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    Mosè

    Esercizi spirituali per i sacerdoti

    Bruna Costacurta


    Introduzione

    Ci occuperemo della figura di Mosè, visto nella sua dimensione fondamentale, che è quella di essere guida del popolo. Un tema molto adatto per i sacerdoti, chiamati a essere guide spirituali dei fratelli che sono stati loro affidati, mediatori del divino presso i fratelli, quindi maestri di fede e maestri di sapienza. La figura di Mosè ha molto da dirci in questa linea, perché Mosè è colui che rende presente Dio in mezzo ai fratelli e rende presenti i fratelli davanti a Dio, portandoli con sé, facendo il mediatore che diventa presenza del divino in mezzo ai suoi e insieme si carica dei suoi e se li porta davanti al Signore, portandoli con sé e rendendo così possibile la relazione. Mosè, guida spirituale, che insegna al popolo come camminare dietro al Signore; che insegna al popolo a vivere di obbedienza e di fede. Mosè che decifra i segni di Dio, che interpreta i doni che Dio fa al popolo e si fa testimone di questa presenza di dono in mezzo ai suoi e diventa in questo modo strumento di liberazione e di salvezza. Mosè, figura sacerdotale che intercede per i fratelli, che entra nella supplica per coloro che gli sono stati affidati e che entra nella contemplazione anche per loro. Figura sacerdotale che si fa mediazione definitiva di alleanza tra Dio e il popolo e poi, in modo tutto particolare, mediazione di perdono. Ci sono tutti gli elementi più importanti di una vocazione, di una vita sacerdotale, che noi cercheremo di mettere in evidenza percorrendo nella preghiera gli episodi più significativi della vita di Mosè.
    Prenderemo i testi più importanti della storia di Mosè, ma sempre accompagnati da quello che è il compimento di tutti questi testi e di tutte queste parole che incarnano per noi la Parola di Dio; il compimento è il Signore Gesù. Leggeremo il testo biblico riguardante Mosè, ma sempre con un’apertura su un testo del Nuovo Testamento, che possa accompagnare la preghiera fatta sull’Antico. Vi suggerirò ogni volta un salmo che può accompagnare la preghiera. E questo per permettervi di avere le parole di Dio, che possono diventare le parole della vostra preghiera.

    Prima meditazione: la chiamata di Mosè alla vita e alla missione

    Tutto comincia (i primi tre capitoli dell’Esodo) con una persecuzione, che però è una benedizione o con una benedizione, che diventa persecuzione. Israele sta in Egitto e sperimenta la benedizione di Dio. Dio aveva chiamato Abramo e aveva fatto la grande promessa della benedizione: “Io ti benedirò e tu diventerai benedizione!”. E cos’è la benedizione? “Io farò di te un grande popolo!”. La presenza di Dio dentro la storia di quest’uomo con una moglie sterile diventa il fiorire della vita: la grande fecondità, la vita che si manifesta in tutta la sua bellezza, la benedizione. La benedizione originaria: quella di Genesi 1, quando Dio crea tutto e nel momento in cui crea la vita, lì Dio benedice. E la benedizione è: “Crescete e moltiplicatevi!”. All’inizio dell’Esodo siamo in un momento in cui questa benedizione sulla vita che è il moltiplicarsi, questa benedizione sul popolo figlio di Abramo che è diventare numeroso, grande popolo, questa benedizione adesso si sta di fatto avverando e concretizzando. Il popolo d’Israele cresce a dismisura e questo che è il manifestarsi della presenza di Dio e del suo favore e della sua grazia in mezzo al suo popolo diventa motivo di persecuzione per il popolo. Questo segno bello della benedizione di Dio diventa per il popolo motivo di maledizione. Chi cammina nei sentieri di Dio è abituato a questo. La benedizione, la maledizione sembrano andare sempre insieme. Quello che è benedizione sembra incarnarsi in qualche cosa che insieme la contraddice e viceversa. Il cammino di fede - lo sappiamo - percorre sentieri invisibili, che vanno sempre al di là di quello che si vede. Tu vedi la morte e invece la fede ti dice che lì c’è la vita. Tu vedi un crocifisso che sembra un condannato e invece la fede ti dice che lì c’è il Salvatore del mondo. Tu vedi la persecuzione e la fede ti dice che lì c’è il fiorire grande della grazia di Dio. Tu vedi il martirio e dici: qui si muore! e la fede ti dice: attento, è solo qui che finalmente si vive! Questo è Israele, perché Israele è figura di ogni credente. Israele che è in Egitto e che, benedetto, si ritrova perseguitato, proprio a motivo della benedizione, con il faraone che dice: questi crescono, finisce che si alleano con i nostri nemici, si mettono contro di noi e poi se ne vanno. Bisogna bloccare tutto! Comincia la storia di morte a motivo della troppa vita. Vi ricordate quando le levatrici vanno da faraone e devono rendere conto del fatto di non aver ucciso i bambini, dicono: le donne ebree sono diverse, sono molto più vitali, per cui i bambini nascono e quando noi siamo arrivati è già tutto fatto! C’è qualche cosa in rapporto alla vita che lì è particolare, che è fecondo, che esplode senza che nessuno possa contenerlo. Troppa vita! E allora il mondo dice: morte! E questo è faraone. E questa è la vicenda anche della chiesa e del mondo. Questa è la vicenda di ogni credente, del giusto che viene perseguitato, perché proprio il suo essere giusto dà fastidio agli empi. Sarebbe utile rileggere i primi capitoli del libro della Sapienza, dove gli empi dicono: “Basta! Distruggiamo il giusto, perché lui è diverso da noi e perché lui con la sua giustizia ci ricorda che noi siamo ingiusti e allora bisogna ammazzarlo! Adesso noi qui abbiamo Israele che ricorda con la sua vita che Dio è vita e allora bisogna uccidere Israele. È l’elemento estraneo che viene percepito come un pericolo. Notate: Israele viene percepito come un pericolo, ma in realtà è debole e piccolo. Il faraone dice: ecco il popolo dei figli di Israele è diventato più numeroso e più forte di noi; allora prendiamo provvedimenti e rendiamoli schiavi. Questo vuol dire che gli israeliti non erano tanto più forti di loro se si può renderli schiavi. In realtà Israele è sì numeroso, ma rappresenta per l’Egitto semplicemente della mano d’opera a buon mercato. In realtà è numeroso, ma portatore di una dimensione intrinseca di piccolezza, di povertà. L’Egitto invece è grande e potente, il faraone ha potere di vita e di morte su tutti, si proclama dio in terra: ecco la vera potenza! La potenza che si ritrova ad avere paura della piccolezza, della debolezza, quando nella debolezza e nella piccolezza si manifesta Dio. Questo che succede a Israele è quello che succede a noi, alla chiesa e che dovrebbe succedere nella chiesa. Fare paura ai grandi, ai potenti, non perché siamo grandi e potenti anche noi, ma perché siamo piccoli, debolissimi e poverissimi, così che in realtà non facciamo paura, ma semplicemente siamo portatori di un mistero che sgomenta, il mistero di Dio. E allora la reazione è: bisogna ucciderli! Ma guai a noi se ci vogliono uccidere perché siamo potenti! E beati noi se invece ci vogliono uccidere perché siamo piccoli, poveri e giusti e perché il Signore ci rende così. Questa è la storia di Israele, ciò che precede la nascita di Mosè, che quindi lo segna. Mosè, figura sacerdotale è il risultato di questo e incarna tutto questo! E allora comincia la persecuzione in Egitto, contro Israele. Prima i lavori forzati, la schiavitù, l’uccisione dei figli maschi; le levatrici non lo fanno e allora si passa all’uccisione, facendoli annegare nel grande fiume. Il grande fiume che doveva portare la fecondità e la fertilità all’Egitto, diventa invece il fiume della sterilità totale e il fiume della morte. Davanti a questa volontà terrificante di morte dei potenti (il faraone), i piccoli reagiscono e vincono della vittoria di Dio, cioè di quelle vittorie che passano attraverso i piccoli segni. Le prime piccole con il piccolo segno sono le levatrici, che si rifiutano di uccidere. Il testo è lì molto ironico! Sono donne che di per sé non hanno nessuna funzione veramente potente all’interno del regno di faraone e riescono a prendere in giro faraone, nel senso che riescono non solo a disobbedire, ma a impedirgli di reagire. E quando faraone chiede: come mai? Loro si mettono a parlare di vitalità delle donne e di modo di partorire. Il faraone non ne sa niente; viene portato su un terreno molto scivoloso, roba di donne e si deve fidare. Un po’ di donne deboli danno scacco matto al grande potente, perché hanno voluto salvare la vita. E allora dice il testo: Dio le ricompensa e le rende feconde. Hanno riconosciuto la vita, hanno accolto la vita e ricevono in dono vita sovrabbondante. E allora visto che le levatrici non hanno funzionato c’è l’esposizione dei bambini nel fiume e anche lì chi salva quel bambino, che poi salverà tutti gli altri, sono ancora delle figure di debolezza. La figlia del faraone di per sé aveva una posizione privilegiata, però è comunque una donna, quindi è poco importante e con quella cosa così particolare; le levatrici, siccome hanno salvato i bambini diventano feconde, la figlia del faraone, siccome salva Mosè, diventa madre. C’è lì un gioco simbolico. Lei vede il bambino, s’intenerisce, decide di tenerlo, però ha bisogno di una balia che allatti il bambino. Lei non è madre, non ha latte, non può dare vita a quel bambino perché non gliel’ha data, lei in qualche modo è come se fosse sterile, non può nutrire e però, siccome salva il condannato a morte, allora diventa madre, con quella scena della sorellina di Mosè. La mamma di Mosè vede che il bambino è bello, non ha cuore di uccidere il bambino, lo vuole salvare, lo mette nel canestro; il canestro galleggia sulle acque del Nilo. Il canestro, nel testo originale, viene chiamato con lo stesso nome con cui viene indicata l’arca di Noè, viene usato lo stesso termine. Il canestro e l’arca di Noè sono la stessa cosa, che galleggiano sull’acqua; quelle acque che dovrebbero uccidere (al diluvio distruggono tutto, e qui il Nilo uccide i bambini) quelle acque invece, siccome Dio interviene, tengono a galla, fanno vivere Noè con tutta la vita che ha dentro l’arca, fanno vivere il piccolo Mosè, facendolo galleggiare e... arriva lì dove c’è la figlia del faraone, vede il bambino, il bambino è bello e piccolo, la figlia del faraone è una donna! Fate vedere ad una donna un piccolo di uomo e lei si intenerisce, anche la figlia del faraone si intenerisce e qui interviene la sorellina di Mosè, quando la figlia del faraone ha compassione del bambino. La figlia del faraone non ha ancora deciso niente, dice solo che è intenerita del bambino. La tenerezza è la breccia attraverso cui passa la sorellina. La sorellina arriva lì e dice: devo andare a chiamare una bàlia tra le donne ebree perché allatti per te il bambino? E così Mosè è salvo. Notate: la sorellina arriva e mette la figlia del faraone davanti ad una decisione, che la figlia del faraone non ha ancora preso, ma che la piccola dà per scontato, facendo sembrare che sia la figlia del faraone a decidere tutto. Devo andare a chiamare “per te”, perché allatti “per te”? Il testo ripete quel “per te” due volte. È la figlia del faraone che decide tutto; è lei la padrona e la signora; in realtà è la piccolina che la porta ad adottare il bambino. Ci sarebbe da chiedersi se è la figlia del faraone che adotta Mosè o se è la sorellina di Mosè che adotta la figlia del faraone come madre per Mosè. Vedete il gioco? È un gioco importante, perché finisce che è una ragazzina, per di più figlia di Ebrei, figlia di schiavi e di perseguitati. È una ragazzina che cambia le sorti dell’Egitto e che dà il via alla storia della salvezza, perché così Mosè è vivo, è salvo e adesso la storia della salvezza entra in una fase importante, che è veramente quella della liberazione del popolo e della costituzione del popolo. Però tutto perché la figlia del faraone si era intenerita. La salvezza di Dio si fa strada tra gli uomini utilizzando gli uomini, le loro inclinazioni, i loro sentimenti; la tenerezza, l’avere compassione sono sentimenti umani, sono cose perfino istintive, non sono neppure frutto di virtù e la storia della salvezza cammina utilizzando il materiale che c’è, utilizzando noi. E così Mosè si ritrova salvato quasi per caso, e invece è l’amore di Dio che sta guidando tutto attraverso l’amore di un po’ di donne: la madre di Mosè, la figlia del faraone, le levatrici, la sorellina. Ecco, questo segna il destino di Mosè. Ora Mosè per definizione è colui che è stato salvato ed è per questo che può diventare il salvatore. Lui ha fatto esperienza strutturale di morte, perché doveva morire lì nel momento in cui nasceva. Chi ha fatto strutturalmente esperienza di morte può allora diventare mediatore di vita, perché non ci sarà rischio che si illuda che la vita che lui dà agli altri sia sua. Mosè adesso diventa mediatore, strumento di vita per il suo popolo, ma avendo fatto esperienza fin dall’origine che a lui la vita la stavano togliendo: figuriamoci se può darla! Lui stava morendo: figuriamoci se può far vivere gli altri! Lui è stato salvato: figuriamoci se lui può salvare qualcuno! Uno che ha vissuto questo nella carne può diventare salvatore, colui che dà la vita, perché allora la salvezza e la vita sarà di Dio, perché sarà quello strumento povero che non farà mai da schermo, che non si sostituirà mai a Dio, perché sarà quella debolezza in cui la forza di Dio può trionfare, quella cosa piccola che Dio usa perché sia possibile manifestare la sua grandezza e fare cose grandi. Solo che questo non basta! Essere stati salvati dalla morte non basta per diventare mediatori di salvezza. Ci vuole la purificazione di quell’esperienza e ci vuole l’invio da parte di Dio. Mosè cresce, vede gli egiziani che maltrattano il suo popolo e si mette a fare il salvatore. Si guarda attorno, vede che non c’è più nessuno, uccide l’egiziano e poi lo seppellisce nella sabbia. Sembrerebbe un gesto di salvezza lo schierarsi da parte del più debole, lo schierarsi dalla parte della vittima, l’uccidere il carnefice per liberare il perseguitato; invece no! Il testo biblico chiarisce subito che quello non è il cammino della salvezza, perché la salvezza non viene dall’iniziativa dell’uomo. Qui adesso Mosè prende lui l’iniziativa di salvare; più che un liberatore sembra un cospiratore, un terrorista... C’è qualche cosa in quest’azione di Mosè che è segnata dall’ambiguità, dalla contraddizione inaccettabile; soprattutto è chiarissimo che non è vero che la vita possa venire dall’uccisione di un altro. La vita viene da qualcuno che muore ucciso da quello che darebbe salvezza. Mosè uccide l’egiziano e questo non salva nessuno. Salvare non vuol dire uccidere, ma morire. Allora bisognerà che qualcuno muoia perché ci sia la salvezza; ma sarà non la morte che viene provocata dal salvatore, ma la morte del salvatore. Quello che può dare la vita non è uccidere, ma dare la vita, morire appunto. E allora ecco che quell’episodio che sembrava mettere Mosè nella strada giusta del servizio della salvezza presso i fratelli, si rivela invece fallimentare e Mosè deve passare attraverso la purificazione. Deve scoprire che non è così che si libera il popolo, sperimentare la paura e, quando ha timore di essere stato scoperto, entrare nella dimensione vile della fuga per mettersi in salvo. Il grande eroe scappa! È un bel modo in cui il testo ci fa vedere che bisogna passare attraverso la disillusione di sé, che è il misurarsi con la propria verità. È il far cadere le illusioni, è il non fare conto su di sé, ma solo su Dio. E allora Mosè fugge, si stabilisce a Madian, mette su famiglia, passa lì 40 anni; adesso ha una moglie, dei figli, un lavoro, accudisce al gregge del suocero, ormai è stabilizzato, l’Egitto è un capitolo chiuso. Mosè ormai si è imborghesito, ha dimenticato di essere uscito dalle acque e a questo punto Dio interviene per chiamarlo ed è solo adesso che Mosè può davvero tornare dai fratelli per essere mediatore di salvezza. Mai per la propria iniziativa, ma perché è Dio che lo manda; non per i propri meriti, ma perché è Dio che lo ha salvato e che allora adesso lo manda a diventare strumento di salvezza. Ed è l’episodio del roveto ardente. Fate attenzione che all’inizio si usa tante volte la parola “vedere”. Dio si fa vedere, cioè appare. Mosè vede il roveto e dice: che fenomeno strano! Voglio andare a vedere che cos’è? Dio vede che Mosè è andato a vedere. Tutto è incentrato sul vedere. E poi invece il vedere sparisce e tutto si gioca sul “parlare”. Dio chiama Mosè, Mosè risponde e qui comincia il grande dialogo di Dio e Mosè con l’invio ai fratelli per liberarli e con la rivelazione da parte di Dio del suo nome indicibile e inconoscibile. Perché fare attenzione al vedere e al parlare? Perché è quello il mistero dell’esperienza del divino. Il vedere segnala qualche cosa di Dio: il roveto ardente; ma bisogna che poi intervenga la Parola perché si chiarisca che cosa davvero è quello che si vede. Perché quello che si vede non è quello che si vede. Tu credi di vedere ma stai solo vedendo un roveto ardente. Quando però interviene la Parola tu capisci che non è il roveto ardente, ma che lì c’è la presenza di Dio. E allora quando capisci questo ti copri gli occhi e decidi di non vedere più, perché sei davanti al Signore. Provate a interiorizzare questo perché è l’esperienza della contemplazione, dell’incontro con Dio e perché è l’esperienza sacerdotale dell’essere al servizio di una Parola ; perché è la Parola che dà senso alla visione, è la Parola che la interpreta e la fa vera. Il sacerdote è un uomo anche di gesti, liturgici, profetici, di carità, ma al fondo è il servo della Parola. E quei gesti devono essere sempre interpretati alla luce della Parola di Dio e devono essere manifestazione della presenza di Dio e della sua Parola in mezzo al popolo. Mosè, come il sacerdote, più che vedere deve ascoltare, per poi poter parlare. Così comincia l’invio di Mosè. Un’ultima cosa: Mosè va a vedere! Vuol dire che Mosè è ancora aperto al nuovo, vuol dire che Mosè non si è veramente seduto, che non ha ormai incasellato la sua vita dentro i suoi schemi. E soprattutto non ha incasellato Dio nei suoi schemi; è ancora pronto a riconoscerlo e a vederlo. Guai a dare per scontato le cose, guai a pensare di sapere, guai a dare per scontato Dio, guai per un sacerdote a diventare un professionista del sacro! Allora anche mille roveti non servono a niente! Invece è lì, quando si è davanti alla novità, quando Dio non è mai posseduto, ma solo accolto, è solo lì che finalmente ci si può aprire e quindi accogliere l’invito ad andare dai fratelli; noi salvati, a offrire con i mediatori la salvezza. Vi invito a ripercorrere un poco queste cose e anche la vostra storia personale alla luce di questo. Il Nilo, da cui ognuno di noi è stato salvato; la morte a cui ognuno di noi è stato strappato; quell’insieme di circostanze che hanno fatto la nostra vita e che l’hanno segnata e che hanno segnato anche la nostra vocazione. Quando Mosè arriva al roveto ardente e Dio lo chiama non è che viene chiamato da Dio lì per la prima volta; Mosè è stato chiamato quando l’hanno buttato nell’acqua del Nilo, solo che al momento del roveto ardente Mosè capisce la chiamata, prende coscienza di questa chiamata che è dalle origini, che ha persino preceduto il suo nascere; lì però ne prende coscienza, lì l’assume e allora alla luce di quello può rileggere tutto quello che è avvenuto. Dio chiama sin dall’inizio, poi però quando noi prendiamo coscienza di questa chiamata tutta la nostra storia passata acquista un’altra luce. Il fatto che ci abbiano tirato fuori dal Nilo, il fatto che ci abbiano educato in un certo modo, il fatto che noi abbiamo fatto degli errori che poi ci hanno portato lontano, nel deserto, a Madian, e adesso lì ci porta a vedere il roveto... ecco tutta la nostra storia... l’amore per i fratelli che ci ha fatto insorgere contro l’egiziano per ucciderlo, però scoprire che era un errore e allora andarsene, la disillusione di noi, il ritrovaci soli... insomma tutta la storia che Dio ci fa percorrere da quando ci salva al Nilo fino a quando ci fa andare in giro per tanti anni nel deserto... tutta quella storia allora riprende senso! Tutta quella storia era per essere mandato dai fratelli a diventare segno della presenza di Dio. E allora la storia vive anche questo canto incredibile che ognuno di noi fa nella gratitudine, nella gioia, perché tutto, ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che uccide e ciò che fa vivere, ciò che è grazia e ciò che è peccato, tutto adesso si rivela come la trama di un disegno stupendo, incredibile, meraviglioso, che è il fatto che Dio ci vuole come segno di salvezza presso i nostri fratelli. Questo siamo noi e questa è la nostra storia. Riappropriamoci della nostra chiamata, della nostra vocazione e nel fare questo guardiamo Maria insieme a Mosè. Maria che è nella sua casa, nel quotidiano della vita di una ragazza che sta aspettando di andare a vivere con il suo sposo, dentro un progetto matrimoniale, che è un progetto di fecondità di vita, di famiglia in cui vivere la propria fedeltà a Dio e che invece si vede messa davanti a un progetto diverso. Sì la fecondità, sì la generazione, sì la vita di famiglia, ma tutto per opera dello Spirito. Tutto in tutt’altra direzione! E anche Maria come Mosè rimane sgomenta e chiede: ma come è possibile? Che non è il dubbio della fede, ma è l’interrogarsi della fede sulle modalità di questo evento che deve avvenire. Ella non dice: ma come è possibile? No, non è possibile! Maria dice: come avverrà? Lei è disponibile; non sa nulla, ma sa che Dio è più grande e allora: ma come avverrà? Non mette argini alla possibilità infinita di Dio, non mette difficoltà, fa la domanda dei piccoli: come? Ed è quel come che è già tutta un’apertura, che è già dire sì. D’accordo! come? È la disponibilità totale davanti all’ignoto più assoluto, davanti all’inimmaginabile, davanti a ciò che non è possibile e che invece è possibile a Dio, perché tutto è possibile a Dio. E allora in quel momento Maria diventa tempio, casa del Signore, arca dell’alleanza, e anche la sua casa allora si trasforma. Adesso è la sua umanità, quella di cui Dio si serve, che è trasfigurata e ormai tutta assunta nel progetto di Dio e tutto per quel “sì”, che è addirittura un “come succede”? Quel sì che è all’inizio dei molti sì che alimentano la storia di Dio dentro la nostra storia umana per farci sempre più simili a Maria e a suo Figlio Gesù.

    Seconda meditazione: il mar Rosso

    L’oggetto di questa meditazione è l’esperienza della salvezza, così come viene presentata in modo paradigmatico in quell’evento molto noto che è il passaggio del mar Rosso. È un evento paradigmatico nel senso che è un punto di riferimento e un esempio tipico di che cos’è la salvezza di Dio. Se si vuol capire che cosa vuol dire “Dio salva”, bisogna capire che cosa è successo al mar Rosso, così che poi allora si capisce che ogni intervento di salvezza che Dio fa all’interno della nostra vita e all’interno della nostra storia ha le componenti, i segni, gli elementi tipici di quell’esperienza di salvezza che è stata l’uscita dall’Egitto e il passaggio del mar Rosso. In questo senso noi sappiamo che non stiamo leggendo eventi antichi, che hanno riguardato solo il popolo d’Israele, ma che stiamo leggendo una cosa che oggi ci riguarda qui in prima persona, perché quando Dio interviene nella nostra vita noi stiamo al mar Rosso. Allora è bene riflettere su che cos’è il mar Rosso per contemplare e lodare il Signore che fa salvezza oggi per noi qui, come allora al mar Rosso.
    Il testo di riferimento è il capitolo 14 del libro dell’Esodo. Tutto comincia con un comando di Dio a Mosè. “Il Signore disse a Mosè”, ed ecco gli dà il comando: “Fai tornare indietro Israele e fàllo accampare vicino al mare”. C’è l’obbedienza, c’è l’esecuzione del comando, Mosè fa come Dio gli ha detto; Israele si accampa presso il mare, ma il faraone ci ripensa e allora si mette all’inseguimento di Israele. Israele vede arrivare il faraone, ha paura, grida e allora Mosè risponde. Questa è la prima scena!
    La seconda scena è molto simile alla prima nelle componenti, perché di nuovo tutto ricomincia con un comando di Dio a Mosè, che dice: “Stendi la mano con il bastone contro il mare in modo che il mare si apra”. Dio dà un comando, Mosè obbedisce, esegue il comando, il mare si apre, Israele passa sul fondo del mare all’asciutto, il faraone si mette a inseguire Israele, Dio interviene. Questa volta non è più Israele ad avere paura, ma gli egiziani che hanno paura, gridano e si mettono in fuga.
    Terza scena. Di nuovo Dio che dà un comando: “Stendi di nuovo il braccio con il bastone in modo che il mare si rinchiuda”. Mosè obbedisce al comando, il mare si richiude, gli egiziani stanno correndo per mettersi in salvo e il mare si chiude sopra di loro. Hanno praticamente in bocca gli egiziani, perché stanno scappando e vanno proprio incontro alle acque che adesso si stanno richiudendo: gli egiziani muoiono. E allora spunta l’alba e questa volta nessuno più ha paura, non Israele come nella prima scena, non l’Egitto come nella seconda scena; quello che invece adesso succede è che Israele ha timore di Dio e di Mosè. La paura diventa timore, diventa riconoscimento della salvezza, diventa fede e possibilità di affidarsi a Dio e allora quel grido che Israele aveva lanciato quando aveva paura, adesso si trasforma in un grande canto di lode. Ed è il capitolo 15 del libro dell’Esodo con il famoso canto del mare.
    Questo è il modo con cui si presentano le scene di cui noi ci occupiamo quest’oggi. Israele è partito dopo le piaghe, soprattutto dopo l’ultima terribile piaga: la strage dei primogeniti d’Egitto; mentre l’Egitto è tutto immerso nelle tenebre e nella morte, Israele con la sua luce, che è la luce del Dio vivo, perché l’angelo della morte non li tocca, Israele esce dall’Egitto. Non solo esce dall’Egitto, nel senso che finalmente viene via dalla schiavitù, ma come avviene sempre nelle cose di Dio fa un’esperienza di grazia sovrabbondante. Non solo è finita la schiavitù, ma Israele addirittura esce carico d’oro. Nel capitilo 12 c’è proprio l’episodio dell’Egitto che ormai messo alle strette decide che Israele può partire e non solo lo lascia partire, ma ogni vicino d’Israele dà all’israelita che gli è accanto quello che ha: il suo oro, il suo argento; gli dona le sue ricchezze, di modo che l’esperienza di salvezza che fa Israele non è semplicemente quella: siamo scampati alla morte! Non solo siamo scampati alla morte, siamo vivi e siamo ricchi, dove non è tanto importante la ricchezza, anzi la ricchezza è pericolosa! Domani ci occuperemo della vicenda del vitello d’oro. Si scoprirà che fanno l’idolo con l’oro delle donne; tutto fa pensare all’oro che le donne hanno ricevuto dall’Egitto. Un popolo di schiavi che parte, che improvvisamente è pieno d’oro! Da dove viene tutto questo oro? È l’oro che gli hanno dato gli egiziani. La ricchezza è pericolosa. Quell’oro diventa una trappola mortale, perché utilizzano quell’oro per fare l’idolo. Però quando escono dall’Egitto, quell’oro non è ancora negativo, lo diventerà dopo per il cattivo utilizzo che Israele ne fa. Quando escono dall’Egitto quell’oro è il segno che Dio è sovrabbondante, che non si accontenta di fare le cose che servono, fa anche le cose superflue. Quando Dio dona non dà solo il necessario, ma dà tutto. Dunque Israele esce, non è solo scampato alla schiavitù, ma esce con i segni di un trionfo incredibile. L’oro è il segno di quel trionfo, ma come tutti i segni di Dio, se uno se ne appropria, quello che era un dono bello di Dio diventa una trappola. Ecco allora il vitello d’oro. Quello che qui a noi preme di sapere è che Israele parte con i segni della vittoria, parte “a mano alzata”. Sono i guerrieri con la mano alzata; a volte hanno in mano un’arma, a volte no... questo è il gesto della determinazione, della volontà di andare avanti, della certezza di avere vinto: è il gesto del trionfo! Israele fa esperienza di una salvezza trionfante. E uno dice: stupendo, perché è proprio così! Quando Dio interviene è il trionfo! Quando Dio interviene, noi ci ritroviamo carichi d’oro! Quando Dio interviene, gli altri hanno paura di noi, perché noi siamo diventati potenti! Perfino gli egiziani sono messi in ginocchio, noi adesso siamo forti: questo è il segno che Dio è intervenuto. E invece non è vero. È vero che quando Dio interviene è un trionfo, ma è il suo trionfo, non il nostro. È vero che quando Dio interviene è la potenza che si manifesta, ma è la sua potenza. Se pensiamo di essere diventati potenti noi, noi stiamo stravolgendo la salvezza. Israele esce dall’Egitto e adesso si sente trionfatore, ma bisogna che quella mano alzata la abbassi per capire che l’unico che trionfa è Dio e che l’uomo che riceve quel dono è solo colui che accoglie. Stiamo parlando di Israele, ma è evidentissimo che stiamo parlando di noi, della chiesa, della nostra storia personale e comunitaria. Così Israele si ritrova a dover abbassare il braccio; la vittoria vera si deve ancora vedere, perché Israele che si fida di sé e si sente forte deve imparare invece a fidarsi solo di Dio. E allora ecco il momento della crisi. Arrivano al mar Rosso, il grande mostro. Israele ha sempre avuto un rapporto strano con l’acqua, perché il paese di Palestina è un paese desertico, arido, è un paese dove l’acqua è il dono più prezioso. Però è anche il paese dove si fa l’esperienza che l’acqua è un dono preziosissimo, quando è la pioggia e quando è una pioggia che si incanala tranquillamente nei ruscelli e nei canali di irrigazione; ma appena diventa un’acqua che straripa, un’acqua torrenziale, invece di dare la vita, dà la morte e distrugge tutto. Quello della Palestina è un deserto che è arido, dove non c’è nulla, un deserto non di sabbia, ma di pietre e di rocce; è fatto però ad avvallamenti, a vederle da lontano sembrano dune di sabbia, ma è pietra e roccia. Quando piove l’acqua non viene assorbita dal terreno che è pietroso e che è troppo secco per assorbirla e allora si incanala dentro le gole delle colline del deserto e siccome sono gole strette e profonde, si incanala lì con una tale violenza, che distrugge tutto al suo passaggio. Travolge uomini, arriva nei centri abitati e distrugge le cose. Ho visto dopo le piogge l’asfalto delle strade che passano vicino al deserto completamente accartocciato ed era stata l’acqua che veniva dal deserto. Israele ha un rapporto strano con l’acqua, perché essa fa vivere, ma fa anche morire. Quando poi quest’acqua è il mare, allora Israele ha il terrore, perché il mare è un mostro che ti inghiotte, e rappresenta nell’immaginario mitico dei popoli antichi il grande mostro, che è lì pronto a divorare la creazione di Dio. Infatti, ricordate quante volte nei salmi si dice: “Dio ha dato un ordine al mare, così che le sue acque non oltrepassino i confini”. Perché se questo mare con le sue onde continua a fare avanti e indietro, se una volta decidesse di fare solo avanti, senza più tornare indietro, la terra non ci sarebbe più. È l’esperienza del diluvio e del caos. Dunque, adesso Israele sta davanti a un mostro che è il mar Rosso; però, senza saperlo, gli sta arrivando da dietro alle spalle l’altro mostro, che è l’Egitto. Avete sentito come il testo racconta la cosa? Gli egiziani dicono: che cosa abbiamo fatto! Allora si armano e partono; e qui c’è una grande insistenza su questa potenza degli egiziani. Il faraone attaccò il cocchio, prese i soldati, seicento carri scelti, tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Sono una cosa immensa e si mettono all’inseguimento di Israele. Israele non lo sa, Israele sta lì, accampato presso il mare. L’Egitto arriva e allora si dice: quando il faraone fu vicino gli israeliti alzarono gli occhi: ecco gli egiziani! Ebbero paura e gridarono al Signore e dissero a Mosè: “Che cosa hai fatto?”. La scena è costruita bene. Israele è lì che si sta ponendo un problema: ha il mare davanti, dunque non se ne parla di andare dentro al mare, perché si muore. Tutto intorno ha il deserto! Dunque l’esperienza di libertà di Dio comincia a presentarsi problematica, bisogna attraversare il deserto e non è una passeggiata. Ma non è ancora finita. Mentre Israele sta cominciando a capire e a dire: aiuto! Qui adesso che facciamo? Tocca andare nel deserto! Ce la facciamo? Siamo attrezzati? A questo punto l’oro non gli serve più perché nel deserto con l’oro non fai assolutamente niente; non c’è niente da comprare e l’oro si rivela per ciò che è: un metallo e basta! Mentre loro stanno lì e cominciano a rendersi conto della situazione, gli arriva la botta finale. Alzano gli occhi e vedono gli egiziani. Basta! Israele è completamente imbottigliato! Ha il mare davanti, gli egiziani di dietro e di fianco il deserto, come un topo preso in trappola. Allora ha paura e grida! Grida al Signore, però parla a Mosè e questo è significativo, perché è Mosè il mediatore ed è figura sacerdotale. E allora quando il popolo se la vuole prendere con Dio se la prende con colui che glielo rappresenta, purchè glielo rappresenti veramente. Se se la prendono con voi, beati voi! Se se la stanno prendendo con voi è perché davvero gli rappresentate Dio. Se la prendono con Mosè con quella prima accusa: che hai fatto? Ve lo ricordate? Quando Israele era partito gli egiziani avevano detto: che abbiamo fatto? Adesso Israele dice la stessa cosa, ma questa volta incolpando Mosè: che hai fatto? Non te lo dicevamo noi che era meglio rimanere in Egitto? Non ti dicevamo: lasciaci stare in Egitto e serviremo l’Egitto, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto? Vi accorgete come Israele parla continuando a nominare l’Egitto? Quell’Egitto da cui appena Israele era stato liberato, quell’Egitto che l’uccideva e che lo teneva schiavo, che lo cosificava, quell’Egitto diventa adesso una specie di terra promessa, il paese della nostalgia. Ti ricordi quanto era meglio in Egitto? Lo dicevamo noi che era meglio rimanere là? Questo è significativo perché quello che avviene lì è quello che avviene nella nostra vita. Quello che avviene lì è che un popolo di credenti che ha appena fatto esperienza della meraviglia di Dio, perché era passato pochissimo tempo da quando Israele aveva visto Dio mettere in ginocchio gli egiziani. Israele ha ancora negli occhi la visione consolante della potenza di Dio e di un Dio che si prende cura di loro e di un Dio che li custodisce. I primogeniti d’Egitto muoiono e loro escono salvi. Israele ha appena fatto questa esperienza, l’esperienza del Dio buono che salva e adesso appena interviene un elemento che sembra contraddire questo. Appena interviene un elemento di difficoltà, appena la salvezza non è più così visibile, così sperimentabile, ma per riuscire a vederla bisognerebbe continuare a credere e fidarsi, ecco che la fede viene meno. Non ci vuole niente perché uno passi dal grande entusiasmo trionfante dell’abbandono in Dio che salva alla crisi terribile di chi dice: Dio è cattivo, perché ci ha portati qui per farci morire! La situazione è quella di Israele ipnotizzato dal pericolo, dal terrore di morire e, preso da questo terrore, dimentica tutto. È l’esperienza che noi facciamo nella vita quando la nostra fede viene meno. Qualche cosa ci spaventa, qualche conto non ci torna più, il modo con cui Dio ci salva non ci piace più, non ci sembra più che sia salvezza, non è più come noi ce l’aspettavamo; il modo con cui Dio ci conduce sui suoi cammini non è come l’avevamo immaginato... e allora basta, finito! Questo cancella tutto. Quello che Dio ha fatto per noi, il modo con cui si è manifestato, la bontà di cui abbiamo fatto esperienza... niente, tutto finito e cancellato! L’unica cosa che esiste è la mia crisi. E allora io mi metto a rileggere tutta la storia mia all’incontrario. Dio mi ha tirato fuori dall’Egitto per salvarmi e adesso dico che non è vero. Mi ha tirato fuori dall’Egitto per farmi morire! Dio mi ha portato fuori dal mio peccato per farmi entrare nella vita bella che è la sua vita e io dico che era un imbroglio. Mi sono fidato di Dio e adesso mi ritrovo qui che sto morendo. Dio mi ha fatto fare esperienza di come è bello affidarsi a lui, obbedire... e allora Dio mi manda? Io vado! Mi hanno dato quella parrocchia? Questo è il luogo della mia salvezza e della mia vita. Se uno fa davvero questa esperienza dal di dentro, è bello! Poi arrivano le prime difficoltà, ecco: io mi sono fidato di Dio, peggio che mai mi sono fidato del Vescovo che mi ci ha mandato, ecco che io credevo che fosse per stare meglio e invece si stava meglio quando si stava peggio. Io credevo che fosse per il mio bene e invece: io qui muoio! Credevo che fosse per servire i fratelli e qui invece non c’è niente da servire! Che hai fatto a portarci via dall’Egitto? Non ti dicevamo noi che era meglio non dare retta a Dio e starsene in Egitto a farsi gli affari propri? Avevano ragione gli altri quando ce lo dicevano. Questa è la crisi! Niente di nuovo sotto il sole! Quello che è avvenuto molti anni fa sulle rive del mar Rosso accade anche dentro la storia di ciascuno di noi. Il testo è ironico, perché Israele si mette a ridesiderare l’Egitto, senza rendersi conto che questa è una follia, perché quell’Egitto di cui dice: te lo dicevamo noi che era meglio... è proprio quell’Egitto che sta arrivando per ucciderlo. E nelle parole stesse di Israele è un Egitto di morte. Forse non c’erano abbastanza sepolcri in Egitto, che ci hai portato a morire qui? L’Egitto diventa il miraggio, però l’unico modo con cui loro riescono a parlarne è un paese di tombe. C’erano tanti sepolcri. Nonostante tutto, la verità viene fuori: l’Egitto è un paese di morte! Solo che quando si ha paura dei cammini di Dio, della libertà, quando la fede si fa difficile, allora persino un sepolcro sembra meglio, perché lì almeno sai quello che c’è e poi lì stai tranquillo! D’accordo, c’erano i sepolcri! Almeno quando morivamo, sapevamo dove andavamo! Qui adesso non sappiamo niente. Meglio un sepolcro sicuro che il niente insicuro! Questo è il ragionamento e a questo ragionamento Mosè risponde. E la risposta è : “Non abbiate paura, siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi. Perché gli egiziani che oggi voi vedete, noi li rivedrete mai più. Il Signore combatterà per voi e voi state fermi!”. Più aderente al testo sarebbe : il Signore combatterà per voi e voi state fermi e zitti! Questa è la risposta di Mosè, è la risposta della guida del popolo. Stiamo parlando di voi. Mosè è figura del sacerdote. Questa è la risposta della guida di un popolo che, davanti ad un popolo che è nella crisi della fede, sa indicare il cammino della fede. Ma solo chi ha molta fede può chiedere questa fede. Solo chi ha fede può dire: non abbiate paura, state fermi e zitti e lasciate che Dio combatta. Ed è la fede di Mosè che rende autorevole quella sua parola: non abbiate paura! È la fede che vi rende autorevoli e credibili, quando al vostro popolo chiedete la fede. E la fede di Mosè apre un cammino impensabile. Immaginate la scena, questo dovrebbe fare la chiesa. Israele sta lì con il deserto, con gli egiziani che arrivano, il mare davanti... quindi tutti terrificati e Mosè che se ne esce: tranquilli, passiamo all’asciutto! È la fede che inventa la soluzione assolutamente impensabile! È la fede che si fida dell’impossibile e rende possibile l’impossibile! Uno si aspetta: Mosè è la guida del popolo? Organizziamoci! Il deserto è fatto di pietre, ognuno raccolga un po’ di pietre e combattiamo contro gli egiziani, oppure: mettiamo insieme tutto l’oro che abbiamo, glielo diamo in cambio della nostra vita, oppure... le soluzioni ragionevoli, del compromesso, le soluzioni che pensano tutti, le soluzioni dei potenti della terra! Ci armiamo come si può oppure paghiamo! Invece la guida spirituale del popolo, colui che rappresenta Dio in mezzo al popolo non fa affidamento né sulle pietre, né sulle armi, né sul denaro... fa solo affidamento su Dio. E allora per la fede si riesce a vedere quello che gli altri non vedono. Gli altri vedono solo queste soluzioni: o morte, o ci organizziamo, o proviamo a comprarci la vita. Lui ha fede e riesce a vedere quello che gli altri non vedono. Vede un’altra strada che nessuno può vedere. La vede solo lui, è la strada che passa in fondo al mare ed è una strada asciutta. Mosè vede l’invisibile, l’impossibile, perché è un profeta! Come ogni guida del popolo dovrebbe essere. Il profeta non è quello che vede che cosa succede domani, ma vede oggi nel profondo della realtà per capire che cosa davvero sta succedendo oggi. Questo è il profeta, questo è quello che gli è chiesto: essere capace di vedere al di là delle apparenze per capire il senso vero delle cose e così trovare il giusto cammino, quello di Dio. Il profeta è quello che vede la storia degli uomini e lì dentro sa vedere la storia che Dio porta avanti. Questo è Mosè, il più grande profeta e questa è la chiesa. E allora ecco la nuova prospettiva: non solo quella di passare laddove nessuno penserebbe di passare, ma la certezza che il Signore combatterà e quindi voi dovete stare fermi e zitti! È l’entrata nell’apparente impotenza per lasciare che sia la potenza di Dio a manifestarsi e a trionfare. È l’assunzione della propria debolezza e della propria incapacità per lasciare che solo Dio sia forte e porti avanti il suo piano. Questo è il luogo dell’assoluta potenza, perché è l’assunzione attiva della propria morte perché Dio la trasformi in vita. E allora è la massima attività, anche se sembra che sia l’assoluta passività. Quando Israele sta fermo e zitto non è passivo, ma sta entrando nella massima attività che è quella di credere, di sperare e di lasciare che Dio faccia. Utilizzandoci, e quindi lasciando che Dio faccia e che Dio ci faccia. E lasciare che Dio faccia attraverso di noi. Ecco: questo è Mosè e il popolo insieme! Ecco che allora le acque si aprono, il mostro è vinto ed anzi i due mostri si distruggono a vicenda, perché il mostro del mare inghiotte il mostro dell’Egitto. Israele è salvo perché i due mostri si sono ammazzati a vicenda. Questa è la vittoria di Dio! Dio non uccide nessuno, ma quando Dio compare si vede la verità e la verità è che dove non c’è Dio, lì non ci può essere vita. E allora sorge l’alba e Israele vede l’Egitto morto sulla riva del mare, lui che ha attraversato il mare all’asciutto, perché Mosè gliel’ha chiesto. Badate bene: Mosè gliel’ha chiesto, perché uomo di fede chiedeva la fede, perché lui ha già attraversato le acque e ne è uscito vivo. Mosè ha già passato all’asciutto le acque, quando sul suo canestrello, da bambino, ha attraversato il Nilo fino ad andare lì in mezzo alle canne, dove poi lo trova la figlia del faraone. Mosè ha già fatto esperienza che si possono attraversare le acque senza morire e che se si lascia fare a Dio, solo allora si è salvi. Mosè si è fatto tutte le piaghe d’Egitto con il rischio di essere ucciso o dal faraone o dai suoi, quando non ne potessero più e Mosè quindi ha attraversato il pericolo mortale e ha fatto esperienza che, se l’attraversi insieme a Dio, vivi. Per questo può dire a loro: state fermi e zitti. Si può passare e rimanere vivi. Anche questo è importante per noi, perché vuol dire che ciò che ci fa credibili è la fede ed è l’aver anche noi prima degli altri attraversato il peccato, il dolore, la sofferenza, la crisi della fede, la morte. Allora è possibile dire qualche cosa di sensato a chi è nella sofferenza, nel dolore, nella crisi di fede e nella morte. Questo è il nostro vero oro ! La fede che il Signore ci dona è tutta la nostra storia, anche quella di peccato, “soprattutto” quella di peccato, se abbiamo lasciato che lì sovrabbondi la grazia di Dio, nel senso che è un’esperienza che noi facciamo della nostra debolezza, della nostra difficoltà, della nostra morte che allora ci permette di dire delle parole vere a chi adesso sta facendo la stessa esperienza. Se Mosè fosse uno che non ha mai sperimentato il terrore dell’acqua, nessun israelita alla sua parola: “andiamo dentro al mare!” gli sarebbe andato dietro. Ma lui può dire una parola vera perché viene da ciò che il Signore gli ha fatto vivere. Ecco che allora Israele può attraversare il mare senza morire e anzi, dopo aver gridato e poi dopo esser stato zitto, può alla fine aprirsi nel grande canto di lode: “Il Signore ha mirabilmente trionfato, cavallo e cavaliere ha gettato nel mare!”. Siamo invitati a ripercorrere questo testo e la nostra personale esperienza nel rivivere la nostra fede, le nostre difficoltà nella fede, le nostre nostalgie della prigionia di quando si stava peggio, ma a noi sembra che si stava meglio, le nostre paure della solitudine, le nostre solitudini quando, chiamati ad essere profeti, dobbiamo indicare un cammino che gli altri non vedono e a cui sembra che solo noi crediamo e dobbiamo rimanere lì, continuare a credere, tenacemente attaccati alla Parola di Dio e a ciò che il Signore ci rivela come profeti, continuando a credere che quello è il bene di coloro che ci sono stati affidati. Non dobbiamo indulgere alla loro debolezza, ma assumere la loro debolezza e mostrargli il cammino. Non dire: sì, sì, avete ragione! Guardate che cosa ci ha fatto Dio e adesso come facciamo? Con l’idea che dirgli così li consola, ma dire: fermi e zitti, noi andiamo dentro al mare; inventiamo un cammino nuovo! Anche questo dell’inventare è una cosa importante, perché una delle pigrizie più tragiche degli uomini di fede è quello di rifarsi agli schemi vecchi, di non avere più quella fede fresca che ci permette di inventare cammini nuovi, nuove soluzioni. Ci troviamo davanti ad una situazione nuova, ebbene inventiamo una soluzione nuova. Proviamo ad andare dentro al mare! Noi dovremmo essere testimoni e garanti di questa fede e che si può attraversare il mare senza morire. Può accompagnarvi nella preghiera il salmo 121. “Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto”? Proprio come Israele lì. E adesso che facciamo, imbottigliati qua? E la risposta è: “Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra”! In quel salmo il Signore è presentato come il custode che non dorme; il custode che veglia, il pastore che non si ritrae mai. Questa cosa del dormire è una cosa importante, perché se voi ci pensate: che cosa è dormire? Dormire è staccare, è andare in vacanza. Dormire vuol dire che io non ho più relazione con la realtà, con i miei fratelli, con niente se non con il mio inconscio; nel sonno stacco la spina e noi siamo talmente piccoli che ci tocca di staccarla quella spina regolarmente, perché altrimenti dopo un po’ diamo i numeri. Ecco Dio invece non è piccolo. Dio è grande ! Dio non stacca mai la spina. Questo è un bel modo con cui noi nella nostra vita confessiamo di essere povera gente. Abbiamo bisogno di dormire, come dire che abbiamo bisogno di prendere delle pause, dei riposi... vuol dire che la nostra fedeltà è corta, che noi non riusciamo ad amare totalmente; abbiamo bisogno di spazi in cui riprendere fiato. Questo fisiologicamente è il sonno, ma ho tanto l’impressione che sia un fatto fisiologico che rivela qualche cosa di altro e cioè: il nostro darci senza riserve è un’illusione, perché abbiamo sempre bisogno delle nostre piccole riserve, come poter chiudere la porta di casa, poter staccare il telefono, poter dormire! È l’amore che non ce la fa. Dio invece non dorme, è l’amore che dura sempre e se ci si affida a questo pastore che non dorme, allora possiamo dormire anche noi. Dunque: non sarà uno staccare la spina, ma un accettare la nostra debolezza perché sia Dio ad amare veramente attraverso di noi, anche se dormiamo. Di un Dio così ci si può fidare! Come testo del Nuovo Testamento che può accompagnare la nostra preghiera e diventare un’altra icona da contemplare, vi suggerirei l’episodio della Trasfigurazione di Gesù, perché è l’anticipazione della Pasqua e il passaggio del mar Rosso è la Pasqua e perché nella Trasfigurazione Gesù parla con Mosè ed Elia del suo esodo ( siamo al mar Rosso) e i discepoli hanno sonno, non ce la fanno, perché lì si sta manifestando il divino... però restano svegli... a vedere Dio che si manifesta, ma senza capirlo. Vedono senza vedere, perché bisogna saper vedere l’invisibile e loro vedono solo il visibile, vedono la luce, vedono Mosè, vedono Elia, che è bello stare lì, sentono Dio... “ma Pietro non sapeva quello che diceva”, come non saprà quello che dice quando rinnegherà il Maestro. Non sapeva quello che diceva, perché crede a quello che vede e non sa andare al di là, perché è vero che è bello, ma non è quel bello in cui fermarsi con le tende; è quel bello che è il passaggio del mar Rosso. Tanto bello, stupendo, perché è la salvezza che si realizza, ma tanto doloroso, tanto difficile! Perché è l’Esodo, perché è la Pasqua, perché è la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù, che così definitivamente si rivela come Figlio: “Questo è il mio Figlio diletto!”, cioè il Figlio che muore, il Figlio che attraversa il mar Rosso e che morendo trasforma la morte in vita. Il Signore ha fatto l’attraversamento delle grandi acque affinché anche a noi sia adesso possibile attraversare il mar Rosso e diventare testimoni che si può attraversare il mare senza morire, anzi che è proprio lì che si trova la vita, perché morire non è più morire, ma è dare la vita.

    Terza meditazione: il Sinai

    Abbiamo detto che Israele è presentato come un paradigma nella Scrittura. La storia di Israele è di fatto la storia di ogni credente. Le tappe del cammino di fede di Israele, la sua esperienza e il suo crescere dentro la relazione con Dio, tutta la sua storia è figura della storia personale di ogni credente, che è chiamato a vivere tutti gli elementi della storia di Israele. Ognuno di noi è chiamato ad attraversare il mar Rosso e a entrare nella alleanza di Dio; fa parte della nostra fede la crisi di fede, il grido e la mormorazione, fa parte della nostra esperienza religiosa la dimensione del deserto, fa parte del nostro vivere da figli di Dio l’obbedienza alla legge, che Dio dona e l’attesa della terra. Dunque, Israele e Mosè sono punti di riferimento per capire chi siamo noi e chi dovremmo essere e il momento del Sinai è certamente il momento cruciale per la storia di Israele. Israele è uscito dall’Egitto, ha fatto esperienza questa volta davvero della vera vittoria con il passaggio del mar Rosso, cammina nel deserto e in qualche modo si lascia educare da Dio fino a diventare adulto. Lì al Sinai Israele diventa adulto, entra in relazione di alleanza con Dio come la sposa con lo sposo, come il figlio nei confronti del padre, lì qualche cosa della sua identità arriva a compimento. Adesso Israele è davvero Israele, è davvero popolo di Dio! In questo è figura di ogni chiamato, perché è chiamato a entrare nell’alleanza, a entrare in questa dimensione di appartenenza totale a Dio, in questo rapporto privilegiato con il divino, è chiamato a entrare nel mistero di Dio che si rivela. Vorrei ora meditare fondamentalmente su due brevi testi che stanno nel libro dell’Esodo al capitolo 20, lì dove si narra dell’alleanza tra Dio e il popolo con il dono della legge. Siamo al Sinai, il popolo si prepara, c’è la grande teofania di Dio e Dio che dà la legge. All’inizio e alla fine del decalogo ci sono due frasi che sono importanti: su queste vorrei fermarmi, così da fare come due blocchi di riflessione. Siamo al capitolo 20 del libro dell’Esodo, e all’inizio del capitolo, al versetto 1, si dice così: “Dio pronunciò allora tutte queste parole: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dei di fronte a me, non ti farai idolo né immagine alcuna...” Ecco il decalogo! Proprio lì, dove il decalogo incomincia: “Io sono il Signore, tuo Dio...”. Questo è il primo nucleo; poi c’è il decalogo con i comandi che conosciamo bene e alla fine del decalogo i versetti 18 e 19, sempre dello stesso capitolo 20, concludono il dono della legge in questo modo: “E tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante; il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: “Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!”.
    Ecco queste sono le due frasi che incorniciano il dono della legge e sono proprio i due punti dell’alleanza. Cominciamo dall’inizio: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dall’Egitto, dalla terra di schiavitù”. Primo elemento che Dio sottolinea nell’entrare in alleanza con il popolo e nel donare la legge è la liberazione dall’Egitto e quindi la libertà. Israele era in stato di schiavitù, oppresso dagli egiziani, in una situazione di obbedienza servile e Dio lo fa uscire per renderlo libero e portarlo in questo modo ad un’obbedienza diversa che non è più l’obbedienza dello schiavo, ma del figlio. Dio lo fa uscire da quel luogo dove obbediva agli egiziani, per dargli la legge a cui adesso il popolo deve obbedire. Solo che non si tratta di farlo uscire da un’obbedienza per metterlo davanti ad un’altra obbedienza analoga, ma di farlo uscire dall’obbedienza di schiavo, che era quella dell’Egitto, per portarlo invece ad un’obbedienza fatta di libertà, che è quella del decalogo, dell’alleanza. E non è solo la legge che chiede di essere obbedita; anche per uscire dall’Egitto Israele ha avuto bisogno di obbedire, cioè Israele esce dall’Egitto perché Dio glielo comanda. Per poter uscire dalla schiavitù dell’Egitto Israele ha dovuto fare un atto di obbedienza, ha dovuto obbedire a Mosè, che gli diceva: Dio ti ordina di partire! Ha dovuto fidarsi di quello che gli diceva Mosè in nome di Dio, ha dovuto fidarsi di una parola e farla. La libertà che Dio ci dona è un dono che noi accogliamo, ma è anche un dono a cui obbediamo e non c’è accoglienza di questa libertà, se non nell’obbedienza. Uscire dall’Egitto non è un’iniziativa personale; uscire dall’Egitto, che vuol dire uscire dalla morte, dal peccato, da quella schiavitù che uccide, non è un fatto di iniziativa e di capacità personale, per cui noi decidiamo di autoliberarci e allora ci liberiamo, decidiamo di autoriscattarci dal nostro peccato e allora ci riscattiamo. Si esce dall’Egitto perché il Signore ci comanda di farlo e perché obbediamo al suo amore che ci tira fuori. Uscire dall’Egitto non è il frutto dei nostri sforzi, è solo il frutto della nostra obbedienza e quindi è il risultato del dono di Dio. È Dio che ci libera, però è chiaro che Dio non ci può liberare se non ci lasciamo liberare. Ed allora ecco che cos’è l’obbedienza? L’obbedienza è lasciarsi liberare e questo vuol dire uscire dall’Egitto, cominciare quel cammino dell’Esodo in cui noi impariamo a vivere di fede, a diventare figli e a fidarci del Padre. Così usciamo da una situazione degradante di obbedienza agli egiziani, cioè obbedienza al nostro peccato, al nostro vizio, alle nostre abitudini, alle nostre piccolezze... usciamo da quella obbedienza degradante, che ci toglie la nostra vera dimensione di uomini e di figli per entrare invece in un’obbedienza in cui noi non obbediamo più agli egiziani, ma a un Padre che ci vuole bene, che quindi quando ci chiede qualcosa ce lo chiede, perché quello è il nostro bene, un Padre che ha a cuore la felicità del figlio. Stamattina abbiamo visto Israele che usciva dall’Egitto e arrivato al mar Rosso aveva paura, Dio interviene e la sua paura diviene timore di Dio, diventa fede e possibilità di fidarsi. Ora la stessa cosa si verifica nella faccenda dell’obbedienza. Israele è lo schiavo: quella era l’obbedienza, Dio interviene e allora adesso Israele obbedisce ancora, ma questa volta da figlio. Ora il culmine di questo è l’esperienza dell’alleanza al Sinai, lì dove Israele è chiamato da Dio ad un’appartenenza particolare, esclusiva con Dio ed è chiamato anche ad una missione di salvezza che è per tutti, e lì Israele risponde a questa chiamata impegnandosi a obbedire a Dio. “E quello che lui dice noi lo faremo!” Per questo accoglie la legge, comincia questo cammino di obbedienza alla legge, che è l’obbedienza alla Parola di Dio per poter essere segno di salvezza per tutti e per poter essere definitivamente proprietà di Dio. Questo è quello che fa Israele, questo è ciò che ognuno di noi è chiamato a fare, quando è chiamato. La missione per tutti, ma in una dimensione di obbedienza libera e di appartenenza totale. Questa cosa del diventare proprietà di Dio è molto bella! C’è un testo particolarmente significativo, sempre nell’Esodo (19), lì dove si narra la preparazione della teofania e quindi la preparazione dell’alleanza, e allora Dio dice: “Ora se voi vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra”.
    Quindi entrare nell’alleanza vuol dire diventare la proprietà di Dio. Questo Dio lo dice a Israele, ma poi siamo noi che entriamo nell’alleanza definitiva. Voi diventate la mia proprietà, perché mia è tutta la terra. In che senso diventiamo proprietà, se è tua tutta la terra? È tua la terra, quindi è tutto tua proprietà. No! Dio dice: è mia tutta la terra, però voi diventate mia proprietà particolare. Qui si usa un termine ebraico molto bello “segullah”. Che cos’è la “segullah”, ciò che noi diventiamo quando entriamo nell’alleanza? C’è un testo che può servire da punto di riferimento. Nel libro delle Cronache, lì dove Davide racconta quello che ha fatto per preparare il tempio di Dio. Voi sapete che Davide voleva costruire il tempio al Signore e poi Dio gli dice: non sei tu che fai la casa a me, sono io che faccio la casa a te, nel senso che ti do una famiglia e il tempio poi me lo farà Salomone. Però Davide spiega che il tempio lo farà Salomone, ma che lui si è dato da fare per organizzare le cose per il tempio. E allora lui dice: al tempio ho dato i marmi preziosi, l’oro, l’argento, il legno pregiato che veniva da lontano... il re Davide dice tutto quello che ha dato per fare il tempio e poi aggiunge: “Per l’amore che porto al Signore io ho dato anche la mia “segullah” d’oro e d’argento”. Cosa vuol dire questo? Davide è re, Davide ha tutto, come dice Dio nel libro dell’Esodo: mia è tutta la terra! Davide ha tutto: ce l’ha lui, glielo mandano tutti gli altri re, perché tra re ci si fa i favori, i popoli sottomessi... lui ha tutto e ha messo tutto a disposizione del tempio, ma questo tutto è quello che lui ha perché è il re d’Israele. È il tesoro della corona, è quello che è collegato al fatto di essere re, ma poi dice Davide: “Per amore del Signore ho dato la mia “segullah”. Non le cose che lui ha perché è il re d’Israele, ma la sua piccola proprietà personale, quella sua, non le riserve auree che stanno nei sotterranei del palazzo reale e che sono legate alla corona, ma il suo sacchettino con le sue piccole cosette d’oro che sono i suoi ricordi: l’anello che gli ha regalato la madre quando si è sposato, un ciondolo di famiglia, un orecchino che si erano portati dietro da Betlemme, quando sono andati a Gerusalemme... Uno ha tutto, ma il vero tesoro è la “segullah”, che vale più di tutto perché quella è mia, fa parte della mia storia, lì c’è condensato l’affetto di quelli che mi hanno voluto bene, e allora lì c’è amore. Quando Israele entra nell’alleanza, quando noi entriamo nell’alleanza, noi diventiamo la “segullah” di Dio, quel piccolo tesoro che: sì, sì, mia è tutta la terra, ma che cosa ci fa con la terra? Niente! Invece con il suo piccolo tesoro, allora sì! Se lo guarda, si ricorda, lì c’è tutto il suo cuore, l’affetto, il suo passato, la sua storia, la sua gioia. Dio ci guarda ed è come se dicesse: li vedi quelli? Me li hanno regalati! Capite la segullah? Questo è l’entrare nell’alleanza (Es 19) che si basa su un evento di libertà. Dio comincia il decalogo così: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla schiavitù”. Questo fa da fondamento a tutto il resto. Io ti ho fatto uscire dalla schiavitù, dunque: non avrai altri dei di fronte a me, non ti farai idolo, né immagine... Quel “dunque” che io ho detto per mettere in connessione l’inizio del decalogo con il decalogo stesso, è un “dunque” che non deve essere capito nel senso che Dio dice: Dunque io ti ho fatto uscire dall’Egitto, perciò adesso come minimo, per favore, tu mi obbedisci! Io ho fatto molto per te, ti ho tirato fuori dalla schiavitù, dunque tu adesso sei tenuto a darmi qualche cosa in cambio, dunque tu adesso sei tenuto a fare quello che ti dico io! Non è questa la dinamica del decalogo, dell’obbedienza e dell’alleanza. L’obbedire al decalogo non è quello che si dà a Dio in cambio del fatto che ci ha liberati. Obbedire al decalogo è il modo con cui si manifesta e si vive il fatto che lui ci ha liberati. Voglio dire che l’uscita dall’Egitto non è qualche cosa che ci obbliga in una sorta di riconoscenza a fare quello che Dio dice, ma è che, solo se Dio ci libera, noi allora finalmente possiamo fare quello che lui dice. Non lui ci libera e noi in cambio obbediamo, ma lui ci libera e perciò adesso noi siamo capaci di obbedire. Perché non c’è obbedienza possibile se non nella libertà e perché obbedire vuol dire obbedire alla libertà, non alla legge. Obbedire alla legge vuol dire obbedire alla libertà, cioè vuol dire obbedire a quel progetto di libertà che Dio mette in opera tirandoci fuori dall’Egitto. Per cui “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla schiavitù” vuol dire il progetto di libertà a cui tu adesso devi obbedire. E perciò noi possiamo obbedire perché lui ci ha liberato, ma contemporaneamente obbedire ci libera, ci fa sempre più liberi. Obbedire vuol dire entrare in quel giro di libertà e di liberazione che è appunto ciò che fonda l’alleanza e la nostra relazione con Dio. Per cui la legge è un dono che Dio ci fa, ma ancora più grande di quello è il dono che Dio ci fa che è quello di poter obbedire a quella legge, cioè a quella libertà. Più si entra nell’obbedienza e più si è liberi, perché di fatto se voi ci pensate l’obbedienza alla legge è proprio quell’atto di totale libertà dell’uomo, in cui finalmente l’uomo viene liberato da se stesso. Se ci pensate un attimo, che cos’è la legge? È la scoperta che esistono gli altri, che esiste Dio e che esistono i fratelli; in fondo il decalogo è questo. Il decalogo è il modo con cui Dio mostra come si deve vivere in rapporto a lui e agli altri, per cui accettare la legge di Dio vuol dire finalmente accorgersi che Dio esiste e che esistono gli altri. E questa è un’esperienza di libertà assoluta, perché solo quando io scopro che esistono gli altri, che finalmente comincio a liberarmi da me stesso e a uscire da me. Guardiamo l’esperienza che noi facciamo anche come uomini. Il bambino crede di esistere lui solo, gli altri sono sue appendici, sono pezzi di sè, ciò di cui il bambino si serve: è l’egocentrismo tipico del bambino. Quando finalmente il bambino comincia a diventare grande? Quando smette di pensare che gli altri siano in funzione di lui e si accorge che gli altri sono altri che vanno rispettati e che ci sono dei confini; questa è la legge: la scoperta del confine, che io non posso occupare tutto lo spazio, perché ci sono gli altri. Allora scopro che il mio spazio è limitato e questo invece di chiudermi mi apre, invece di limitarmi mi libera, perché mi fa uscire dal mio egoismo e mi apre finalmente ad un’esistenza più vera. C’è un testo molto bello che serve a capire questo ed è una legge tra le leggi che Dio dona ad Israele; si trova al capitolo 22 del libro dell’Esodo (Es 22, 24-26). È la legge che regola il prestito: un argomento di una certa attualità. La legge che Dio dà a Israele dice: “Se tuo fratello diventa povero e quindi per necessità è costretto a fare un debito con te, tu non devi rifiutarti di fargli il prestito, però non deve essere ad usura”. E questa è già una bella cosa! Il prestito va sempre fatto, però mai ad usura. Perché questo è il modo con cui si salva il fratello, facendogli il prestito. Però la legge non tutela solo il fratello che è diventato povero, ma anche il ricco che gli fa il prestito. La legge dice: e allora, quando tu avrai fatto il prestito, in attesa che ti venga restituito, ma senza interesse, tu devi farti dare un pegno, che tu tieni appunto in pegno in attesa della restituzione. Però dice la legge: se il pegno che tu hai è il mantello di tuo fratello, tu glielo devi restituire prima che si faccia sera, perché quella è la pelle di tuo fratello; se fa freddo con che altro si coprirà? Capite che cosa sta dicendo la legge? Io tutelo anche il ricco; se il ricco dà in prestito è giusto che abbia un pegno che gli garantisca che quello che ha prestato gli verrà restituito, però attenzione: se quel pegno è ciò che fa vivere tuo fratello, è quel mantello senza il quale tuo fratello muore, tu prima che tramonti il sole, cioè che cominci il freddo, il mantello glielo devi dare e devi dire addio al tuo pegno e al tuo prestito, perché la vita del tuo fratello è più importante del tuo pegno, del tuo prestito, perché la vita di tuo fratello è la tua vera legge. Allora la legge ti garantisce, ma fino a quando è garantita la vita di tuo fratello. In realtà la tua legge è il diritto alla vita di tuo fratello. Lì sono le premesse! Questo vuol dire che la legge è l’amore, che non c’è altra obbedienza alla legge che amare il fratello, che salvaguardarne la vita. L’amore per il fratello: questa è la vera legge. Ma per obbedire a questa legge bisogna essersi lasciati liberare da Dio, bisogna essere stati liberati da se stessi e dal proprio egoismo. Obbedire a questa legge vuol dire essere liberi. Questo è ciò che fonda l’alleanza, il nostro personale rapporto con Dio; questo è ciò che sta alla base della nostra chiamata e questo è anche il cuore della nostra missione, perché noi viviamo l’obbedienza, insegnando anche l’obbedienza agli altri. Questa è l’obbedienza alla chiesa e nella chiesa, e questa è l’obbedienza a Dio e alla chiesa, che voi come sacerdoti dovreste insegnare a coloro che vi sono affidati, voi che avete il terribile compito di formare le coscienze, infatti è nelle coscienze che si gioca la decisione della libertà e dell’obbedienza.
    Questo è il primo nucleo e l’altro nucleo è quello che abbiamo appena detto. Quando Dio si presenta così e dice queste cose allora viene una gran paura. Ecco alla fine del decalogo, l’altro testo che leggevamo: il popolo vede i lampi, vede la terra che trema e dice: per carità parla tu e noi ti ascoltiamo, ma che non ci parli Dio, se no moriamo! Questo è un altro elemento importante del rapporto con Dio, il fatto cioè che Dio è Dio, è Altro, è diverso, è grande, incontenibile, incomprensibile, che Dio quando si presenta la terra trema e l’uomo capisce di essere mortale, piccolo, fragile e peccatore. E allora viene la voglia di dire: stiamo lontani, perché altrimenti qui esplode tutto, ma insieme l’uomo sa che non ha senso stare lontano da Dio, perché stare lontano da Dio vuol dire morire, perché Dio è il Dio della vita. Dio è come il fuoco, quello del roveto ardente e quello del Sinai; se tu ti avvicini troppo, ti brucia, ma se ti allontani, muori di freddo. Dio è così! È come se non ci si potesse avvicinare troppo, ma non te ne puoi neanche allontanare; come si fa a essere in relazione con Dio, senza trasformarlo in un idolo? Come si fa a essere in relazione con Dio noi che siamo uomini, continuando a trattarlo da Dio? Provate a pensarci voi che ogni giorno prendete Dio in mano, quando prendete quel pezzo di pane. Capite che cosa avete in mano? Capite il mistero che lì sta esplodendo? Altro che Sinai, dove la terra trema? Lì c’è la divinità che entra nell’umanità e che muore e che salva l’umanità e che si ripropone con tutta la sua forza di salvezza. Come si fa ad avere quel pezzo di pane in mano, senza che sia semplicemente un pezzo di pane e però senza che il mistero terribile che contiene ci spaventi così che lo lasciamo andare, dicendo: io non lo posso toccare, non ne sono degno? Non so se capite dove sta il problema del Sinai? Come fai ad avvicinarti a Dio se tu sei un uomo? Come fai a pensare di poterci parlare se lui è così grande e così diverso? D’altra parte come fai ad andartene, a non parlarci, a non stargli vicino, a non cercarlo se senza di lui muori? Il testo dice: bisogna stare contemporaneamente molto vicini e molto lontani da Dio con il mediatore, con Mosè, che fa avanti e indietro. Il popolo sta alla base del monte, Dio è in cima al monte e Mosè fa su e giù. Porta il popolo vicino a Dio, salendo sul monte, ma permettendo al popolo di rimanere lontano, perché il popolo rimane in basso. Plasticamente questa è la funzione del mediatore che sale e che scende, che porta il popolo su, che porta Dio giù, tenendoli vicini e tenendoli lontani, dove “lontani” non vuol dire lontani fisicamente, ma dove si continua a capire la diversità, la santità di Dio, dove non si gioca con il divino, con il sacro, dove non si trasforma Dio in un compagno di giochi, dove non ci si abitua al mistero potente e terribile di un Dio che si fa carne, anzi un pezzo di pane, dove non ci si abitua mai al mistero terribile e potente di poter dire: io ti assolvo dai tuoi peccati e questo è vero e allora si può dire: adesso vai in pace e quella pace gliel’avete data per davvero. Come si fa a non abituarsi a questo e insieme a vivere questo? Stare lontano da Dio vuol dire non abituarsi, vuol dire continuare a capire il mistero grande, vuol dire continuare a misurarsi con un Dio di cui non sappiamo niente e di cui invece lui ci dice tutto, perché addirittura si è fatto vedere, si è incarnato nel Figlio. Ecco: voi siete lì, siete questi mediatori che fanno avanti e indietro, che rendono Dio vicino, di quella vicinanza giusta, che non è l’abituarsi a Dio, che è il continuare a sapere tutto il mistero e però il poterlo anche ricevere. Voi siete i mediatori della presenza di Dio e coloro che possono nell’obbedienza, che però è libertà, gestire la relazione con Dio e gestire anche per il popolo la relazione con il sacro. Guardate che Mosè non può salire sul monte, perché decide di salire. Mosè può salire sul monte, solo perché Dio lo chiama. Non si può diventare mediatori per una scelta personale, per la propria iniziativa, neppure per la propria generosità, si diventa mediatori solo perché il Signore chiama ad esserlo e dunque, ancora una volta, si diventa mediatori solo nell’obbedienza che è la vera e definitiva libertà.
    Ho fatto dei discorsi che forse sono anche un po’ strani, però credo che siano i discorsi che il testo biblico fa emergere per dire questo mistero del rapporto con Dio. Un testo che vi può aiutare nella preghiera può essere il racconto di Pentecoste, che era la festa ebraica che ricordava l’alleanza al Sinai, e che lì a Gerusalemme con gli apostoli riuniti mostra il suo vero senso. La Pentecoste, l’alleanza, il Sinai è che finalmente tutti hanno lo Spirito e che lo Spirito viene donato e che allora l’obbedienza è davvero obbedienza nella libertà, perché è l’obbedienza con il cuore ed è l’obbedienza a quelle tavole che non sono più di pietra. Ma c’è un altro testo che vi può tenere compagnia nella preghiera ed è all’inizio del Vangelo di Luca. È il racconto di Zaccaria che entra nel tempio e gli viene dato l’annuncio che sua moglie Elisabetta avrà un figlio: è Giovanni il Battista. Vorrei darvi qualche indicazione su questo testo di Zaccaria. Siamo a Gerusalemme e siamo nel tempio. Come Mosè saliva sul monte e il popolo giù aspettava, qui abbiamo Zaccaria che entra nel tempio, davanti alla presenza del Signore, dove c’era l’altare dei profumi, per mettere l’incenso, una cosa che succedeva al sacerdote una volta nella vita ed era il culmine del suo sacerdozio. Zaccaria entra, è il momento in cui il sacerdote è proprio lì sul luogo del sacro totale, è il momento in cui il sacerdote si avvicina di più a Dio e fuori il popolo aspetta in preghiera. Mosè sale sul monte e giù c’è il popolo; qui Zaccaria entra nel tempio e fuori il popolo aspetta, anche perché poi il sacerdote quando usciva dal tempio, doveva dare la benedizione al popolo che aspettava. Lui che è entrato nel tempio, nella dimensione del divino, poi usciva fuori e donava questa dimensione del divino, benedicendo. Qui abbiamo una funzione sacerdotale assolutamente importante, che analogicamente può servire a riflettere anche a voi. Fate attenzione a questo: Zaccaria ed Elisabetta sono questa coppia e sono sterili e anche senza speranza, perché sono anziani, come Abramo e Sara. Il paradosso è che siamo davanti ad una coppia di timorati di Dio: è la chiesa che lì comincia e che poi fiorisce a Pentecoste, è la chiesa che accoglie Gesù: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, la profetessa Anna, i pastori, quella è la chiesa... dei santi Zaccaria ed Elisabetta, così come Luca li presenta; però dei santi senza benedizione perché sono senza figli. Il mistero di un’obbedienza a Dio e di una fedeltà che sembra non dare frutto. Obbedisce a Dio e i segni di questa obbedienza e di questa benedizione non si vedono, non ci sono, sono senza figli e si sa che il figlio è la grande benedizione, perché solo in tuo figlio che tu puoi vivere dopo la tua morte. È il figlio che è la tua carne che vive dopo di te. Uso il “tu” che riferisco a ciascuno di voi, perché siete celibi, che è come essere sterili, in questa ottica. È non avere figli, è che la tua carne muore con te e non vive dopo di te nella carne di tuo figlio, è che tu finisci e che questo non è vero perché uno ha capito che la fecondità, la vita, sta da un’altra parte e che ormai è venuta la fine dei tempi dove non è la generazione della carne che fa entrare nella vita... è chiaro che è diverso essere sterili dall’essere celibi, però c’è qualche cosa del segno di una vita che non fiorisce nella carne perché fiorisce altrove, ma rimane la ferita, la mancanza, rimane che non fiorisce nella carne. È così anche Zaccaria che entra nel tempio con la propria storia personale e la storia di tutto il popolo che sta fuori aspettando in preghiera. Qui avviene qualche cosa di importante: Zaccaria è il sacerdote che si avvicina a Dio, portando con sé la preghiera del suo popolo e adesso a questo sacerdote l’angelo dice: la tua preghiera è stata esaudita, Elisabetta avrà un figlio! Ma quale preghiera? Perché quando Zaccaria entra nel tempio, non sta portando la sua preghiera, la sua angoscia, la sua sterilità, ma sta portando quella di tutto il popolo. Questo vuol dire che il mediatore, il sacerdote quando prega porta davanti a Dio la sua debolezza, il suo bisogno, la sua angoscia, la sua preghiera, ma contemporaneamente dentro quella debolezza, dentro quell’angoscia bisogna fare largo al cuore perché lì dentro entri la preghiera, l’angoscia, la sofferenza, la speranza di tutto il mondo. Ma non serve liberarsi dalla propria. Quando voi la sera vi mettete lì davanti al Signore con tutta la vostra fatica, stanchezza, rabbia, con le vostre delusioni e speranze, con le vostre richieste, con la vostra povertà, lì voi non siete soli, state portando le vostre cose, ma sono quelle di tutti e questo perché voi siete i mediatori, vi piaccia o no, voi lì state portando il dolore, la sofferenza, la speranza e la gioia di tutti. Ho detto: vi piaccia o no, però se vi piace è meglio. Quindi bisognerebbe che voi l’allargaste il cuore in modo da lasciare spazio e che tutto questo entri. E allora la preghiera viene esaudita, non solo perché a Zaccaria nasce un figlio, ma perché quel figlio è il precursore di quell’altro figlio, quello della Vergine Maria, che è proprio il figlio che tutto il popolo là fuori sta aspettando, perché stiamo sotto la dominazione romana, perché si è come ai tempi dell’Egitto, perché siamo nella schiavitù e il popolo sta aspettando qualcuno che lo liberi, il popolo sta aspettando il Salvatore, il Messia. Anche il popolo è sterile, sta aspettando il figlio, quello di Maria E quando l’angelo dice a Zaccaria: la tua preghiera è stata esaudita, ti nasce un figlio! È la sua preghiera che è esaudita ed è quella del popolo che fuori sta aspettando anche lui un figlio, non quello di Zaccaria, ma il proprio figlio. E attraverso Zaccaria anche la preghiera del popolo viene esaudita e però cosa avviene? Che Zaccaria il sacerdote non riesce a crederci, non riesce a fidarsi, lui non fa come Maria la domanda: come succede? Fa una domanda che è centrata sul dubbio: Non è possibile? Come faccio a sapere che questo succede? Voglio sapere, ho bisogno di qualche cosa per fidarmi e per credere. Il sacerdote lì non è all’altezza delle aspettative del popolo fuori. Sta lì con il popolo fuori che prega, perché non si può andare davanti a Dio da soli, bisogna che la preghiera degli altri ci aiuti e però lì il sacerdote viene meno e allora che cosa succede? Che diventa muto! Il sacerdote che è l’uomo della parola, che vive ascoltando la Parola di Dio per poterla comunicare agli altri, quando lì non riesce ad accogliere quella Parola, che è per lui, allora diventa muto anche per gli altri. E Zaccaria esce fuori e non può benedire il popolo. Il mediatore ha bloccato la mediazione perché è venuta meno la fede. Questa è anche la forza terribile del mediatore, di fare la mediazione, ma anche di bloccarla. Il mediatore c’è, ma non c’è la benedizione, perché il mediatore è senza fede lì in quel momento e allora non può benedire. E allora poi, perché Dio va oltre il mediatore, ci sarà un’altra benedizione, che è quella che darà il Signore Gesù. Zaccaria ricomincerà a parlare per dire il nome del figlio in obbedienza a quello che gli aveva detto l’angelo, quindi quando la fede per Zaccaria torna a compimento, lì il sacerdote comincerà a parlare, ma quando esce dal tempio non ha potuto benedire e con quel mutismo ha aperto all’attesa dell’altra benedizione, quella di Gesù, che benedice i suoi prima di ascendere alla destra del Padre e allora lì la benedizione è definitiva. Questo Zaccaria, che è un sacerdote senza benedizione, perché è senza figli e che per questo può benedire, perché la benedizione che lui dà non è la sua, perché è come la tribù di Levi che entra nella terra promessa, ma rimane senza terra, cioè senza benedizione, perché è la tribù di Levi quella sacerdotale, che deve essere mediazione della benedizione. Il sacerdote dà una benedizione che non gli appartiene, non è sua. Allora il sacerdote che benedice è senza figli: eccolo là Zaccaria! È senza i segni della benedizione, in modo che sia chiarissimo che chi benedice non è lui, ma Dio e che però Dio benedice attraverso di lui e attraverso la sua fede e quando la sua fede viene meno e sembra che la benedizione resti muta, lì allora si apre il grande miracolo ed è la possibilità di accedere ad una benedizione diversa, quella totale e definitiva, di cui ancora voi siete i mediatori e che è la benedizione del Risorto. Questo è il mistero della mediazione che Dio ha voluto per entrare in relazione con il suo popolo. Questi sono i mediatori di carne : Mosè, Zaccaria, voi, ma tutti figura di quell’unico, grande, definitivo mediatore, che è Dio stesso, che si fa mediazione, perché è Dio stesso che si fa carne, così che la benedizione per noi sia definitiva, al di là della carne.

    Quarta meditazione: il deserto

    Tutto si svolge nel deserto dal momento che ormai questo è il luogo in cui Mosè sta svolgendo la sua funzione di guida nei confronti del popolo d’Israele. Il deserto è visto dal testo biblico fondamentalmente come una grande scuola di fede. È nel deserto che il popolo impara a vivere nell’obbedienza, nella libertà dell’obbedienza, e a camminare dietro a Dio. Il popolo si muove quando si muove la colonna di nube e di fuoco, si ferma quando la colonna si ferma, va dove essa va... vive secondo i ritmi che Dio gli impone e secondo i cammini e i percorsi, che Dio gli impone. Niente è lasciato alla decisione personale degli israeliti e del popolo, tutto è lasciato alla decisione libera di obbedire a Dio. E allora si fa solo ciò e come Dio vuole. Allora il deserto è la nostra vita di fede, in cui uno parte e si ferma in obbedienza, va dove Dio gli indica di andare, si fida che dove Dio indica di andare quello è per il nostro bene, si fida del fatto che Dio ci fa vivere, si impara allora a vivere solo di ciò che Dio dona e non di ciò che la nostra furbizia può procurarsi. Insomma si impara a vivere andando dietro al Dio invisibile, che però oramai si è fatto definitivamente visibile nel Signore Gesù e che adesso continua a camminare con noi nei nostri fratelli. Se allora il deserto è questo, lì dove si vive di obbedienza, dove si vive di fede è chiaro però anche che il deserto è inevitabilmente il luogo della crisi. La fede necessariamente mette in crisi, nel senso che avere fede vuol dire fidarsi e fidarsi è un essere messi in crisi nella nostra pretesa di gestire tutto noi per attraversare la crisi che porta a fidarsi di un altro. È nel deserto che si mette alla prova la verità del nostro rapporto con Dio (qui sta la crisi!). Il deserto è per definizione il luogo dove manca tutto, e allora se lì manca tutto, il rapporto con Dio emerge in tutta la sua verità nel senso che lì dove manca tutto non puoi più illuderti, quando dici che Dio per te è tutto. Se manca tutto, o Dio ti basta per davvero oppure tu entri in crisi. Il deserto come luogo di fede, ma fondamentalmente come luogo di verità. Perché noi viviamo di fede, ma in realtà puntellati da tante sicurezze, da tutto ciò che in realtà ci tiene in piedi. Quando hai la salute, gli amici, quando in parrocchia funziona tutto bene, quando sei apprezzato, quando non hai problemi per il futuro, quando trovi lì le tue soddisfazioni... quando hai tutto questo, dire: Ah, io vivo solo di Dio! Per me Dio è tutto e Dio mi basta! Forse è anche vero, però non è così chiaro, perché Dio mi basta, però intanto mi fanno vivere anche le mie cose. Nel momento in cui tutto il resto non c’è più, perché siamo nel deserto e lì non c’è niente, allora lì finalmente si vede se Dio solo basta davvero oppure no. Lì non c’è più niente che sostenga la nostra illusione. Lì le cose vengono messe a nudo e si capisce davvero se Dio è tutto o se è solo un pezzetto. Questo è il deserto: una dimensione assolutamente determinante della nostra vita, perché è fondamentalmente la nostra vita di fede e lì si può finalmente capire che fede è. Questa è la dimensione spirituale del deserto e dunque ci riguarda personalmente, perché non solo è la dimensione personale di ciascuno di noi, con cui noi ci dobbiamo misurare così che sia chiaro di cosa veramente noi viviamo, se di Dio oppure di altro, ma è poi anche il cammino che ogni credente deve fare e in cui voi siete guida, in cui voi aiutate il discernimento, in cui voi siete lì testimoni del deserto della fede dei vostri fratelli che vi sono stati affidati, lì a guidare quel cammino dentro quel deserto, lì ad aiutare a fare verità, lì aiutare a capire. Riflettiamo un po’ su cosa è questo deserto a partire da un testo che parla di questo e che è un capitolo del libro del Deuteronomio. Questo libro è un grande, lungo discorso di Mosè. Il quadro del libro è: Israele alle soglie della terra promessa e Mosè che fa il discorso al popolo per aiutarlo ad entrare, ricordando il cammino del deserto, perché questo aiuti poi Israele a vivere bene nella terra. Il capitilo 8 del libro del Deuteronomio ha proprio questa funzione. Mosè ricorda ad Israele quello che è avvenuto nel deserto, gli spiega che cos’è, in modo che per Israele sia possibile vivere di fede, sia nel deserto che dentro la terra, sia quando ci manca tutto, sia quando abbiamo tutto. Leggo ora solo alcuni piccoli brani di questo lungo capitolo e poi lascio alla vostra lettura e preghiera personale tutto il resto. Mosè comincia dicendo: “Voi dovete mettere in pratica i comandi di Dio (l’obbedienza)” e poi “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore (ecco il deserto!); ti ha fatto provare la fame, ti ha nutrito di manna per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
    A me interessa adesso questa indicazione: il deserto è il luogo della prova, lì dove l’uomo è umiliato e deve passare attraverso l’umiliazione, perché finalmente appaia che cosa davvero ha nel cuore e perché capisca ciò di cui si vive e non si vive solo di pane, ma si vive di ciò che Dio dice e dona. Il deserto fondamentalmente con una forte connotazione pedagogica, educativa. Per un sacerdote che deve educare alla fede la sua gente, questo è un discorso abbastanza importante. Il deserto è una prova. Di per sé quello che è la prova è la fede, vivere di fede vuol dire costantemente vivere messi alla prova, perché fidarsi o no questo è il vero essere messi alla prova; perché la fede è credere in ciò che non si vede e quindi nella fede l’uomo è costantemente messo alla prova: ci credi o no? Ti fidi o no? Ti basta quello che Dio ti dice anche se non lo vedi, oppure no? Eccola la prova! Questo è importante per capire anche tanti altri testi della Scrittura, lì dove si parla nella Scrittura che Dio mette alla prova qualcuno, come qui: Dio ti ha messo alla prova nel deserto. Vi ricordate Abramo, a cui finalmente dopo tante traversie è nato Isacco e poi Genesi, al capitolo 22, si dice: Dio mise alla prova Abramo e disse: Abramo, Abramo! Eccomi e gli comanda: va sul monte Moria e gli chiede il figlio in olocausto? Che cosa vuol dire che Dio mette alla prova? Certamente non che Dio si diverte a creare delle situazioni artificiali di prova tanto per vedere come l’uomo reagisce. Il concetto di prova di cui la Bibbia parla non è il test per vedere se tu funzioni o no e per dare un punteggio alla tua capacità di fedeltà o di fede. Uno viene messo in una situazione strana, artificiale, creata apposta, per vedere come lui reagisce. Dio non è né uno sperimentatore in camice bianco, né un sadico che si diverte a creare situazioni difficili per vedere come l’uomo si dibatte. Quando la Scrittura dice che Dio mette alla prova sta dicendo che vivere con Dio è un essere messi costantemente alla prova. Quindi non che Dio crea una situazione strana per vedere tu che fai, ma è che se tu vivi con Dio sei sempre messo alla prova, nel senso che sei sempre lì, devi deciderti, che fai? Ti fidi o no? Gli obbedisci oppure no? Ascolti e ti fidi, o ascolti qualcun altro e ti fidi solo di te? È la fede la grande prova, la bella prova, è il vivere appoggiati su un altro, che è un’esperienza di grande tenerezza, di grande bellezza, di grande riposo, perché ecco vivi appoggiato ad un altro, ti fidi, ci pensa lui a te, non serve che ci pensi tu, puoi stare tranquillo... e però insieme è un’esperienza durissima. È un’esperienza molto tenera, ma è anche molto dura, è molto bella, ma è anche estremamente difficile, è di riposo, ma è anche faticosissima ed umiliante, perché è vero che è un altro che pensa a te e che tu puoi lasciare stare, ma questo vuol dire che tu non sei più padrone di te stesso e che tu non gestisci più le tue cose e che quindi tu non hai più nessuna garanzia di quelle che ti mettono tranquillo, perché la tua vera garanzia è Dio. E Dio non lascia mai tranquilli. Sempre nel libro del Deuteronomio, al capitolo 11, Mosè ad un certo punto dice a Israele: ecco adesso voi state per entrare in una terra dove non serve più, come quando eravate in Egitto che voi irrighiate i campi con la vostra fatica, voi andate in una terra dove l’acqua è gratis, perché scende dal cielo: è Dio che guarda quella terra e fa piovere. Allora uno dice: certamente così è meglio! In Egitto toccava fare fatica, adesso andiamo nella terra promessa, basta! Non devi più fare fatica, non ti devi più preoccupare! Niente, tranquilli! Tanto fa piovere Dio! Non devi fare fatica, non ti devi preoccupare, sei lì, è tutto gratis! Bello, però tutto considerato, sai che ti dico? Sarà pure vero che col piede si faceva fatica, ma almeno il piede era mio. Quindi io sapevo che quando andavo là con il piede l’acqua usciva; adesso sarà pure vero che è tutto gratis, ma proprio perché è gratis, non dipende più da me, io mi devo fidare che Dio me la manda. E se poi Dio la pioggia non me la manda? Ma no, Dio è buono e certamente fa piovere tutte le volte che ti serve (non ci dimentichiamo che in Palestina la pioggia è la benedizione di Dio), quindi è il massimo della meraviglia e dei doni. Dio è buono, certamente lui fa piovere! Ma vedete: Dio è buono, però non è mica detto che la sua bontà si manifesti nei modi che diciamo noi e come noi ci aspettiamo? Per cui andare in una terra dove tu stai tranquillo, tanto è Dio che fa piovere, mette in una situazione di insicurezza totale. Non sai se fa piovere o no? Perché anche se dici: certo fa piovere, perché lui è buono! Ah sì, certo che è buono, però... e se la sua bontà mi si manifesta proprio nel fatto che viene la siccità? Che ne so io di qual’è veramente il mio bene? E poi il suo modo di pensare è così diverso dal nostro, i suoi pensieri sono tanto lontani dai nostri, le sue vie tanto diverse dalle nostre! Allora, sarà anche vero che con il sistema dell’Egitto per avere l’acqua si faceva fatica, e poi l’acqua era poca, però tutto considerato io finisco che sono così stupido da pensare che sia meglio la mia povera e sporca acqua, per la quale faccio tanta fatica, ma che almeno vado a letto stasera e dico: domani mi do da fare e ci sarà l’acqua; meglio quella, piuttosto che stare in una situazione in cui l’acqua è stupenda, pulita, bellissima, gratis, viene dal cielo e però io non so mai se viene! Meglio l’acqua mia dell’acqua di Dio! Meglio le cose mie di quelle di Dio! Meglio organizzarmi per essere io a gestirmi la mia vita e a darmi le cose che mi servono per vivere, piuttosto che starle ad aspettare da un altro. Capite dov’è il problema? Questa è la prova, questo è vivere di fede! Allora dove metti il tuo cuore, nell’acqua che viene su con il piede o nell’acqua che ti dà Dio? Perché dove metti il tuo cuore, lì è il tuo tesoro! Che cosa credi che ti faccia vivere: il tuo successo, il conto in banca, la pensione per la vecchiaia, la parrocchia grande, la considerazione del Vescovo... è questo che ti fa vivere o Dio? Che poi ti dà tutto questo, non è in alternativa. Quando questi camminano nel deserto non è che non mangiano, solo che quello che li fa vivere non è il fatto di mangiare la manna; quello che li fa davvero vivere è il fatto che Dio si occupa di loro e perciò gli dà la manna; capite la differenza? Il deserto è questo e in questo senso è una prova, perché lì si decide che cos’è che mi fa vivere. Perché il deserto è il luogo dove non c’è niente, è una terra che tu non puoi mai possedere; per definizione, appena tu possiedi un pezzetto di deserto e ti instauri lì, quello non è più deserto. Il deserto per definizione è un posto che l’uomo non possiede e dove non puoi possedere nulla. Non puoi, perché non c’è nulla, non puoi, perché se te lo porti da fuori, tanto lì muore tutto e si dissecca tutto, non puoi, perché comunque le cose tue lì dentro in realtà non ti aiutano a vivere. Allora invece si tratta di vivere solo aspettando l’aiuto gratuito di Dio, che nessuno può provocare e che nessuno può meritare, facendo quindi definitivamente esperienza che si vive solo di ciò che Dio liberamente dà e che nessuno di noi si può dare nulla, che nessuno di noi può darsi la vita, che nessuno di noi può aggiungere neppure un secondo alla propria esistenza e neppure a quella degli altri. In questo senso il deserto è importante come scuola di fede, perché, siccome finalmente lì l’uomo capisce di non potersi dare la vita da solo, allora può scoprire chi è colui che davvero dà la vita. In questo senso è importante il fatto che nel deserto non ci sia cibo da mangiare. Provate a riflettere un momento su che cosa vuol dire “mangiare”? “Mangiare” vuol dire che io prendo una cosa che è fuori di me e che la fagocito e la faccio diventare mia. Adesso quella cosa è parte di me, sono io, ed è quella che mi fa vivere e quella cosa è il cibo. Questo è quello che succede veramente! Quando uno mangia prende una cosa e questa diventando parte del suo organismo, lo fa vivere. Ora pensate com’è importante questo dal punto di vista simbolico! Dal punto di vista simbolico questa cosa vuol dire che per poter vivere l’uomo ha bisogno di prendere la vita da fuori e di nutrire quindi costantemente la propria vita. Questo vuol dire che nessuno di noi ha la vita, nessuno di noi la possiede, perché tu vivi solo se continui ad alimentarla da qualche cosa che non sei tu, ma che è il cibo che tu ti procuri e che qualcun altro ti dona. L’atto del mangiare dice fortemente il fatto che l’uomo non ha la vita in se stesso. Se noi non mangiamo, moriamo; questo vuol dire che la vita non ce l’abbiamo noi e non ci appartiene. Allora tutti i nostri deliri di onnipotenza in cui crediamo di essere eterni, di essere potenti, di poter fare tutto, di poter gestire la vita e perfino quella degli altri... mettetevi davanti a un piatto di pasta e vi passa tutto, perché vi accorgete che non è vero che io posso tutto, che io vivo in eterno, se ciò che mi fa vivere è questa cosa qua? Dal punto di vista simbolico questa cosa del mangiare è formidabile, perché ti toglie proprio qualunque illusione, perché costantemente noi stiamo alle prese con il fatto che la vita non è nostra. Per questo è così importante mangiare, ma è anche così importante digiunare, per questo Mosè, quando sta sul Sinai ad aspettare le tavole della legge, digiuna quaranta giorni e quaranta notti e anche Gesù nel deserto nel momento delle tentazioni, perché se mangiare è simbolicamente dire che ciò che mi fa vivere è ciò che viene dall’esterno, con il digiuno io dico che veramente ciò che mi fa vivere non è il cibo, ma è ciò che Dio mi dona, perché tu capisca che l’uomo vive non soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio. Cioè, io non mangio, per poter dire che la mia vita non mi appartiene, non è legata solo al cibo, ma viene da Dio. E allora io per poter dire che non è il cibo che mi fa vivere, ma è Dio, non prendo il cibo; così che sia chiaro che ciò che mi fa vivere davvero non è il pane, ma è il Signore. Allora quando Mosè è lì che sta aspettando le tavole della legge, che sono ciò che fa davvero vivere il popolo, è chiaro che non mangia, perché sta dicendo che ciò che fa vivere sta da un’altra parte ed è il Signore e la sua Parola. Guardate che l’elemento del mangiare è talmente importante proprio come rapporto alla vita, che quando poi l’alleanza viene stipulata tra Mosè e il popolo, tutto si conclude con un grande banchetto. E questo non è perché gli piaceva di mangiare, ma perché con il banchetto, mangiando insieme, si mangia tutti lo stesso cibo. Dunque vuol dire che simbolicamente noi diciamo che attingiamo la vita alla stessa fonte, che è lo stesso cibo che ci fa vivere tutti e quindi mangiare insieme diventa un atto formidabile da un punto di vista simbolico di comunione, perché mangiamo la stessa cosa, vuol dire che nutriamo la nostra vita con la stessa cosa, vuol dire che viviamo della stessa vita. In questo senso il mangiare insieme è tanto importante, ecco con tutta probabilità faceva tanto problema che Gesù mangiasse con i peccatori, con i pubblicani; non perché facesse effetto al perbenismo del tempo, ma lo scandalo terribile è: se questo mangia con loro sta ponendo un gesto simbolico che dice che si nutre della stessa vita, dice che è in comunione con loro. E allora certo lo scandalo e la necessità di capire che cosa lì sta succedendo. Dunque nel deserto c’è il problema del mangiare, perché c’è il problema di capire di che cosa noi davvero viviamo. E allora in questo senso la manna diventa estremamente importante all’interno del cammino nel deserto, perché la manna è un cibo che l’uomo non si può procurare né con il piede, né con le mani, perché la manna è un dono che viene dal cielo e che si può accogliere solo nell’obbedienza, solo riconoscendo che quella vita viene dal Signore e non è tua. La manna dunque va raccolta secondo le prescrizioni di Mosè, la devi prendere ogni giorno e se la provi a mettere da parte ti imputridisce, perché si vive costantemente del dono di Dio, e appena tu prendi la manna e la metti da parte dicendo: per carità, Dio è buono, io mi fido! Certamente mi darà la manna anche domani, però non sia mai, hai visto tu? Mica faccio niente, me ne metto da parte un pochino per domani, poi certo il Signore domani me la dà, non c’è nessun problema! Ma così dormo più tranquillo, se ho un poco di manna qui, mi dà sicurezza! E diventa vermi e imputridisce, perché non è questo il rapporto con Dio, perché non è questo il fidarsi di Dio, perché queste piccole nostre sicurezze sono vermi, non fanno vivere, non servono a niente! E allora uno così capisce, non si mette niente da parte, perché tanto domani te la dà. E quando viene sabato allora si riposa, e allora il venerdì si prende la razione doppia che deve servire pure per il giorno dopo. Vedete sono prescrizioni leggi, che sono importanti, non per la cosa in sé, ma perché è un modo con cui Mosè sta dicendo al popolo: guardate che la manna, che è ciò attraverso cui Dio vi fa vivere, non è vostra e quindi non potete gestirla voi come volete. E allora il fatto di prenderla in questo modo, a quell’ora, in questa quantità, non è che è importate in sé. Ma che differenza fa se la raccogliamo alle 10 o alle 11? È chiaro che non fa nessuna differenza, eppure fa una differenza fondamentale, e cioè se tu la prendi nell’ora in cui te l’ha detto il Signore, tu lì stai dicendo: questa manna non è mia! Se invece la prendi nell’ora che decidi tu, tu stai dicendo: questa manna mi appartiene! È chiaro che non è importante prenderla alle 10 o alle 11, ma dal punto di vista di tutto quello che questo significa è importantissimo. Provate a rifletterci su questo e applicate questa cosa all’obbedienza e ai precetti della chiesa. Se faccio quello o quell’altro che cambia? Altro che se cambia! Non perché siamo schiavi dell’obbedienza fatta a determinate ore, ma perché lì noi significhiamo che dipendiamo da un altro e che riceviamo un dono. E tutto questo dice Mosè al popolo deve servire anche per quando uno poi entra nella terra. Continuando a leggere il capitolo, voi vedrete che a un certo punto Mosè dice: quando voi poi entrerete nella terra, che non vi venga in mente di dire: questo è frutto delle mie mani. La terra cosa rappresenterebbe? La terra rappresenta il luogo della sazietà, della benedizione, dove c’è tutto; se volete, la terra rappresenta il mondo. Noi viviamo di fede, ma il nostro vivere di fede non è vivere sempre come se noi fossimo nel deserto. Il nostro vivere di fede poi conosce la gestione del mondo e quindi utilizza i negozi, le banche, ha rapporti con gli altri... Ci ritiriamo tutti su di un monte in modo da vivere il deserto? No, Mosè dice: quando entrate lì, va benissimo! Solo che deve essere ancora come se foste nel deserto! Non nel senso che allora non andate a raccogliere il grano, perché dite: no, no, è come nel deserto, è Dio che mi dà la manna; no, Dio dava la manna nel deserto e adesso dà il grano. Solo che noi dobbiamo gestire il grano come facevamo con la manna. Come la manna non si poteva mettere da parte, se no imputridiva, così adesso dove c’è il grano e ci sono i granai, se noi diciamo dopo aver riempito i granai: anima mia, adesso mettiti tranquilla, perché tutto è apposto per il domani, quella è come la manna che imputridisce; insensato, questa notte ti chiederò la vita e tu dove vai con i tuoi granai? Non si tratta di non avere i granai, perché è tipico della terra che ci siano, ma si tratta che bisogna avere nei confronti dei granai lo stesso rapporto che si aveva nei confronti della manna: questo è il discorso per Mosè e questo è il discorso per noi. E questo è difficile, perché la tentazione continua è quella dell’autosufficienza. Non solo quella di trovare le nostre piccole sicurezze, ma anche quella a un certo punto di sentire la voglia di essere persone autonome, la voglia di non dipendere più, perché adesso siamo adulti e anche la fatica di vivere costantemente nella gratitudine, di dover sempre ringraziare il Signore, di essere sempre debitori. La voglia che viene è di poter dire una volta: questo me lo sono meritato con tanta fatica! No, perché è tutto manna, che nessuno merita e che nessuno provoca. È questa la tentazione terribile della terra e la tentazione nostra della fede: quella di poterci illudere che è vero che è Dio che ci salva, però in fondo io me lo sono pure meritato. È chiaro che la salvezza viene da Dio e che è gratuita, però io ho lasciato la mia famiglia, mi sono fatto sacerdote, ho fatto tanta fatica in seminario, vivo celibe e questa anche è fatica, vado pure nella parrocchia, dove ci sono tante difficoltà eppure cerco di rimanere fedele, e poi cerco di vivere al servizio dei fratelli; voglio dire: non solo non ho ucciso nessuno, ma anzi sono anche un bravo prete, mi sto facendo santo... per cui Dio mi salva, sì, però, insomma, ho anch’io anche le mie cose da presentare. Ve lo posso dire? Vermi! Questo è vermi, è la manna che diventa vermi, non nel senso che siano vermi tutte queste cose che io ho detto. È questa fedeltà, è questo cercare di essere figura dell’amore del Padre che ci fa vivere, è questo ciò in cui si manifesta l’amore di Dio per noi; quindi figurarsi se questo è da disprezzare, non solo non è da disprezzare, questi di fatto sono i frutti che dicono dove sta piantato l’albero. Questo è assolutamente determinante: il nostro sforzo, la nostra buona volontà, il nostro cercare di essere il più possibile come il Signore ci chiede, la nostra fatica... questo è più prezioso dell’oro, ma appena noi lo prendiamo per farcene un vitello, quell’oro là, appena noi lo prendiamo per dire: lo vedete questo? Bene, questo è quello che mi salva, questi sono i miei meriti, allora l’oro diventa vitello d’oro, l’oro diventa idolo, la manna diventa putrida. Ciò che noi siamo e che noi facciamo è assolutamente determinane, ma solo se noi lo accogliamo come un dono di Dio o un modo attraverso cui il dono di Dio si manifesta. Non è vero che noi siamo buoni e quindi il Signore ci benedice e ci salva, ma è vero che il Signore ci benedice e ci salva e allora noi siamo anche un po’ buoni. Per cui essere buoni e cattivi, questo è assolutamente determinante, ma perché è lì che si gioca la benedizione di Dio, è lì che si vede se la benedizione l’avete accolta o no, è lì che si vede se avete lasciato che il dono di Dio invada la vostra vita. Questo è il discorso della manna, questo è il discorso dell’idolatria, questo è il discorso dei granai, questo è il discorso dell’accoglienza di Dio, vivendo di quel dono, vivendo secondo quel dono, ma senza mai appropriarsene. E allora anche piangendo, come se non si piangesse, e possedendo come se non si possedesse.
    Per accompagnare la preghiera su queste cose avevo pensato di leggere con voi il salmo 23. Ci sono due immagini fondamentali: la prima immagine è quella del pastore, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” e allora c’è la descrizione del pastore, mi porta su pascoli erbosi, acque tranquille, mi guida per il giusto cammino per amore del suo nome. È l’esperienza di Dio come pastore alla stregua del pastore biblico, cioè di un pastore che conosce le sue pecore una per una, che si prende cura di loro, che si preoccupa di loro, che le porta per i cammini adatti alle sue pecore, che va in cerca della smarrita, che sta attento a che tutte possano mangiare, che aiuta quella malata. Insomma Dio che si prende cura di noi e personalmente e in modo diverso per ciascuno di noi. Questa è l’esperienza del deserto, dell’Esodo e quindi della vita di fede. Dio che si prende cura di noi e allora si può perfino camminare in una valle tenebrosa, senza avere paura. “Tenebra”, la parola ebraica con cui viene detta ha dentro di sé il suono del termine “morte”; è un modo per evocare non solo il buio, ma quel buio che è tanto simile alla morte, e allora anche se io vado dentro alla morte, non ho paura, perché tu sei con me , il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Immaginate qui la scena del pastore con le sue pecore che cammina al buio, perché in Palestina fa molto caldo e gli spostamenti si fanno non con il sole che picchia, ma presto presto la mattina o tardi la sera, quando quindi però il cammino è più difficile per le pecore, perché c’è quell’ombra... non si vede bene... gli animali sono molto più inquieti, perché poi quando fa buio reagiscono e che però stanno tranquilli perché, pur camminando al buio, sentono il rumore del bastone del pastore e perché con il bastone lungo danno i colpi alle pecore... allora l’immagine dolcissima è quella di noi che come pecore possiamo anche camminare al buio, perché tanto c’è il rumore del pastore, il bastone di Dio che è con noi e noi sentiamo il rumore e poi ogni tanto il suo colpo leggero sul fianco quando stiamo per andare in zone difficili. Questa immagine però subito cambia con l’altra immagine che è “davanti a me tu prepari una mensa”. E qui adesso stiamo proprio da tutt’altra parte, qui adesso è sì pur sempre il pastore, ma noi non siamo più le pecore, qui adesso la scena è quella del beduino con le sue pecore, sotto la sua tenda nera, che dà ospitalità ad uno che corre fuggiasco, perché è inseguito dai nemici. Ecco la seconda immagine. La prima immagine del salmo è il pastore che si porta le sue pecore e noi siamo le pecore, la seconda immagine del salmo invece è il pastore nomade che vive nel deserto e che dà ospitalità ad un fuggiasco che ha bisogno e allora noi siamo i fuggiaschi. E lì c’è il gesto “davanti a me tu prepari una mensa”, letteralmente “tu srotoli la pelle” di capra o di cammello che il nomade mette per terra per metterci sopra il cibo da offrire all’ospite e quando il nomade fa così, l’ospite diventa sacro e nessuno più lo può toccare. Davanti a me tu prepari una mensa, davanti ai miei nemici; i nemici non si possono avvicinare. Il fuggiasco ha trovato riparo e nessuno più gli può fare del male. E allora la sovrabbondanza dell’olio, del calice che trabocca e tutto questo che si trasforma nella visione della grande casa di Dio, dove abitare per lunghissimi anni. Queste sono le immagini che attraversano il nostro salmo e tutte collegate tra di loro: è il pastore, è l’esperienza della sovrabbondanza, i pascoli erbosi, però anche il calice che trabocca, è l’esperienza della paura e del nemico, la valle tenebrosa, i nemici, è l’esperienza dell’assoluta sicurezza. La pecora tranquilla perché c’è il rumore del bastone del pastore, il fuggiasco tranquillo, perché ormai nessuno più lo può toccare. Sotto a tutto questo c’è il deserto. Perché l’immagine del beduino che srotola la pelle sotto la tenda, questa è l’immagine tipica del deserto, ma in Israele è anche il deserto il luogo dove i pastori pascolano. Mosè pascolava nel deserto quando ha visto il roveto ardente, Davide stava nel deserto con le pecore di suo padre. Il deserto è l’ambiente di questo salmo e allora quando in questo salmo chi prega dice: “Il Signore è il mio pastore” e io non manco di nulla, guardate che chi lo dice lo deve dire stando nel deserto, cioè stando lì dove invece manca tutto. Ed è lì dove manca tutto che bisogna poter dire: il Signore è con me, allora io non manco di nulla e non manco di nulla davvero. Perché davvero ho tutto, e se c’è qualcosa che non ho, allora vuol dire che non mi serve. Questa è l’esperienza spirituale che questo salmo vuole far fare a chi lo prega, e allora voi provate a pregarlo così, provate a vedere come tutti gli elementi di questo salmo si ricapitolano nella figura del Signore Gesù. Perché noi con questo salmo siamo nel deserto, dunque Esodo, dunque i pascoli erbosi sì, ma sono la manna e vi ricordate nel discorso del pane di vita che fa Gesù, quando proprio dice che lui è ben altro che la manna, vi ricordate che immediatamente prima c'è la moltiplicazione dei pani e che c'è quell'annotazione in S. Giovanni: e si sedettero lì e c’era molta erba, c’è un’allusione ai pascoli del salmo 23, c’era molta erba perché era Pasqua, cioè era primavera, cioè aveva piovuto... ma vedete come tutto gira attorno ad alcuni elementi fondamentali. È il deserto con la manna, con l’acqua, con Mosè come pastore, con Dio che si prende cura del suo popolo... ebbene tutto questo si ricapitola nel Signore Gesù, perché è Gesù il vero pastore, il buon pastore, che dà la vita per le sue pecore. Perché è Gesù il vero tempio, quella casa in cui poter abitare per lunghissimi anni, perché è Gesù la via, quel cammino giusto per me che è quello attraverso cui mi conduce, perché è lui la manna che si è mangiata nel deserto, perché è lui la luce che illumina la valle tenebrosa, perché è lui quello che apparecchia veramente la mensa, quella della comunione vera ed è la mensa eucaristica e il banchetto escatologico, perché è lui che ci mette in salvo dai nemici e allora più nessuno ci può toccare, perché è lui l’Emanuele, Dio- con- noi e allora io non temerò alcun male perché tu sei con me, perché tu sei colui che sei con me. Con questa fiducia lasciamoci portare da Dio nella prova del deserto e poi in quella delle città.

    Quinta meditazione: il vitello d’oro

    L’episodio del vitello d’oro è narrato sia nel libro dell’Esodo, al capitolo 32, e lì viene narrato come si narra una storia realmente avvenuta, ma viene ricordato in modo più conciso - siamo sempre all’interno dei discorsi di Mosè - anche nel libro del Deuteronomio, al capitolo 9. Noi prendiamo come base di lettura questo testo del Deuteronomio ( 9, 7-21). Questo è un capitolo strano; ci sono delle inserzioni, che spezzano il filo del racconto, ma dai versetti 7 a 21 c’è il nucleo della vicenda del vitello d’oro. Il testo dice così: “Ricordati, non dimenticare, come hai provocato all’ira il Signore, tuo Dio nel deserto”, e allora spiega che così è avvenuto sempre. Poi dal versetto 9 comincia l’evocazione del fatto che a noi ora interessa.
    “Quando io salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell’alleanza che il Signore aveva stabilito con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane, né bere acqua”. Il numero quaranta ha un valore simbolico. Serve in qualche modo a dire un’esperienza completa, cioè tutto il tempo che serve perché l’esperienza arrivi proprio a compimento e sia fatta tutta fino in fondo. “E il Signore mi diede le due tavole di pietra scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell’alleanza. Poi il Signore mi disse: “Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo che hai fatto uscire dall’Egitto si è traviato, in fretta si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata, si sono fatti un idolo di metallo fuso”, e il Signore aggiunse: “ Io ho visto questo popolo, è un popolo di dura cervice, lasciami fare, io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro”. Così comincia la rievocazione di quell’evento. Già da come la cosa si presenta - nel racconto dell’Esodo è ancora più esplicitata - si comincia a vedere il senso teologico di questo testo. C’è stata l’alleanza e la teofania, Dio è sceso in mezzo al fuoco, Mosè ha fatto da mediatore, il popolo ha capito che quello era il Dio della vita, da cui non si poteva stare lontani e perciò chiede a Mosè di fare da tramite, riconosce lì il Dio della sua salvezza e quindi si impegna a essere fedele all’alleanza. Allora Mosè sale su per prendere le tavole della legge e quindi il segno concreto di quell’alleanza per ricevere quella legge che rappresenta il cuore dell’alleanza, perché sarebbero le norme che regolano il patto, quello a cui il popolo si è impegnato per sempre. E mentre Mosè sta lassù per ricevere nel digiuno (per dire che la vita viene solo da Dio) le tavole della legge, quella stessa legge il popolo giù di sotto la trasgredisce, abbandona il Signore, è infedele a quell’alleanza, a cui aveva promesso fedeltà e che era stata appena fatta, anzi la stavano facendo. Quello che il testo sta cercando di dire è che non è neanche ancora stata data la legge, non hanno ancora neanche finito di fare alleanza, che già il popolo l’ha rotta. Mosè è su a portarla a compimento, il popolo giù se ne va. È un bel modo in cui il testo cerca di dire: guardate che questo è l’uomo! L’alleanza è di Dio, la fa Dio, da parte di Dio c’è solo il dono, da parte sua c’è solo: ecco io faccio alleanza con te, ecco io ti do la legge che è quello che ti fa vivere, ecco io do il dono; da parte di Dio c’è questo, da parte dell’uomo c’è che è infedele. E questo è strutturale! Mettono il peccato del popolo nel momento stesso in cui Mosè riceve la legge, quasi a dire: guardate non c’è stato neanche cinque minuti di tempo in cui l’alleanza ha funzionato! Non è che c’è un’alleanza che funziona e poi l’uomo magari ci ripensa, è fragile, viene meno... non ha durato niente, nel senso proprio che nel momento in cui doveva incominciare, lì dove doveva funzionare, lì l’uomo è infedele. Come dire che c’è qualche cosa che è proprio strutturale in questo rapporto tra Dio e l’uomo: Dio è quello che dona e l’uomo è quello che rifiuta il dono! Questo è il popolo di Israele, questa è la chiesa, questi siamo noi.
    Il peccato del popolo è molto chiaro: si sono fatti un idolo di metallo fuso e nel libro dell’Esodo viene raccontato come vanno da Aronne e dicono: “Facci un Dio che cammini davanti a noi, perché quel Mosè che ci ha tirato fuori dall’Egitto è sparito”. Mosè tarda a tornare dal monte e il popolo è incapace di sopportare l’assenza del mediatore. Il rapporto con Dio è un rapporto con un Dio invisibile e questa relazione sembra più sopportabile, perché c’è il mediatore che rende Dio visibile in mezzo al popolo; ma se a un certo punto diventa invisibile, anche perché il mediatore non si vede più, ecco che allora si fabbricano il vitello d’oro. Questi testi riguardano Israele, perché riguardano ogni credente e riguardano ogni credente, perché riguardano Israele. Si sta qui dicendo qual’è la struttura di ogni credente e che cosa avviene nella vita di ogni credente. È la crisi della fede, l’incapacità di perseverare nell’affidamento, è la difficoltà di credere in quello che non si vede, è il desiderio di potersi riposare in una realtà più tranquilla, più comprensibile, più alla nostra portata. Dio è grande, Dio è bello, però è così diverso da noi, così incomprensibile, così invisibile, non sai mai quello che pensa, le sue vie sono diverse dalle nostre, i suoi pensieri sono diversi dai nostri, ti chiede di fidarti di lui e però non sai mai su che cosa ti devi fidare... allora Dio non lo si vede, Mosè è sparito, tiriamo un po’ il fiato, riposiamoci un po’, facciamoci un Dio come quello degli altri, che sarà pure meno bello e meno potente del nostro, però guarda: almeno lo vedi, lo tocchi, lo muovi tu, lo fai camminare quando vuoi camminate te, lo fai fermare quando lo vuoi fermare te, lo capisci come è fatto, sai come pensa. Facciamoci un Dio simile a noi e poi diciamo: ecco questo è il Signore che ci ha portato fuori dall’Egitto! E allora vanno da Aronne a chiedere questo, vanno da Aronne a chiedere “Dio”. Questo del vitello d’oro era il modo abbastanza diffuso nell’ambito medio-orientale, in cui si simboleggiava la presenza e la potenza della divinità. Perché il torello è un animale possente, forte, anche con una notevole capacità generativa e con una grande forza riproduttiva. È un simbolo della forza della natura e della vitalità; quindi viene usato come simbolo della forza vitale della divinità. Dunque, quando Aronne fa il vitello d’oro, sta semplicemente dando a Israele una figura che possa simboleggiare Dio, qualunque Dio, quindi anche il Dio di Israele. È un segno di divinità, poi il nome da dare a quella divinità dipende da chi lo adora; ora Israele non ha intenzione di farsi una divinità diversa dal Signore. Non vuole farsi un idolo, adorare il dio di un altro popolo; essi intendono continuare a servire il Signore, però rendendolo un po’ più comprensibile, un po’ più ragionevole, un po’ più alla portata dell’uomo: questa è l’idolatria! C’è la forma più palese di idolatria, che è quella di prostituirsi a dèi diversi, come Baal, che era il dio dei cananei, oppure il denaro, oppure il successo, oppure la prestanza fisica... Allora, se tu dici: il mio dio è il denaro, è chiaro che tu sei in piena idolatria! Però è anche un’idolatria facile da smascherare; è talmente evidente e grossolana, che è anche più difficile accettarla. Nessuno di noi arriva a dire apertamente: io abbandono il mio Dio per farmi un altro dio e questo dio è il denaro o qualunque altra cosa! È troppo evidente. Ma c’è una forma di idolatria molto più tragica e meno evidente, che è quella di dire che il mio Dio è il Signore, e dunque non vado in cerca di altri dei; ho un solo Dio, ed è il Signore che si è rivelato, che ha fatto uscire Israele dall’Egitto e che poi si è definitivamente rivelato nel Signore Gesù. Quello è il mio Dio! Però poi questo Dio io tendo a renderlo più simile a come lo voglio io che a come è veramente. Questo Dio comincio a immaginarmelo in un certo modo e a pretendere che poi sia come io lo immagino. Comincio a chiuderlo dentro certi miei schemi, comincio a dire: se Dio è Dio, se Dio è buono, deve fare così! Comincio a dire che questo Dio è il Dio che si rivela nella Scrittura, però non esageriamo! È certamente un Dio che ha detto che bisogna essere poveri, però siamo ragionevoli! È un modo di dire! In realtà non è proprio così, va interpretato; e poi basta essere poveri nello spirito e quindi gestire molti soldi, ma con distacco... e poi è il Dio che ha detto: non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici, io credo in questo Dio, però bisogna anche intendersi su quello che diceva. Dare la vita è un fatto simbolico, vuol dire certamente che bisogna amare tutti, da lontano possibilmente e siccome sono tutti e sono lontani, non hai nessuno vicino, dunque ti risparmi la fatica. Amare tutti e dare la vita è un genere letterario! E così via... Faccio in modo che Dio sia sempre meno esigente, sia sempre meno diverso da come penso io, sia sempre meno portatore di una verità che mi mette in crisi e diventi sempre più un Dio addomesticato, simile a me, comprensibile, che si piega fondamentalmente ai miei bisogni. Cioè un piccolo vitello d’oro, che io so come è fatto, che so da dove viene, che posso far muovere quando voglio io, che diventa il Dio alla mia portata. Questo è il peccato del vitello d’oro. Dunque quell’idolatria strisciante e pericolosissima che è quella di un Dio addomesticato, annacquato, umanizzato... il Dio nostro, invece di essere noi suoi. Questo è quello che Israele chiede ad Aronne e questo è quello che Aronne fa a Israele. Notate una piccola cosa, che può avere delle conseguenze: Mosè è sparito e loro vanno da Aronne, ora in questi esercizi noi continuiamo a dire che Mosè è figura sacerdotale, ed è certamente vero, però dal punto di vista della funzione nei confronti del popolo, la funzione propriamente sacerdotale di gestione del sacro non ce l’aveva Mosè, ce l’aveva Aronne. Mosè, se vogliamo fare una tipologia, rappresenta più il profeta e Aronne più il sacerdote secondo la tipologia dell’Antico Testamento; poi applicata a noi invece, Mosè, proprio perché è profeta, è la grande figura sacerdotale del sacerdozio non veterotestamentario, ma che viene dal Signore Gesù. Però nella tipologia del racconto di Esodo il sacerdote è Aronne ed è significativo che il popolo vada dal sacerdote a chiedergli di fargli il Dio, perché chiaramente è il sacerdote l’esperto del sacro, del culto e del divino e quindi è lui che può fargli l’oggetto di culto da adorare. Ora questo vuol dire che quando sparisce l’elemento profetico, in questo caso Mosè, e rimane solo il culto, il grande rischio è che il culto diventi idolatrico. Il grande rischio è che il prete costruisca l’idolo, perché se non hai più la Parola di Dio che ti mette in crisi il culto, non nel senso che non è una buona cosa o perché non bisogna farlo, ma perché è lì a ricordarti che il culto deve essere l’espressione del tuo cuore, del tuo amore, della tua conversione. E invece il rischio è che tu cominci a pensare che il culto sia il sostitutivo della tua conversione; il rischio del culto è di pensare che quello che mi salva è ciò che io faccio. Io vado a messa tutte le domeniche, dunque sono a posto, e allora non serve poi fare la giustizia, non serve convertirsi, non serve ogni volta cercare di rientrare nel cuore di Dio... io sono un buon cristiano! È certamente buono andare a messa tutte le domeniche, ma se quello invece di essere il modo in cui io esprimo la mia fede diventa il modo in cui io sostituisco la fatica di avere fede, allora anche andare a messa la domenica diventa un vitello d’oro. Sta tutta qui la polemica dei profeti contro il culto; questo è quello che fa Gesù quando entra nel tempio e sbatte via tutto, le tavole, quelli che cambiavano i soldi, quelli che vendevano gli animali per il sacrificio... dove il problema non è perché lì facevano mercato, ma perché lì credevano di vendere la salvezza, nel senso che credevano che fare il sacrificio potesse sostituire il cammino di conversione. È di questo tipo tutta la polemica dei profeti contro il culto, non perché fare il sacrificio sia male o perché come a volte diciamo quello è il sacrificio esteriore; è chiaro che è esteriore! Il culto è per forza esteriore, perché è fatto di gesti, la liturgia è fatta con il corpo... ma il problema è che deve essere un fatto esteriore che esprime il cuore, la conversione interiore, ma se tu credi che lo possa sostituire, allora sei nell’idolatria! Questa faccenda del vitello d’oro sta anche lì a dirci di stare attenti, di revisionare continuamente quello che facciamo noi e quello che fanno le nostre comunità, perché è facile entrare nella linea sostitutiva e così fabbricare l’idolo. E questo idolo serve a rendere Dio comprensibile. Così ora capite meglio perché nell’Antico Testamento e perché nel decalogo stesso si insista tanto su un comando, che invece è sparito dai 10 comandamenti, che noi abbiamo imparato quando eravamo bambini e che c’è nella Bibbia, cioè il secondo comandamento, quello che dice: “Non ti farai immagine di Dio”. Non ti farai immagine di Dio, non perché le immagini di Dio siano una cosa cattiva. Dio fa l’uomo a sua immagine e il Signore Gesù è la grande immagine del Dio invisibile, ma il comando è: non ti farai immagine di Dio, cioè non ti devi fare un’immagine che ti sostituisca Dio, perché Dio è grande, è trascendente, immenso... e allora, se tu credi di poterlo chiudere dentro un’immagine, quello non è Dio; e appena pensi di poterlo chiudere, l’hai trasformato in un idolo. E allora è chiaro che quando il comando dice: non ti farai immagine di Dio, non intende solo: non ti farai un’immagine di gesso o di legno, ma non ti farai un’immagine di Dio dentro la testa. È molto bella questa idea dell’immagine, perché dice l’assoluta trascendenza di Dio. Se volete capire e vedere plasticamente questo discorso, pensate a come era fatto il tempio di Israele. Il tempio aveva il suo cuore che era il santo dei santi, cioè il luogo dove Dio era presente e dove abitava, dove era presente la sua gloria; questa gloria stava sopra la sua arca, dentro cui c’erano le tavole della legge e anche un po’ di manna. La gloria di Dio era sopra l’arca nello spazio vuoto che c’era tra i due cherubini, che stavano sopra l’arca. Il comando di non farsi immagini va capito alla luce di quello spazio vuoto; perché se tu ti fai un’immagine di Dio e la metti lì, in mezzo ai due cherubini, se ci metti l’immagine vuol dire che non c’è Dio. Se c’è lui non serve metterci l’immagine! E allora questo comando è un modo per dire: guardate Dio è talmente grande che, per poter dire che lui c’è, bisogna mettere un segno che dice che lì non c’è nessuno. Proprio perché è uno spazio vuoto, dice che lì c’è uno spazio che non può essere occupato da nient’altro, perché quello è lo spazio di Dio, perché Dio c’è. Allora, se tu vuoi dire che Dio c’è, non ci mettere un’immagine di Dio, perché appena ce la metti dici che Dio non c’è. Ecco di che si tratta con questa storia del vitello d’oro. E allora ecco che Dio dice a Mosè: scendi in fretta, perché si sono traviati in fretta. E questo “scendere in fretta”, che deve fare Mosè, è - dice Dio - perché ecco io ho deciso, io li distruggerò. Cosa significa tutto questo? Dio davanti al peccato dice: scendi e vai a dire che io li distruggo! Cos’è il Dio cattivo, vendicatore che se la prende con il popolo, è il Dio cattivo che ha ucciso gli egiziani al mar Rosso? No! Questo “io li distruggerò” è il modo con cui Dio dice che quello che loro hanno fatto è inaccettabile, e io non ho niente a che vedere con questo... È il discorso dell’ira divina! L’ira di cui parla l’Antico Testamento non è altro che il modo con cui si dice che tra Dio e il male non ci può essere nessuna relazione e che quindi davanti al male Dio si adira, cioè Dio è dissociato, non può fare altro che distruggere il male, non il peccatore. Allora Dio dice: io li distruggerò e manda Mosè. Siamo nella piena dinamica del perdono. Come? Dio ha detto di distruggerl ? Che c’entra il perdono? Sì, siamo nella piena dinamica del perdono! Perché il perdono di cui parla la bibbia è talmente grande, che Dio perdona talmente tanto, che deve necessariamente arrivare fino alla coscienza del peccatore per trasformarla. E come fai se non aiutando il peccatore a capire che ha peccato? Allora, quando Dio è davanti al peccato dell’uomo, la sua risposta è quella prima di tutto di aiutare l’uomo a capire quello che sta facendo, e quindi di mettere l’uomo davanti alle conseguenze del suo male e di mettere l’uomo davanti all’orrore del suo male, perché solo chi ha capito che quello che sta facendo è male può lasciarsene liberare. Perché Dio possa perdonare bisogna che l’uomo penda coscienza del proprio peccato e si lasci perdonare. Non nel senso che uno prende coscienza del suo peccato, quindi lo confessa, e allora in risposta di questo Dio perdona. La sequenza chiaramente non è: io prendo coscienza del mio male, lo confesso e allora, dopo che io ho confessato il mio peccato, Dio mi risponde perdonandomi. La sequenza è esattamente inversa: Dio mi perdona e, siccome Dio mi perdona, aiutato da lui, prendo coscienza del mio peccato e allora lo confesso. Quindi quel perdono che Dio mi aveva già dato e che è stato all’origine della mia confessione, adesso con la mia confessione diventa operante, perché adesso che io confesso la colpa sto riconoscendo il mio peccato come peccato e perciò sto accogliendo il perdono di Dio. È il perdono che ha preceduto la mia confessione. Io mi posso confessare, perché lui mi ha già perdonato; però, finchè io non confesso la colpa, quel perdono che è dato non può diventare operante in me, perché per diventare operante in me bisogna che io accetti quel perdono. Questa è la confessione: capire il male e perciò finalmente accogliere in piena gioia il fatto che Dio quel male lo ha perdonato veramente. Così quando io confesso quel peccato, io mi accorgo che Dio me l’ha già tolto dalle mani, perché me lo ha perdonato prima ancora; prima ancora che io di per sé cominciassi a farlo. Noi nasciamo già sotto la parola del perdono di Dio. Prima ancora che incominciamo a fare il male, quel male Dio ce l’ha già perdonato, però noi lo facciamo, ma allora bisogna che siamo noi a lasciare che Dio ce lo perdoni. Lui lo ha già fatto, ma adesso siamo noi che glielo dobbiamo lasciar fare. E allora ecco quel: vai giù in fretta, perché io li distruggo! Questo sarebbe come dire: vai giù in fretta perché bisogna che quelli capiscano che cosa stanno facendo, che si stanno distruggendo. E allora ecco il mediatore che scende, ma per poter scendere Mosè deve avere i sentimenti di Dio. Mosè come figura sacerdotale è mediatore di questo perdono di Dio, è quello che aiuta il popolo a capire il peccato ed è quello che fa da mediazione, da segno del perdono di Dio. Per poter fare questo il sacerdote, il mediatore deve poter pregare per il popolo. Mosè fa da mediatore, scende, spezza le tavole e poi distrugge il vitello. Prima di tutto spezza le tavole: è il modo di dire con cui Dio cerca di fare in modo che il popolo capisca il suo peccato, è un modo per far vedere al popolo che cosa ha fatto. Avete rotto l’alleanza! È un modo per appellarsi alla coscienza del popolo, è un modo per dirgli: ecco, vi rendete conto? Le tavole non ci sono più! Avete distrutto tutto! È la denuncia della gravità del peccato, per poterli liberare da quel peccato. È il dire: guardate che cosa avete fatto, per potergli dire subito dopo: adesso che avete capito, guardate che Dio vi ha già perdonato. Ma finchè loro non hanno capito non glielo si può dire o meglio glielo si deve dire che Dio li ha perdonati, ma finchè non hanno capito che hanno bisogno di essere perdonati, quel perdono non l’accettano. Se tu non hai capito che sei malato, è inutile che ti portino dal medico. Non sono i sani che hanno bisogno del medico... finchè tu non ti convinci di essere malato, non accetterai mai che Dio ti guarisca. Le tavole vengono spezzate: è il modo per dire: guarda cosa hai fatto, come sei malato, quanto hai bisogno di perdono! E dopo di questo, Mosè esplicita il perdono. Prende il vitello d’oro e lo distrugge; va bene - dice - basta, non c’è più! È la forza del perdono di Dio che, quando il peccatore finalmente capisce il suo peccato e lo confessa, ecco che allora Dio può entrare lì dentro e frantumare il peccato stesso. È il perdono all’opera! Nel racconto dell’Esodo si dice che questo vitello, che è stato frantumato, Mosè lo butta nell’acqua e poi prende quell’acqua e la fa bere al popolo. E questa è una cosa strana difficile da capire, che forse ha un qualche riferimento con delle pratiche, la famosa “ordalìa” che dovevano servire a stabilire se qualcuno era colpevole o no. Quel gesto lì strano serve probabilmente a dire che il popolo adesso può bere dell’acqua, senza che però questa le faccia alcun male. Il peccato è talmente distrutto che non gli fa più male, perché Dio lo ha perdonato. Allora a questo punto Mosè può risalire sul monte, mettersi di nuovo in preghiera e in digiuno e lì ricevere le seconde tavole e questo è quello che viene detto nel Deuteronomio, al capitolo 10. Ora, questa faccenda delle seconde tavole è una cosa importante. Perché Dio rifà delle tavole uguali a prima, però non sono quelle di prima, sono le seconde; sono uguali e identiche, ma sono altre. Questo vuol dire che le prime non hanno funzionato, non sono servite, sono state rotte. Cioè vuol dire che il popolo ha peccato, che l’alleanza è stata infranta, però sono ancora tavole uguali a prima, quindi vuol dire che l’alleanza c’è ancora e che Dio ha perdonato. Il fatto che ci siano le seconde due tavole questo è il segno del perdono di Dio, però sono anche il segno del peccato del popolo, perché sono le seconde. Sarebbe come dire che l’alleanza di Dio, che è quella di cui noi viviamo, e che è quella che Gesù ha portato a compimento e che voi quotidianamente celebrate, è l’alleanza delle seconde tavole, cioè l’alleanza in cui c’è all’opera il perdono di Dio e in cui è inglobato già il peccato del popolo. L’alleanza delle prime tavole, se avesse funzionato, avrebbe potuto essere un’alleanza in cui uno dice: Dio ha fatto alleanza con il suo popolo e il popolo è stato fedele all’alleanza. È un’alleanza che si basa sulla fedeltà di Dio e sulla fedeltà del popolo. Ma questo sogno è svanito quando le prime tavole sono state rotte. E adesso rimane la realtà delle seconde tavole, che è ancora più bella di quella delle prime, perché adesso questa è una realtà di un’alleanza che non si basa sulla fedeltà dell’uomo, sulla capacità dell’uomo di essere fedele, ma che si fonda solo ed esclusivamente sul perdono di Dio, che ingloba anche l’infedeltà dell’uomo e che restituisce all’uomo nel perdono la sua capacità di essere fedele, accettando la sua infedeltà. L’alleanza delle seconde tavole vuol dire che è un’alleanza in cui Dio ha messo in conto il peccato e che lo ha già perdonato, e che per fortuna quindi si basa su quello. Non si basa sulla nostra infedeltà e se no che cosa ci facciamo noi con quell’alleanza, è tanto breve la nostra fedeltà? Ma invece è un’alleanza che si basa sulla fedeltà di Dio, allora con quella sì, sappiamo cosa fare. E questa è l’alleanza che Gesù porta a compimento, quella nuova e definitiva alleanza, che porta definitivamente a compimento il perdono nella fedeltà di Dio. A questa fedeltà di Dio, a questa alleanza, a questo perdono noi facciamo riferimento oggi. A questo brano possiamo collegare l’altro brano, lì dove Gesù sulle rive del mare di Galilea si mostra risorto a Pietro e per tre volte gli chiede: Pietro, mi ami tu? Per tre volte, perché tre volte era stato il rinnegamento di Pietro, perché per tre volte Pietro ha detto di non essere discepolo suo. Rinnegava il maestro, ma soprattutto rinnegava se stesso, dicendo di non essere discepolo. Sì, se non riconosco il maestro io non sono e per tre volte Pietro ha detto: non lo sono e adesso per tre volte Pietro dice: Maestro, tu lo sai! Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene! Per tre volte! Questo è Pietro che ha peccato, che ha rinnegato, che ha capito quello che ha fatto... questo è Pietro che ha pianto, perché ha capito cosa ha fatto e che si è aperto al perdono di Dio e adesso Pietro vive quel perdono. Un perdono, che è il ripercorrere la propria storia di peccato, e riscoprirla come “storia di grazia” e ad ogni no, non lo sono, scoprire che corrisponde un “Signore, tu lo sai che io ti amo” e che è la risposta all’amore di Gesù che mi sta interpellando. E allora Pietro dice: “Signore, tu lo sai!”, prendendo a testimone del suo amore proprio quel maestro che lui ha rinnegato. Fa impressione quando dice : Signore, tu lo sai che io ti amo! Quello che Gesù sapeva e che aveva visto era che Pietro l’aveva rinnegato, a basarsi su quello che Pietro ha fatto, l’unica cosa che Gesù poteva sapere è che Pietro non lo ama, ma appunto siamo dentro le seconde tavole, dove il peccato è già perdonato, è già inglobato e allora proprio quel Gesù che Pietro ha rinnegato, adesso viene preso come testimone invece della sua fedeltà e del suo amore, perché quel Gesù a cui Pietro dice : Signore, tu lo sai, è il Gesù che ha già perdonato il peccato di Pietro. Pietro, adesso, in qualche modo, glielo sta confessando con queste tre volte, ma Gesù glielo ha già perdonato, e allora uno può dire : Signore, tu lo sai... Capite cosa sa Dio di noi? Che siamo piccoli, che non lo amiamo... cosa sa Dio? E invece uno va lì e gli dice: tu lo sai, Signore, che io ti voglio bene. Perché ti fidi dell’amore suo e non del tuo, ti fidi di quello che sa lui e non di quello che sai tu e lasci che quello che sa lui, lui lo renda possibile per te. Ti affidi al suo perdono e mentre allora Pietro ricorda il suo peccato, perché il Signore glielo fa ricordare con quelle tre domande, Pietro si affida ad un Gesù che non ricorda più il tradimento di Pietro. Questo è il perdono: Dio non ricorda più, perché non c’è più il peccato! Però bisogna che ce ne ricordiamo noi e allora per tre volte: Signore, sei tu che lo sai. Così Pietro diventa colui su cui la Chiesa si può fondare! Quello che per tre volte ha rinnegato, adesso diventa quello che deve fondare la fede dei fratelli, perché quel “Signore, tu lo sai”, perché quel cammino di perdono, che Pietro permette al Signore Gesù di fare nella sua vita è quel perdono definitivo, che solo Dio può dare, che distrugge, polverizza il peccato, come il vitello d’oro, e che quindi ci restituisce alla nostra santità e allora il rinnegatore della fede può diventare quello che fonda la fede degli altri. L’amore di Gesù ha tutto recuperato e ora Pietro è diverso e quello che Gesù fa è quello che Gesù ha creato in Pietro con il suo perdono, una fedeltà nuova, un amore nuovo, delle tavole nuove, che sono le tavole del cuore, dell’amore, che si fidano del perdono di Dio. Allora questo rifà santi ed è in questa dimensione di accoglienza della nostra santità, non la nostra, ma quella che Dio ci dona con il suo perdono, è in questa dimensione di gioia che noi possiamo ripercorrere la nostra storia di peccato e scoprire che ormai è stata trasformata in storia di grazia. Abbiamo detto: non lo sono e adesso, in tutta verità, possiamo dire: tu lo sai! Perché non è l’amore nostro, ma è quello di Gesù, che ci farà anche capaci come lui e perciò anche di dare la vita per i fratelli.

    Sesta meditazione: l’intercessione

    L’intercessione è una dimensione eminentemente sacerdotale. L’intercessione come preghiera liturgica, che è affidata al sacerdote; l’intercessione come preghiera personale, dentro a cui il sacerdote entra come parte integrante del suo servizio al popolo di Dio, che gli è stato affidato. Mosè, come uomo di preghiera, è punto di riferimento per noi. Spessissimo nella storia dell’Esodo viene detto che Mosè ha pregato. Mosè prega per il faraone, il grande nemico; prega per lui perché lasci andare il suo popolo e questo coincide anche con la salvezza stessa di faraone. Mosè prega per la salvezza del suo popolo; prega dopo quella vicenda dolorosa della divisione tra fratelli, Maria e Aronne da una parte e Mosè dall’altra. Maria diventa lebbrosa, e allora Mosè prega per la sua guarigione. Mosè prega per il popolo, quando è impaurito alla prospettiva di entrare dentro la terra, perché le notizie che gli esploratori hanno riportato dalla terra promessa sono belle e incoraggianti, ma anche preoccupanti, perché sembra che sarà difficile entrare a motivo di quelli che già vi abitano. Prega per il popolo a Meriba, quando c’è la grande mormorazione, perché il popolo voleva l’acqua. Prega quando c’è la vicenda dei serpenti... Mosè che intercede per il popolo, perché al popolo venga risparmiata la sofferenza, perché il popolo venga perdonato. E poi l’episodio così bello del capitolo 17 dell’Esodo, con Mosè che durante la battaglia contro Amalek sta con le mani alzate e il popolo vince, quando lui abbassa le mani, invece il popolo perde e allora gliele tengono su, in modo che questo gesto dell’intercessione rimanga e sia possibile come appello alla fedeltà di Dio. Mosè prega anche quando non ce la fa più e la sua intercessione allora diventa protesta. “Signore, questo popolo, non l’ho mica fatto io! Tu l’hai generato, e allora te ne devi preoccupare tu!” : questo è il succo della protesta di Mosè con Dio nel capitolo 11 del libro dei Numeri. E Mosè è colui che per definizione vede Dio e parla con lui faccia a faccia. Davvero è un uomo di preghiera, è l’uomo dell’intercessione e in questo è un riferimento importante per noi come figura sacerdotale. Anche nell’episodio del vitello d’oro, Mosè prega e fa l’intercessione per il popolo. Facciamoci insegnare dunque dalla Parola di Dio che cosa vuol dire essere intercessori. Ma per capire questo è necessario anche capire chi è questo Dio presso cui si intercede.
    Il testo che abbiamo letto (Es 32, 9-10) comincia con questo discorso di Dio a Mosè: “Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga”. Letteralmente: “e ora lasciami fare così che la mia ira si accenda contro di loro e io li distrugga”. Lasciami stare! Qui Dio si rivela; si rivela attraverso questa particolarità. Dio dice: hanno peccato, dunque li devo distruggere e allora tu lasciamelo fare! È come se Dio non potesse intervenire nei confronti del popolo senza il consenso di Mosè o perlomeno senza il non intervento di Mosè. Sembra che Dio non possa prendere l’iniziativa o meglio lui la prende, ma bisogna che Mosè sia d’accordo, che lo lasci fare. Vi ricordate al capitolo 18 del libro della Genesi, quando il peccato di Sodoma e di Gomorra ormai è arrivato alla follia e Dio che dice: “Dovrò tenere nascosto ad Abramo, mio servo, quello che sto per fare a Sodoma? Non posso! Glielo devo dire! E allora glielo dice e Abramo comincia l’intercessione”. Dio dice cosa sta per fare e lo dice perché vuole che Abramo reagisca e gli dica: No! Non lo fare! Dio dice adesso a Mosè: Lasciami fare che li distruggo e glielo dice perché vuole che Mosè intervenga e non lo lasci fare e gli chieda di non distruggere. La volontà di Dio è di non farlo e lo dice perché sia Mosè a chiedergli di non farlo. Adesso però bisogna capire bene: ma allora Dio è uno che vuole fare il male, però ha bisogno che noi gli chiediamo di non farlo, se no lui lo fa. Ma allora che sta facendo Dio? Mosè è più bravo e più buono di Dio, perché Dio vuole distruggere, invece Mosè è talmente buono da riuscire a convincere Dio a perdonare e a fare grazia? È chiaro che non è così, però penso che, quando noi ci mettiamo a intercedere, noi non lo diciamo per un certo pudore, ma forse sotto sotto lo pensiamo, che dobbiamo pregare il Signore, perchè così lui cambia idea. Se noi gli mostriamo che quello che fa non è bene e gli mostriamo dove sarebbe bene; ad esempio: Signore, quel mio amico è malato! Eh no, adesso ti dico io cosa vuol dire essere buono, e cioè guarirlo! E bisogna cercare di convincere Dio perché lo guarisca, perché si decida ad essere un po’ più buono. E allora magari andiamo in cerca di chi ci aiuta in questa opera di convincimento, ci rivolgiamo a sua mamma, perché lei è donna e ha un cuore di mamma e allora è più buona. È chiaro che questo è folle e non è così! Ma allora che vuol dire intercedere? Che vuol dire chiedere, se poi è Dio che fa? Che vuol dire che qui Dio dice: lasciami fare! e glielo dice perché lui gli dica: no, non farlo? Ed è questa l’intercessione: Signore, ti prego, non farlo! Signore, ti prego, non punirli! Signore, ti prego, perdonali! Signore , ti prego, non farli morire! Questa è l’intercessione? Che cosa vuol dire? A me sembra che questa scena che abbiamo qui plasticamente e attraverso la tecnica narrativa ci voglia mostrare la realtà della salvezza, mostrandoci il doppio volto della salvezza. Non il doppio volto di Dio, come se ci fosse il volto cattivo di Dio, che vuole distruggere e il volto buono di Dio, di cui si fa interprete Mosè. Però è il doppio volto della salvezza, perché la salvezza è chiaramente misericordia e perdono, ma insieme e contemporaneamente è ira, denuncia, castigo, distruzione. Non c’è salvezza possibile e non c’è misericordia possibile se non si fa verità sul fatto che il male è male e quindi non c’è misericordia e perdono possibile, se non abbiamo mostrato a colui che deve essere perdonato che il male è male e che il male gli fa male. Non è amore del fratello se davanti ad un fratello che pecca facciamo finta di niente! Magari anche a un fratello che pecca contro di noi, gli diciamo: ti perdono! E quindi tutto finito! Questo non è vero perdono, perché è il perdono che do io, quindi in qualche modo dimostrando la mia bontà d’animo, però rimanendo chiuso nella mia bontà d’animo, disinteressandomi di quello che succede a mio fratello. Perché, se mio fratello sta peccando contro di me, chi sta veramente male non sono io, è lui, perché io subisco un torto, ma se lo perdono, il torto non mi può fare niente, ma mio fratello, invece, che pecca contro di me, lui sì, che si sta facendo tanto male. Il torto che io subisco non mi può fare niente, ma il peccato che sta facendo lui, lo uccide. Allora, se io dico: ti perdono, lasciamo perdere! Io lo sto proprio lasciando perdere, sto lasciando che il mio fratello si perda. Vi ricordate quello che dice Gesù, al capitolo 18 di Matteo? : “Se tuo fratello commette una colpa va e parlagli tu e lui solo e convincilo, così se ti ascolta, tu avrai guadagnato tuo fratello” : questo sì che è perdono! È chiaro che questo si può fare solo se uno ha perdonato davvero. Posso andare da mio fratello che pecca contro di me e convincerlo solo, se davvero, dal più profondo di me io gli ho sul serio perdonato e quindi solo se il mio andare a parlargli è mosso dal desiderio che lui sia salvo. Certo se io vado a parlargli perché mi voglio togliere una soddisfazione; sì, io lo perdono, ma che almeno possa dirglielo fuori dai denti... no, allora questo non funziona! Questo non è andare a convincere tuo fratello. Ma se io gli ho perdonato davvero e quindi desidero che lui sia felice, allora non mi posso dare pace finchè lui non è felice, non mi posso dare pace finchè non l’ho convinto che si sta ammazzando, finchè non l’ho aiutato a capire davvero cos’è il male. Ora questa cosa qui è quella che la Bibbia chiama l’ira di Dio, la punizione di Dio, il castigo di Dio... “Lasciami fare che li distruggo!” Cioè : gli devo far capire che si stanno distruggendo. La salvezza è questo: è la misericordia, che deve andare insieme all’ira, cioè al rifiuto del male. La salvezza è perdono, ma che deve andare insieme a “li distruggerò”, cioè li devo aiutare a capire. Questo Dio e questo Mosè, l’intercessore, servono a dire questa doppia dimensione della salvezza. Da una parte l’assoluta gravità del peccato, la non accettabilità del peccato, l’ira, la distruzione, dall’altra la grandezza dell’amore, che perdona quel peccato e che lo recupera e questo è quello che la supplica permette a Dio di rivelare. Non perché la supplica intervenga a far cambiare idea a Dio. Dio è adirato, io ora lo supplico, così lui si calma! Non questo, ma nel senso che la mia supplica dà voce, rende parole, incarna in una preghiera il desiderio di salvezza di Dio. Dio vuole salvare e per questo dice: li distruggerò, cioè devo far capire loro che sono pazzi, che si stanno uccidendo. Dio vuole salvare! Questo desiderio di salvezza di Dio è quello che l’intercessore assume dentro il suo cuore e che poi esprime nella preghiera. Ecco perché la preghiera è sempre esaudita! Perché la preghiera non fa altro che dare voce al desiderio di Dio, verbalizzare ciò che Dio desidera, vuole e ha deciso di fare e però serve perché Dio vuole questo, lo desidera, lo ha deciso. Ma adesso bisogna che questo suo desiderio di bene si incarni dentro la situazione di male; bisogna che questo suo desiderio di bene trovi un punto in cui coagularsi, un cuore che desidera quello, una bocca che lo chieda, trovi l’intercessore. Così che questo desiderio di Dio si incarni, che questo desiderio di salvezza di Dio possa piantare le sue tende lì in mezzo agli uomini, proprio dentro quella situazione di male, perché solo così quella situazione di male può trasformarsi in bene. Ecco allora la preghiera di intercessione di Mosè! Ecco la preghiera di intercessione a cui tutti, voi in particolare, siete chiamati. Notate come si svolge la preghiera di Mosè. Prima fa un discorso, dicendo: Guarda, Signore, tu ormai li hai tirati fuori dall’Egitto; bisogna che porti fino in fondo quello che hai fatto, perché se no poi l’Egitto dice: lo vedi! È perché è cattivo, che li ha tirati fuori! E quello che l’Egitto dice è quello che pensava Israele quando era nella tentazione al mar Rosso e poi le mormorazioni nel deserto. Mosè mette davanti a Dio il cammino di salvezza che Dio ha cominciato e che bisogna che finisca. E questo perché altrimenti non è più possibile riconoscere Dio come Dio. Se Dio comincia un’azione di salvezza e non la porta a compimento, nessuno più potrà credere in un Dio come quello. Se Dio che si rivela come amante dell’uomo e della vita, garante della giustizia... non interviene a salvare il suo popolo, se Dio non riesce a salvare il suo popolo dal peccato del popolo, se Dio non è fedele a quello che ha cominciato a fare o se non è abbastanza forte e potente da salvare o se non è abbastanza grande dal perdonare il peccato, quello è un Dio a cui non si può credere e a cui non vale la pena di credere. Se tu tiri fuori Israele dall’Egitto e poi fai alleanza con lui e poi dici che tu sei il suo Dio e che quindi non lo abbandonerai mai, e poi dici che questa è la promessa che tu fai ad ogni uomo che entri nell’alleanza e poi dopo invece lasci che il tuo popolo vada in perdizione... che Dio sei? Allora non sei Dio! E allora hanno ragione gli altri a dire: vedi? Era un Dio che non valeva niente! Vedi che è un Dio cattivo? Vedi che è un Dio falso? Cosa fa l’intercessore? L’intercessore fondamentalmente si preoccupa di Dio. La preoccupazione grande dell’intercessore è: se Dio non salva coloro che si affidano a lui, nessuno crede più in Dio. La crisi terribile che si ha davanti al male, alla guerra, alla persecuzione, ai genocidi, alla violenza, agli stermini... uno si guarda intorno e dice: Dio dov’è? Perché, se queste cose possono succedere, o Dio non c’è, o è cattivo, o si è dimenticato di noi, o se ne è andato lontano... insomma Dio non c’è. Il male nostro è talmente grande, folle, potente, che non solo distrugge noi, ma di per sé distrugge anche Dio. Il nostro male impedisce agli altri di credere in Dio, impedisce la lode di Dio, impedisce il suo rivelarsi. Il nostro male ha questa forza, ma Dio e il suo perdono è molto più forte. E allora il nostro male, che di per sé tenderebbe a bloccare la rivelazione di Dio, a impedire la lode di Dio, perché uno vede il male e dice: ma allora Dio dov’è? E peggio ancora: e se questi che parlano di Dio fanno il male, ma allora che Dio è? Dio è talmente più grande che può perfino usare questo male per rivelarsi ancora di più e ancora meglio e per far nascere una lode, che è la lode del mondo, la lode di Pasqua, di quando uno scopre che Dio ha perdonato il peccato, anzi ha trasformato il peccato in grazia. Però il problema dell’intercessore è questo: Signore intervieni, perché gli altri ti conoscano per ciò che sei! Questo discorso che Mosè fa a Dio non è un discorso strategico, politico. Come dire: convinciamo Dio, mettendo di mezzo lui! È un discorso vero, è che Mosè ha davvero a cuore il rivelarsi di Dio, allo stesso modo di come ha davvero a cuore la salvezza del suo popolo. È per questo che Mosè prega così, perché vuole che il suo popolo sia salvo. Vuole contemporaneamente la salvezza dei suoi e il rivelarsi di Dio come Salvatore. L’amore di Dio e l’amore dei fratelli non sono mai in concorrenza, ma si uniscono. L’intercessione è uno dei luoghi privilegiati, in cui l’amore per Dio e l’amore per i fratelli si uniscono e vengono a coincidere, perché desiderare il bene dei fratelli, cioè la loro salvezza, vuol dire desiderare anche il bene di Dio, cioè il suo rivelarsi. E desiderare ciò che Dio desidera vuol dire desiderare il bene dei nostri fratelli. Questo è davvero il cuore del sacerdote, lì dovrebbero giocarsi i suoi due amori: Dio e i suoi, che poi diventano uno solo e diventano l’intercessione. E allora poi Mosè mette Dio davanti a se stesso con il riferimento alla promessa. Tu hai chiamato Abramo, Isacco, Israele e hai giurato per te stesso; hai giurato su di te. C’è una fedeltà che è la fedeltà a se stesso da parte di Dio, che è fondamentalmente fedeltà all’amore e a questo si appella l’intercessore, non per provocare questa fedeltà che c’è, ma per entrare lui, l’intercessore, dentro quella fedeltà e renderla così presente tra i suoi fratelli. Mosè nel pregare il Signore non cerca di scusare il popolo, non cerca neanche di appellarsi a presunti meriti né suoi, né del popolo... Ci si appella a Dio, non ai nostri meriti, non alle nostre scuse, ma ci si appella solo ed esclusivamente all’amore di Dio, che è un amore assolutamente gratuito, totalmente libero, che non si lascia condizionare né dalla fedeltà, né dalla infedeltà del popolo, perché è lui che è fedele, perché è il Dio delle seconde tavole. E quindi perché è un Dio che è più forte anche del peccato e della morte. Ora l’intercessore è colui che permette il rivelarsi e l’incarnarsi di tutto questo dentro la storia degli uomini. E bisogna che sia dentro. Mosè per essere intercessore solidarizza talmente tanto con il suo popolo, che quando Dio gli dice: guarda che io li distruggo e di te farò una grande nazione, Mosè, senza pensarci, dice a Dio che non accetta di diventare lui popolo al posto del suo popolo. Mosè è solidale fino in fondo con il suo popolo, però non è una solidarietà con il peccato del popolo, bensì con tutte le conseguenze di quel peccato. Tanto che poi sempre nello stesso capitolo, al versetto 32, Mosè continuando a pregare Dio, dirà: Signore, salvali, altrimenti toglimi dal tuo libro! Salvali, altrimenti fai perire anche me! La solidarietà assoluta e totale con tutte le conseguenze del peccato, ma senza lasciarsi contagiare dal peccato, senza diventare solidale con il peccato. È l’intercessione che permette al cuore di Dio di mostrarsi e che però deve essere questa specie di coagulo di carne e di sangue, in cui questo cuore di Dio si possa incarnare. Questo è l’intercessore, diventare il cuore di Dio, diventare il desiderio di Dio, incarnato dentro la storia dei nostri fratelli, dentro la loro storia di peccato, non tirandosi fuori. Vi ricordate l’intercessione di Abramo per Sodoma? Abramo non dice: per riguardo a me che sono giusto salva Sodoma! Abramo si deve appellare al fatto che ci siano dei giusti dentro Sodoma, perché la salvezza di Dio deve partire dal luogo del peccato. Non si tratta di mettere in opera uno schema sostitutivo, del tipo: loro hanno peccato, però, io sono giusto, allora, Signore, perdona a loro guardando la mia giustizia, di me però che rimango fuori. Peggio che mai sarebbe: Signore, loro hanno peccato e dovresti distruggerli, però invece tu distruggi me al posto loro. Questo non ha nessun senso! Perché distruggere è far prendere coscienza del peccato. Signore, non punire loro, punisci me! Ma non c’entra. La punizione non è mica perché Dio quando vede il male ha bisogno di punire, e che poi punisca il colpevole o l’innocente, non fa niente! L’importante è che punisca. La punizione è rivelare il male in modo che chi lo fa capisca che il male gli sta facendo male. E allora non si può punire l’innocente, perché non è che c’è questa giustizia strana, per cui bisogna trovare qualcuno da punire. La punizione è funzionale al perdono, alla salvezza. E allora che c’entra l’innocente? L’innocente non si può sostituire in questo senso, ma l’innocente può fare un’altra cosa che è molto più grande: può entrare dentro e diventare uno di loro. E allora Abramo che dice: se ci sono dieci giusti, salvi Sodoma e i dieci giusti non si trovano e allora Sodoma non può essere salvata. Perché Sodoma sia salva bisogna che ci sia lì dentro un nucleo di bene da cui partire per trasformare il male in bene, perché bisogna che ci sia lì dentro un giusto, che sia davvero innocente e che però, senza diventare colpevole, senza solidarizzare con il peccato, solidarizzi con i peccatori e lì dentro come innocente risponda al male con il bene. E allora il male indietreggia e viene vinto e a Sodoma non c’erano! Il profeta Geremia, al capitolo 5, che si fa interprete del desiderio di Dio, dice: andate in giro per Gerusalemme, cercatemi un giusto, trovatemene uno! E io salvo Gerusalemme e il giusto non c’è e Gerusalemme viene distrutta. Bisogna aspettare quel servo del Signore, che muore innocente e giusto per tutto il popolo, il servo sofferente, di cui parla il Deutero-Isaia e che è figura ed annuncio di quel giusto e innocente definitivo, che è il Signore Gesù che salva tutti. Entrando dentro, facendosi uomo, facendosi come gli uomini in tutto, tranne che nel peccato... la solidarietà totale, l’assunzione totale della storia e della realtà degli uomini, l’assunzione totale della storia di peccato, senza assumere il peccato, la storia, cioè le conseguenze. Gesù entra in una storia malata, che è la storia del peccato degli uomini; Gesù entra dentro quella storia malata e assume tutte le conseguenze di quel male, senza assumere il male. Così solo lui, che è davvero innocente, solo lui che è giusto, solo lui che è Figlio di Dio, che non è connivente con il peccato, solo lui come giusto ha potuto rispondere al male con il bene e così vincere definitivamente il male. Lui allora ha potuto essere l’intercessore definitivo che coagula il desiderio di Dio e che perdona il peccato, perché lui stesso diventa vittima di quel peccato al punto tale da lasciare che il peccato lo uccida. Gesù non assume il peccato, ma lascia che le conseguenze del peccato ricadano su di lui, così da poter rispondere a quel peccato con il perdono e con il bene, così da poter desiderare dentro il male il bene; desiderare il desiderio di Dio, così da poter morire come uno che viene ucciso, ma come qualcuno che, assumendo la violenza di chi lo vuole morto, dice: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”; non siete voi che mi uccidete, ma sono io che do la vita per voi. E allora la morte è vinta, diventa vita, perché diventa dono della vita e allora il desiderio di Dio finalmente si realizza, lì dentro la storia degli uomini, dentro la storia del peccato, allora davvero il peccato è vinto ed ecco l’intercessione che è stata esaudita, perché ha potuto manifestare, incarnare nella storia degli uomini il desiderio di Dio. A questo noi siamo chiamati e voi lo siete in modo eminente e questo è il vostro compito, il progetto di Dio su di voi, e questo è quello che noi, popolo di Dio, ci aspettiamo da voi.
    Vi suggerirei come testo che possa accompagnare la vostra preghiera il Padre nostro. Recitatelo lentamente e in contemplazione e così diventerete intercessori dentro il mondo e per il mondo, facendo vostri i sentimenti di Cristo e lasciando che il vostro cuore diventi il cuore di Gesù.

    Settima meditazione: dimensione contemplativa e morte di Mosè

    La dimensione della contemplazione è diversa da quella della supplica. La contemplazione vuol dire assoluta gratuità, porsi davanti al Signore ed esporsi alla luce dl Signore per godere di lui. Godere di Dio perché è Dio e poi basta, senza nulla chiedere. Godere solo della presenza di Dio e del fatto che lui sia colui che è e come è. Consiste fondamentalmente nell’entrare nella gloria di Dio e poi perdersi in lui. È diversa dalla supplica, ma d’altra parte è questo che poi consente la supplica. Perché se l’intercessione è dare voce al desiderio di Dio, è aver contemplato Dio che ci consente di essere portatori del suo desiderio. Come è fondamentale per la missione di Mosè e perciò per ogni missione sacerdotale la dimensione dell’intercessione e della supplica, ma altrettanto fondamentale è la dimensione della contemplazione. Ora nella storia di Mosè ci sono degli elementi molto espliciti a questo riguardo che danno subito un’indicazione importante, che d’altra parte sembra essere una costante e cioè che questo non può essere altro che dono. La contemplazione non dipende dall’iniziativa personale, non è il risultato dei nostri sforzi e dei nostri meriti, ma è dono gratuito che il Signore concede quando vuole e a chi vuole. Proprio come ai piedi del monte Sinai il popolo deve rimanere lì, lontano dalla gloria del Signore, però Mosè e gli anziani possono salire sul monte e accedere alla visione della gloria. Perché Mosè e quelli anziani? Perché così Dio ha voluto, perché quelli Dio ha chiamato, quelli e non altri. Perché Dio dona a chi vuole, quando vuole, come vuole, liberamente e gratuitamente. E è dono che Dio si lasci vedere, anche se il suo lasciarsi vedere è un farsi vedere senza farsi vedere. Dio è Altro, Dio è oltre, Dio è invisibile, non è racchiudibile nei nostri schemi e neppure nei nostri occhi. E allora si vede Dio, senza vederlo e ci sono alcuni privilegiati che possono vedere Dio, proprio salendo su e vederlo, ma il vedere è un vedere parziale, è comunque un vedere nel mistero. Al capitolo 24 del libro dell’Esodo, si dice esplicitamente che loro salgono: “Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele. Essi videro il Dio di Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso”( Es 24, 9-10).
    Essi videro Dio... sotto i piedi c’era il pavimento! Tutto quello che riescono a dire di ciò che questi anziani hanno visto è il pavimento, su cui poggiavano i piedi di Dio e questo è il modo per dire che hanno visto Dio, perché è un vedere senza vedere, è un vedere di cui poi non si può parlare, e che non si può neppure capire mentre avviene, perché l’esperienza di Dio non è mai veramente esprimibile. E allora hanno visto Dio certamente in modo diverso da quello che avveniva per il popolo, che era giù dal monte e vedeva solo i segni della presenza di Dio, i tuoni, il fumo... Loro hanno visto Dio, ma poi quando si tratta di descriverlo... sanno solo dire che sotto i suoi piedi c’era un pavimento. Questa è la visione di Dio a cui si può accedere, che poi trova il suo compimento nel famoso episodio, in cui Mosè chiede a Dio: làsciati vedere! Ricordate al capitolo 33 del libro dell’Esodo, versetto 18 e seguenti, Mosè dice a Dio: “Mostrami la tua gloria!”, cioè fammiti vedere e allora Dio rispose: Io farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia. Questo è il Signore nella piena libertà e poi soggiunse: Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo? Dio è troppo grande; se i nostri occhi cercano di vederlo si spaccano. Nessuno può vedere Dio con questi occhi di carne, che non possono sostenere la grandezza di Dio. Si spaccano i monti quando Dio si manifesta, ancor più i nostri poveri occhi. E però - aggiunse il Signore - : guarda, ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe, quando passerà la mia gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano fino a che sarò passato. Poi toglierò la mano e tu potrai vedere le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere. Mosè è il mediatore della presenza di Dio, ha fatto un’esperienza di Dio assoluta, misteriosa, realissima; di lui si dice nella Scrittura che parlava con Dio faccia a faccia, come uno parla al suo amico. Quel parlare è talmente vicino a Dio che la faccia di Mosè rimane trasfigurata e ogni volta che parla con Dio, gli israeliti non lo possono guardare, tanto è luminoso il suo volto! Ma è ancora sempre un vedere senza vedere e quando allora si tratta di accedere al volto di Dio, alla gloria di Dio, Dio gli dice che il suo volto non si può vedere, ma solo le sue spalle. Cioè: vedrai me che me ne vado! Vedrai me che passo, ma quando Dio passa tiene la mano sul volto a Mosè. Mosè non lo vede passare, lo può vedere solo dopo che è passato, quando Dio se ne sta andando. Come dire che tutto ciò che veramente si può vedere di Dio è che lui è lontano, che lui si allontana, che sta andando via. Dio è talmente Altro, è talmente oltre che più ti avvicini e più che capisci che è lontano, più lo vedi e più quello che vedi sono le spalle di lui che va via, non perché ti abbandona, anzi è un gesto incredibile di amore, di Dio che copre il volto per salvarlo. Non è che si vede Dio che si allontana, perché la realtà di Dio è che Dio si allontani, ma la realtà di Dio è la sua differenza, la sua alterità e allora più ti avvicini a lui e più lo vedi e più capisci che non lo puoi vedere. Più lo vedi e più hai voglia di vederlo, più ti avvicini e più si fa grande il desiderio di avvicinarti, più ti avvicini e più cresce il desiderio di vederlo. E allora gli vedi le spalle e vedere le spalle di uno vuol dire che tu gli stai andando dietro e allora la visione si risolve nella sequela. Una sequela che si nutre di un desiderio continuo, sempre più grande e più gli vai dietro più il desiderio è grande, perché è una sequela che non è mai compiuta, che non è mai completa, perché è la sequela nel desiderio, nell’attesa del compimento, perché è un vedere Dio, un andargli dietro che desidera il realizzarsi definitivo. Alla fine poi desidera di morire, per poterlo vedere definitivamente. Questo Mosè che contempla ci porta inevitabilmente a contemplare la sua morte, la morte del mediatore, del pastore, il momento in cui il mediatore diventa definitivamente tale, in cui diventa definitivamente pastore. Della morte di Mosè si parla al capitolo 34 del libro del Deuteronomio, alla fine del libro e con quell’episodio finisce il Pentateuco. Parla di questa morte in termini molto inquietanti, misteriosi. Gli israeliti sono sulle rive del Giordano, dalla parte di Moab, e dall’altra parte c’è la terra di Cannan, la Palestina. Stanno là sulle rive del Giordano e Dio fa salire Mosè sul monte Nebo e gli mostra la terra promessa e gli dice: ecco, guardala con i tuoi occhi, questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, Isacco, Giacobbe, io te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi potrai entrare. E Mosè muore lì, sul Nebo, guardando la terra da lontano senza poter entrare nella terra con il suo popolo. Sarà Giosuè a guidare l’entrata nella terra, a passare il Giordano e quindi a consegnare la terra ad Israele. Mosè, il grande condottiero, il grande pastore e la grande guida non può andare lì dentro con il suo popolo, non può accompagnare il suo popolo sino alla fine. È una morte inquietante perché non si capisce, perché è così strano questo Signore che dice a Mosè di non entrare. È talmente strano che la Scrittura stessa tenta diverse spiegazioni e ciò è significativo, perché vuol dire che effettivamente è un episodio che ha inquietato anche gli autori biblici per spiegarlo e d’altra parte il fatto che viene spiegato in modo diverso vuol dire che non è chiaro qual’è il senso vero di questo morire senza entrare nella terra, perché non c’è una spiegazione, ma ce ne sono diverse; quindi vuol dire che ci sono diversi aspetti. Nella Scrittura sono fondamentalmente due le linee che tentano di interpretare questa morte di Mosè fuori della terra. Una che è quella che dice: Mosè non è potuto entrare nella terra, perché ha avuto dei problemi nella fede, è stato incredulo, non è stato completamente fedele, ha detto cose insensate. Sono spiegazioni di vario tipo, le trovate nel salmo 106 oppure al capitolo 32 del Deuteronomio, oppure al capitolo 20 del libro dei Numeri. E allora l’idea sarebbe: Mosè non è potuto entrare nella terra, perché ha condiviso con il popolo quella dimensione di infedeltà e di difficoltà nella fede che ha di fatto impedito al popolo di entrare nella terra. Il popolo che è uscito dall’Egitto muore nel deserto; quelli che entrano nella terra sono la generazione seguente e dunque anche Mosè non entra. D’altra parte c’è un’altra spiegazione ( Deuteronomio 1, 3, 4 ) che dice che Mosè non ha condiviso il peccato del popolo, ma che ha vissuto una tale solidarietà con il popolo da vivere le conseguenze del peccato del popolo. Mosè non ha peccato, però si è fatto talmente solidale con quel suo popolo peccatore da accettare le conseguenze del peccato del popolo e quindi da rimanere fuori della terra per condividere fino in fondo la sorte del suo popolo. Sono due spiegazioni diverse, certamente tutte due vere e possibili, dal momento che sono le spiegazioni che dà il testo biblico. Però evidentemente non esaustive, perché se ce ne sono due contraddittorie, vuol dire che c’è spazio aperto per cercare di continuare a capire. Credo che a proposito di questa morte di Mosè fuori della terra, oltre quello che viene detto nel testo, che è la cosa fondamentale, si possono ancora aggiungere degli elementi. Ve ne accenno due. Il primo elemento: Mosè è colui che ha cominciato il cammino di liberazione del popolo, è la guida del popolo che lo ha liberato dall’Egitto, che lo ha portato nel deserto, che gli ha insegnato a vivere di fede, se adesso questa guida porta anche il popolo dentro la terra finisce che è questa guida che ha salvato veramente il popolo. Voglio dire che nell’essere noi mediatori di salvezza presso il popolo di Dio bisogna che sia esplicita la dimensione del non compimento, della non compiutezza, in modo che sia chiaro che voi siete solo mediatori e allora chi ha cominciato il cammino di liberazione e di salvezza non può anche portarlo a compimento, perché così il salvatore è lui e invece lui è solo il segno della presenza del vero Salvatore. E allora però bisogna che rimanga segno e se segno non si può sostituire alla realtà. Se la guida che è Mosè e che siete voi deve essere presenza in mezzo al popolo della vera guida e dell’unica guida, che è il Signore Gesù, allora bisogna che l’essere guida di chi è segno e mediatore non si sostituisca alla vera guida, un modo per dire questo è di dire: e perciò se Mosè li ha tirati fuori bisogna che rinunci a portarli dentro la terra. Bisogna che lo lasci fare ad un altro, in modo che sia chiarissimo che non è un’opera di uomo, ma che è l’opera di Dio. Così che il popolo possa vivere in pienezza la coscienza che è stato salvato da Dio e Mosè era solo uno strumento, tanto è vero che poi ne è venuto un altro: Giosuè, figlio di Nun. È l’avvicendarsi che dice la parzialità, è l’avvicendarsi che dice che chi davvero ha salvato non è né Mosè, né Giosuè, perché nessuno dei due l’ha fatto in completezza e in pienezza. E allora Mosè muore per lasciare che sia Dio ad apparire e ad essere l’unico vero Salvatore. Allora Mosè si ritira perché sia chiaro che l’opera di salvezza è di Dio. In questo senso è molto bella la parabola della guida che, quando poi è venuto il momento più bello, che quando poi è venuto il momento di raccogliere i frutti, ha tanto lavorato, ha tanto lottato, li ha tirati fuori, li ha portati nel deserto... entrare nella terra vorrebbe dire: Ce l’abbiamo fatta! Vedete che avevo ragione io a portarvi fuori. Ce l’abbiamo fatta, è il momento della raccolta dei frutti! E in quel momento lì Mosè si ritira, perché sia un altro a raccogliere, così che sia chiaro che non è chi semina, che non è chi raccoglie colui che salva, ma è solo il Signore. Ma c’è di più! Vedete Israele in quel momento è lì davanti al Giordano e si sta preparando ad attraversarlo per andare a prendere la terra; solo che la terra in cui stanno per entrare non è una terra che si può prendere, perché è la terra promessa, il grande dono di Dio, è ciò che il Signore dà gratuitamente e che ha valore proprio perché è un dono gratuito di Dio. Una terra che sia la terra di Canaan, che uno si conquista non serve assolutamente a niente; è semplicemente una terra in cui abitare. Ma se è invece la terra che Dio dona, se è la terra promessa, allora sì, quella è la terra della salvezza, della santità, quella è la terra in cui finalmente vivere con Dio, di Dio e nella santità di Dio. Se è la tua terra, è la tua terra, che ci fai? È la terra di Dio il dono dove poter vivere secondo la vita di Dio; però se è la terra di Dio, se è la terra promessa, la terra che Dio dona, come fai a prenderla? Nel momento in cui tu passi il Giordano e la prendi, quella è diventata la terra della tua conquista, e allora non ti serve più, perché è diventata la tua terra e non è più la terra di Dio. Invece, è la terra di Dio che ti fa vivere, non la tua terra. Non so se capite qual’è il problema: il Giordano non si può attraversare, perché se tu lo attraversi vanifichi il dono di Dio, rendi la terra promessa una terra di uomini e quindi l’hai svuotata di tutto il suo senso e di tutto il suo valore. D’altra parte se tu non entri dentro quella terra non permetti alla promessa di Dio di realizzarsi, non permetti a Dio di salvarti. Allora il dilemma di Israele è che se passa il Giordano è come se Dio non donasse, perché è lui (Israele) che si prende la terra e se invece non passa il Giordano, non permette a Dio di fare il suo dono. In realtà questo è il dilemma che ognuno di noi deve avere davanti ai doni di Dio, perché sono i doni di Dio che ci fanno vivere e ci fanno vivere solo nella misura in cui noi gli accogliamo e diventano nostri. Se però poi sono nostri non ci fanno vivere più. Fate pure l’analogia con la vostra vocazione, con il dono del vostro ministero sacerdotale... è un dono che fa vivere voi e che fa vivere gli altri, vivere in pienezza e non sopravvivere. Perché questo dono si realizzi bisogna che voi lo accogliate, che lo viviate, che lo facciate diventare la vostra carne, la vostra vita, il vostro lavoro, il vostro servizio. Quindi bisogna che sia vostro! Ma se il ministero è quello vostro, il popolo di Dio non sa che farsene, perché il popolo di Dio non ha bisogna del ministero di un uomo, ha bisogno del dono di Dio. E allora come fate? È il problema di Israele: bisogna passarlo questo Giordano oppure no? È che i doni di Dio devono essere accolti, però bisogna lasciare che rimangano doni. Nell’analogia con quello che avviene tra gli uomini: se qualcuno mi dona qualche cosa, quella cosa che mi è stata donata, oramai è mia. Mi posso ricordare che me l’ha data un altro, quello mi diventa il segno dell’affetto dell’altro, però una volta che me l’ha dato è mio e io ci faccio quello che voglio. Mi ricorda chi me l’ha dato, ma ormai non è più di chi me l’ha dato, è solo mio e allora ci faccio quello che mi pare: me lo tengo, lo butto, lo do a un altro, lo riciclo... con i doni di Dio non è così! Dio fa il dono e tu lo prendi e però nel prenderlo, sì che diventa tuo, è il dono tuo che diventa persino la tua vita, ma il punto è che diventa tuo senza che si stacchi la mano di Dio. Diventa pienamente tuo, perché è la tua vita, però non solo nel senso che sei tu ormai che lo gestisci e ci fai quello che ti pare, ma nel senso proprio che continua ad essere una cosa di Dio. È come quando ti fanno un dono, tu lo prendi, e poi l’altro toglie la mano e tu ti sei preso il dono, e con Dio rimani così che la mano di Dio non si toglie e che il dono quindi è tuo e suo, e che ti fa vivere solo perché è suo e quindi perché non è tuo; d’altra parte perché tu possa vivere bisogna che sia tuo, ma guai se è tuo, perché deve essere di Dio. Il Giordano non si può passare, però è assolutamente indispensabile passarlo. E allora come si fa a passare il Giordano senza passarlo? Come si fa ad avere senza possedere? Ecco si fa che bisogna che qualcuno muoia! Mosè, il mediatore del divino, il pastore del popolo muore sul monte Nebo, fuori dalla terra, perché il suo popolo possa passare il Giordano ed entrare nella terra, senza possederla e lasciando così che quella terra rimanga la terra promessa. Perché Mosè è il rappresentante del popolo, e allora che cosa avviene quando Mosè muore? Avviene che quel popolo che è rappresentato da Mosè rimane fuori della terra, guardando la terra da lontano, desiderandola e continuandola a desiderare con la morte che pietrifica quella visione, l’attesa e il desiderio. Mosè che muore rende ormai l’attesa della terra definitiva per sempre; la terra rimane promessa per sempre. La terra per lui rimane desiderata e attesa per sempre, perché lui non ci può entrare e la morte rende definitiva l’attesa. Allora questo attendere per sempre è il dono che Mosè fa al suo popolo morendo, così che adesso questo popolo può entrare dentro la terra e può possederla, ma continuando a rimanere fuori della terra, a guardarla, lì in Mosè, continuando a desiderarla, continuando ad attenderla. Così la promessa rimane promessa e non diventa mai conquista, così il dono rimane dono e non diventa mai possesso e però può realizzarsi come dono. Adesso Israele è dentro la terra, ma contemporaneamente è lì fuori, continuando a desiderarla. Per la morte del suo pastore il popolo adesso può vivere. Mosè è quel pastore che non entra nella terra perché il suo popolo possa entrarvi. Mosè è il pastore che accetta di morire perché i suoi possano vivere. In questo senso Mosè diventa definitivamente figura di salvezza e allora adesso per quella morte il Dio invisibile rimane per sempre rivelato come colui che dona. Vi invito nella preghiera a entrare nella contemplazione del Signore e di questa morte del pastore, così da trovarvi i segni e la figura di quello che è la morte del pastore del popolo di Dio, quel morire che è vivere a cui ciascuno di voi è chiamato. E nel contemplare la figura di Mosè che muore, vi suggerisco di mettergli accanto la figura di un altro che muore, anche lui in connessione con qualche cosa che si vede e non si vede. Mosè muore guardando la terra da lontano, così che il desiderio di salvezza si realizzi definitivamente per il suo popolo e nel Nuovo Testamento, quando Gesù nasce abbiamo la figura di Simeone invece che muore perché ha visto la salvezza e allora adesso può chiudere gli occhi e può smettere di vedere. Vedete come queste due figure sono simili nella loro diversità! Ma per tutti e due c’è la stessa dimensione, qualcosa del compimento che per Mosè è il suo dono definitivo al suo popolo, perché il suo popolo possa vivere, e per Simeone è l’entrata nella gioia definitiva per aver visto definitivamente la salvezza. Bisogna che queste due figure si fondano insieme e che diventino voi e che voi siate tutti e due insieme. La figura di chi muore, perché l’altro viva, la figura e la realtà di chi entra nella morte per dire che ormai la vita è completata e le due cose vanno insieme. Morire è entrare nella compiutezza, morire è morire di gioia perché abbiamo visto il Signore, ma questo è perché gli altri possano continuare a vivere. Leggete il testo di Luca con la figura di Simeone, perché è così bello! Gesù che viene presentato al tempio, c’è Maria con Giuseppe e il Bambino e lì Simeone li raggiunge, guidato dallo Spirito, e li raggiunge perché lo Spirito lo porta a vedere il Salvatore. È un uomo che ha vissuto nell’attesa di questo, a cui lo Spirito aveva detto che avrebbe visto la salvezza prima di morire, e che quindi ha vissuto e consumato la sua vita nell’attesa di questo momento, ha consumato tutta la sua vita nell’attesa del Salvatore, nell’attesa del Messia. Questo Messia che lui vede che è venuto e che però noi continuiamo ad attendere perché deve ritornare. Noi siamo tutti qui, con la stessa attesa come quella di Simeone, perché i nostro occhi hanno vista la salvezza, perché il Signore Gesù è già venuto, è già morto ed è già risorto, però siamo tutti qui che stiamo aspettando che lui ritorni, come Simeone aspettava di vederlo. Simeone che viveva per poter vedere finalmente la manifestazione in terra della bontà e dell’amore di Dio; poter vedere finalmente il regno instaurato. E quando questo succede, allora la sua vita è completa. “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua Parola!” Basta! Ora non c’è proprio nient’altro da attendere: è il servo che ha compiuto il suo compito, è una vita che ormai ha compiuto tutto il suo senso e allora adesso si può anche morire. Simeone è una figura importante dell’uomo di fede e dell’uomo di fede, che vive in questa dimensione di consacrazione al divino, come anche la profetessa Anna. Anna che sta lì e vive nel tempio e Simeone che vive aspettando il Signore: è solo quello il senso del suo vivere, che è il senso della vita consacrata. È l’attesa della pienezza perché la pienezza è già avvenuta; lui la sta attendendo e allora quando viene è come il vecchio israelita che, sazio di giorni, può ricongiungersi ai suoi padri, perché oramai basta! Non c’è altro da aspettare! Due piccole cose ancora! La prima: noi abbiamo la sensazione di questo Simeone vecchio che si prende in braccio il bambino e che dice: ora lascia andare il tuo servo! Che Simeone sia vecchio non è detto da nessuna parte; anzi Luca segnala l’età dei suoi personaggi che girano intorno alla nascita di Gesù. Il testo dice che Zaccaria ed Elisabetta sono avanti negli anni, che la profetessa Anna è anziana, di Simeone non dice che è anziano. Noi ce lo immaginiamo vecchio, perché è quello che ha compiuto la sua vita, ma non è detto, perché ormai quando i tempi si compiono, quando il Messia viene, l’uomo è negli ultimi tempi, allora l’età cronologica non è più determinante. La vita è giunta a pienezza non perché uno è diventato vecchio ed è nella pienezza degli anni. La pienezza della vita non dipende più dal numero degli anni, la pienezza del senso non è più legata agli anni che hai vissuto, ma è solo ed esclusivamente legato al compiersi del progetto di Dio e allora la pienezza della vita non è più quella dello scorrere biologico del tempo, ma è solo il poter veder la promessa che si compie. Ecco che allora si apre per noi un nuovo modo di capire la benedizione, che non è più quello di morire sazio di giorni, come dice la Scrittura, ma è quella benedizione definitiva che è quella di aver veduto il Signore Gesù. Allora si può anche entrare nel mistero della morte senza paura, anzi chiedendo di morire, perché allora davvero tutto è compiuto. Che il Signore ci conceda di vivere in quest’attesa, in un’attesa che si compie quando poi si ha tra le braccia il bambino; dunque un’attesa che si compie nella piccolezza, nel segno che va sempre decifrato, che è quello della potenza e della grandezza di Dio che si incarna in un bambino. Che Dio ci dia di giungere alla fine dei nostri giorni con questa pienezza di benedizione e di vita, solo felici, perché abbiamo visto il Signore e che ci conceda di averlo lasciato un po’ vedere anche agli altri attraverso la nostra vita, il nostro amore e il nostro ministero.

    Ottava meditazione: una sintesi di tutta la storia della salvezza

    Dopo la morte di Mosè, con cui si chiude il Pentateuco, comincia nel libro di Giosuè il racconto dell’entrata nella terra. È il momento del compimento della promessa di Dio, dunque siamo alla fine del cammino, perché siamo alla fine dell’Esodo. E però come sempre nelle cose di Dio, quando si arriva alla fine è il momento in cui si ricomincia e l’inizio e la fine vanno sempre insieme e si finisce e invece si sta ricominciando e si porta a compimento quello che si era cominciato per ricominciare ancora. Questo è vero dell’esperienza spirituale, del rapporto con il Signore, questo è vero della storia di Israele. Così se voi andate a leggere con calma i primi capitoli del libro di Giosuè, in particolare i capitoli 3, 4, 5, lì viene narrata l’entrata nella terra, ma come se fosse l’uscita dall’Egitto. Il racconto dice che essendo lì il popolo al Giordano, morto Mosè, si prepara ad attraversare il Giordano entrando nella terra. E allora Dio dà delle istruzioni precise e tutto si svolge come se si fosse al mar Rosso, perché il popolo si prepara ad attraversare l’acqua, arrivano i sacerdoti portando l’arca dell’alleanza e allora l’acqua si apre, come si erano aperte le acque del mar Rosso, e i sacerdoti e il popolo passano il fiume all’asciutto. I sacerdoti si fermano nel mezzo del fiume, aspettano che tutto il popolo passi e poi escono anche loro dal fiume e allora il fiume si richiude e ricomincia a scorrere normalmente. E dal luogo dove si erano fermati i sacerdoti prendono 12 pietre, quanto sono le dodici tribù, per poterle porre in Galgala in ricordo di ciò che è avvenuto e al posto di quelle dodici pietre mettono altre dodici pietre a ricordare che lì Israele è passato all’asciutto, mentre i sacerdoti portavano l’arca. Di fatto il racconto narra un evento che sembra quello dell’uscita dall’Egitto, del mar Rosso, e anzi il testo volutamente fa il rapporto e dice: quando poi un giorno tuo figlio ti chiederà: ma che cosa sono quelle pietre? Tu gli risponderai: stanno lì a ricordare che il Signore ci ha fatto passare all’asciutto, come aveva fatto passare all’asciutto al mar Rosso i nostri padri. Il mar Rosso era l’inizio, questo adesso è la fine, ma è come se fosse all’inizio. C’è continuamente nella Bibbia questo rapporto tra la promessa e il compimento, che si assomigliano, l’inizio e la fine si richiamano a vicenda, perché l’inizio è promessa e anticipazione di quello che sarà il suo compimento. Dunque l’uscita dall’Egitto e il passaggio del mar Rosso è promessa, figura e attesa di quello che sarà il compimento quando loro passano il Giordano. A sua volta però il passare il Giordano e l’entrare nella terra che è il compimento della storia della salvezza che era iniziata con il passaggio del mar Rosso, adesso questo compimento di salvezza diventa l’inizio di un’altra tappa della storia della salvezza e quindi l’entrata nella terra promessa è promessa, figura e anticipazione di quello che poi avverrà alla fine del percorso salvifico che Israele fa dentro la terra e cioè quando Israele perde la terra, perché viene portato in esilio a Babilonia e poi il Signore fa grazia e lo fa ritornare. E allora c’è l’uscita dall’Egitto, ma questo si compie quando si entra nella terra, questo a sua volta è l’inizio di un’altra cosa che si compie quando Israele ritorna dall’esilio e riprende di nuovo la terra e lì ricomincia una nuova tappa della storia della salvezza e questo ritornare dall’esilio che è la fine di una tappa, è l’inizio di un’altra ed è allora figura e promessa di quell’altro ritorno alla terra, di quell’altro ritorno a casa che è la conversione del cuore, che anticipa a sua volta quel ritorno a casa definitivo, che è il poter rientrare e questa volta per sempre dentro la Gerusalemme celeste, così da vedere Dio faccia a faccia. La Bibbia presenta la storia della salvezza in questo modo: l’inizio è come la fine, la fine è inizio di un’altra cosa, che è come quell’altro inizio e così via e inizio e fine si richiamano a vicenda, con una particolarità che più ci si avvicina alla fine vera, al compimento, alla realizzazione piena della salvezza, più sembra che le cose diventino piccole. Abbiamo detto che il mar Rosso è figura dell’entrata nella terra che compie quello e però quest’entrata nella terra è figura di quel ritorno dall’esilio che compie questo cammino di salvezza. Se noi vediamo cosa sono questi tre eventi ci accorgiamo che ogni evento che viene dopo l’altro è sempre meno appariscente. Al mar Rosso Israele è guidato da Mosè, il grande profeta, quello di cui la Bibbia dice: “E nessun profeta mai sorse in Israele come lui!”, Mosè, il grandissimo. Quando però quell’uscita dall’Egitto che era all’inizio si compie nell’entrata nella terra, Mosè invece non c’è più, è rimasto sul Nebo e al suo posto guida il popolo Giosuè, figlio di Nun, una brava persona, un uomo di Dio; però Giosuè, figlio di Nun, non Mosè. La grandezza, la forza, l’autorità di Mosè non è quella di Giosuè. Giosuè è una mediazione più piccola. Quando poi addirittura questa entrata nella terra si compie in quel ritorno dall’esilio, che è visto nella Scrittura come nuovo Esodo e quindi davvero come il vero compimento di quello che è stato il cammino nell’Esodo, non solo non c’è Mosè, non solo non c’è Giosuè, ma non c’è proprio più nessuno. Quello è un popolo di sbandati, senza più capi, senza più re, senza più profeti. Al mar Rosso quello che si apre è il mar Rosso, che fa come due muraglie immense, questa enorme muraglia d’acqua ferma lì, e Israele passa all’asciutto, quando questo evento si compie nell’entrata in terra di Canaan, in Giosuè, si apre il Giordano. Ed è vero quello che lì dicono che il Giordano era in piena, perché al tempo della mietitura il Giordano arrivava fino agli argini, ma sono gli argini di un fiume. Infatti si dice che le acque si aprono, ma non fanno più le due muraglie: sono come un argine. Quando poi ritornano dall’esilio in Babilonia hanno dovuto di nuovo attraversare il Giordano, ma non si è aperto niente; il Giordano rimane chiuso, l’hanno passato a guado. Quando al mar Rosso il mare si apre, lì c’è come dice la Bibbia, la mano potente di Dio, c’è la colonna di nube, c’è la colonna di fuoco. Il Dio potente, immenso, che fa anche paura... quando passano anche il Giordano per entrare in terra promessa c’è una cassetta di legno, che è l’arca dell’alleanza portata dai sacerdoti e quando poi ritorneranno dall’esilio della potenza di Dio non c’è più traccia, non c’è nessuna mano potente, non c’è nessun braccio alzato; c’è un popolo di scampati alla spada, di zoppi e di ciechi. E al mar Rosso Dio si è manifestato come il Dio potente che distrugge il male, simboleggiato lì dagli egiziani; ora l’Egitto era la grandissima, immensa potenza dell’antichità, con i suoi carri, i suoi cavalieri, i suoi soldati scelti e con un potere militare, economico, sociale inverosimile e noi siamo ancora qui a guardare sbalorditi le piramidi... E questo è l’Egitto che Dio stermina facendo niente, perché lui non fa niente, ci pensa il mare a inghiottirlo... Quando Israele entra in terra promessa anche lì Dio sconfigge dei nemici, ma sono i Gebusei, gli Evei, gli Ittiti... sono niente, sono solo popolazioni nomadi! Quattro cammelli, tre capre, un po’ di tende... povera gente, piccoli popoli. La grande salvezza di Dio è adesso quando Israele entra nella terra, perché quando entra nella terra che Israele è davvero salvo! Però, invece, la potenza di questa salvezza al mar Rosso si era vista, qui non si vede, sono poveri popoli, che si spostano in modo che Israele potesse insediarsi. E quando poi Israele torna dall’esilio e lì è la vera salvezza, perché vuol dire che è finito il peccato, che Dio ha perdonato, che adesso il popolo può cercare Dio con il cuore e perciò Dio si lascia trovare, perché adesso c’è la nuova alleanza, quella nei cuori di carne, lì è la grande salvezza e non c’è nessun nemico che muore. Non c’è nessuna potenza di Dio che si manifesta come potenza bellica, di sterminio, siamo nell’assoluta povertà, nell’assoluta mitezza, al punto che Israele ritorna in patria e ci trova i samaritani e non c’è nessuno a cacciare via i samaritani e Israele deve ricostruire Gerusalemme perseguitato dai samaritani. E infine il grande elemento della fede che è la memoria, il ricordo, il grande ricordo dell’evento pasquale: il passaggio del mar Rosso, che poi diventa il piccolo ricordo di quelle dodici pietre messe lì; e allora i bambini chiederanno il significato di quelle pietre... ma poi neanche più nessuno se ne accorgerà! Con quelle dodici pietre il segno della memoria si è fatto piccolo e quando poi Israele torna dall’esilio, la memoria non c’è più, non si ricordano più al punto che devono cominciare a re-insegnare tutto al popolo ( Esdra e Neemia), devono ricominciare a leggere la legge di Dio e istruirsi. Non sanno neanche più come si celebrano le feste, la memoria sembra finita, eppure lì è la salvezza, lì è Dio che fa definitivamente salvo il suo popolo con la nuova alleanza. Questo è quello che io dicevo il progressivo rimpicciolirsi dei segni della salvezza, man mano che diventa sempre più grande la salvezza e sempre più vicino il compimento della salvezza. Più la salvezza è reale, più si compie e più i suoi segni sono piccoli, perché i segni indietreggiano per lasciare posto alla realtà. E allora però finiscono le grandi scene, le grandi masse di popolo, i grandi segni, tutte le dimensioni appariscenti per lasciare posto ad una realtà che è immensa, tanto grande che il mondo non la può contenere e che pure si presenta in una piccolezza sempre più manifesta nella sua dimensione di piccolezza e quindi sempre più invisibile al punto che quando tutto il cammino della storia della salvezza si compie per davvero, ciò che avviene è ancora un passaggio del Giordano, siamo ancora sulle rive del fiume Giordano e c’è un uomo vestito di pelli che predica il perdono dei peccati e il battesimo di penitenza. E allora c’è un uomo che è senza peccato che entra dentro il Giordano e lo attraversa per ricevere il segno del perdono dei peccati, per adempiere ogni giustizia. Non si apre il mar Rosso, non muoiono gli egiziani, non si apre il Giordano e il compimento è un uomo che ci passa attraverso con i segni di una penitenza, il battesimo predicato dal Battista, lui che è senza peccato, quell’uomo che passa il Giordano. Gli egiziani non muoiono, e invece muore lui. Il grande compimento della salvezza adesso è in quel segno così irriconoscibile, non la mano potente di Dio che fa paura, non il fuoco, non il terremoto... un uomo appeso ad un legno, che è morto per dare la vita, per amore, fino all’ultima sparizione dei segni, perché poi il segno definitivo è una tomba vuota, è tutto sparito e il segno adesso è che il corpo di Gesù lì non c’è più, non si vede più e per vederlo devi avere occhi nuovi, per vederlo devi fare come Maria di Magdala nel giardino, che lo vede e non lo riconosce, però quando finalmente si sente chiamare per nome esplode, ha ritrovato il suo maestro! Ma è il Signore Risorto, perché crocifisso. La sintesi è questa: più ci avviciniamo alla salvezza, più c’è bisogno di occhi nuovi, gli occhi della fede per vedere, perché i segni diventano piccoli, perché anche quella tomba vuota in cui l’invisibile prende il sopravvento è poi rivissuta nella nostra storia personale attraverso altri segni ancora più piccoli: un pezzo di pane, un po’ di vino, un po’ d’acqua sulla fronte di un bambino. Sono i sacramenti della chiesa, in cui questa salvezza grande si compie. I piccoli segni che vi sono affidati, di cui voi sacerdoti siete i ministri e i servitori. Vi propongo di andare a vedere più da vicino questa grandezza della salvezza che si compie nella piccolezza. Abbiamo cominciato con un bambino, messo in una cesta e buttato in un fiume, finiamo questo corso anche con un altro bambino, nato da una vergine e messo in una mangiatoia. È il racconto della nascita di Gesù, secondo il Vangelo di Luca, lì dove Luca è molto attento a segnalare la situazione storica. Siamo ai tempi di Cesare Augusto, ai tempi dell’imperatore romano, siamo alle prese con un grande mostro come quello egiziano, una grande potenza e in questo quadro storico di potenza assoluta che si manifesta attraverso i grandi, si manifesta e si realizza la salvezza grande e potente di Dio attraverso i piccoli. Una donna sterile che invece diventa feconda e dà alla luce un bambino, il precursore; una vergine che dice di sì, un po’ di pastori, Simeone che allora muore e la profetessa Anna, quest’anziana che, dopo aver visto il bambino, andava a parlare del bambino a tutti quelli che aspettavano la salvezza di Israele. Una vecchia impazzita! Quelli aspettano la salvezza di Israele e lei che va raccontando di un bambino che è nato; è la follia! È nato un bambino... quelli aspettano la salvezza e che l’impero romano crolli! È nato un bambino! Questa è la follia, bella, di cui noi siamo servitori e che andiamo celebrando giorno dopo giorno con il vostro dono grande. Ecco che la piccolezza diventa realtà di salvezza in quell’incarnazione. Un’incarnazione in una situazione precaria... non c’è posto per loro... Gesù come straniero... Tutto questo avviene perché il grande, il potente, l’imperatore romano ha ordinato un censimento e i piccoli obbediscono... Giuseppe e Maria sono piccoli e si mettono in cammino. Devono andare a Gerusalemme, perché devono essere censiti lì, perché appartengono a quella tribù ed è per questo si ritrovano poi che Maria adesso deve far nascere il Salvatore e non c’è posto per loro. Sembrano che siano i grandi a decidere tutto, tanto decidono tutto che a motivo dei grandi adesso il Salvatore nasce dove non c’è posto per lui, perchè il Signore porta avanti la sua storia a dispetto dei grandi e utilizza quello che è a motivo dei grandi perché sia a dispetto dei grandi... lì, lì la salvezza! E allora ecco il bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. A Luca questa cosa deve aver fatto tanta impressione perché ripete due volte che il bambino era avvolto in fasce e tre volte il fatto che l’avevano messo in una mangiatoia. Effettivamente queste fasce e quella mangiatoia sono il segno visibile del paradosso di questa salvezza che si compie. Le fasce sono il segno dell’amore di una madre, dicono l’accoglienza della vita. Quando una madre aspetta un bambino il suo modo per dire l’amore per questo bambino che ancora non vede e il suo desiderio di vederlo è che gli prepara il corredino, è il modo per dire l’accoglienza della vita, l’amore mentre aspetti che venga, gli prepari di che vestirlo e che sia bello e che dica che siamo contenti che una nuova vita è tra noi. Gesù avvolto in fasce è il segno di quest’amore, di quest’accoglienza ed ecco invece il paradosso brutale: avvolto in fasce che dice l’amore di Maria e messo in una mangiatoia che dice il rifiuto degli uomini! Non c’era posto per loro! O non c’era posto per loro o non avevano loro un altro posto dove mettere il bambino. E allora Gesù nasce accolto dalle fasce e insieme con il segno di questa estraneità: il rifiuto. E questa mangiatoia dice povertà e queste fasce dicono la debolezza del bambino che ha bisogno di tutto. E invece quello è il Salvatore, quello è il re del mondo... altro che l’imperatore romano! Questo è il vero Re dentro una mangiatoia, avvolto in fasce! Sapete che nella tradizione iconografica orientale questo diventa poi segno di quelle altre fasce che sono il sudario in cui Gesù viene avvolto, quando viene deposto dalla croce e poi deposto nella tomba. Nell’iconografia orientale il bambino è avvolto nel lenzuolo, Gesù morto è avvolto nelle fasce e Gesù morto è messo in una mangiatoia. È questa nascita per poter morire d’amore ed è questa morte che è la vera nascita alla vita. In questo bambino si condensa tutta la realtà della salvezza e i pastori che sono poveri e piccoli pure loro, loro capiscono. Nel vangelo di Luca non c’è nessuno che conti alla scena della natività; Matteo ci mette i re magi... invece in Luca non c’è nessun potente, nessun grande, ci sono i pastori, perché sono solo i piccoli che possono capire, che possono vedere un bambino in una mangiatoia e riconoscere il Salvatore, è questo bambino che doveva essere tanto simile ai loro bambini, un figlio di pastori, dove lo mettono i pastori il figlio? Lì dove hanno le bestie, dove anche loro vivono. Quel “bimbino” di Maria, messo lì nella mangiatoia doveva tanto assomigliare ad un figlio di pastori e i pastori lo riconoscono come loro e però come re. È la piccolezza che sa riconoscere la piccolezza e chi è grande non la sa riconoscere, non la sa decifrare. Chi è grande vede solo che quella cosa è piccola e allora la giudica insignificante, inutile, senza importanza. Chi è piccolo vede nella piccolezza tutta la grandezza... è capace di vedere la verità. I pastori sono come i profeti, che sanno vedere al di là delle apparenze; vedono un bambino e riconoscono il re del mondo e questi sono quelli che lo accolgono. Ecco allora di questo mistero di salvezza, che si realizza lì nel bambino, per poi realizzarsi nel Signore Gesù avvolto nelle fasce e deposto nella tomba, che però poi è vuota, di questo mistero voi sacerdoti siete i testimoni privilegiati, siete i mediatori e mediatori efficaci, servi efficaci di questa salvezza, che si compie attraverso il vostro ministero, che è il ministero di questi segni sempre più piccoli, che è il ministero della carità che rende presente in mezzo a coloro che vi sono stati affidati l’amore grande di Dio. E così voi alle prese con questa salvezza, per il dono che avete ricevuto del sacerdozio, siete chiamati a donare tutto, proprio tutto, per rendere efficace e presente per tutti questa salvezza. Concludiamo con un grande canto di gioia e di ringraziamento. Che cosa c’è di meglio del Magnificat? Dio ha fatto grandi cose nella piccolezza, in Maria, la piccola per eccellenza! Lì dove in quel canto si vede tutto il capovolgimento dei valori a cui la Parola e la realtà di Dio ci abitua. I superbi sono dispersi, i potenti rovesciati, gli umili innalzati, quelli che hanno fame adesso sono sazi, quelli che sono ricchi sono poveri, e quelli che sono poveri sono tanto ricchi, perché sono ricchi della loro povertà. È la fedeltà di Dio che si compie nel ricordo della sua misericordia, sono le promesse adempiute, la promessa ad Abramo, Isacco, Giacobbe, la promessa che abbiamo visto snodarsi in questi nostri giorni, nel cammino dell’Esodo, sotto la guida del grande mediatore Mosè. È la salvezza definitivamente realizzata nel segno piccolo piccolo di un ventre fecondo, di una ragazza vergine. È l’ultima piccolezza, è quella del nascondimento, del paradosso, della contraddizione. C’è anche qualcosa di scandaloso lì, oltre che di apparentemente impossibile: una vergine che diventa madre, ma anche qualcosa di problematico perché quello che si vede, quello che sembra è che ci sia una ragazza peccatrice. Ed è il dramma di Giuseppe! Una ragazza che improvvisamente sta per diventare madre, senza essere andati ancora a vivere insieme... Ecco, vedete come i segni sono talmente piccoli, che si possono perfino capire male! Quella sembra una ragazza peccatrice ed è una giovane invece senza peccato, è l’Immacolata in cui si è compiuto il progetto di Dio perché l’Immacolata ha detto di sì e lì allora Dio si può fare uomo e prendere questa carne da ridonare nel dono della vita, nell’amore. E così allora si compie la vittoria sul peccato e sulla morte, sono definitivamente distrutti tutti i vitelli d’oro, così finiscono le mormorazioni, le crisi della fede nel deserto, così finisce il peccato, la guerra, la violenza, il male, la morte... perché c’è una sterile che diventa feconda, Elisabetta, c’è una vergine che diventa madre, c’è la morte che diventa dono di vita, perché il Figlio ormai la dona per sempre. Questo è il mistero di cui voi siete ministri e servi, queste sono le grandi cose di cui non ringraziamo mai abbastanza il Signore e la sua piccola serva e madre Maria.

    Loreto 28 febbraio - 3 marzo 2000
    (Trascritto direttamente dalla registrazione audio; il testo non è stato rivisto dall’autore)

     

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