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    La crisi delle Messe

    dopo il lockdown

    Enzo Bianchi

    A causa della pandemia nei mesi scorsi la Chiesa italiana ha scelto la sospensione della Messa con la partecipazione del popolo di Dio. In quel frangente avevo osato porre degli interrogativi, manifestando il mio dissenso rispetto a celebrazioni eucaristiche riservate a presbiteri o religiosi. Avevo anche denunciato il grave rischio di una celebrazione eucaristica trasmessa in streaming: quello di far perdere il senso profondo dell’Eucaristia, Corpo del Signore non sono nel pane e nel vino ma anche nell’assemblea dei credenti radunati insieme in uno stesso luogo.
    Di fatto si è così riproposta una divisione tra sacerdozio ordinato e sacerdozio universale dei fedeli, e si è tornati al “dire Messa” da parte dei presbiteri e al “prendere Messa” da parte dei fedeli, semplici spettatori. In quei giorni il vescovo di Latina Mariano Crociata, già segretario della Cei, offrì alla sua diocesi una lettura di questi eventi ricca di senso di fede e di senso ecclesiale: «La nostra esperienza cristiana non è esentata dalle conseguenze di quanto stiamo vivendo. Anche la fede vive di contatto e di incontro, vive grazie ai sensi, che ci fanno ascoltare, vedere, odorare, palpare, gustare. Il momento più alto per la nostra fede è un momento di contatto per eccellenza… l’evento celebrativo in cui si mangia e si beve, si gusta e si assimila il Corpo del Signore, dopo averne ascoltata la Parola, per diventare una cosa sola con Lui e tra di noi: riceviamo il suo Corpo (eucaristico) per diventare suo Corpo (ecclesiale)».
    Si è invece preferito far vivere ai laici una “quarantena eucaristica” e non sperimentare invece in piena solidarietà una “mancanza per tutti”, che sarebbe stata molto eloquente, ricca di attesa e profetica. Passata la fase acuta della pandemia, volendo che tutti tornino a respirare a pieni polmoni la vita ecclesiale, la Cei si è proposta di affrontare una lettura dei segni della situazione post-pandemica. In essa ha dovuto ammettere che, dopo la lunga chiusura, la ripresa delle celebrazioni «è segnata da un certo smarrimento, in particolare da una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi».
    Ascoltando molti parroci del nord Italia, sento che anche gli anziani tendono a essere meno presenti alla Messa, e così molte chiese appaiono vuote o, nella migliore delle ipotesi, con assemblee dimezzate. Chi si attendeva una ripresa dell’interesse per la vita ecclesiale, resta certamente deluso. D’altronde c’era da aspettarselo: l’abbandono della pratica della Messa o la sua sostituzione “virtuale” per alcuni mesi ha disabituato i fedeli a un ritmo consolidato lungo tutta la vita. E anche l’allentamento delle relazioni che tocca tutta la società ha influito sul tessuto ecclesiale.
    Quella che già in precedenza si delineava come una caduta di interesse per la fede cristiana ora si è ulteriormente approfondita. La pratica religiosa e rituale è sempre meno interessante e coinvolgente per la nostra società, mentre il messaggio cristiano appare in maniera crescente come una “offerta senza domanda”. Tanti sono i tentativi rendere più attraente l’offerta, addirittura moltiplicandola, mentre la domanda da parte della gente diminuisce…
    Certo, la fede cristiana e l’adesione al Vangelo non vanno misurate solo sul rito e sul culto ma, se si perde l’Eucaristia, prima o poi la comunità cristiana è destinata a sfilacciarsi, a diventare un movimento e a disperdersi per astenia. La fede infatti dipende dalla comunione vissuta con Dio, la quale ha la sua fonte nell’Eucaristia. No, non stiamo vivendo una buona stagione ecclesiale, nonostante le fatiche e gli sforzi per la ripresa siano sinceri e coinvolgano tutte le porzioni del popolo di Dio. Poco più di vent’anni fa il mio amico e grande teologo Jean-Marie Tillard si chiedeva: «Siamo gli ultimi cristiani?». Questa domanda, che allora mi pareva esagerata, oggi me la pongo anch’io.

    (Jesus - Bisaccia del mendicante - Settembre 2020)



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