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    Educare alla preghiera /8

    La ripetizione nella preghiera

    Alessandro Maggiolini

    Non si lasciano attorno le lettere d'amore. Se càpitan tra le mani ad estranei, ci ridono sopra. Son sempre un po' ingenue. E un letterato che le sottoponesse ad analisi linguistica, non capirebbe quasi nulla di ciò che veramente volevano dire. Vi troverebbe parole e formule trite e ritrite, logore fino alla delusione e ripetute fino alla noia. Chi le riceve, no: non è mai pago di sentirsi ridire sempre le stesse cose, poiché dentro vi scopre un'intenzione che non riesce mai ad esprimersi, eppure ci tenta sempre...
    Ciò che è dell'amore è un poco anche dell'infanzia. I bambini voglion sempre le medesime favole; le sanno a memoria, ma non ne han mai colto il mistero; e amano i riti e le parole ripetute: salutano mille volte; rifanno un gioco finché noi ci stanchiamo, ma loro no; si nascondono dietro l'uscio o sotto un tavolo per la gioia di farsi trovare all'indefinito, e ogni volta è una meraviglia nuova...
    Non sto divagando. Volevo parlare della preghiera ripetuta: di qualcosa come il rosario o altre forme simili.
    Stiamo al rosario come esempio.
    Non sembra godere buona stampa, oggi. Si appende la corona allo specchietto retrovisore della macchina (cosa san fare le mode!): quanto al recitarlo, è un'altra cosa. Ci si dà spesso l'aria di persone compassate, solenni, che lascian queste pratiche alle donnicciole indotte. Che senso ha l'infilare cinquanta avemaria intercalate da cinque padrenostro? E le litanie, poi: ora pro nobis, ora pro nobis, non so quante volte. Son tiritere noiose. Non dicono nulla. Compatiamo le nostre mamme e le nostre nonne che sgranavano la loro corona non solo in chiesa o in casa, quando, dopo cena, ci radunavano tutti e attaccavano la preghiera, ma anche mentre sfaccendavano per preparare la tavola o per rifare i letti e contavano ad alta voce: un'avemariagratiaplena, due avemariagratiaplena ecc.; o mentre camminavano raccolte per la strada.
    Noi... Noi sappiamo molte più cose: preferiamo la radio accesa con la corona delle canzonette intercalate dalla pubblicità o dai programmi culturali... o dalle trasmissioni «intime».
    Qui troviamo novità sconvolgenti e la noia non esiste più tra noi.
    Forse esagero, ma la caricatura mi serve per descrivere le nostre borie un po' insulse. Almeno un po'. Ci dà sui nervi íl dover pensare. Il pregare, poi...
    O se no, anche quando preghiamo, ci ostiniamo a mettere tra Dio e noi tutto un nebbione di concetti impegnati, a fabbricare laboriose simmetrie di pensieri astrusi: una gran sagra, o una lezione che Dio dovrebbe ascoltare come uno scolaretto che siam pronti a richiamare, quando si distrae... E Dio rimane dietro il nebbione, lontano; e non sa che farne dei nostri vaniloqui... Servon più per la nostra compiacenza.
    Già, il rosario. Poche parole, sempre le stesse; e la mente e il cuore che dovrebbero essere attenti al mistero...
    Bisogna essere un po' innamorati e un po' bambini per capire queste cose. Adulti, cioè, in senso autentico: capaci di meraviglia, di freschezza e di gioia; capaci di contemplare i fatti più semplici della vita del Signore - quelli che han sempre un aspetto inedito da rivelare - e le formule che recitiamo non han mai detto tutto quel che dovevano dire, perciò si ripetono: la prossima è sempre nuova e ne chiede sempre un'altra.
    Quando si parla a Dio, si è sempre innamorati e fanciulli. E davanti alla Madonna - come alla mamma - si è figli anche se si sta morendo.
    A proposito: vorrei che, da morto, mi si mettesse tra le mani la corona logora che porto in tasca: perché non sia una finzione. Adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.



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