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     Educare alla preghiera /10

    Apologia della

    preghiera di domanda

    Alessandro Maggiolini

     

    Ho letto un libro che pretendeva di dire come dev'essere «la preghiera dell'uomo moderno» - questo benedetto uomo moderno che, a furia di essere moderno, non riesce quasi più ad essere uomo.
    Mi sono sentito irritato; o deluso, più che irritato. Sosteneva che all'uomo di oggi non è più concesso di rivolgersi a Dio per chiedergli qualcosa.
    Perché?
    Perché la preghiera di domanda - diceva - è un affronto a Dio, un servirsi di Dio in modo che si pieghi ai nostri desideri anche più capricciosi, soprattutto quando invoca cose di ordine terreno: che so, uno scatto di carriera, la guarigione da una malattia, l'esser liberati dalla miseria e così via... L'adorazione, sì; il ringraziamento, sì; anche la supplica per superare le difficoltà che si frappongono al nostro divenire cristiano; ma perché - si chiedeva il libro - contaminare Dio coi nostri sordidi affari di ogni giorno? perché comprometterlo in vicende tanto umane e tanto grette? E c'era dell'altro: sosteneva che la preghiera di domanda debilita l'uomo, lo aliena dalle proprie responsabilità; l'uomo che organizza tridui e rogazioni perché Dio conceda la pioggia, quando egli stesso deve impegnarsi a costruire impianti di irrigazione artificiale; l'uomo che fa novene perché Dio gli tolga un malanno, mentre dimentica che ci sono i medici a cui ricorrere, e si son trovati gli antibiotici e si fanno i trapianti del cuore; l'uomo che si dirige al Signore chiedendogli: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», mentre il pane quotidiano se lo deve guadagnare da sé... Insomma, Dio non è un «turabuchi» - sosteneva il libro - che interviene a colmare gli spazi lasciati liberi dalle nostre pigrizie: è la radice della responsabilità umana e di non so cosa...
    Mah. Mi lasciano in sospetto questi toni da gnostici compassati che si dichiarano indifferenti di fronte ad ogni bene terrestre e ad ogni dolore. Così come mi impaurisce l'atteggiamento arido e tracotante di chi si fida soltanto dell'uomo, escludendo Dio dal proprio orizzonte. Intanto c'è da andare cauti nel dar la patente di imbecilli, così alla leggera, agli uomini d'altri tempi - nonni e babbi compresi -: i quali sapevano benissimo che bisognava lavorar sodo per guadagnarsi il pane; che c'erano medici ecc.; ma pure non cessavano di recitare il Padrenostro così com'è, di accendere la candela alla Madonna, di appendere un ex voto a un santuario e cose del genere. E non si vergognavano d'esser dei mendicanti - come noi - che dovevano stendere la mano di fronte a Dio: anche per cose di poco conto. E poi: aprite il Vangelo, amici, v'accorgerete che ci sono anche grida di giubilo, espressioni di gratitudine - poche -; ma quasi tutte le preghiere sono invocazioni. Uno è zoppo e chiede di camminare. Uno è cieco e chiede di vedere. Uno è sordo e chiede di udire ecc. E Gesù non si offende...
    Ciò che non va, da un punto di vista cristiano, è il rivolgersi a Dio con l'aria disinvolta e pretenziosa come di chi va dal droghiere o dal fruttivendolo e dice, segnando a dito: mi dà un etto di quello, mezzo chilo di quell'altro, e un chilo di quello... Quanto fa?
    Davanti a Dio non possiamo pagare.
    Tanto più che Dio non risponde sempre ai nostri desideri. Spesso ci lascia soffrire perché sa che il nostro bene non è sempre quel che chiediamo; e ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Quei terribili momenti in cui da parte nostra abbiamo l'impressione di non riuscire più a vivere, e sembra che «le stelle stanno a guardare» e «Giove ride». Li ha attraversati anche Gesù: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice; però...». «Sia fatta la Tua volontà»: è la parola forse più dura del Vangelo.
    E son favole le deresponsabilizzazioni della preghiera di domanda, se questa è autentica. Il limite, l'incapacità, la sofferenza è esperienza costante dell'uomo, al di là delle nostre vanterie impettite. E ci si impegna anche di più - umanamente - quando si chiede a Dio.



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