Educarci
alla gratuità
Stefano Zamagni
È abbastanza strano vi sarete chiesti che un economista debba parlare di un tema come quello del dono e della gratuità, perché di solito se c’è uno stereotipo culturale nelle nostre società di oggi, è che l’economia, l’attività economica, il mondo degli affari, sia tutto meno che incentrato sulla logica del dono. E’ la logica, come si suol dire, del profitto quella dominante e devo dire che in effetti capisco che questo sia un problema, che molti ragionino così, ma è sbagliato perché non è affatto vero che l’economia, come scienza e anche come pratica, debba essere come quella rappresentazione che ci viene data sistematicamente dai mass media e questo è parte delle dafaiance della nostra cultura di oggi.
Allora quello che mi propongo in questa mia chiacchierata, è di dare risposta a questa domanda: è vero che i giovani d’oggi sono più egoisti, meno generosi di quelli di ieri? Se voi guardate la stampa, i mass media, i vari reportage frutto anche delle varie rielaborazioni, (anche statistiche) emerge questo stereotipo: i giovani di oggi sono più individualisti, più egoisti, più centrati su loro stessi, rispetto a quelli del passato. Ecco, la mia tesi è esattamente l’opposto, che tutto questo è falso. Io sostengo che i giovani di oggi sono più generosi di quelli delle generazioni del passato, però devo spiegarvi il paradosso, perché se è vero, se ho ragione io, come darsi conto del fatto che nella cultura presente si rappresenta questa immagine del giovane come centrato solo su se stesso, interessato solo alle proprie cose?
Allora per spiegare questo dobbiamo un attimo pensare al tipo di cultura nella quale oggi ci è dato di vivere. Un tipo di cultura che è dominata soprattutto da un’istituzione che è il mercato, le cosiddette economie di mercato io qui non entro nel tecnico, alcuni di voi magari avranno studiato un po’ di economia, ma so che non devo parlare a chi sa già di economia, quindi non entro nel merito tecnico, mi limito soltanto ad aspetti veramente concettuali, quelli che dovrebbero essere a conoscenza di tutti, anche di chi non studia economia.
Dicevo, in un’economia di mercato qual è l’idea di base, il principio regolativo?
Il principio regolativo è quello dello scambio, lo scambio di equivalenti.
Se uno mi dovesse dire l’economia di mercato, come sono le nostre economie italiane e europee, del nord america, su quale principio si basa?
Sul principio dello scambio di equivalenti, equivalenti di valore, cioè io ti do una cosa e tu mi dai l’equivalente in valore, spesso questo equivalente si chiama prezzo. Quando voi andate a comprare il giornale date 1 € e l’edicolante vi dà il giornale. Altre volte lo scambio di equivalenti non passa attraverso il mezzo monetario, però la logica sottostante è esattamente la stessa, cioè io ti faccio qualcosa se tu in cambio mi fai qualcosa d’altro più o meno dello stesso valore. Questo principio è ovviamente il principio regolativo dell’economia di mercato e le economie di mercato evidentemente non potrebbero funzionare se non ci fosse questo tipo di logica sottostante, pensate al mondo degli affari, delle banche, della produzione ect … tutto avviene sulla base di una logica di questo tipo.
Qual è però il problema che molti hanno sottovalutato e che non è stato capito? Che in un’economia di mercato, e la nostra è un’economia di mercato, tutte ormai oggi sono economie di mercato, fino a 12 anni fa c’erano altre economie, quelle del blocco sovietico che erano ad economia pianificata, dove non c’era il mercato, ma oggi dopo la caduta del blocco sovietico, non c’è più nessuno. Le uniche forse, sono la Corea del Nord e Cuba, che hanno mantenuto un’economia non di mercato, perché persino la Cina dove c’è il partito comunista, partito unico, ha sposato due anni fa l’economia di mercato e ha cambiato la propria costituzione proprio per voler l’economia di mercato. E quindi possiamo dire che oggi nel mondo, eccetto questi due casi e pochissimi altri, tutto è regolato dall’economia di mercato. Allora è vero che l’economia di mercato è basata sulla logica dello scambio di equivalenti, però quello che si dimentica di dire è che il mercato per funzionare, ha bisogno che ci sia uno zoccolo una base forte, dura di valori che invece presuppongono il principio del dono.
In altre parole, se in una certa società la cultura del dono non prende piede anche il mercato cessa di funzionare, o meglio funziona si, ma produce risultati perversi, contrari all’obbiettivo per cui certe azioni si fanno.
In altre parole, quello che si è dimenticato in questa epoca storica, è che il mercato per funzionare in dimensione umana ha bisogno che ci sia alla propria base una cultura del dono, il principio del dono.
Allora cominciamo a capire la seguente cosa, che nella nostra cultura tutta concentrata sulla logica dello scambio, si ha paura, che il principio del dono possa inquinare il principio dello scambio e questo è un errore gravissimo della nostra cultura e prima lo correggeremo, meglio sarà per tutti. Ci vorrà del tempo perché le teste sono molto dure, perché la logica dello scambio nell’immediato dà l’impressione di appagare tutti, di soddisfare tutti, ma ti frega la logica dello scambio, perché ti da risultati giusti, desiderati, soltanto se a monte, alle spalle ha il principio del dono o meglio l’azione donativa.
Allora voi direte, ma perché si è prodotto questo ? Come mai si è perduta questa consapevolezza, anzitutto quando si è perduta?
Nel corso dell’ultimo secolo, ma direi che in effetti già alla metà dell’800 si è cominciato a deviare, fino ad allora tutti sapevano che il mercato per funzionare bene presuppone il principio del dono. Voi sapete che l’economia di mercato comincia a svilupparsi nell’epoca del rinascimento, dell’umanesimo, 1400 in Toscana, poi da lì si diffonde altrove e l’economia di mercato è tenuta a battesimo da personaggi che corrispondono ai nomi di S. Bernardino da Siena, frate della famiglia francescana, S. Antonino di Firenze, era il vescovo di Firenze nella seconda metà del ’400, ect…tutti santi … Questo per dire che il concetto di economia di mercato all’inizio era nato esattamente sulla base di questa idea, che c’è bisogno si di una logica dello scambio, perché per scambiare bisogna trovare dei cosiddetti prezzi, io ti do una cosa … però questa logica dello scambio deve essere basata sul principio del dono.
Cosa è accaduto nel corso dei secoli successivi? Che si è dimenticato esattamente questo e a partire dalla seconda metà del ’800 quando si afferma il modo di produzione forduista, il fordismo, sistema di fabbriche ect … gli uomini pensavano, anche gli uomini di cultura, che si potesse abbandonare il principio del dono, che bastasse la logica dello scambio. E’ allora che ha iniziato a diffondersi l’idea secondo cui l’economia è la scienza che si occupa sostanzialmente del fare affari, dimenticando l’origine che è alla base.
Ora questa situazione ha incominciato ad entrare in crisi in questi ultimi tempi e direi che il fenomeno della globalizzazione di cui tanto si parla, è servito ad aprire gli occhi, perché come mai dopo oltre un secolo in cui gli uomini pensavano che si potesse fare attività economica dimenticando quello zoccolo duro, quelle fondamenta, oggi, in questi ultimi anni 10-15-20 anni, ci stiamo rendendo conto della inadeguatezza per 3 ragioni:
la 1° - che l’utilità non è la stessa cosa della felicità, cioè che i nostri sistemi economici, le nostre società sono diventati delle macchine molto potenti nel produrre beni e servizi di ogni tipo, provate a pensare: quanti beni avete a disposizione rispetto a quanto avevano i ragazzi della vostra età 100 anni fa. Non c’è paragone. Oggi, l’oggettistica, i gadgets di tutti i tipi, cioè i nostri sistemi produttivi sono diventati delle macchine portentose per produrre ogni tipo di beni e di servizio. Pensate allo sviluppo delle tecnologie, ora tutte queste cose aumentano l’utilità e difatti oggi il livello di benessere è di gran lunga superiore a quello del periodo precedente, però si è cominciato a capire che l’aumento dell’utilità non comporta necessariamente l’aumento della felicità e perché questo? Perché l’utilità è la proprietà della relazione tra l’uomo, l’essere umano e la cosa. Le cose sono utili, questa penna, è utile se mi serve a scrivere; questo orologio è utile se mi dà il tempo, ect .. l’utilità è la proprietà della relazione tra uomo e cosa.
La felicità è un’alta cosa, perché la felicità è la proprietà della relazione tra uomo e uomo, tra essere umano e essere umano, e cioè si può dire che mentre si può massimizzare l’utilità da soli, Robinson Crousuè quando è sull’isola è un massimizzatore di utilità, come fanno gli economisti di vecchia maniera per cercare di utilizzare al meglio le poche risorse che aveva, come sappiamo dal romanzo, gli erano rimaste poche cose. Però incomincia ad assaporare la felicità quando nell’isola deserta incrocia il selvaggio, Venerdì.
In altre parole, per essere felici bisogna essere almeno in due, non si può essere felici da soli. Provate a pensare, non si può essere felici da soli, mentre si può massimizzare l’utilità essere degli utilitaristi, come si suol dire, anche da soli. Ognuno di noi, quando fosse da solo usa le cose, mangia fa questo e quello, quindi attribuisce l’utilità alle cose, ma non trova lì la felicità.
Ecco allora il punto: che le nostre società di oggi sono delle macchine molto raffinate nell’aumentare l’utilità di qualsiasi tipo, soddisfacimento di tutti i bisogni inimmaginabili fino a pochi decenni fa, ma all’aumento di questa utilità, non corrisponde un aumento degli spazi della felicità e questo cosa provoca, quello che voi vedete e che ognuno di noi potrebbe dire: che siamo sempre più scontenti e il bello è che siamo sempre più scontenti mentre navighiamo nell’abbondanza, perché non ci manca niente in termini di cose, però ci manca quella cosa: la felicità, che non può essere prodotta dal mercato stesso, perché il mercato è basato sul principio dello scambio di equivalenti: io ti do e tu mi dai un’altra cosa dello stesso valore. Ma la felicità siccome è nella proprietà della relazione tra uomo e uomo io non la posso comprare.
In America, recentemente, sono nate delle imprese che appunto, per fare profitto hanno cercato di negare quello che sto dicendo, con il risultati quasi ridicoli, se non fossero da piangere.
Cioè imprese che vendono amicizia, ti dicono tu sei solo? Vieni facciamo un contratto, tu mi paghi e io ti vendo l’amicizia.
Voi capite che questo è un disperato tentativo di mettere dentro la categoria dell’utilità quella della felicità, cioè confondere l’utilità con la felicità.
Poiché ci si rende conto e in America molto più che qua, che i livelli di infelicità stanno aumentando, perché la gente è sempre più sola e disperata, allora qualche imprenditore, pur di far soldi, cerca di vendere l’amicizia, cerca di vendere l’antidoto alla solitudine e via dicendo. Questo per dirvi esattamente una situazione che si viene a determinare nelle nostre società.
Ovviamente i risultati si commentano da soli.
Il 2° punto che ci aiuta a capire come mai oggi si sia rotto il legame tra i due aspetti la felicità e l’utilità, è che le nostre società di oggi sono in grado di produrre ogni categoria di beni eccetto però una, quella dei beni relazionali.
Cos’è un bene relazionale? Si dice bene relazionale, quando il vantaggio che ti dà dal consumarlo dipende dalla relazione che si instaura tra due o più persone. In altre parole, il bene si dice relazionale quando per consumarlo io ho bisogno di conoscere l’identità dell’altro, ho bisogno di conoscere il mio tu, l’altro con il quale io mi rapporto.
Per farmi capire, questa penna non è un bene relazionale, perché quando l’ho acquistata o quando qualcuno me l’ha regalata, non fa differenza, non ho avuto bisogno di sapere chi era quello che me l’ha venduta, io avevo bisogno di una penna, ho valutato che mi andava bene questa per le mie caratteristiche, ho dato il prezzo e basta. Quindi non è un bene relazionale, perché io per usarlo non ho bisogno di conoscere l’identità dell’altro.
Facciamo un altro esempio di bene relazionale: l’amicizia: è un tipico esempio di bene relazionale.
Io non posso essere amico di una persona di cui non conosco l’identità, cosa vuol dire identità, non conosco la sua cultura, il suo modo di pensare, di rapportarsi agli altri e sarebbe inconcepibile diventare amico di uno che non si conosce, posso diventare compagno di viaggio, posso fare la chiacchierata durante un viaggio in treno, ma non posso stabilire l’amicizia se non conosco.
Altro esempio sui beni relazionali un po’ più legato alla nostra situazione di oggi.
Pensate per esempio a quel bene relazionale per eccellenza che si chiama educazione. Si può educare senza conoscere l’identità dell’altro? Ovviamente no. Attenzione, io posso formare, ma non educare e qui attenzione a non confondere il concetto di formazione, di cui oggi tanto si parla con quello di educazione.
Oggi, tutti sono formatori, tutti formano, corsi di formazione, non ho nulla contro questo, ma l’educazione è qualcosa di più che non formare. Dov’è la differenza? Per formare basta che io abbia un docente che sappia spiegare bene questo e quell’altro e che ci siano altri che ascoltino più o meno passivamente, prendono appunti e se i docenti sono bravi, il corso di formazione funziona.
Ma quello non è l’educazione, perché l’educazione, presuppone il coinvolgimento reciproco. Io per educare non devo soltanto saper insegnare, devo mettermi in sintonia con l’allievo che ascolta e con il quale stabilisco un rapporto.
Perché voi sapete che educare deriva dal latino “educere” vuol dire letteralmente portar fuori, portar via, io ti educo se ti porto via dalla tua situazione attuale, se ti porto via dalla situazione nella quale ti ho preso all’inizio, ma per far questo ho bisogno di mettermi in relazione con te, non posso educare in una maniera sganciata dal rapporto che mi lega.
Altro esempio di bene relazionale di altra natura, ma che si collega: pensate ai servizi in ambito assistenziale oppure in ambito sanitario. Io posso curare un ammalato in due modi, mettendolo in un letto di ospedale, dandogli le migliori diagnosi medicine, però facendolo sentire sostanzialmente un numero, una sigla e che io medico o infermiere non lo coinvolgo in un rapporto. Oppure posso trattare quella persona ammalata, sempre con parità di diagnosi e di terapia, però stabilendo con quella persona un rapporto dialogico.
Secondo voi chi sta meglio, chi trae maggior beneficio? E’ ovvio il secondo tipo, perché nella seconda maniera io non curo solo la dimensione corporea, ma entrando in relazione con l’altro riesco a svelare qualcosa di me a lui e viceversa e lui o lei lo svela a me.
E questo, anche dal punto di vista medico è importante perché voi sapete che certe malattie si curano molto più efficacemente attraverso un rapporto di relazione che non semplicemente con i farmaci di un tipo o dell’altro.
Quindi vi ho fatto 3 esempi di beni relazionali. Cominciate a capire la tesi che ho detto. Le nostre società di oggi sono società che sono bravissime nel produrre beni privati, beni di consumo di tutti i tipi, ma non sono capaci di produrre beni relazionali, perché la logica del mercato, che è la logica di scambio di equivalenti, non può produrre quei beni relazionali, perché nel momento in cui applico quella logica, distruggo quella relazionalità. E’ come se io dicessi, voglio farmi tuo amico, tu dammi dei soldi e io divento tuo amico, oppure io medico vado a trovare al capezzale il mio ammalato e dico se vuoi che io ti parli ect … tu mi devi dare dei soldi in più, aumentare la mia parcella. Questo distruggerebbe inevitabilmente il rapporto.
Vedete la seconda ragione di crisi di oggi, è che nelle nostre società abbiamo un disperato bisogno di beni relazionali e i beni relazionali non ce li produce il mercato. La società di mercato non è in grado di soddisfare questa domanda, la società, l’economia di mercato soddisfa le nostre esigenze di pane, di vestiti, di case di turismo, ect , ma non è in grado di soddisfare l’esigenza che noi abbiamo di consumare i beni relazionali e i beni relazionali sono quelli invece da cui dipende la società.
Allora cominciate a capire che c’è una disfagia, che a poco serve continuare a produrre sempre di più e sempre meglio, se a questo non corrisponde una lievitazione dei livelli di felicità.
La 3° ragione, ha a che vedere con un’altra caratteristica, cioè con il fatto che nonostante il bisogno innato che abbiamo di relazionarci l’uno con l’altro, come ho detto, ed è tipico della natura umana, le nostre società di oggi tendono a dare molto più valore all’individualismo. Cioè l’idea che passa sostanzialmente è questa: il tuo benessere dipende da te, da quello che fai, da quello che vuoi essere, dalla capacità di guadagno ect .. cioè questo è l’effetto pernicioso dell’individualismo, quello di far credere alle persone e soprattutto ai giovani, che il proprio benessere dipende solo da se stessi. E allora l’implicazione qual è? Dacci sotto, lavora di più, alienati magari, non importa, perché tutto dipende da te.
Ora questo è falso, l’errore dell’individualismo è quello di far credere una falsità, perché noi sappiamo che per quanto ce la mettessimo tutta, sgobbassimo quando siamo studenti o lavorassimo come degli stacanovisti, qualora fossimo nel luogo di lavoro, il nostro benessere non può dipendere soltanto da quello che noi facciamo, ma dipende anche appunto dalla relazione che noi stabiliamo con gli altri.
Allora ecco la terza lacuna di questa fase storica: questa cultura dell’individualismo, che voi la vedete molto bene nei mass media, pensate ai film di adesso rispetto a quelli di un’altra fase storica, cioè mettono l’accento sulla capacità dell’individuo, è l’individuo che è padrone della propria storia, del proprio destino ect …questo è una menzogna, è falso, non è così ovviamente.
I giovani ci credono e passano gli anni, arrivano all’età matura e quando se ne rendono conto che è stato una menzogna, molte volte non riescono a tornare indietro, perché il tempo passato non lo si recupera più.
Ora se questa è la situazione voi comprendete perché tornando alla tesi iniziale ci troviamo in questa situazione e cioè la necessità di ripristinare le cose, l’ordine naturale delle cose, la necessità di ripristinare il principio del dono, perché l’antidoto a questi tre guasti a questi 3 mali di questa fase storica, non può essere ricercato perfezionando sempre di più il meccanismo di mercato, perché più lo perfezioni e peggio è la situazione.
Badate che queste cose ormai sono capite anche in America, nel paese che è più avanti di noi e proprio perché più avanti, lì stanno capendo, per esempio negli ultimi due anni sono usciti circa 14 libri di altrettanti studiosi americani, molto bravi, che hanno questo titolo “La perdita della felicità nelle società di mercato” e titoli analoghi, perché anche gli intellettuali americani più aperti, si stanno rendendo conto del pericolo che ho finora cercato di mettere in evidenza.
Allora la soluzione non può essere cercata rimandando all’interno della logica dello scambio, che ha creato tale situazione, perché peggioreremmo.
La via d’uscita è quella di ricreare dei circuiti culturali dove il principio del dono viene affermato e soprattutto di ricreare degli ambiti di vita dove la logica del dono viene “praticata”.
Questa è l’implicazione da quell’analisi. Ora la esplicito meglio.
Anzitutto un chiarimento: quando si parla di dono dobbiamo precisare una distinzione che è fondamentalissima – ci sono due concetti di dono: il dono come munus e il dono come reciprocità.
Allora il dono come munus (in latino = dono) è pericoloso, bisogna stare attenti, è sempre dono e quando parlate anche negli ambienti cattolici ect … la confusione è molto frequente, perché il dono come munus tende a creare dipendenza.
Il vero dono, che è quello che la cultura cristiana (a questa parte) ci ha insegnato, è il dono che crea reciprocità e mi spiego. Perché il dono come munus è pericoloso? Perché il dono come munus è un atto unilaterale da A verso B … il dono come munus è l’atto attraverso il quale A da a B. Voi direte che male c’è? Il male è che questo atto non è il dono, è filantropia, la filantropia è una cosa diversa dal dono. Chi è il filantropo? È colui che, avendo tanti soldi perché è ricco ad un certo punto dice tieni mille miliardi (cf Bill Gates quando ha creato la sua fondazione in Africa) quello non è dono è filantropia. Ora non è che io sia contro la filantropia, ben venga, ma attenzione che la filantropia è figlia della logica dello scambio, appartiene alla logica di mercato e quindi noi non usciamo dai problemi che ho prima messo in evidenza se sottolineiamo questo. Perché il filantropo fa questo?
E infatti perché Bill Gates lo ha fatto, nessuno lo può sapere, e infatti Bill Gates ne ha tratto un grosso vantaggio, il vantaggio in termini di immagine, perché così evidentemente la reputazione, come gli economisti sanno è un atteggiamento che ti fa vendere di più ti fa funzionare di più l’impresa, il che non vuol dire che la filantropia sia un male, è chiaro che chi l’ha ricevuto ha un vantaggio.
Però non è quello di cui noi abbiamo bisogno, noi abbiamo bisogno di un dono di un principio del dono, che crea reciprocità. E cosa vuol dire questo? Vuol dire che l’atto del donare deve mettere in condizione chi ha ricevuto di reciprocare, perché? Perché se tu che hai ricevuto il mio dono non sei aiutato a reciprocare prima o poi finirai con l’odiarmi.
Ora questo è il punto e Seneca oltre 2000 anni fa aveva capito. Nella lettera a Lucillio scrive: “La pazzia umana è arrivata al punto che, fare grandi favori a qualcuno diventa pericolosissimo, costui infatti, perché ritiene vergognoso non ricambiare, vorrebbe togliere di mezzo il suo creditore, non c’è odio più funesto di quello che nasce dalla vergogna di aver tradito un beneficio”.
In altre parole, se voi pensate al dono come munus, cioè come un atto di liberalità o di filantropia, il filantropo non è mai amato, è odiato, perché la filantropia tende a creare dipendenza in chi riceve, perché tu ti senti uno che dipende da me, tu ti senti uno che deve a me tutto e questo prima o poi determina quel movimento di reazione che Seneca chiama l’odio funesto …
La cultura invece della reciprocità vuol dire esattamente fare in modo che colui il quale riceve da noi, sia posto nelle condizioni di contraccambiare. In altre parole bisogna che in un dono fatto ci debba essere un dono accolto. Io so che è difficile, ma noi siamo qui per aiutarci a superare le difficoltà. Perché vedete, fare la filantropia è facile, basta avere i soldi se uno è ricco e ha un pochino di buon cuore … che fatica è fare l’atto di liberalità. Fare il dono come reciprocità è faticoso e chi è che lo capisce questo? Lo capiscono bene i genitori nei confronti dei figli, oppure gli educatori nei confronti delle persone …
A livello familiare come si chiama la filantropia? Si chiama paternalismo, che è l’atteggiamento del genitore padre o madre, che dice ai figli: so io cosa è bene per te, tu fidati di me e io ti do, perché so io cosa è bene per te.
Non funziona, perché nel momento in cui io faccio questo, io ti tolgo la libertà e serve a niente dare, io posso dare tutti i motorini che voglio ai figli, posso dare le automobili, ma se tolgo la libertà, non serve a niente, quel figlio prima o poi mi sbatterà la porta in faccia o farà come dice Seneca …invece l’azione educativa è educativa quando non soltanto ti dà, ma ti mette nelle condizioni di reciprocare, perché allora quando tu hai reciprocato ti senti come liberato o meglio ti senti realizzato perché tu sei stato nella relazione con me e quindi non ti senti umiliato, non ti senti un dipendente.
Ecco cosa vuol dire che in un dono fatto ci deve essere un dono accolto.
In altre parole, un soggetto che dicesse io dono e basta e non riceve doni mi puzza è un filantropo, infatti il filantropo non vuole niente in cambio. Tipicamente il filantropo è uno che dà e non vuole niente e rifiuta e fa male, o meglio fa secondo la logica della filantropia che è quella lì.
Però voi capite che quell’atteggiamento lì non crea la relazione e non crea quindi il bisogno di relazione. Ora questa idea è molto bene espressa in un saggio famoso di Romano Guardini, teologo italiano-tedesco, molto brillante, quando in un saggio del 1964 scrive “La persona umana non può comprendersi come chiusa in se stessa, perché essa esiste nella forma di una relazione, seppur la persona non nasca dall’incontro è certo che si attua solo nell’incontro” e questo è profondamente vero. Ognuno di noi si realizza nell’incontro. L’incontro come si alimenta? Si alimenta appunto con una cultura del dono, che però sia concepito come reciprocità e non come un dono nel senso di munus che crea legame e crea dipendenza e non dà appunto libertà.
Ora se voi ci pensate questo è molto importante per chi opera in ambito educativo, come potreste essere voi animatori, perché a volte si può far del male anche con le migliori intenzioni, quindi dobbiamo vigilare, q si possono rovinare degli altri essere umani anche con la migliore delle intenzioni e non basta dire ma io non l’ho fatto apposta,perché quando tu hai rovinato un altro anche quando tu non l’hai fatto apposta non è che l’altro cessi di essere rovinato. Dobbiamo metterci in testa che ciò di cui oggi abbiamo massimamente bisogno nelle nostre società è il bisogno di relazionalità, di beni relazionali, perché questi non ce li produce nessuno. Ma questi beni relazionali possono essere prodotti soltanto in un rapporto che nasce dal principio del dono, ma del dono come reciprocità e non come munus, perché quello è molto pericoloso e noi dobbiamo vigilare nella nostra azione quotidiana.
Certo che qualcuno potrebbe dire: e come si fa? A questo punto bisogna entrare nel hic et nunc e vedere caso per caso. Però una cosa è certa, dobbiamo sapere che tutti gli esseri umani, anche il più disgraziato, il morente è in grado di reciprocare. Io anticipo un’eventuale obiezione: se io vado a fare assistenza a un morente cosa mi può reciprocare il morente? Se io gli do il dono del mio tempo ect … in che senso mi può reciprocare? Sapete perché nasce questa domanda? Perché c’è la testa intrisa dalla cultura dello scambio, perché ragioniamo sempre in termini di scambio.
E’ chiaro che il morente non mi dà lo scambio di equivalenti se io gli do un’ora, cosa volete che mi possa dare, perché ragioniamo male, ma in termini di reciprocità, anche il morente mi può dare molto. Ad esempio mi può dare un sorriso, ad esempio mi può esprimere la sua gratitudine dicendomi una preghiera. Capite cosa voglio dire, che noi, se vogliamo stabilire relazioni e aiutare gli altri non basta che noi diamo, dobbiamo anche mettere nelle condizioni chi ha ricevuto, di reciprocare e cioè dobbiamo studiarle le situazioni, dobbiamo fare in modo … e lì è l’abilità educativa; ecco perché è molto più difficile educare che non formare, perché per formare basta essere dei bravi insegnanti che sanno la materia e la sanno raccontare, ma per educare ci vuole questo sforzo in più di consentire all’altro di reciprocare.
Ultima battuta e poi vado a chiudere.
Capite perché per realizzare un’ idea e una cultura di questo tipo, non si può fare da soli, capite perché è di strategica importanza quella forma di aggregazione sociale che si chiama Associazionismo, che poi l’associazionismo prenda il nome di un tipo lo chiamiamo oratorio o associazione di altro, questo è un altro discorso.
E’ di estrema importanza oggi avere un luogo che è anche un luogo fisico dove queste cose si possono tradurre in pratica, cioè dire, mentre io nella logica dello scambio degli equivalenti posso fare anche da solo, anche Robinson Crousue era a modo suo un economista, se io voglio applicare il principio del dono e nel senso della reciprocità, ho bisogno di essere in relazione sistematica con altri, non lo posso fare da solo.
Ora questo è un punto talmente importante che io tutte le volte che ci penso non riesco a capire come mai per esempio, molti giovani universitari non riescono a capire questo punto. In altre parole, non riesco a capire perché non si rifletta alla seguente circostanza. Proprio in questi giorni è uscito sui giornali, anche in italiano, questa decisione presa dall’Unione Europea sul cosiddetto curriculum vitae. Quando uno, finiti gli studi, deve cercare lavoro deve presentare un curriculum. Ebbene l’Unione Europea, ha standardizzato il curriculum vitae.
Voi non ci crederete, ma il 95% degli studenti universitari, quando si laurea non sa scrivere il curriculum vitae. Molti non trovano poi lavoro perché non sanno scrivere questo. Il c. v. è una specie di biglietto di presentazione con cui io mi presento. Perché ho citato questa cosa? Perché leggendo il formulario dell’Unione Europea circa il curriculum vitae, sono rimasto colpito dalla seguente cosa: la parte più importante del c. v. è chiamato capacità e abilità relazionali.
Quando l’ho letto ho fatto un salto di gioia, finalmente qualcuno si è reso conto. Prima nel curriculum vitae si diceva … scrivi se sai le lingue, la media dei voti, ect … se sei stato qua e là. Qual è oggi nello schema tipo, la cosa più importante che si chiede a uno che vuole cercare lavoro? Capacità e abilità relazionale e sotto c’è la specifica, vuol dire questo: l’abilità che uno ha di interagire positivamente con gli altri, l’abilità che uno ha di svolgere lavoro di gruppo, abilità di tollerare chi ha posizioni o opinioni diverse e così via …
Allora io mi chiedo ma se queste abilità relazionali sono così importanti, dov’è che uno le impara? Se le deve scrivere nel c.v. e sono così decisive per essere assunto, dove uno le impara?
A scuola certamente no, all’università meno che meno e dove uno impara l’abilità relazionale? Capite il piccolo paradosso (in greco = meraviglia). Da un lato si chiede ai giovani di dichiarare quanto sono capaci relazionalmente, al tempo stesso non si dice loro come si fa ad acquisire queste abilità e la risposta è che queste abilità si acquisiscono solo nell’Associazionismo, dove Associazionismo vuol dire un luogo dove uno vive in relazioni. Perché, se io devo avere l’abilità di far lavoro di gruppo e di cooperare con altri, se ho sempre studiato a casa mia perché ero un secchione, andavo a lezione e tutto per conto mio, magari so bene le materie ,però le abilità relazionali non le ho sviluppate … e questo se ci pensate creerà problemi in futuro, da un lato ti chiedono queste abilità, dall’altro non c’è nessun luogo che ti abitui ad avere queste abilità.
Questo ve l’ho detto semplicemente per significare come, anche dal punto di vista pratico, le cose che ho cercato di dire stasera siano pregnanti, ormai sono arrivate all’attenzione di tutti.
Ecco allora perché è importante in questa fase soprattutto storica chi ha a cuore certi valori e soprattutto certi obiettivi, tenere a mente che l’azione educativa di cui oggi abbiamo massimamente bisogno è un’azione educativa che è basata sulla proclamazione e sulla testimonianza concreta della cultura del dono, in quel principio del dono, che deve sforzarsi di avere quelle caratteristiche di cui ho appena detto e cioè del dono come reciprocità e non semplicemente del dono come munus, perché di questo non abbiamo grande bisogno.
È possibile? È chiaro che è possibile nelle cose che ho detto, c’è bisogno di crederci. C’è un elemento, (a me ha sempre colpito) della nostra fede, a differenza delle altre fedi, che la nostra fede è essenzialmente relazionale, cioè il mistero della Trinità ce l’ha solo il cristianesimo, le altre religioni monoteiste non hanno il mistero della Trinità, dove Trinità vuol dire che la divinità non è una monade, Dio è Uno e Trino, cioè c’è interazione, perché la divinità è essa stessa relazionalità, cioè persona. La persona è diversa dall’individuo, perché l’individuo esiste da solo, la persona non può esistere da sola, se la divinità, la trascendenza è essa stessa relazionale, voi capite che gli uomini che vivono in questa terra non possono non seguire le stesse orme. Ecco allora perché l’individualismo fa a pugni con una certa concezione della vita. Le cose dette sono possibili se noi consideriamo il bisogno estremo che abbiamo di felicità, perché come già Aristotele insegnava, noi nasciamo per essere felici. Qual è il fine il senso della vita? La felicità, dove felicità vuol dire auto realizzazione. Noi ci sentiamo felici quando ci sentiamo realizzati. Ora è chiaro che per realizzarci abbiamo bisogno dei mezzi, degli strumenti, dei beni che abbiamo, ma guai a mettere solo lì nell’utilità, per arrivare alla felicità, ed è allora per questo che il tempo che dedichiamo alle nostre attività di associazioni è un tempo che esprime esattamente il concetto del dono, ed è singolare che molti giovani non riescano a capire questo: che nell’azione donativa, non solo c’è la realizzazione del sé, ma c’è quel principio di felicità che cerchiamo. Un dolore diviso è dimezzato … la felicità condivisa è raddoppiata, è quasi un miracolo economico se ci pensiamo. Allora in questa fase storica non possiamo dire che i giovani sono più egoisti di quelli del passato, il problema è che c’è una cultura che vuole far credere che sono egoisti …
(Registrazione non rivisto dal relatore. Conegliano 6 aprile 2002)















































