Formatori
e fantasmi
Italo De Sandre
Proprio perché la relazione interpersonale e il rapporto funzionale tra formatore e formando sono così trasformativi e mettono in gioco delle passioni (anche distorcendole, o spegnendole), l’attenzione deve essere più profonda, e mettere in trasparenza anche i rischi, le trappole, gli autoinganni cui il formatore può andare incontro, anche in perfetta buona volontà. Appunto perché la formazione sia in grado di stimolare le persone non solo ad essere recettive, ad imitare l’educatore in termini di replicazione mimetica, a lasciarsi sedurre dal suo eventuale carisma, ma a prendere posizione, per parlare e fare con un proprio stile, per raccogliere le testimonianze dei maestri, ma ricostruendo liberamente le proprie strategie di azione, di vita, di senso.
Formazione che così risulta un processo e un compito - secondo il pensiero di uno psicoanalista molto ascoltato in questo ambito di studi, Enriquez[1] - che ha un aspetto fascinoso, da considerare con grande cautela autocritica.
"Ogni atto di formazione si riferisce più o meno a una serie sia di modelli espliciti sia di fantasmi motori che conferisce a questo lavoro un aspetto insieme esaltante, inquietante e deludente. In ciò sta forse il suo fascino, nel recare il marchio del desiderio di onnipotenza e del desiderio/timore di impotenza, nell’essere ad un tempo portatore di vita, di ripetizione e di morte, direttamente innestato su esseri viventi e simultaneamente su individui e organizzazioni inerti, resistenti e tali da poter desiderare la propria perdita. [...]
Se aderisce totalmente e unicamente a una di queste immagini, le quali possono concretizzarsi solo in un progetto sugli altri, il formatore (ma probabilmente lo si dovrebbe chiamare in un altro modo) inevitabilmente contribuisce a creare un mondo sempre più mistificatore, un mondo di “doppi”, un mondo in cui la violenza si scatenerà sempre più anche se egli vuole contribuire alla creazione di una umanità nuova".
Le immagini, o anzi i fantasmi, che possono entrare in gioco, per Enriquez sono:
• il formatore, che vuol imprimere una forma buona, ordinata;
• il terapeuta, che vuol guarire ferite e restaurare risorse rovinate;
• il maieuta, che vuoi far venire alla luce, far emergere;
• l’analista, che vuoi spiegare, far prendere coscienza e conoscenza;
• il militante, che vuoi far agire, far cambiare, far muovere;
• il riparatore, che vuoi farsi carico dei problemi, sacrificandosi per qualcosa-qualcuno;
• il trasgressore, che vuoi liberare dalle istituzioni, dai divieti, dalle repressioni;
• il distruttore, che vuoi rendere consapevole l’altro a costo dio addirittura per distruggerlo in qualche modo, che vuole produrgli sofferenza, renderlo dipendente, mentre si dice di volerlo rendere autonomo.
Il formatore ha in mente un modello precostituito (platonico, ma ideologicamente può essere anche marxista o altro), ideale, buono, da imprimere su coloro che vuoi formare, e a cui egli cerca in tutti i modi che si adattino, per quanto possibile, per aderire alla perfezione della forma, in modo che di volta in volta il singolo diventi efficacemente: un buon lavoratore, un buon figlio, un buon religioso, un buon monaco. Per far questo, egli cercherà di togliere le particolarità e le diversità delle esperienze delle singole persone, per farle diventare simili (simili al modello e quindi anche tra di loro, dove è il modello a restare importante, non le persone), normali. Questo formatore rischia di essere riduttivo, di produrre come conseguenza delle forme vuote, di mimetizzazione, di estraniazione.
Il terapeuta ha nel cuore che la società e le persone siano malate, da assistere, da portare ad un’integrità primordiale che subisce continui scacchi e deviazioni per cui egli deve sempre sorvegliare quelli di cui si prende cura; egli diventa centrale in tale sorveglianza, nella cura e nella guarigione che porta, se ne sente indispensabile, e anzi sente necessario costituire altri operatori specialisti che si rendano ugualmente protagonisti della guarigione altrui; così, le persone in formazione non apprendono che la crescita evolve anche imparando dalle proprie ferite, dalle perdite che lasciano sempre tracce che ciascuno deve continuamente elaborare e maturare.
Il maieuta invece vuoi permettere il venire alla luce delle potenzialità nascoste, con atteggiamento empatico e comprensivo, senza conflitti, in totale positività e armonia, con il rischio di una forte idealizzazione (sia di sé che dell’altro), sminuendo i conflitti, le contraddizioni, le scelte da fare, in una specie di “terra senza peccato” (si pensi a tanti guru spirituali che garantiscono di poter portare al benessere dello spirito e del corpo), e di iperprotettività, quasi ad evitare che possano emergere le piccolezze e i drammi delle persone, e infine che la persona formata possa mai farsi del formatore un’immagine ambigua o addirittura un desiderio o un gesto di rifiuto.
L’analista vuol cercare di spiegare le persone e le cose indicando le relazioni necessarie che secondo la sua scienza esistono tra i fatti, invece di avviare le persone all’interpretazione di sé e delle cose in una ricerca di senso che non è mai meccanica e deterministica. Con la diffusa volgarizzazione di certa psicoanalisi, anche chi analista non lo è può tendere a dare spiegazioni univoche, voler individuare cause certe, con l’implicazione che a ciò debbano conseguire prese di coscienza e comportamenti adeguati da parte della persona in formazione: il che dà sicurezza e potere, soprattutto al formatore, e può diventare quasi una forma di violenza, perché anche quando una persona prende coscienza di un elemento o di un problema e ne intravede una via di uscita, tale strada non potrà che avere una storia difficile comunque da re-interpretare nel suo evolversi.
Il militante è il formatore (fantasma dei —) che vuoi cambiare il mondo, che pensa che attraverso la sua opera educativa si possano attivare immediatamente certe trasformazioni personali-sociali, per cui sente il dovere di incitare ad un cambiamento, a far interiorizzare un pensiero utopico verso un bene da far realizzare subito contro un male che sta al di fuori (nella società, nel passato, in alcuni altri ecc.), unendo certezze teoriche ed intensa emotività che coinvolgono le persone in modo profondo e globale. Inevitabilmente i “buoni” sono coloro che seguono questo formatore, i “cattivi” quelli che lo ignorano o lo contestano.
Il riparatore percepisce anche lui l’esterno come sbagliato, cattivo, ma non sceglie la strada dello spingere al cambiamento, quanto quella di essere lui a soccorrere le persone che vuoi formare in quanto deboli, deprivate dalla società, riparando con la sua azione e formazione il male che è stato loro fatto, accompagnandole con la condivisione che gli è possibile nella loro condizione di disagio. Una formazione che vuole aiutare le persone a sopportare il proprio disagio, a far da sostegno a chi subisce danni dall’azione di altri o della società intera, ma senza mettere in gioco le cause di quei danni e l’azione per rimuoverle. Con il rischio di dare, con questa sacrificalità, una centralità eccessiva al formatore creando relazioni privilegiate che possono diventare dei legami anche fusionali, ma alienanti, confusionali, che non liberano energie nelle persone in formazione.
Il trasgressore, fantasma di chi vuole innanzitutto mostrare di avere atteggiamenti critici verso le istituzioni, di porsi al di là delle tradizioni, delle regole, mettendone a nudo certe dimensioni indicate come coercitive, insensate, fuorvianti, volendo promuoverne il superamento, la “liberazione”, per riscoprire un senso nuovo di esperienze ed azioni non più represse, ma espressive, con proposte (e teorizzazioni) che possono essere riduttive e semplicistiche, se danno il senso che le (vecchie) regole e strutture siano di per sé castranti, se promettono una gioia senza ombre e pesi.
Infine il distruttore, ovviamente non necessariamente in termini di consapevolezza perché sarebbe in palese contraddizione con il fine stesso dell’educare (per questo va sottolineato l’intento metodologico di Enriquez di delineare tipi di fantasmi, appunto perché un educatore può averli inconsciamente dentro di sé, “esserne abitato”): distruttività come pulsione a piegare l’altro, frantumarne l’autostima e l’autoconsapevolezza, con la soddisfazione di fargli capire che sta sbagliando (ad esempio, facendo in modo di tenerlo dipendente da sé, ma sfidandolo sempre, allo stesso tempo, ad essere autonomo), con un’alta probabilità di farlo davvero crollare (al limite con il gusto di distruggere, stroncare qualcuno tra coloro che sono coinvolti nei processo di formazione).
Senza pretendere di approfondire questo approccio psicoanalitico, e quindi andando oltre il senso immediato evocato dai termini linguistici con cui ho qui riproposto questi diversi orientamenti profondi, credo si possa, anzi si debba accogliere il fatto che ogni formatore si trova ad incontrare dentro di sé - contemporaneamente, o in momenti diversi nel corso del proprio impegno - alcune se non tutte le spinte indicate, ciascuna delle quali ha di per sé elementi positivi e negativi (qui ho ovviamente insistito su aspetti negativi). Il formatore deve interrogarsi continuamente sul potere che ognuno di quei fantasmi ha su di lui e sulle conseguenze che ciò può produrre sugli altri. Un lavoro che diventa un continuo viaggio, in cui ogni momento ed ogni evento sono importanti, ogni cosa imprevista va affrontata, accettando anche cambiamenti che possono sembrare sviamenti, accettando di essere messi in questione, di ripartire anche dalle sconfitte.
[1] E. ENRIQUEZ, Ulisse, Edipo e la Sfinge: il formatore tra Scilla e Cariddi, in R. SPEZIALE-BAGLIACCA (a cura di), Formazione e percezione psicoanalitica, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 111-132.















































