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    Benvenuti a Madrid, giovani della GMG

    Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid


    Per comprendere bene il significato pastorale delle Giornate mondiali della gioventù, è necessario guardare il fenomeno in una prospettiva storica e rivedere la seconda metà del secolo scorso e l'inizio di questo secolo non solo nel contesto della storia della Chiesa, ma anche del mondo occidentale. È quasi ovvio affermare che il periodo successivo alla seconda guerra mondiale portò una crescita economica folgorante. Tuttavia, purtroppo, non è stato accompagnato da un approfondimento delle radici cristiane, che davano significato a valori quasi universalmente condivisi: il primato della persona, il valore del lavoro serio e della fatica come criterio sociale, gli atteggiamenti di distacco e di sacrificio, la responsabilità per il bene comune, e specialmente in alcuni Paesi, il valore positivo della religione nella vita della società e degli individui. I fattori coinvolti sono troppo numerosi da elencare, ma sembra chiaro che la crisi dei giovani nella fine degli anni Sessanta, simboleggiata dai disordini del maggio ‘68, va ben oltre la sfera della politica.
    Il rifiuto di qualsiasi forma di autorità, il desiderio di rompere con il passato a tutti i costi e di sperimentare la libertà senza responsabilità non era qualcosa di esclusivo dei Paesi non democratici. L’ho provato io in prima persona negli anni in cui ero docente presso l'Università di Monaco di Baviera e poi come professore e vicerettore della Pontificia università di Salamanca. Con i rischi di tutte le generalizzazioni, non è errato affermare che i notevoli e rapidi cambiamenti della società negli anni Cinquanta, e in particolare la dicotomia tra progresso economico, progresso morale e vero progresso spirituale, sorpresero non poco la Chiesa in Europa e Nord America.
    Fu in grado di reagire pastoralmente in tempo? Anche se fa male dirlo, una risposta positiva al quesito sarebbe difficile da sostenere. Sembra innegabile che si produsse una spaccatura evidente tra il mondo dei giovani e la Chiesa. Ciò che noi conosciamo come "crisi post-conciliare" aggravò la situazione. L’elevato numero di riduzioni allo stato laicale è uno dei segni, ma non l’unico, di questi anni estremamente difficili per la Chiesa. All’indimenticabile papa Paolo VI, che ha dovuto portare la croce molto pesante di quel momento storico della Chiesa, risalgono alcune delle diagnosi più dolorose di quanto stava accadendo. In particolare, per quanto riguarda la pastorale giovanile, i conflitti dottrinali e spirituali del post-concilio gravavano pesantemente su di essa.
    Gli anni ‘60 e ‘70 portarono incertezze, abbandoni o dubbi di fede in molti giovani. Tutto veniva dibattuto e discusso. Il pessimismo e la mancanza di prospettive apostoliche chiare riguardarono gli adulti (professori, insegnanti, genitori, sacerdoti... ) che si occupavano di educazione e cura pastorale giovanile. Il risultato? L’abbandono della vita cristiana e della fede, e, naturalmente, della Chiesa in molti di loro. Con l’elezione nel 1978 del cardinale arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, come Papa e pastore della Chiesa universale, si produce un notevole cambiamento nel clima ecclesiale. L’effetto pastorale comincia a notarsi presto. Fin dal primo momento si vede la predilezione di Giovanni Paolo II per i giovani. Confidava in loro. La sua predicazione era diretta, senza mezzi termini. Adottava il metodo del grande annuncio. Il cambiamento inizia a manifestarsi sempre più evidente, spettacolare. Senza dubbio era solo una questione di tempo: quanto prima la nuova relazione con i giovani e le rinnovate forme di annuncio del Vangelo alle nuove generazioni avrebbero riguardato tutta la Chiesa.
    Il cambiamento si concretizza in primo luogo e soprattutto nelle Giornate mondiali della gioventù. Ciò che poteva sembrare a prima vista come un’idea geniale di Giovanni Paolo II, caratteristica di un’anima santa, non tardò a radicarsi tra i responsabili della pastorale giovanile; ciò che sembrava essere in gran parte influenzato dai tempi e dallo stile personale di un Papa, si dimostrò trascendere la mera occasione storica, quando il neo eletto papa Benedetto XVI confermò il valore pastorale delle Giornate mondiali della gioventù a Colonia, pochi mesi dopo la sua ascesa alla cattedra di Pietro. Sono passati 26 anni da quando il beato Giovanni Paolo II ha convocato per la prima volta i giovani a Piazza San Pietro, in occasione dell’Anno internazionale della gioventù.
    S’iniziava il cammino delle Giornate mondiali della gioventù. Un nuovo capitolo della pastorale giovanile si aprì nella Chiesa. I suoi frutti sono visibili: un processo di profonda conversione nella vita di molti giovani; una fucina di vocazioni sacerdotali, vocazioni alla vita consacrata, vocazioni per rispondere, attraverso la missione del laico nella Chiesa, alla chiamata universale alla santità radicale. Gli effetti di conversione e rinnovamento spirituale da parte di sacerdoti, religiosi e pastori della Chiesa sono innumerevoli!
    E con la Gmg sorge in tutto il mondo una gioventù cattolica che – senza paura di essere testimone del Vangelo in parole e opere nella società in cui vive e tra i popoli e le culture cui appartiene – rappresenta una nuova generazione di giovani cattolici disposti a testimoniare con coraggio la propria fede. Una gioventù che non c’era e che ci permette di intravvedere nel futuro un nuovo ed emozionante periodo della storia dell’evangelizzazione. E illumina con nuova forza la speranza nel cuore stesso della Chiesa! Da quella lontana di Santiago de Compostela del 1989, l’organizzazione della Giornata mondiale della gioventù si è rivelata un formidabile impegno umano ed ecclesiale di persone, tempo e sforzi per trovare le risorse economiche; ma soprattutto ha dimostrato quanto siano importanti la preghiera e la preparazione pastorale e spirituale della Gmg. Ciò implica ricchezza apostolica ed evangelizzatrice della Chiesa, e viene ampiamente ricompensato.
    Le Giornate insegnano ai giovani, in modo vivo e convincente, il bisogno di un rapporto personale con Cristo; essi riscoprono il valore essenziale dei sacramenti e la vita interiore nella vita quotidiana dei loro studi e/o del lavoro, e anche il coraggio di vivere la loro fede in "comunione" con gli altri. E per coloro che non sono così giovani, quali sono e saranno i frutti della Gmg? Senza dubbio un’occasione affascinante della grazia per il rinnovamento della nostra specifica vocazione e per una rinnovata accettazione della chiamata del Signore che pretende da noi una dedizione apostolica più generosa. Ci serviranno per tornare a entusiasmarci nel compito di portare le anime delle nuove generazioni a Cristo. I giovani sono e costituiscono, senza alcun eufemismo, il futuro della Chiesa. Le Gmg trovano spazio nelle circostanze concrete vissute dai Paesi e dalle società che le accolgono e le celebrano.
    La situazione attuale in Spagna è inseparabile dalla crisi economica: sono i giovani a soffrire più duramente. La Giornata mondiale della gioventù 2011 vuole offrire le basi solide di un rinnovamento profondo e forte, spirituale e morale, per affrontarla con successo e superarla. Questa crisi – economica, sociale, politica ed etica – che li circonda ha una soluzione se la si comprende e si affronta come fa il Santo Padre Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate. La Gmg di Madrid, come le Giornate precedenti, non si ridurrà semplicemente a un punto di arrivo della pastorale giovanile, ma sarà l'inizio di un nuovo futuro in cui il dramma della crisi potrà essere superato con la gioia della testimonianza cristiana, in grado di cambiare il mondo.



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