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    Repressione

    Giuseppe Angelini

    1. «La rivolta è stata repressa»: così press'a poco suona il bollettino di vittoria delle «forze dell'ordine» nei confronti di un «disordine» di qualsiasi genere - dal rifiuto di pochi carcerati ad entrare in cella all'insurrezione popolare di piazza, o alla guerriglia di bande armate nella clandestinità.
    L'idea di «repressione» comporta insieme l'aspetto di resistenza ad un disordine e di ricorso alla forza per realizzare tale resistenza. L'idea è già per questo motivo inquietante, perché un ordine che abbia bisogno della forza per essere difeso fa subito pensare ad un ordine di morte, ad un ordine un po' gelido come per eccellenza è quello militare. Se l'idea di ordine dice un valore positivo, vorremmo si trattasse di cosa spontanea, realizzata mediante il consenso e la comunione, piuttosto che mediante la forza. La presa di posizione ostile ad ogni intervento «repressivo» dello Stato (fino alle espressioni estreme del rifiuto di principio dell'esercito, della polizia armata, o - in tutt'altro campo - d'ogni forma censoria nei confronti della libera espressione del cittadino) si ispira all'ideale o all'utopia della non-violenza, e cioè all'ideale di una società nella quale venga eliminato l'ingrediente del «potere» quale supporto e garanzia dell'«ordine» o della legittimità. Di «utopia» si tratta, nel senso che un ordine di giustizia senza la garanzia del «potere» è storicamente impossibile. Anche coloro che facilmente ripudiano come «repressive» misure di polizia o comunque di coercizione nei confronti delle libertà personali con riferimento a situazioni politicamente qualificate, difficilmente contestano il codice penale e le misure coercitive da esso disposte contro l'omicidio, il furto, la violenza carnale e delitti simili.
    Il problema dunque non può essere posto nei termini radicali della legittimità o meno dell'uso della forza per la garanzia dell'ordine civile giusto: il problema è piuttosto di definire che cos'è ordine civile giusto, e correlativamente quali comportamenti privati (di singoli o di gruppi), violando quell'ordinamento, fanno violenza al diritto altrui e legittimano la «repressione». A prima vista può apparire che la «repressione» non si giustifichi in nessun caso nei confronti della cosiddetta «libertà d'opinione», una libertà che si esprime nella parola e non nell'azione, e quindi per eccellenza in comportamenti non-violenti. Ma è un giudizio approssimato: la parola è talvolta violenza; non serve solo per esprimere «opinioni», ma anche per esprimere insulti, per esercitare intimidazioni, per comandare comportamenti.
    In tal senso è prevedibile la necessità di «repressione» anche nei confronti di crimini commessi con le parole - dette o stampate - e non solo nei confronti di azioni. Il confine tra l'illegale repressione della libertà di opinione e la legittima repressione della «violenza» esercitata con le parole è, come si intuisce, difficile da determinare in concreto.

    2. Il verbo «reprimere» si usa anche con riferimento ai sentimenti: si dice così di un moto d'ira represso, o di un pianto represso, o di una commozione repressa. Anche in questo campo della vita emozionale dell'individuo la «repressione» ha cattiva fama nel nostro tempo. Il termine è diventato tecnico nel linguaggio psicanalitico, ma è poi invece usato in maniera molto indiscriminata e imprecisa nella prosa giornalistica che vi ricorre.
    Propriamente «repressione» in senso psicoanalitico è un meccanismo consapevole per il quale viene respinto dalla coscienza attuale del soggetto un contenuto valutato negativamente, sia perché spiacevole, sia invece perché moralmente riprovevole. Esempio della prima eventualità è il caso di una persona la quale reprime il ricordo di una situazione traumatica o di una situazione nella quale abbia fatto una vergognosa figura; esempio della seconda eventualità è il caso di una persona la quale reprima un sentimento di avversione da essa giudicato come colpevole.
    Diversi dalla «repressione» sono altri meccanismi non consapevoli di difesa nei confronti dello spiacevole o dello sconveniente: si parla allora di «rimozione». Pensieri, immagini, ricordi, che tendenzialmente vengono suscitati da una determinata pulsione, sono allontanati dalla coscienza, perché provocherebbero appunto disagio,ma senza che la coscienza dell'lo intervenga nel processo. La pulsione, costretta a livello inconscio, produrrebbe poi ugualmente un'azione di disturbo sulla vita consapevole attraverso processi distorti («ritorno del rimosso»), fino a provocare le forme patologiche delle nevrosi e delle psicosi. L'illuminazione dei processi inconsci di rimozione è la via regia della terapia analitica. Chiarita così la distinzione delle due figure della «repressione» e della «rimozione», occorre però aggiungere che nella teoria di Freud la «repressione» è in ultima analisi impossibile: più propriamente, impossibile è la «repressione» degli affetti, ossia del contenuto emozionale delle pulsioni. Infatti il contenuto «ideativo» (pensieri, immagini, ricordi) che dà rappresentazione all'affetto, può essere soltanto «rimosso» e non «represso»; può cioè essere ricacciato a livello inconscio attraverso meccanismi essi stessi inconsapevoli, e quindi anche non buoni dal punto di vista della salute mentale.
    È appunto tale convincimento della psicoanalisi che induce - quale eco approssimativa nella diffusa mentalità - l'ostilità nei confronti d'ogni consapevole «repressione», e viceversa l'apprezzamento sistematico della «spontaneità». Sicchè se uno, ad esempio, cova dentro un rancore nei confronti di un'altra persona, è giudicata miglior cosa che l'esprima, piuttosto che «reprimerla»; perché questo secondo comportamento indurrebbe l'irreprimibile pulsione o affetto inconscio a ritornare per altre vie o addirittura, chi reprime e non esprime un'avversità, pure istintivamente sentita, è giudicato come ipocrita, non autentico, non libero, e così via.
    Tali conclusioni paradossali trovano il loro fondamento appunto nella concezione della vita emozionale dell'uomo come prodotto di una spinta (questo vuol dire «pulsione») o di un'energia indifferenziata, che cerca in ogni modo uno sbocco, consenziente o no la coscienza. La verità è invece che le inclinazioni «istintive», e, diciamo meglio, le inclinazioni comunque precedenti la deliberazione dell'uomo, hanno un senso e un valore obiettivo, che la coscienza può e deve cercare di riconoscere, e in base ai quali essa può e deve assegnare una misura ed un ordine alle manifestazioni di esse. Qualora appaiano il significato e il valore di cui si dice, allora anche l'ordine delle «pulsioni» - così erano tradizionalmente chiamate le inclinazioni «patite» e non scelte dall'uomo - acquista giustificazione, e con l'ordine l'impegno volontario, la «forza» contro se stessi, l'«ascesi» mediante la quale la «passione» è trasformata in atteggiamento consapevole e libero, in inclinazione coerente e vantaggiosa per la vita morale dell'uomo.
    Se ogni impegno ascetico, o di autocontrollo, appare oggi facilmente come ingiustificata «repressione», è appunto perché difficile è sorgere ed apprezzare quell'ordine ideale capace di integrare le inclinazioni preriflesse in un progetto coerente e buono di vita. Alla difficoltà ci si rassegna, considerando l'inclinazione come «bisogno», come spinta cieca, come pulsione, alla quale occorre comunque trovare soddisfazione. Ma il prezzo di questa concezione quasi biologica dell'inclinazione - e alla fine dell'uomo stesso inteso quale animale bisognoso - è l'ineluttabile conflitto tra l'uomo e l'altro uomo, tra l'istinto dell'uno e quello dell'altro. Il conflitto a sua volta comporta la necessità del compromesso e della limitazione reciproca (il cosiddetto «principio di realtà» di Freud), e quindi della «repressione»: ma di una «repressione» che in tal caso appare come perdita secca per il singolo.

    3. Sia nella prospettiva politica che nella prospettiva psicoanalitica si produce l'uso e l'abuso del termine spregiativo «repressione» per qualificare ogni limitazione della spontaneità individuale, troppo precipitosamente e pomposamente identificata con la libertà della persona. La libertà della persona è possibile solo a condizione che la persona non si consideri «individuo», ma al contrario soggetto che non può sussistere e vivere se non nel rapporto di reciprocità con l'altro. Quando si realizzi tale condizione, il conflitto cessa di apparire sempre e unicamente come conflitto tra individui liberi e concorrenti; la «repressione» cessa di apparire indebita compressione della libertà individuale ad opera di agenti esterni. Il conflitto appare invece come presente anzitutto all'interno della esperienza psicologica ed etica del singolo: la «forza» diventa anche e soprattutto virtù, e non invece espediente poliziesco per consentire la convivenza di uomini radicalmente ostili.
    Il riconoscimento del rapporto di reciprocità personale come rapporto non semplicemente necessario, ma buono e fondante ogni altro valore della vita individuale, è un modo diverso di esprimere il primato dell'ordine morale obiettivo rispetto ai cosiddetti «bisogni» psicologici soggettivi. L'inflazione del termine «repressione» è la conseguenza della tendenziale evanescenza della coscienza morale.

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