In difesa dell’educare
Raffaele Mantegazza …
Sei nell’anima
e lì ti lascio per sempre
sospeso immobile
fermo immagine
un segno che non passa mai…
(Gianna Nannini: “Sei nell’anima”)
Quale pedagogia per il XXI secolo? Decine se non centinaia di convegni e di seminari con questo titolo o altri simili hanno proposto negli ultimi anni una “nuova pedagogia”, all’altezza dei tempi e soprattutto sintonizzata sul progresso scientifico-tecnologico, meglio se legato ai miracoli del web o dell’informatica. Vorremmo invece proporre una antichissima pedagogia, una pedagogia che abbia la forza di recuperare, come abbiamo cercato di fare in questo libro, il profondo e struggente desiderio di educare nelle tracce più antiche che esso ha lasciato negli uomini e nelle donne.
Il libro di Daniele è un testo fondamentale dell’apocalittica giudaica: erroneamente considerato un libro profetico, si colloca invece sul crinale della rivelazione delle verità passate e future, sul versante dell’escatologia come etimologicamente si evince dal termine “Apocalisse” che significa appunto “Rivelazione”. Sul margine della fine di questo mondo, nel momento in cui se ne contempla il disfacimento, se ne disvela anche la falsità e si prospetta un’era di pace e di verità per tutte le genti; la fine, apparentemente catastrofica, getta luce sulle verità celate e serbate fin dall’inizio e schiude una vita nuova, una nuova e definitiva Gerusalemme. E proprio quando descrive il nuovo eone, la nuova era cosmica che sta per giungere a fare piazza pulita delle nefandezze del presente e soprattutto dell’arroganza dei poteri terreni, il testo biblico introduce la figura del maestro, del sapiente – che ebraicamente è sempre colui che insegna, mai chi si tiene il sapere per sé in una sorta di privatismo o intimismo culturale –; uno dei segni della redenzione definitiva del mondo, del salto di livello della realtà, del raggiungimento di una felicità e una pace inconcepibili finché si vive in una struttura di dominio e di peccato, è proprio l’apoteosi dei maestri che giungeranno a brillare come le stelle del firmamento: “I saggi splenderanno come il firmamento, i maestri di sapienza saranno come stelle nel cielo”[1]. La letteratura sapienziale, non solo giudaica, ha sottolineato da sempre la strettissima relazione tra la sapienza e l’insegnamento, e del resto lo stesso termine Torah ha ampi spazi di affinità semantica con l’educare: ma lo splendore delle stelle nel firmamento del mondo redento tratteggiato da Daniele sembra essere il più alto omaggio che la letteratura veterotestamentaria ha voluto offrire al maestro e all’insegnante e alle sue attività. Il mondo futuro non solo non eliminerà la figura del maestro ma addirittura ne farà l’ornamento del cielo, più luminoso di quei “luminari” che YHWH pose nella volta celeste nei giorni della Creazione
Occorre allora mobilitarsi in difesa dell’educare; non solo e non tanto dei maestri e delle maestre, dei professori e delle professoresse, degli educatori e delle educatrici che giustamente, nella società attuale basata sulla divisione del lavoro, professionalizzano e rendono mestiere un gesto antico quanto l’uomo e la donna, ma proprio di questo gesto antropologico, della sua resistenza all’azione erosiva dei secoli, del suo costituire forse una costante dell’avventura umana sulla terra; un gesto che è alla base delle professioni educative ma anche della paternità e della maternità, di quell’educare diffuso che è parte del nostro vivere associato, quel gesto insomma che è in gioco ogni volta che qualcuno insegna qualcosa a qualcun altro. Non è il caso di declinare ulteriormente il termine homo aggiungendovi, dopo sapiens, ludens, ieraticus, sacer anche l’aggettivo docens o educans, ma forse occorre riflettere profondamente sul fatto che non esiste civiltà umana che non si sia posta la questione di come presentare ai neo-nati, alle giovani generazioni, agli stranieri, a tutti i nuovi arrivati, il proprio mondo, le sue regole, le sue strutture, il ruolo dell’uomo e della donna, i saperi essenziali sulla vita e sulla morte, sull’amore e sulla paura, sull’amicizia e sulla speranza. E se è vero che i gruppi umani, le cosiddette “culture”, si distinguono per particolari usanze e atteggiamenti di fronte alle tappe fondamentali dell’esistenza, è altrettanto vero che la trasmissione di questi saperi e di questi atteggiamenti è cruciale per la sussistenza delle culture medesime. Educare significa declinare al futuro conoscenze, rituali, miti, credenze che affogherebbero in un presente troppo statico, e dunque garantire la loro sopravvivenza e la loro pregnanza. Il dialogo interculturale e interreligioso che sempre più ci appare come possibile – anche se non unico – baluardo nei confronti dell’autodistruzione della specie e del pianeta, non può non partire dal dato di fatto che ogni cultura, ogni religione, ogni credenza, ogni ideologia ha bisogno di essere insegnata, spiegata, mostrata agli “altri” e alle “altre”; se è possibile un punto iniziale di incontro e di confronto tra le culture e le religioni, ci sembra che questo non si possa cercare a livello dei dogmi e nemmeno delle credenze, in una sorta di eclettismo tanto di moda, ma semmai a livello delle strutture e dei gesti che rendono tali credenze e tali dogmi patrimonio di altri da sé: uno sciita che pratica i riti dell’Ashura, un giudeo che si prepara per Hanukkah, un razionalista che interpreta il mondo alla luce del materialismo scientifico, un bodhisattva pellegrino per l’Oriente condividono almeno una domanda fondamentale, che è quella che innerva anche l’opera dei nostri Porete, Silesius, Eckhart: come educare a tutto ciò i nuovi arrivati, neonati o neofiti che siano, come far diventare tutto ciò esperienza di senso e di vita per coloro che per età o per esperienza o per provenienza non l’hanno mai incontrato prima. Non si tratta di proselitismo ma di qualcosa di più radicale e profondo, qualcosa che sta alla base della comunicazione intergenerazionale e che rende (eventualmente) possibile il proselitismo: non è un caso che su questa dimensione dell’insegnamento abbia insistito la religione che meno nutre interessi di proselitismo, il giudaismo. Nell’attesa che, nei tempi messianici, YHWH ponga la propria volontà direttamente nel cuore di Israele, eliminando così il problema dell’ubbidienza e dell’insegnamento (“Io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo”[2]) per noi che viviamo in tempi premessianici il messaggio di YHWH è essenzialmente un invito a educare; lo Shemà prescrive al popolo della diaspora il precetto fondamentale: “e li insegnerai ai tuoi figli”[3].
Educare è un verbo: per questo motivo preferiamo questo termine al più statico “educazione”; così come l’Antico Testamento parla di Dio soprattutto attraverso verbi, descrivendo ciò che Dio fa per il suo popolo e per tutta l’umanità piuttosto che perdersi in speculazioni attorno a ciò che Dio è, così crediamo che anche colui/colei che educa si riconosce e si legittima da ciò che fa e non da cio che è o ritiene di essere; per il bambino di prima classe elementare la maestra non diventa “la mia maestra” quando entra in classe e si presenta dicendo “sono la maestra” ma quando lo fa disegnare, lo fa riflettere, magari lo fa ridere, comunque gli spalanca davanti inediti sfondi di senso; così il padre insegna quando supera e trascende il mero (e incerto) dato biologico o giuridico (nel caso dell’adozione o dei figli acquisiti) mettendosi a fare qualcosa, qualcosa di bello, qualcosa di tov con i propri figli. Educare è una dinamica, un campo di forze che si crea tra due o più soggetti, una costellazione di azioni prima di cristallizzarsi – a volte inevitabilmente, a volte indebitamente – in ruolo.
Per tutto quanto detto riteniamo che l’educare, nel senso di profondo gesto umano, di una delle tante modalità di relazione tra esseri umani, di posizione reciproca tra due o più soggetti sulla scena del mondo, sia oggi da difendere strenuamente. Ma difendere da chi? Da tutti e tutte coloro che si propongono come obiettivo la liquidazione di questo gesto e di questa relazione, la sua messa in soffitta in quanto anacronismo o la sua semplificazione così radicale da stravolgerne le categorie. Rientrano nel novero dei “nemici” dell’educare anzitutto gli stucchevoli apologeti delle nuove tecnologie, dell’e-learning, dell’insegnamento a distanza, che spogliano l’educare della sua carnalità costitutiva, degli odori e dai sudori, dei contatti epidermici e delle risonanze uditive (se non di quelle artificialmente sintetizzate) per ridurlo a relais asettico e silenzioso interno a una struttura che è essenzialmente di controllo e di omologazione; si ha un bel dire che la nostalgia per un contatto fisico in un mondo derealizzato e decorporeizzato come quello delle nuove tecnologie è un residuo romantico e forse anche reazionario: sta di fatto che la realtà virtuale e le sue spesso nefaste applicazioni in campo didattico e pedagogico realizza l’allontanamento dei corpi, lo sganciamento delle mani dell’insegnante da quelle dell’allievo; la didattica on-line ha svuotato le aule universitarie dalla presenza ingombrante e politica dei corpi, e solo un ingenuo o un complice può pensare che tutto ciò sia casuale. Forse tutto questo è addestramento: non è “educare” come dinamica viva, come azione e reazione, come potere e contropotere; la cristallizzazione della lezione in files o in slides (per usare alcune di queste disgustose parole che hanno sostituito i già noiosi termini della didattica) ha realizzato la cristallizzazione del verbo in sostantivo e dunque la fine di una dinamica vitale.
Ma annoveriamo tra i nemici dell’educare anche coloro che vi vedono unicamente uno strumento – certamente utile e efficace – per massimizzare i profitti di un sistema ingiusto o per propagare fondamentalismi acritici quando non assassini o ancora per clonare le proprie visioni del mondo, adottando quella che Paulo Freire definiva concezione depositaria dell’insegnamento[4] che si riduce nel considerare l’interlocutore unicamente come vaso da riempire. Ma forse i veri liquidatori fallimentari dell’educare sono coloro che ammantati di una finta democraticità affermano – magari proprio dentro le istituzioni deputate all’insegnamento- che “nessuno ha nulla da educare” che “nulla è insegnabile”, o – il che è esattamente la stessa cosa - che “siamo tutti insegnanti di tutto a tutti”. Nelle scuole allora non si insegna più; non si valuta, non si verifica, non si spiega, semplicemente si socializza, si fa stare insieme, si contiene. Scavalcando la fatica dell’educare costoro non vogliono vedere – o forse alcuni lo vedono benissimo- che insieme a questo gesto antico viene gettata via la possibilità di emancipazione in esso insita, l’apertura di senso che, proprio in virtù della sua stessa costitutiva insufficienza, proietta colui/colei che impara al di fuori della relazione di insegnamento/apprendimento, verso la vita, la politica, il cambiamento sociale. Dopo la stagione nella quale sembrava che tutto fosse educazione e che l’educazione avrebbe cambiato il mondo assistiamo al trionfo della posizione speculare che liquida la pedagogia come sapere inutile e l’educazione come altrettanto inutile arroganza. “Che cosa ho poi io da educare a questi ragazzi?” si chiede l’insegnante quando entra in aula, rispondendosi “probabilmente niente” (e allora viene da chiedergli/le perché non rassegna le dimissioni). Questa posizione minimalista così alla moda, così deresponsabilizzante e consolatoria e soprattutto così adatta a questi tempi di liquidazione di ogni pensiero critico e utopico si vieta di vedere come il vero educare sia proprio di colui o colei che ha osato esporsi, ha osato farsi carico della responsabilità della trasmissione di saperi e di credenze, ha preso sul serio il suo ruolo e il suo compito, e proprio perciò è stato contestato, è stato ritenuto insufficiente, è stato tradito, soprattutto è stato superato dall’allievo; ammantati di una nuova aura di narcisismo e di autoreferenzialità, ben accoccolati dentro un pensiero che ha smesso di faticare attorno ai concetti e soprattutto attorno ai metodi e alle strategie per offrire ad altri e alle altre l’accesso ai concetti, i nemici dell’educare non vogliono educare perché sanno benissimo che educare significa esporsi, prendere posizione, mostrarsi e dunque offrire il fianco ad attacchi, critiche, tradimenti, come accade a Zaccheo, primo maestro di Gesù secondo gli Apocrifi che riporta il fanciullo da Giuseppe perché capisce che ormai egli non ha più nulla da imparare: “ripigliatelo dunque, te ne prego, fratello Giuseppe (...) povero me, amico mio, mi fa andare fuori senno. Non posso più tenere dietro alla sua intelligenza. Mi sono ingannato, me tre volte infelice. Cercavo di avere un discepolo e ho scoperto che avevo un maestro”[5] Ma Zaccheo è stato comunque maestro di Gesù, e il suo tramonto finale è il riconoscimento di un limite e non la sanzione di una rinuncia a priori. Dire che educare è insufficiente significa comprenderne l’intima struttura e sottolineare una caratteristica che è del resto propria di ogni gesto umano: tutto è insufficiente, se visto nell’ottica di una vita o addirittura del Cosmo, solo che l’educare proietta i soggetti al di fuori di questa insufficienza, tematizzandola continuamente e facendone il perno per scagliare i soggetti stessi nel mondo[6]; fare di questa insufficienza la base teorica per la liquidazione tout court dell’educare significa stringere un’alleanza di fatto con le dinamiche della barbarie.
Basterebbe però contrapporre a queste liquidazioni che segretamente si danno la mano (e infatti convivono nelle stesse istituzioni educative, affiancando aggiornatissimi corsi sull’e-learning a nuovi dogmatismi religiosi o scientistici, ed a modalità new-age di approccio minimalista all’aula - che significa non fare assolutamente niente) un dato che rende conto della necessità dell’educare: il desiderio di essere educati. Basta passare una giornata con gli adolescenti di un quartiere urbano o con gli immigrati nordafricani per percepire questo investimento, questa richiesta implicita di un maestro, di qualcuno che insegni, di qualcuno che si faccia carico della struggente fatica dell’educare. Certo, si tratta di una richiesta implicita, spesso travestita nel suo contrario, nel rifiuto di ogni mediazione, di ogni apprendimento, soprattutto di ogni scuola. Ma basta vedere il mutamento esistenziale che ha luogo nelle persone quando incontrano un vero maestro per capire che sotto le ceneri del cinismo, del nichilismo o dell’aggressività cova il desiderio di imparare. Per questo ci sembra che la rinuncia a educare si caratterizzi come un tradimento, l’ennesimo da parte di chierici della cultura “Rapporti come quello della fiducia, se volete ingenua, dello studente nel suo maestro, l’aspettativa di apprendere da lui quella dottrina, quella parola segreta in virtù della quale tutto ciò che è errato si dissolve sono l’humus di ciò che non si lascia sopraffare dalla routine”[7]. In questo senso l’educare è anche figlio della trasmissione delle dottrine esoteriche e dei misteri, soprattutto delle posizioni e delle intuizioni a proposito di Dio che i nostri autori ci hanno mostrato; educare è permettere l’accesso a elementi che svelano la realtà come altra da quella che i nostri sensi troppo banali e grossolani possono cogliere. Educare è allora trascendere, andare e portare oltre, convincere che “non è tutto qui” e “non sarà sempre così”
Come abbiamo detto sopra, educare è anche un mestiere. Dichiariamo fin d’ora la nostra contrarietà a sussumere l’insegnamento o l’educazione professionale sotto categorie moralistiche quali la “missione” o la “vocazione”: gli insegnanti e le insegnanti che lavorano nelle scuole disimpegnano uno e uno solo tra i tanti volti possibili dell’insegnamento, quello legato all’alfabetizzazione. Disconoscere questa realtà significa gettare sulle spalle della scuola compiti che essa non può e non deve accettare e d’altro canto liberare comodamente la società nel suo complesso da altre declinazioni dell’idea di insegnamento. Crediamo però anche se si debba e si possa andare al di là di questa professionalizzazione: se la società occidentale ha scelto di professionalizzare la cura e se questo è indubbiamente un dato positivo, è altrettanto vero però che possiamo sperare in un futuro nel quale la cura e specificatamente il gesto dell’educare sia in un certo senso restituito al corpo sociale nel suo complesso. La scuola è un ambito straordinario di interazione e di crescita ma possiamo sperare che essa impari a lasciare sempre più spazio a quanto accade fuori dalle sue mura e restringa il suo ambito alla necessaria alfabetizzazione rispetto a tutti i codici ognuno di noi incontra sulla sua strada. Possiamo sperare che in futuro “al maestro saranno restituite le due dimensioni che forse gli sono proprie e che i nostri tempi bui hanno dimenticato: anzitutto, il suo essere artigiano, maestro del “fare bene le cose” che sappia mostrare un “come si fa” che sia diverso da un “come funziona” e che soprattutto costituisca sottrazione e deviazione dalla strada della facilitazione a tutti i costi; un maestro che sappia rallentare i tempi dell’insegnamento e del’apprendimento, senza rincorrere quelli della produzione ma senza appiattirsi su quelli della vita, un maestro che sappia fare spreco di tempo (l’unica dimensione dello spreco che riteniamo pedagogica) per rispettare e educare i tempi dell’oggetto, un maestro insomma che nel suo fare le cose e mostrare come le cose si fanno, sottoponga se stesso e i suoi allievi alla disciplina del’oggetto; e in secondo luogo, il suo essere maestro di sapienza, nel senso giudaico e antico-orientale del termine, che porti a vivere il quotidiano e il consueto, intuendo e mostrando però una profondità del quotidiano, un’ulteriorità del consueto, un vero e proprio mistero della e nella quotidianità, un maestro che riattivi la possibilità di vedere e scoprire nuove dimensioni di senso nell’oggetto, mantenendolo però tenacemente nel qui ed ora, che impari e insegni ad usare gli oggetti non nel senso di compiere nuove azioni ma di liberare gli atti e i gesti quotidiani dalle incrostazioni che l’abitudine ha steso su di essi.”[8]. Il rischio infatti è di trasformare l’educare in un servizio a domanda individuale; il rischio è di perdere quel costitutivo “di più” che la dinamica dell’educare porta con sé e che non rientra mai del tutto nella gabbia d’acciaio dei rapporti professionali. Rischio che non è nuovo: “dove lo studente considera a priori il professore come uno specialista sottopagato che gli vende la merce di determinate conoscenze e per il resto non ha niente da dirgli, (...) è minacciato al tempo stesso quell’elemento umano che, mediante l’identificazione con il maestro, ha una funzione propulsiva”.[9] Se oggi è anacronistica la via per aspera ad astra, se è anacronistico approfondire, leggere, studiare, soffermarsi sui concetti, se è anacronistico pensare che possa esserci qualcosa di più oltre allo squallore del potere e alla disperazione della violenza, allora educare significa essere profondamente anacronistici, significa avere come proprio motto: “Io sono una forza del passato”[10] L’educazione nasce anche come trasmissione di conoscenze, ma ogni maestro, ogni madre, ogni fratello maggiore, ogni allenatore, ogni capo scout sa che educare è “di più”, perché richiede di più e dà di più e soprattutto perché apporta al mondo quel “di più” che forse fa la differenza tra la civiltà e la barbarie.
Per questo motivo abbiamo dedicato un libro alla ricerca delle tracce del “di più” in autori morti da secoli; se l’educazione per come noi la intendiamo è un anacronismo, allora ci sembra utile contrapporre alle ultime scintillanti mode delle pedagogia vincenti il carattere perdente di una antichissima pedagogia Da sempre abituati a cercare il pedagogico nel non-pedagogico, di scovare la pedagogia dei non-pedagogisti abbiamo indagato l’opera di tre autori che erano convinti come noi che educare significasse cercare il “di più”. Che lo si cerchi o meno in Dio, è comunque in nome di quel “di più” che continuiamo a educare. Ed è in nome di quel “di più” che speriamo di essere rimasti, almeno per qualche istante, nell’anima di un ragazzo o di una ragazza, di un giovane o di una giovane, quando abbiamo varcato le soglie di un’aula universitaria, magari a parlare della mistica cristiana. Speriamo cioè di avere lasciato la traccia in quell’anima che i mistici e mistiche cercavano tenacemente e teneramente di educare e che i nostri giovani ci spalancano davanti, speranzosi e spauriti, quando ci incontrano sulla loro strada; e che vuole essere riempita con un segno che non passa, che resta per sempre o quasi, a differenza delle vaghe e transitorie chiacchiere del mondo: un segno antichissimo e profondo come gli echi appena udibili di oceani di silenzio.
[1] Dan. 12, 1-3
[2] Ger. 31, 34
[3] Deut. 11, 19
[4] Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Torino, Ega, 2002
[5] Racconti sull’infanzia del Signore di Tommaso filosofo israelita, redazione A, 7, 1-
[6] “Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti./ L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,/e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.” Kahlil Gibran, Il Profeta, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007
[7] Max Horkheimer, Studi di filosofia della società. Ideologia e potere, Torino, Einaudi, 1981, pag. 213
[8] Raffaele Mantegazza, La fine dell’educazione. Un’utopia (anti)-pedagogica, Troina, Città Aperta, 2005 pag. 66
[9] Max Horkhemier, cit. pag. 202
[10] Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1990, pag. 33
(Da.
OCEANI DI SILENZIO
Tracce educative dalla mistica cristiana: Eckhart, Porete, Silesius
Raffaele Mantegazza
(Elledici 2013)

Introduzione: pedagogia ed esperienza religiosa
Nota sugli autori trattati
1. Parlare di Dio: il rapporto con il linguaggio
L’insufficienza del linguaggio e il nome di Dio
La necessità di balbettare e la poetica del silenzio
I volti di Dio
La forza delle metafore
2. Incontrare Dio: il rapporto con il divino
La questione dell’onnipotenza: un Dio debole?
Dio amico, Dio amante
Forzare Dio
Essere Dio
3. Celebrare Dio: il rapporto con le norme e le istituzioni
Tra carisma e istituzione
Il santo e le opere
4. Ritrovare Dio: il rapporto con il Creato
Tempo ed eternità
Lo statuto delle creature
L’uomo è oltre
5. Educarsi a Dio: il rapporto con se stessi
Educare l’anima
Il distacco dalle cose
La povertà
Svuotarsi, non fare nulla, sciogliersi, morire
Conclusione. In difesa dell’educare















































