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    Il nostro deserto

    Umberto Galimberti

     

    Ogni giorno in Italia si suicidano dieci persone e altre dieci ci provano.
    Sono per lo più donne e anziani che hanno fatto un deserto della loro speranza. A questi si aggiungono dieci milioni di "sofferenti mentali" che coinvolgono intorno al loro dolore metà delle famiglie italiane. Si tratta di un dolore impalpabile, ma dallo spessore opaco e buio che rende le vie d'accesso scarsamente praticabili e la speranza di una fine realisticamente remota. A fornirci questo stato della salute mentale in Italia è il ministro della Sanità Umberto Veronesi nella prima Conferenza nazionale per la salute mentale in corso in questi giorni a Roma.
    E' un quadro allarmante non a tutti noto, perché il disagio mentale tende a nascondersi, a non farsi notare, a concedersi lo spazio stretto e non comunicativo della gestione personale.
    Ma basterebbe frugare nelle tasche degli italiani che vanno in macchina, in metropolitana, in ufficio, per trovarvi pillole antipanico (due milioni), ansiolitici (tre milioni), antidepressivi (cinque milioni), sonniferi a portata di mano per riuscire a reggere la qualità della vita che ci siamo costruiti, con un costo sociale pari a mille miliardi, che è una cifra equivalente a quella impiegata per le malattie cardiovascolari e doppia rispetto a quella richiesta per la cura del cancro, giusto per citare le malattie a maggior incidenza sociale, quelle per cui si muore di più.
    Dunque in Occidente l'anima sta male, se è vero che del miliardo di malati mentali (un sesto dell'umanità) ben seicento milioni abitano i paesi industrialmente e tecnicamente avanzati dove gli uomini sono sempre meno "soggetti" della loro vita e sempre più "funzionari" degli apparati che li impiegano e concedono loro le condizioni per vivere.
    Preposti alla loro cura ci sono in Occidente schiere sempre più numerose di psichiatri, psicologi e psicoanalisti che, a pagamento, cercano di ricostruire nelle anime desertificate dal dolore delle trame di senso. A questi vanno aggiunti preti, educatori, operatori sociali e perché no, medici di famiglia, omeopati, maghi, praticanti di tecniche orientali o di ginnastiche terapeutiche, un esercito insomma che cerca di intervenire con lo strumento della comunicazione, sia verbale sia somatica a cui si aggiunge la chimica che si compra in farmacia per stare passabilmente bene, non avendo né tempo né voglia e forse neppure l'interesse o la capacità di sapere chi davvero si è.
    Alla base c'è quel deserto affettivo che è diventato il paesaggio abituale dell'uomo occidentale. Un deserto che si espande da quel presente muto, in cui il sofferente psichico disabita per invivibilità ogni evento, al passato che ha desertificato amori che non si sono radicati, creatività estinte al loro sorgere, ricordi che non hanno nulla a cui riaccordarsi, in quella solitudine frammentata dove l'identico, nella sua immobilità senza espressione, coglie quell'altra faccia della verità che è l'insignificanza dell'esistere.
    Nel disagio psichico non si può parlare neppure di disperazione, perché l'anima non è più solcata dai residui della speranza. E le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti, più o meno sincere, le parole che non si rassegnano, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono guarire languono tutte attorno alla sofferenza come rumore insensato; il rumore che gli altri, i cosiddetti sani, si scambiano ogni giorno per far tacere a più riprese quella verità che chi soffre, nel suo silenzio, dice in tutta la sua potenza.
    Bisogna avere il coraggio di vivere fino in fondo anche l' insignificanza dell'esistenza per essere all'altezza di un dialogo con il disagio mentale, e solo muovendosi intorno a questa sua verità, che è poi la verità che tutti gli uomini si affannano a non voler sentire, può aprirsi una comunicazione.
    Comunicazione rischiosa, non perché ci può trascinare nella malattia, ma perché può tradire la nostra insincerità. Chi soffre infatti è sensibile al volto che smentisce la parola, e il suo silenzio smaschera la finzione e l'inconsistenza. Abitando la verità dell'esistenza con tutto il suo dolore, chi soffre non sta al doppio gioco della parola che danza disinvolta sull'insensatezza della vita, o che, impegnata, indica una formazione di senso, laggiù ai confini del deserto.
    Chi soffre sa che il confine, come l'orizzonte, è sempre al di là di ciò che di volta in volta appare come confine e orizzonte, sa che non c'è gioia nell'esserci, non c'è felicità nella sequenza dei giorni. Il sole che muore è lo stesso che risorge e, nel cerchio perfetto che il ritorno disegna, naufraga il progetto che per un giorno s'era levato per reperire un senso nella vita.
    L'invisibile armonia del cerchio che ripete se stesso spezza ogni irruzione rumorosa del senso. Lo sguardo di pietra che spesso viene ad assumere la sofferenza psichica vede troppa progettualità nello sguardo degli uomini, troppa speranza che vuole seppellire disperazione, troppo desiderio che la fine si traduca in un fine.
    E allora la sofferenza psichica va ascoltata perché dice la verità che, con la nostra vita euforica, ogni giorno noi seppelliamo per la gioia della nostra epidermide. Anche il nostro cuore conosce la verità di questa sofferenza, quindi la verità pura e semplice, ma non la vuol riconoscere. Ed è così che il nostro cuore resta inascoltato. La prima funzione degli ansiolitici e degli antidepressivi è quella di mettere a tacere il nostro cuore. Per questo fuggiamo chi soffre, il suo sguardo di pietra è un atto d'accusa al silenzio che abbiamo imposto al nostro cuore.
    Scrive uno dei più famosi psichiatri italiani, Eugenio Borgna, che "sarebbero necessarie dosi minori di analgesici, di sonniferi, di tranquillanti e magari di insulina nei diabetici se i pazienti potessero essere ascoltati: alleggerendo la loro solitudine che esaspera e aggrava ogni condizione di sofferenza psicologica ma anche di malattia".
    Il colloquio è fatto solo di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è prestare l'orecchio, è farsi condurre dalla parola dell'altro là dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore e sepolta dalle nostre parole. Questa verità, che si annuncia nel volto di pietra di chi soffre psicologicamente, tace per non confondersi con tutte le altre parole.
    Parole perdute per l'evento che ogni giorno tentiamo di disabitare dietro le maschere in cui è dipinta ovvietà, incrostazioni di felicità, o recitate euforie.
    Il ministro della Sanità Umberto Veronesi indica alcune inadeguatezze che aggravano il disagio psichico, a cui si potrebbe porre rimedio senza costi: togliere i malati psichici dall'isolamento in cui da soli tendono a rifugiarsi; fornire la socializzazione delle famiglie che, dopo l'opportuna chiusura dei manicomi spesso si trovano a ospitare il disagio psichico nel chiuso della loro sofferenza; migliorare il coordinamento tra l'intervento medico e l'intervento socio-assistenziale, in modo che ciascuno non ritenga di aver finito il suo compito quando, in modo disarticolato, ha finito la sua parte; migliorare la formazione degli operatori sanitari e degli assistenti sociali perché non si cura l'anima con parole consolatorie che si perdono nel genericismo del conforto a buon mercato; accrescere l'informazione sulle disponibilità farmacologiche e sull'uso corretto dei farmaci che, soprattutto quelli dell'ultima generazione, offrono un significativo grado di efficacia; ma soprattutto attenzione ai problemi della salute mentale in età evolutiva, quindi a scuola, dove i professori non hanno di fronte una "classe", ma tante facce diverse da guardare davvero in faccia, a una a una, senza nascondersi dietro la scusa che non si è psicologi, perché non si è neppure uomini se non ci si accorge della sofferenza di un uomo.
    Al di là di quello che la biochimica oggi ci dice e domani la genetica ci dirà, da almeno un secolo sappiamo che alla base del disagio psichico c'è una sofferenza affettiva. E l'amore non ha costi sociali. Lo si può diffondere con generosità e anche con piacere se solo le nostre anime non si sono del tutto desertificate. In caso diverso avremmo individuato la vera malattia dell'Occidente.



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