La profezia
e la sua funzione
nella storia
Carlo Molari
Il capitolo che Massimo Cacciari ha dedicato al rapporto tra politica e profezia nel volume Della cosa ultima [1] termina con alcuni interrogativi lasciati in sospeso e rivolti "al nostro amico teologo [2]. Le domande scaturiscono dalla affermazione che "il politico è un momento essenziale dell'itinerario dell'anima all'Im/possibile - quel momento in cui essa riconosce di non potersi 'soddisfare' nel possesso di alcun 'regno', di non potersi, appunto, 'liberare' attraverso la reciprocità dello scambio, la garanzia e l'ordine della legge" [3]. Affermazione che era già stata presentata precedentemente sotto forma di domanda retorica: "Il Politico assicura - ma in-futura anche. Può infuturare senza provocazione rofetica? Può esserne capace da solo? Non è forse concepibile il suo movimento come un continuo cercare di rispondere all'affermazione profetica sull'Impossibilità del Regno?" [4].
Questa acquisizione, qui attribuita al profeta, di fatto è la convinzione alla quale perviene ogni generazione, è la conclusione di ogni stagione storica, che abbia creduto a un ideale assoluto eppure ,storicamente realizzabile, a una utopia concreta (che è il tradimento della profezia) [5], a un regno definitivo. Come era la generazione di Gesù, come molte generazioni lo sono state nei millenni. Generazioni che, forse, in futuro non potranno più nascere.
Gli interrogativi che ne derivano sono numerosi e tutti stimolanti. Alcune sono domande retoriche e indicano già la soluzione, nella loro stessa formulazione. Altri invece sono interrogativi che restano sospesi e richiedono ancora ricerca.
Non per nulla il capitolo di Cacciari termina: "Cerchiamo dunque ancora, se le piace" [6]. Registro due interrogativi rimasti senza risposta:
1. Se l'uomo nuovo, che per il cristiano è già nato, è convinto che "la propria 'perfezione' non può consistere nel realizzare il Regno politicamente, fuori di sé, quale potrà risultare la relazione col Politico?" [7].
2. Se "per il cristiano l'éscaton è Ora; quella riserva [si tratta della riserva escatologica, cioè del compimento al quale ogni evento storico tende] deve già agire, energein". Allora il cristiano depoliticizza. Ma "in che senso? A nome di quale potenza?" [8].
Questi interrogativi sono lasciati "all'amico teologo". Io non ho certo la presunzione di sostituirmi agli amici teologi interpellati, né di rispondere in modo esauriente agli interrogativi posti. Non ne sono capace e sarebbe del resto presunzione contraria alla stessa premessa della riserva escatologica.
Vorrei solo mostrare come la fede in Dio vissuta possa suscitare o creare un ambito di profezia nel politico; meglio, come possa suscitare e stimolare il ruolo di profeti negli spazi della politica in modo ch'essa non cada nell'illusione della definitività del Regno, ma che nello stesso vi sia proclamata e alimentata la speranza della sua venuta. E ciò può avvenire solo attraverso i segni storici del suo avvento cioè del suo approssimarsi. attraverso il cambiamento stesso delle comunità profetiche che nella storia sanno inventare le forme nuove di umanità nella fraternità, nel perdono, nella condivisione.
Parlo di comunità profetiche perché al livello attuale dell'evoluzione della specie la funzione profetica difficilmente può essere svolto da singole persone, anche se nella comunità vi può essere un ruolo particolare per le singole persone che si succedono nella funzione profetica, ed esprimono di volta in volta la ricchezza emersa nell'intreccio delle relazioni.
Vorrei perciò mostrare le ragioni di questa possibilità e le condizioni perché ciò possa accadere. Occorre che illustri due premesse: la prima è che l'affermazione ora fatta è assertiva non esclusiva; la seconda è che la politica non è la bestia e la profezia la fata che l'ammansisce.
Chiarisco le due premesse:
1. Affermando che l'esercizio della fede in Dio può aprire varchi profetici nello spazio politico non intendo asserire che solamente la fede in Dio svolge questa funzione. Anche altre tipi di fede, infatti, possono esercitare un ruolo analogo, mantenendo tuttavia la loro specificità e quindi la loro differenza. Si è parlato molto in questi mesi di fede laica o anche di fede atea, o di un Dio che esiste nelle scelte dei Laici. [9] È legittimo farlo perché nessuno ha il possesso di Dio e sono molte le possibilità di una fede efficace e salvifica. Occorre però mantenere la distinzione e non omologare tutte le forme di fede, come è necessario distinguere le diverse dinamiche che esse suscitano nelle persone e le conseguenze differenti che hanno nelle società. Anche le conseguenze, infatti, sono diverse e in questa diversità risiede la verifica dell'autenticità.
La distinzione tra i diversi stili profetici sta nelle risorse di fede alle quali si appella il profeta. Quando le risorse di fede fioriscono dal riferimento a Dio allora l'impossibile che diventa possibile ha spazi particolari che si aprono attraverso il cambiamento dell'uomo.
Per chi ha fede in Dio la profezia ha un duplice ruolo: da una parte denuncia continuamente le possibili idolatrie, dall'altra indica le vie e la pratiche per rendere possibile anche ciò che appare irrealizzabile negli spazi del presente.
2. La seconda premessa. Vedo un rischio grave nell'impostazione, il rischio di una contrapposizione radicale, di un facile manicheismo, per cui il male sta nella politica e il bene nella profezia. La politica non è la bestia da ammansire e la profezia non è la fata che opera il miracolo. Sia la politica che la profezia svolgono un ruolo proprio necessario, positivo e complementare. Sia la politica che la profezia possono fallire nel loro compito, in ambedue può insinuarsi il peccato e il male. Anche il profeta può sbagliare perché anche lui è peccatore. [10]
Non è vero che la politica è il problema e la profezia la soluzione. Spesso la profezia è più problematica della politica.
Un altro aspetto di questo rischio. Di fatto il politico può essere profeta in certe circostanze e il profeta diventare politico. Ammetto che nei secoli scorsi i ruoli erano più netti e precisi. Ma quando tutto cambia velocemente anche i ruoli sociali si confondono e si intrecciano.
Chiariti questi rischi passo a riflettere sulle domande che sono state poste al teologo.
Per farlo però in modo corretto devo chiarire cosa significa per me vivere la fede in Dio e come l'uomo può diventare testimone del Regno nelle sue necessarie anticipazioni storiche, come si possa concepire l'azione di Dio a cui il credente si apre nell'atteggiamento di fede.
Fede in Dio
Esercitare la fede in Dio significa abbandonarsi con fiducia a una forza vitale fondante, che già piena e profonda, alimenta il flusso della vita, sostiene il cammino dell'uomo e rende possibile novità vitali. Queste possono fiorire anche se non vi sono premesse storiche e intrinseche preventivamente valutabili perché esse sono rese possibili da un avvento, dalla forza creatrice che non ha potuto esprimere ancora tutta la sua potenza nella creatura.
La fede in Dio rende perciò possibile la speranza anche quando non sembrano esserci le condizioni storiche per sperare.
La profezia in questa prospettiva non è l'annuncio di ciò che sarà ma di un avvento che si realizza, di una vicinanza che si prefigura in alcuni segni. La profezia è la lettura del presente in modo tale da cogliere i prodromi, i segni i un avvento c e sta già accadendo.
Il profeta come tale sa di non poter dire che cosa accadrà se non in forma inadeguata, dovrà sempre dire: "quanto a quel giorno e a quell'ora .. nessuno lo sa... e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (Mt 24, 36). Analogicamente questa affermazione che si riferiva al tempo (quando accadrà?) deve essere stesa a tutte le altre condizioni della storia. Quale sarà la forma di giustizia richiesta nei prossimi anni? Quale capacità di dialogo e di còndivisione dovrà fiorire per i prossimi secoli?
La condizione perché accada è che ci siano spazi storici accoglienti. Sono assolutamente necessari.
Azione di Dio nella creazione e nella storia
Per capire questa necessità occorre riflettere sull'azione di Dio nella storia. Più procedo nell'esperienza di dialogo e più mi convinco che la maggiore ragione di ambiguità e incomprensioni sia fra credenti, sia nel confronto fra questi e i non credenti in Dio risiede nei modelli utilizzati a proposito dell'azione divina.
Per usare il linguaggio dei filosofi si può dire che spesso si attribuisce a Dio un'azione predicamentale, quella cioè che è caratteristica delle creature.
Due cose devono essere chiare:
1. il ricorso a Dio (anche per chi afferma che solo un Dio ci può salvare) non prescinde dallazione dell'uomo, ma anzi la suscita e quindi la suppone. Perché la forza creatrice o diventa azione di creature o non esiste nella storia umana.
2. L'azione delle creature non è preliminare o condizionante, bensì espressione pienamente umana dell'energia creatrice. L'uomo in attesa non ridursi semplicemente a invocare Dio o a consentire l'azione esterna di Dio, che invece diventa decisione e azione umana, resa possibile dall'atteggiamento di fede.
Ne consegue una grande responsabilità storica che è la ragione dell'impegno politico del cristiano e delle comunità cristiane. Su questo metro si misura la funzione della profezia che non è solo denuncia ma anticipazione vitale e sollecitazione alla responsabilità.
Prima di chiarire questa funzione è bene liberarci da una difficoltà che lo stesso Cacciari pone nel capitolo successivo quando ricordando il "polìteuma en ouranoîs' di Paolo (Fil. 3,20 la nostra patria è nei cieli) scrive "Il Regno è già, ha già vinto e giudicato la storia. Come dunque' risiedervi ancora? abbandonandola? Concedendole il corpo soltanto? Non c'è dubbio che questa costituisce la seduzione dia-bolica per eccellenza della cristianità.. Come affermare che il mondo è ancora 'disputato' tra Dio e il Diavolo? E che di conseguenza la forma politica è 'provvidenziale' per contenere la, traboccante forza del Male, proteggere, quasi, quel resto di fede e di speranza che insiste nell'attesa?". Il profeta perciò "esige contro ogni speranza che il popolo sia capace di impegno completo, di fedeltà, che non si nasconda di fronte il suo essere responsabile, e cioè al suo essere ontologicamente reus" [12]. Più volte è capitato nella storia che il re ed il popolo si siano trovati "solidali nel cacciare il profeta, nell'ucciderne la voce" [13].
La risposta è semplice ed è già suggerita nel testo. La formulerei così: la patria non è ancora abitata, ma è agognata e il cammino per giungervi è tracciato nella storia. Abitare il Regno, inoltre, non è conquistare uno spazio, ma diventare figli di Dio, acquisire l'identità personale compiuta e questo avviene abitando la terra, intessendo relazioni nella giustizia, avviene costruendo la pace. Solo così si diventa giusti (si è giustificati), abitati dalla Pace, trasparenti alla Vita.
Le funzioni della profezia
Questo paragrafo è il più impegnativo ma anche il più rischioso. Perché altro è descrivere la profezia nelle sue strutture essenziali e nei suoi compiti istituzionali, altro è descrivere le sue funzioni in un determinato periodo storico. Vorrebbe dire essere in grado di esercitare la funzione del profeta. Che non può essere scelta perché in prospettiva teologica il profeta è un chiamato. Ma se mi avete chiamato à parlarne, benché io non sia un profeta, debbo dire qualcosa ricorrendo ai profeti del nostro tempo.
Raccolgo quindi qualche sollecitazione generale, scusandomi del tradimento che formule sublimi subiranno nella mia trascrizione.
a) la prima funzione è promuovere la formazione di uomini nuovi. La funzione pedagogica della profezia è assolutamente necessaria. Senza uomini nuovi non ci sarà futuro. La consapevolezza che i criteri del passato, anche quelli che hanno funzionato, non sono più sufficienti. La stagione umana è nuova.
Gesù parlava di otri nuovi per il vino nuovo, di stoffe nuove al posto di abiti strappati.
b) La seconda è denunciare l'insufficienza dei principi etici sui quali cerca di fondarsi la società alla quale apparteniamo. I principi vengono formulati per giustificare l'esistente, non per accogliere il futuro. Sergio Latuche osserva: "lo studio della storia non rende molto ottimisti sulle possibilità di vedere la giustizia dettare il suo corso agli affari umani. La corruzione dei grandi si diffonde più che mai é si propaga tra i piccoli con la scusa della grandezza in meno. Purtroppo bisogna riconoscere con Paul Audi anche se a molti non piacerà, che «un mondo governato dall'etica non ha alcuna possibilità di nascere, nemmeno all'orizzonte più lontano dei nostri tempi storici» [14].... Ma questo significherebbe anche rinunciare a qualsiasi progetto politico. Ora quale che sia il vigore della nostra denuncia dell'ingiustizia del mondo e le difficoltà che abbiamo riconosciuto per portarvi rimedio, esse non giustificano l'abdicazione. [15] Gesù diceva: "non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt, 7,21). E a chi poteva elencare frutti di azione centrata sulla persona e sull'interesse diceva "non vi ho mai conosciuto, operatori di iniquità" (Mt. 7,23).
c) La terza è smascherare le illusioni dell'odierna società dei consumi e dell'esibizione. L'illusione di una giustizia migliore che sarebbe assicurata dall'illimitata espansione di un sistema economico gestito secondo i criteri dell'interesse privato. L'inganno della salvezza piena realizzabile con il benessere economico attuato sulle spalle degli altri, dalla bellezza ostentata a dispetto altrui, dal piacere ricercato con tutti i mezzi, dall'arroganza della propria superiorità. La via dell'esteriorità non conduce alla maturità ma al vuoto. Gesù parlava della casa costruita sulla sabbia: "cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e la sua rovina fu grande" (Mt 7, 27). Mentre la casa costruita sulla roccia "non cadde".
d) La quarta è impedire quel ricatto sottile che il sistema tecnico economico tende ai credenti minacciando di "rendere impossibili anche le migliori politiche dello spirito in caso di mancato appoggio al sistema del consumo e del godimento. [16] Il ricatto è un bluff, ma è molto sottile e sembra far presa su molti.
Gesù diceva che "Nessuno può servire a due padroni: o odierà uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro" (Mt. 6,24). Una scelta è necessaria.
e) La quinta è promuovere una nuova alleanza culturale planetaria imperniata sulla integrazione democratica delle acquisizioni ideali del pensiero attuale: la funzione positiva degli ultimi come criterio delle scelte comuni, l'autolimitazione dell'accumulo dei beni; la pace non solo come fine ma come metodo e quindi la non violenza come stile assoluto di vita personale e di rapporti tra i popoli; la dinamica del dono e della gratuità come garanzia di benessere spirituale.
Gesù diceva (questo detto lo riporta San Paolo): "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At. 20,35) chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà" (Mt 10,39; cf. 16,25) "chi ama la sua vita la perde" (Gv 12,25). Questo principio non è solo per la vita privata. E un criterio assoluto della storia umana. Il Vangelo delle beatitudini (Mt. cap. 5-6) viene tradotto in versioni laiche o secolarizzate che stanno fiorendo nelle università, nelle comunità di volontariato e lungo le strade.
Le condizioni della profezia
Vi sono alcune condizioni necessarie per la nascita di uomini nuovi e per la funzione dei profeti nello spazio della storia.
1. La prima è lo sviluppo della dimensione spirituale della persona. Non fermarsi alla pratica religiosa ma sviluppare la dimensione spirituale.
2. Vi sono delle condizioni che si sviluppano nell'ambito psichico. Ne indico tre richiamando i moniti del Vangelo:
- Non appesantite il cuore con ubriachezze e dissipazioni; è condizione negativa che gli uomini possono sviluppare gia in virtù dei doni precedenti. Essi possono infatti impedire l'irruzione del futuro, rendendosi incapaci di accoglierlo. In prospettiva di fede in Dio si tratta di non impedire l'Avvento.
- Siate vigilanti: prima condizione positiva è l'attenzione a ciò che avviene. Gesù insisteva sulla lettura dei segni dei tempi. Essa però suppone la raffinatezza interiore, la trasparenza che risulta dalla frequentazione dello Spirito. È già un frutto del suo avvicinarsi.
- Siate pronti, pieni di vita. è il momento dell'accoglienza che richiede sintonia e interiorizzazione del dono vitale. Ma richiede anche il vuoto delle illusioni del godimento.
3. .Liberarsi dalla schiavitù delle informazioni imposte. "La necessaria decolonizzazione del nostro immaginario, cioè un rafforzamento della nostra resistenza al lavaggio del cervello al quale siamo sottoposti in permanenza a opera dei media, e più profondamente, dal funzionamento stesso della società moderna, dovrebbe permetterci di sfuggire al prisma deformante che ci fa vedere il mondo come esclusivamente economico e di riprendere in mano il nostro destino'''.
4. Affinare la trasparenza interiore.
Conclusione
Il profeta dei nostri giorni si differenza dagli antichi perché non diffonde paura ma gioia dell'incontro, non minaccia castighi, ma esercita misericordia, non proclama fine dei tempi, ma nuovi inizi.
Hannah Arendt diceva: "Il potere non è la potenza, non è una forma dominativa, è l'esercizio di quella energia che nasce dalla cooperazione", potremmo dire che nasce dall'intreccio delle persone, che fiorisce dall'amore.
"Se solo imparassimo ad amare" scriveva Chouraqui.
L'ira e l'aggressività era la passione nobile dell'antichità, da qualche secolo è diventato l'amore. Ma è rimasto ancora nell'ambito privato. Non è diventata ancora una passione politica. Nella svolta che viviamo sta forse avvenendo questo passaggio.
NOTE
1 Adelphi, Milano 2004 pp. 210-229.
2 "Ma sono domande che è forse più giusto rivolgere al nostro amico teologo..." Id., ib. p. 223. Le domande comprendono le pp. 221-223, ma quelle senza risposta sono alla pagina 223.
3 Id., ib. p. 223.
4 Id. ib. p.221.
5 Id., ib , "Conosce ormai.. altra profezia se non quella 'tradita' nella forma utopica?" p. 229.
6 Id., ib , p. 229.
7 "La profezia afferma anche la necessità del Politico, finché l'uomo vecchio viva. Ma per l'uomo nuovo? E non vi è già l'uomo nuovo? Se egli riconosce che la propria 'perfezione' non può consistere nel realizzare il Regno politicamente, fuori di sé, quale potrà risultare la relazione col Politico?" p. 223.
8 Id., ib., p. 223: "Il profeta biblico di questa dimensione afferma comunque l'insuperabilità sotto il segno della 'riserva' escatologica; ma per il cristiano l'eschaton è Ora; quella riserva deve già agire, energein. Il cristiano de-politicizza, ma in un senso completamente diverso dalla de-politicizzazione immanente al processo di formazione, costituzione e tramonto della forma statuale europea. In che senso? A nome di quale potenza?".
9 Arrigo Levi, Il Dio che esiste nelle scelte di noi laici, in Repubblica, (23 nov. 2004 pp. 1,19) cita l'espressione di Giuliano Amato che nello stesso dibattito sulla laicità, riferendosi alla Comunità di S. Egidio insignita con il premio Balzan, afferma che "la fede religiosa 'ha una marcia in più' di quella dei laici" (p.19).
10 Cacciari scrive: "Il profeta fallisce ('pecca') se si fa Re (e a volte lo deve), e altrettanto se predica l'abbandono o la rinuncia all'agón politico" p.220.
11 Cacciari M., Della cosa ultima, o. c. p. 231. La funzione del katéchon (2 Tes. 2,6s colui che impedisce) citato più volte da Cacciari cfr. "su cui tanto spesso ci siamo insieme soffermati (un chi? Una potenza impersonale? La forza stessa della cosa, mi pare evidente, ma per essere tale deve incarnarsi in figure concrete, essere effettualmente Sovrano, promulgare leggi positive) Idea che finisce col coincidere con quella di forma politica, intesa appunto nel suo carattere - intrinsecamente agonico" p.220 cfr p. 222.
12 Id., ib., p. 232.
13 Id., ib , p. 233.
14 Audi P., Superiorité de l'éthique,. De Schopenauer à Wittgestein, Puf, Paris 1999 p. 25.
15 Latouche S., Giustizia senza limiti. La sfida dell'etica in una economia mondializzata, Bollati Boringhieri, Torino 2003 p. 245.
16 Sequeri P., Logos, legami e affetti, in AA. VV (a cura di Francesco Botturi e Carmelo Vigna), Affetti e legami, Annuario di etica 1 (2004) p. 105.
17 Latouche P., Giustizia senza limiti, o. c., p.178.















































