dice lui. Questa sovrapposizione di voci dice la realtà dell'amore. Lui vuole sentire lei, lei dice quel che vuole sentire lui: tutto passa attraverso la parola, elemento fondamentale della comunione. La prima volta che nella Bibbia si sente la voce dell'uomo, è quando Adamo dice: "Questa è carne della mia carne ed osso delle mie ossa" (Gen 2,23). La prima parola che l'uomo pronuncia è di meraviglia, di stupore, di sorpresa, di gioia nello scoprire l'altro con cui essere in relazione; questo fa parlare l'uomo, e non c'è parola sensata tra gli uomini e tra l'uomo e Dio se non è mediazione di questa scoperta ed accoglienza del dono dell'altro, non delle cose dell'altro, ma dell'altro in un rapporto interpersonale totale. Quando in Genesi 2 Adamo parla, questa gioia nello scoprire l'altro c'è perché l'uomo è finalmente differenziato. Non poteva parlare finche non c'era anche la donna; fino ad allora era muto, non c'era parola possibile perché la parola dice comunione, quindi diversità, separazione che permette l'accoglienza dell'altro (alterità). La parola compare e diventa sensata. Compare anche la gioia perché si riconosce il dono. C'è gioia nel Cantico: lei è contenta perché lui viene. C'è gioia in Genesi 2: l'uomo esulta perché ha trovato qualcuno come lui (e non gli animali che non possono aiutarlo). La gioia è sempre connessa all'idea che lo sposo e la sposa parlino. Nel Cantico, nei Profeti, si dice che quando c'è voce di sposo e sposa si è nella festa. Questo si trova in tantissimi testi. Vediamo in due di questi, l'esperienza che propone la Bibbia. a) Geremia 33,10-11 "Dice il Signore: In questo luogo, di cui voi dite: Esso è desolato, senza uomini e senza bestiame, nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, che sono desolate, senza uomini, senza abitanti e senza bestiame, si udranno ancora grida di gioia e grida di allegria, la voce dello sposo e della sposa e il canto di coloro che dicono: Lodate il Signore degli eserciti, perché è buono, perché la sua grazia dura sempre, portando sacrifici di ringraziamento nel tempio del Signore, perché ristabilirò la sorte di questo paese come era prima, dice il Signore". Siamo nel "libretto della consolazione". Il popolo d'Israele è in esilio, il tempio è distrutto. E' impossibile sentire ancora la voce di Dio perché non c'è più culto. L'esilio è il "grande silenzio", è esperienza reale di morte. In questo silenzio la voce del profeta consola il popolo, annunciando il ritorno dall'esilio e quindi alla comunione con Dio. Quando Dio interviene per redimere dove non ci sono più uomini, bestiame, dove regna la morte, ritorna il segno della vita: la voce dello sposo e della sposa uniti alla voce di chi loda. Ecco la gioia della vita che ritorna, sperimentata nella sua pienezza. E' gioia di vita che nella lode ritrova la comunione con Dio. E' l'"orizzontale" (sposo e sposa) e il "verticale" (la lode). Questo dà la totalità della gioia, indica la totalità della redenzione, della salvezza: la ricostruzione delle due dimensioni fondamentali dell'uomo, il rapporto con gli altri e il rapporto con Dio. Questa redenzione si esprime nel fatto che la relazione ridiventa possibile. Lo sposo e la sposa diventano il segno tipico della vita che viene ridonata; segno della incredibile fiducia nella vita che ha chi gioca la propria esistenza nel rapporto con un altro. La scelta del matrimonio è un incredibile atto di fiducia, un coraggio incredibile di scommettere sulla vita, perché lo sposo e la sposa dicono innanzitutto continuità di vita con i figli, dicono che non solo vale la pena di vivere, ma che la vita è talmente bella da poter essere donata ad altri. Lo sposarsi è ciò che contraddice ogni forma di disperazione, quella disperazione sorda che dice: "Se è così, non vale la pena!" Invece essi contraddicono questo e con coraggio impegnano la loro vita nel rapporto con un altro che si impegna con lui allo stesso modo. Ricordiamo che sposo e sposa impegnano la loro vita con qualcuno segnato dalla morte e generano figli anch'essi segnati dalla morte. Eppure, fare questo vuol dire credere che, nonostante tutto, la vita è comunque più forte della morte, qualunque cosa succeda. E' il coraggio di entrare in una dimensione di morte sicura (perché è sicuro che lo sposo e i figli moriranno), riponendo lì la propria fiducia nella vita, vita più forte, più bella, più grande della morte, perché viene da Dio. Questo allora diventa segno che la redenzione è arrivata perché si entra in una dimensione di rapporto alla vita che capisce che questa va oltre
Relazione
Nel Cantico abbiamo la presentazione dell'uomo nella sua dimensione di relazione totale, la relazione è tra lei e lui, tra loro e gli altri ("Prendeteci le volpi piccoline...") e poi la relazione di lei e lui al mondo ("Vieni amata mia...") e la riscoperta della primavera nei campi. La relazione che nasce dalla voce si apre, quando è vera relazione interpersonale, a tutte le altre dimensioni relazionali con gli altri, ma anche con il mondo, in una situazione di riscoperta della natura, rivisitata come segno, rivelazione di armonia. Quando lo sposo e la sposa si parlano, il mondo diventa più buono. Il loro mondo è quello bello, fatato di Genesi 1, quello di cui Dio dice "E' buono!". E' il mondo delle gemme che fioriscono, del canto degli uccelli, della vita che trionfa, dove il male c'è (le volpi mangiano le vigne che stanno per germogliare), c'è consapevolezza della frattura. Ma nella relazione che ricongiunge i due in uno solo, diventa possibile ricongiungere la frattura del male, ridiventa possibile fare esperienza di bontà e allora i due possono scoprire il mondo come buono perché si amano. D'altra parte, questo scoprire il mondo come buono, li aiuta ad amarsi di più. E' un'esperienza di vita nella sua dimensione di riconciliazione possibile lì dove si ricompone la frattura fondamentale che è quella della diversità fra l'uomo e la donna.
Relazione di radicale, mutua appartenenza
"L'amato mio è mio e io sono sua" (Ct 6,3). La mutua appartenenza è la relazione fondamentale del rapporto coniugale che mette i due in alleanza così come Dio entra in alleanza con gli uomini. Il matrimonio, infatti, è segno dell'alleanza tra Dio e gli uomini: è fatto su quel modello, ha quegli elementi. Capire l'alleanza di Dio con gli uomini, vuol dire capire meglio cos'è la relazione coniugale. Seguiamo allora gli elementi tipici del formulario di alleanza che la Bibbia presenta nelle situazioni di patto tra Dio e l'uomo. La Bibbia, per far capire l'alleanza, usa elementi dell'alleanza tra sovrani. 1° elemento dell'alleanza: "Titolatura" Si dicono i nomi dei due partner che fanno alleanza e si indica che tipo di relazione c'è tra loro. I nomi e i titoli consentono di capire chi è la persona nominata. Nella relazione tra Dio e gli uomini, quando vengono dati i nomi e i titoli, si scopre che per poter dire i titoli dell'uno, bisogna nominare l'altro e viceversa. Perché il titolo di Dio è "Dio di Israele" e quello di Israele è "popolo di Dio". Si indica così una situazione di appartenenza reciproca talmente radicale e indissolubile che per poter parlare di uno si deve parlare dell'altro. Non a caso, nella Bibbia, la metafora tipica usata per parlare di alleanza è quella sponsale. Per poter parlare di alleanza tra Dio e popolo, la Bibbia ricorre alla metafora sponsale e dice che Dio è lo sposo e Israele















































