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     Educare alla preghiera /13

    Umorismo, ultimo dono

    della preghiera

    Alessandro Maggiolini

    La preghiera non intristisce? Non toglie il gusto della vita? Non rende incapaci di sorridere? Non lega ad una maschera di ascetica truce? Non impone il disinteresse per ciò che passa? Non consegna ad una fatalità senza scampo, a cui occorre soltanto piegarsi, come giunchi al passare della corrente?... Niente, e così sia: e ci teniamo la nostra mestizia. Insomma, i credenti che pregano, sanno ancora cantare, raccontare una barzelletta, godere delle cose di ogni giorno? Nel mondo d'oggi fan da orchestra o da platea?...
    Verrebbe voglia di prendere in contropiede le domande.
    Davvero viviamo in un mondo che scoppia dalla felicità? O ridiamo a comando: quando il comico giunge alla battuta e alla televisione, fuori campo, compare il cartello luminoso: «applausi», e tutti battono le mani come collegiali? E il comico è felice, dentro; o fa il mestiere di suscitare l'ilarità? E son canti di allegria quelli che si ascoltano al juke-box - e magari non si capisce una parola -, o sono un modo di coprire col rumore una tristezza che non si riesce ad accettare? E gli stessi giovani, che dovrebbero essere il domani, la speranza, la freschezza dell'esistenza, son davvero felici, spensierati e serenamente impegnati come talvolta si assicura? O affogano spesso nella noia? O si inaspriscono spesso nella
    rabbia, nell'odio? Non vale imbastire polemiche. Ma occorre pure accordarsi su che cosa voglia dire gioia, serenità, pace, allegria. È il chiasso della bisboccia? È l'evasione dai problemi? È il darsi pacche sulle spalle? È lo stordirsi fino all'esaurimento?...
    Torniamo alla preghiera.
    C'è un «test» infallibile per valutare se si tratta di preghiera autentica o di contraffazione. Ed è questo: vedere se ci si alza dal colloquio con Dio rasserenati ed impegnati al tempo stesso, o se ci si alza affranti o irritati. Nel secondo caso, quel che si è fatto non è preghiera: è narcisismo; un guardarsi allo specchio per detestarsi - ne abbiamo tutti i motivi - o per compiacerci - fa tenerezza questa candida e un po' stupida esaltazione di noi stessi -; o è un caricarci di aggressività: il prender coscienza delle esigenze dell'uomo e il buttarci con risentimento, con disperazione nel nostro compito di aiutare i fratelli, camusianamente, senza neppure la consolazione d'avere un Dio da bestemmiare, contro cui avventarci.
    No, la preghiera vera è genesi d'umorismo. D'umorismo, che è cosa diversa dall'ironia e dal sarcasmo. L'ironia è atteggiamento freddo, arido, distaccato. Il sarcasmo è perfino disprezzo e volontà di distruzione: parte da uno scetticismo cattivo che mette in ridicolo per umiliare, per annientare... L'umorismo... L'umorismo, dicevo, è frutto della preghiera. Bisogna chiederlo al Signore perché è arte difficile, e non sempre la natura lo consente pienamente.
    È un osservare le persone e le cose con simpatia, sapendo cogliere gli aspetti positivi anche là dove tutto sembrerebbe da condannare - il mezzo bicchiere pieno, non il mezzo bicchiere vuoto -; è un riuscire a godere delle vicende più usuali, quelle che càpitano nei giorni qualsiasi e che ci lasciamo scivolare accanto senza neppure badarci... E tutto ciò non con l'aria indifferente del disinteressato, dallo scettico blu, ma con la partecipazione cordiale di chi vuole costruire la storia, mutare il mondo, o non so cosa; ma pure non si lascia impaurire dall'ultimo fatto di cronaca: guarda lontano e si impegna come può. Come Dio, questo supremo barzellettista e comico che «gioca - dice la Scrittura - nel mondo», ma pure vi è presente fino a morirne...
    La preghiera: consola e spinge ad assumere le proprie responsabilità. Non c'è ideologia che riesca a consolare una donna brutta. Non c'è politica Che riesca ad esigere, col pane, i gerani alla finestra... Eppure si tratta di cose importanti...
    Lasciatemi ripetere una frase vieta, amici: un cristiano triste è un triste cristiano. Per invitare a pregare.



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