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    Uomini e donne:

    gioventù adulta

    Raffaele Mantegazza

    p7141

    Pierre Auguste Renoir, "Le due sorelle"

     

    I ragazzi e i giovani sono in generale degli esseri adorabili, pieni di quella sostanza vergine dell'uomo che è la speranza, la buona volontà: mentre gli adulti sono in generale degli imbecilli, resi vili e ipocriti (alienati) dalle istituzioni sociali in cui crescendo sono venuti a poco a poco incastrandosi (…) Purtroppo l'enorme maggioranza di voi finisce per capitolare appena l'ingranaggio delle necessità economiche l'incastra, lo fa suo, l'aliena[1]

     

    I giovani sono adulti. Nonostante tutti i tentativi di infantilizzarli, di mantenerli nel limbo di una adolescenza protratta, nonostante si continui a definire “ragazzo” un uomo di 35 anni, occorre ricordare che i giovani non sono più né bambini né adolescenti. Eppure assistiamo in modo sempre più diffuso al fenomeno che potremmo definire “adolescenza interminabile”, intendendo con esso la sopravvivenza delle caratteristiche adolescenziali in un periodo della storia dell’individuo che invece dovrebbe prevedere il loro abbandono; il giovane si trova così ad affrontare la terra dell’età adulta avendo smarrito l’elasticità dell’adolescenza ma riproponendone i vissuti evolutivi più delicati, quali appunto la dipendenza, la difficoltà a rendersi autonomi, la difficoltà a trovare uno stabile oggetto di investimento amoroso. Queste caratteristiche di una sorta di adolescenza in ritardo sono tipiche dell’intera società adulta di questa epoca, caratterizzando così l’adulto del XXI secolo come un adolescente protratto o meglio, come ebbe a dire incisivamente il filosofo Tito Perlini, un “bambino putrefatto”[2] Si viene a creare una sorta di cortocircuito tra il giovane che chiede spazio all’adulto e che gli chiede aiuto per compiere quei passi evolutivi che l’adulto stesso non ha saputo compiere; sei giovani permangono adolescenti e prolungano la loro impasse evolutiva, ciò accade probabilmente perché l’elaborazione del loro vissuto e della loro situazione adolescenziale non è favorita da una società adolescente in ritardo, da una società di bambini putrefatti

    Crediamo allora che non si possa pensare di lavorare con i giovani cercando di aiutarli a trovare il loro ruolo nel mondo e adulto se non si lavora contemporaneamente al recupero del ruolo adulto e dell’identità adulta o meglio di un suo profondo ripensamento; circondati da adulti sempre irosi e arrabbiati con il mondo, tesi alla massimizzazione del profitto, pronti a sacrificare gli affetti più cari per un posto di potere, i giovani non possono certo essere entusiasti della prospettiva di crescere. Il mondo adulto che dovrebbe accogliere il giovane sembra agire invece come respingente, sembra fare di tutto per impedire che essi si inseriscano in una identità adulta pacificata e positiva. Il mondo adulto è ancora e sempre una gerontocrazia: 

    Col potere delle cose posso avere la tua vita controllata e si chiama libertà.

    L’esperienza quotidiana del terrore ti lascia soltanto me.

    La violenza consumata nell’amore ti spinge incontro a me.

    Se tu guardi nel passato troverai tutto quanto stabilito e si chiama verità.

    Senza storia né memoria lascia che io scriva i passi tuoi.

    Vivi in pace la tua vita, non pensare, e sogna felicità[3]. 

    Come riuscire a uscire da questa situazione? Come fare in modo che la plasticità e l’elasticità del giovane provochi positivamente l’adulto a recuperare il ruolo che sembra avere smarrito? Anzitutto occorre a nostro parere proporre e praticare un positivo recupero del senso del limite, quel senso che una società prometeicamente lanciata verso l’illimitato profitto ha da tempo dimenticato. Oggi i limiti si abbattono o si cancellano: attraverso le tante doping sportivo, amministrativo, professionale. Per un giovane che è da poco uscito dall’adolescenza, per definizione età che non accetta e non conosce limiti, questo è esiziale: lo si vede nel mondo del lavoro, nel quale i giovani sono inseriti in una folle competizione post-darwiniana che cerca sempre, anno dopo anno, di superare i profitti dell’anno precedente. . Nonostante si continui a parlare di capitalismo dei limiti, sembra che l’idea di limite sia strutturalmente estranea alla filosofia del capitale, che vive e si sostiene sul dogma della sua espansione potenzialmente infinita: dopo l’Europa e gli Usa, la Russia, la Cina, l’Africa e perchè no, il Sistema Solare. dall’imperante e dilagante filosofia del “no limits”: il limite viene sempre più vissuto come qualcosa da abbattere e da superare in continuazione, non per trovarne un altro sulla propria strada ma per spazzare via ogni possibile limitazione al proprio narcisistico senso di superiorità. La declinazione “machista” di questa filosofia sarà anche in crisi, ma ci sembra che tracce di questo modo di pensare siano tuttora presenti nei contesti lavorativi, formativi, di divertimento. La patetica conseguenza di questo modo di vedere il mondo à un antropocentrismo sempre più evidente e una conseguente divisione del mondo in “perdenti” e “vincenti”. La formazione si è ben presto mostrata fin troppo pronta a recepire questa esigenza; come recita lo slogan di una scuola superiore di Washington D.C., “vogliamo creare un mondo di vincenti”: il paradosso di questo buffo slogan è che si chiede ovviamente chi siano allora i perdenti (se c’è qualcuno che vince ci deve essere necessariamente qualcuno che perde!) e soprattutto che ci si domanda perché mai non si dovrebbe cercare di creare un mondo di persone felici, al di là della trita enfasi sul vincere ad ogni costo, sull’abbattere il senso stesso del limite. Occorre allora che l’adulto recuperi un limite inteso come gusto della vita, da superare ove possibile e da lasciar sussistere senza drammi ma senza finzioni laddove il superamento non avviene; un limite che è esistenziale e professionale, e che non può che passare attraverso la messa in discussione del paradigma dello sviluppo e del progresso inteso in senso meramente quantitativo[4].

    Il giovane è chiamato ad assumersi responsabilità adulte: il diritto di voto, la possibilità di guidare un’automobile, la piena responsabilità giuridica sono fenomeni iniziatici che dovrebbero accompagnarlo in una società adulta che proprio nel campo della responsabilità dovrebbe mostrare una differenza qualitativa rispetto al mondo degli adolescenti: ma oggi per gli adulti sembra sempre più difficile assumersi la responsabilità di ciò che accade, e soprattutto ricostruire le catene di responsabilità dirette e indirette (proprie e altrui) che stanno dietro un evento. L’accettazione della logica del lavoro a catena anche la di fuori del contesto della produzione, una logica secondo la quale è sempre possibile scaricare le responsabilità su chi ci ha preceduto o chi ci ha seguito nella lunga catena di operazioni che hanno dato luogo a un evento, porta al rinvio della legittimazione della propria azione a istanze più alte e invisibili. E’ preferibile imputare il Caso o il Destino della responsabilità del proprio errore e del proprio fallimento e magari interpellare una cartomante televisiva; la deresponsabilizzazione progressiva fa sì che gli errori e le sconfitte vengano sempre più attribuite a istanze anonime e il già citato principio del ciclista fa sì che si trovi sempre qualche “altro” più in basso sul quale scaricare le proprie frustrazioni: sia esso il figlio, la colf senegalese o il lavavetri albanese. Viene così sviluppata dall’adulto, paradossalmente, a fianco di questa sorta di legittimazione dell’impotenza (se non ho responsabilità non posso fare assolutamente nulla per cambiare lo stato di cose), una idea di autonomia non intesa come libera acquisizione di dipendenze ma come totale libertà da qualsiasi principio: se io non sono responsabile di ciò che faccio, allora sono autonomo in modo del tutto delirante. In realtà l’adulto si illude di essere autonomo perché ha smarrito la capacità di cogliere l’articolazione mezzi-fini nelle sue scelte e nelle sue azioni: e la fittizia proliferazione delle possibilità di scelta provviste dal mercato non sopperisce certo alla mancata visione delle conseguenze prime e ultime delle proprie scelte. Si crede di scegliere liberamente perché si vedono tante possibili scelte, ma non ci si rende conto che la reale possibilità di scelta, la scelta di scegliere o di non scegliere, che è anche scelta della possibile riduzione delle possibilità di scelta, non è concessa. Si insegue allora, nelle droghe dell’industria del divertimento o di certi integralismi che certo non sono solo islamici, la totale liberazione da ogni e qualsiasi dipendenza, fino alla distopia del soggetto perfettamente autosufficiente in quanto perfettamente impotente.

    E’ compito dell’adulto allora proporre al giovane, ma soprattutto a se stesso, una idea di autonomia non come delirante rifiuto di ogni dipendenza ma come libera acquisizione di dipendenze non autodistruttive e non totalizzanti; l’adulto sa di dipendere dall’umore del partner, da qualche sigaretta, dal successo del proprio lavoro, ma le sue dipendenze, a differenza di quelle adolescenziali, non lo portano all’autodistruzione e soprattutto possono essere modificate, scambiate,anche abbandonate, sempre per allacciare liberamente (nei limiti dell’umanamente possibile) altre dipendenze. La vera autonomia consiste nella differenziazione delle dipendenze e nella consapevolezza che la nostra identità plurale e plurima è legata a una serie di luoghi e tempi, situazioni e oggetti: occorre allora guidare i giovani alla ricerca dei “loro” oggetti, delle cose e delle situazioni che li fanno sentire “a casa propria”, occorre aiutarli nell’arredo del loro “rettangolo privato e personale”. Un compito reso difficile dalla clonazione degli oggetti e delle merci che livellano le differenze e soprattutto rendono arduo l’investimento emotivo su un oggetto che sia realmente “nostro”. Per contrapporsi alla bulimia delle merci non occorrerà un elogio della povertà (di solito ben poco elogiata da chi la vive davvero ogni giorno) ma una sorta di “rasoio di Ockham” da applicare anche sul superfluo, fino a intendere il soggetto adulto come costellazione di dipendenze liberamente scelte con la sola eccezione delle dipendenze che eliminano le reali possibilità di scelta (la droga, l’omicidio, il culto frenetico del successo a tutti i costi)

    Ma quello che forse è l’aspetto più perturbante di questa adolescenza interminabile che coinvolge e caratterizza gli adulti di oggi è la trasformazione della dimensione temporale nella quale si vive in una sorta di eterno presente senza possibili riferimenti progettuali al passato. Possiamo indicare nella paura del tempo vuoto, del tempo non amministrato l’aspetto paranoide dell’età adulta contemporanea: un aspetto dal quale l’adulto si difende non solo riempiendo indefinitamente il tempo con “cose da fare” ma anche sottoponendolo continuamente a un conteggio sempre più particolareggiato, al quale è sempre associato un aspetto ci valutazione: in qualsiasi organizzazione delle attività all’interno di una istituzione ritroveremo quest’ansia di conteggiare e capitalizzare il tempo nelle sue unità minimali (ore, minuti, anche secondi) parallela all’occupazione preventiva e/o alla rifunzionalizzazione postuma dei “buchi bianchi”[5] nella catena temporale. Il tempo si trasforma allora in un cancro, in una entità che divora l’individuo dall’interno. Questo individuo adulto totalmente espropriato della temporalità più propria dell’uomo (che non è mai solo una temporalità intima vissuta nel delirio della solitudine, ma consiste invece nell’accordare tempo esterno e tempo interno per fondare un’operazione di modificazione del mondo) non può non essere caratterizzato da una sfiducia quasi “fisica” nel futuro, e, per quanto riguarda il tempo passato, dalla difficoltà a gestire i distacchi, i lutti, le frustrazioni conseguenti ad ogni legame emotivo. Per gli adulti allora la progettazione del futuro è una inutile attività utopica, il racconto del passato è la rievocazione di una collezione di sconfitte, e solo lo sprofondarsi in un illusorio presente permette la altrettanto illusoria fuga dalle idee di morte, di congedo e di distacco.

    Per poter ridefinire il tempo dell’adulto (oggi sempre più simile a quella temporalità ciclica della quale abbiamo detto sopra) occorre però educare alla morte, saper praticare una vera e propria pedagogia della morte[6]; il che significa imparare a gestire i distacchi, i lutti, le fini, le conclusioni, e in fin dei conti significa apprendere la stessa lezione evolutiva che i giovani fanno tanta fatica ad accettare: che tutto finisce, che la morte è il limite ultimo delle cose, che occorre imparare a morire perché è questa la dimensione fondante della nostra creaturalità. E occorrerà poi imparare che la morte è terribile ma anche poetica e che non presenta mai queste due facce disgiunte se non nella morte atroce dei massacri, della Shoà, dello sterminio e delle bombe. L’adulto seducente rifiuta di sedurre la morte e di farsi sedurre da essa, in una posizione tanatofila: ma non rifiuta la partita a scacchi con la morte giocata dal Bloc del Settimo Sigillo di Bergman, una partita che ha senso anche perché, e solo perché, è persa in partenza. La gioventù deve imparare a terminare. E anche l’adulto allora ha lo stesso difficilissimo compito che attende i giovani: imparare a finire.

    L’adolescente che diventa adulto attraversa il territorio della gioventù come un inizio, una novità, un capodanno: guidare il giovane a celebrare questo inizio di una nuova fase della sua vita è il compito entusiasmante che attende l’adulto: 

    Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi ecc. ecc.. E' un torto in genere delle date. Perciò odio il capodanno.Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e ritrovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. [7] 

    I giovani adulti hanno bisogno di adulti, anche se non più giovani; adulti che riassaporano il gusto perduto della loro gioventù quando si accingono ad affiancare un giovane nel delicato ed entusiasmante percorso della vita. Solo in questo senso, del saper educare i giovani ed educarsi con i giovani, del saper vivere ogni giorno una vita rinnovata, una vita che sappia stupire e non si chiuda mai nel cerchio della routine o della scontatezza, solo in questo senso è possibile essere giovani per sempre, Forever Young: 

    May God bless and keep you always, may your wishes all come true,
    May you always do for others and let others do for you.
    May you build a ladder to the stars and climb on every rung,
    May you stay forever young.

    Forever young, forever young, may you stay forever young.

    May you grow up to be righteous may you grow up to be true,
    May you always know the truth and see the light surrounding you.
    May you always be courageous stand up right and be strong,
    May you stay forever young.

    Forever young, forever young, may you stay forever young.

    May your hands always be busy, may your feet always be swift,
    May you have a strong foundation when the winds of changes shift.
    May your heart always be joyful, may your song always be sung,
    May you stay forever young.

    Forever young, forever young, may you stay forever young.
    [8]
     



    [1] Pasolini, I Dialoghi, cit. pag. 150

    [2] Tito Perlini, “Infanzia e felicità in Adorno”, Comunità, 161/162, 1970

    [3] Area, Gerontocrazia, dall’album Maledetti/Maudits

    [4] L’ovvio riferimento è a Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Milano, Feltrinelli, 2009

    [5] Definiamo “buco bianco” un frammento di spaziotempo essenziale per la resistenza del soggetto, uno spazio di crepa, di falda, di soglia che si incunea nelle incrinature presenti tra gli oggetti e nell’anima stessa degli oggetti. Il buco bianco è spazio pudico e nascosto nel quale rielaborare e finalizzare i propri sforzi; spazio di riposo ma anche di disimpegno attivo dal fragore del mondo; è il cespuglio dietro il quale si nasconde la tigre prima di spiccare il balzo, è il silenzio gravido di promesse proprio di quel cespuglio. Nel buco bianco ci si cela, ci si nasconde: pensiamo al buco bianco come a uno spaziotempo di ridefinizione di frammenti di quel Sé violentato dalle istanze di dominio, di riappropriazione di tutti i significati delle cose che sono stati cancellati dal trascorrere dei secoli. Il bigliettino che i due adolescenti innamorati si scambiano in segreto nell’aula scolastica, il doppiofondo della cartella nel quale il bambino nasconde i soldatini come il muro della cella sul quale il deportato scrive messaggi d’amore o di lotta, sono frammenti interstiziali in uno spaziotempo del dominio che crediamo omogeneo ma che in una prospettiva resistenziale possiamo colonizzare con i “nostri” buchi bianchi.

    [6] Raffaele Mantegazza, Pedagogia della morte,. L’esperienza del morire e l’educazione al congedo, Troina, Città Aperta, 2004

    [7] Antonio Gramsci, Cronache torinesi, 1913-1917, Torino, Einaudi, 1980, pag. 47

    [8] Per sempre giovane
    Che Dio ti benedica e custodisca sempre,
    possano i tuoi desideri tutti avverarsi,
    possa tu sempre aiutare gli altri e lasciare gli
    altri aiutare te.
    Possa tu costruire una scala fino alle stelle
    e salirvi gradino per gradino,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Sempre giovane, sempre giovane,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Possa tu crescere e diventare onesto,
    possa tu crescere e diventar sincero,
    possa tu sempre conoscere la verità e vedere la luce
    intorno a te.

    Possa tu sempre essere coraggioso e
    stare ben dritto in piedi con la testa alta,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Sempre giovane, sempre giovane,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Possano le tue mani sempre essere impegnate,
    possano i tuoi piedi sempre essere veloci,
    possa tu avere una base solida quando il vento
    dei cambiamenti soffia.

    Possa il tuo cuore sempre essere gioioso,
    possa la tua canzone sempre essere cantata,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Sempre giovane, sempre giovane,
    possa tu rimanere per sempre giovane.

    Bob Dylan, Forever young, traduzione tratta dal sito: https://www.culturacattolica.it/default.asp?id=142&id_n=4966

    (da: Tra il marzo e il giugno della vita. Pedagogia della gioventù, Elledici 2011)

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