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     Educare alla preghiera / 4

    La preghiera,

    proiezione illusoria?

    Alessandro Maggiolini

     

    È abbastanza frequente, oggi, soprattutto tra i giovani, diffidare della preghiera perché si ha la strana sensazione di mettersi di fronte al nulla, di parlare a se stessi come rispondendo ad una eco, di proiettare delle situazioni interiori irrisolte, delle esigenze che non si riescono ad attuare, delle attese che non si sanno colmare.
    Non complichiamo le cose. Esprimiamoci in forma meno astratta. E lasciamo da parte i giovani: son vicende di tutti, queste; e i giovani forse avvertono più di noi il bisogno di preghiera.
    Chi ha provato talvolta a pregare - a pregare, non a biascicar tiritere - ha forse percepito un senso di vertigine, di paura: sto ascoltando Qualcuno? sto parlando a Qualcuno? ma c'è questo Qualcuno? è qui? e mi parla davvero? e mi ascolta davvero? non è questo esercizio tutta una trappola astuta per illudermi? non sto dialogando con me stesso, chiuso nel cerchio della mia solitudine? non sto fabulando di problemi che sono miei, soltanto miei, mentre io cerco altrove la soluzione? non sto fantasticando in un mondo splendido ma irreale? non sto creandomi una sorta di paese dei balocchi dove mi possa consolare perché vi trovo i miei desideri compiuti, ma i desideri mi rimangono dentro e mi mordono l'anima e tutto il resto non è che una bella fiaba? sto misurandomi con l'Infinito che è invisibile ma concreto, o con la parte malata di me stesso che ha bisogno di qualche blandimento? e non sto dando corpo a questo bisogno di consolazione come ad un miraggio?...
    Gli interrogativi potrebbero continuare, ed evocherebbero questioni ampie e ardue.
    Si può rispondere forse con una filosofia trionfante che dimostri l'esistenza di Dio e cose del genere, e con un'indagine storica che approdi alla divinità di Cristo e alla sua presenza nella storia. Certo. Ma non strizziamoci le meningi con tutto un apparato scientifico. La fede è forse qualcosa di più semplice. La preghiera pure. E può nascere, alla radice, dal semplice fatto che uno non può vivere senza di essa: dalla costatazione che tutto, dentro, chiede un ordine, una conclusione che non c'è dentro noi stessi e va cercata altrove.
    Si ha bisogno di dar senso alla vita, di trovare un'orientazione, perché tutto rimane in bilico tra l'assurdo e il mistero, e tanto vale scegliere il mistero: quello di Dio che è forse meno inaccettabile del nostro. Si ha bisogno di Uno che non sia ancora noi o il fratello: Uno da poter invocare, da poter ringraziare...
    Qui insorge spesso un sospetto messoci in animo da una qualche psicologia che pretende di spiegare tutto, tranne se stessa.
    La preghiera non è ricorso ad un gioco di specchi per tranquillizzarci? non è un tragico abbaglio per gente debole e sprovveduta? e non si prega soltanto in momenti di debolezza?...
    Non si deve pregare soltanto in momenti di debolezza.
    C'è pure l'adorazione, il ringraziamento e il contemplare attento e felice come tra innamorati, nella preghiera.
    E vi possono essere illusioni: quando non ci si rivolge a Dio, ma si parla con se stessi o con qualche proprio sogno.
    Eppure, a dir le cose chiaramente, non vedo perché mai ci si debba lasciar prendere sempre dall'incertezza di una preghiera illusoria, fino ad esserne bloccati. Certo, Dio può essere sentito come uno spauracchio o un rifugio deresponsabilizzante, da persone malate. Ma, suvvia, in campo psicologico, ci si dica chi è normale. Gesù Cristo lo era. Ma se fosse capitato tra le mani di alcuni psichiatri di oggi, l'avrebbero internato subito.
    E non riesco a comprendere perché mai Dio non possa servirsi delle nostre debolezze, del nostro senso di fragilità, delle nostre storture perfino, per condurci a Lui: per farci comprendere che è Lui la sodezza e l'ultima parola della nostra esistenza...
    Si prega come si è. E c'è una paura forse più sottile di quella dell'illusione: la paura di incontrare Dio realmente. Mentre è esperienza liberante e dolcissima...



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