Intervista a Egidio Viganò
a cura di Antonio Martinelli
(NPG 1984-2/3- 41)
UNA SCELTA: RICONCILIAZIONE E PENITENZA
Ci troviamo di fronte ad alcune situazioni convergenti
Mi riferisco al Sinodo e al tema «Riconciliazione e Penitenza», all'Anno Santo, alla situazione mondiale in continua tensione che in alcuni momenti pare apocalittica, all'insistenza per un ritorno al sacramento della penitenza.
È possibile un collegamento?
C'è una convergenza di fatto e non voluta. Possiamo dire anche una convergenza fortunata.
Il Sinodo aveva già il suo tema, e i lavori preparatori erano già avviati, quanto è arrivato l'annuncio dell'Anno Santo. Coincidenza perciò tra il tema del Sinodo e i contenuti del Giubileo, che mette in vista, in modo straordinario, il mistero della Croce e le ricchezze della Redenzione.
Il Sinodo è risultato così uno degli atti più importanti e uno dei momenti più significativi di questo Anno Santo.
Verrebbe da chiedersi: non sarebbe più esatto l'ordine inverso nel titolo del tema sinodale? Non c'è forse bisogno prima di cambiamento di mentalità e conversione interna per poi arrivare ai gesti della riconciliazione?
Perché non parlare di «penitenza e riconciliazione»?
Per capire a fondo il significato della riconciliazione bisognerà inserirsi nell'ambito della rivelazione cristiana, come quando consideriamo l'amore: l'ottica orizzontale del servizio al prossimo è vera perchè frutto e proiezione dell'amore di Dio. Possiamo essere veri fratelli solo perché siamo insieme figli dell'unico Padre.
Così anche nella riconciliazione.
La formulazione che antepone «riconciliazione» a «penitenza» invita a scoprire il principio fondante: l'infinita bontà di Dio, padre di misericordia.
Si parte cioè dal tema biblico dell'alleanza, distrutta dal peccato dell'uomo, ma oggetto continuo di ricostruzione da parte dell'iniziativa divina.
Nel momento della storia e nella missione della Chiesa, diversamente dal movimento soggettivo, viene prima la riconciliazione, l'iniziativa di Dio che riscostruisce l'alleanza, la profezia della misericordia.
L'iniziativa riconciliatrice di Dio nobilita la nostra conversione e fa assurgere gli atti umani di penitenza a capacità oggettiva di riconciliazione.
Essa è possibile e si fonda sul mistero della misericordia, incarnata nel Cristo e concentrata nella sua Pasqua.
Tocchiamo qui l'essenza del Cristianesimo nella storia.
RICONCILIAZIONE: ENERGIA STORICA
Fino a che punto il Sinodo è entrato nell'analisi e nelle prospettive di soluzione della crisi del mondo odierno?
Quale il senso della partecipazione del vescovo del Giappone, Mons. Stefano Fumio Hamao, che porta in sé l'esperienza della bomba atomica o del cardinale Aramburu di Buenos Aires che sta vivendo situazioni di particolare disagio per una riconciliazione sociale?
Il Sinodo parte sempre da una realtà vissuta, dalla prassi universale della Chiesa. Erano rappresentati episcopati presenti in tutti i continenti, in tutte le culture e in tutti i popoli. Molti hanno presentato in forma incisiva e insistente l'aspetto sociale del tema, soprattutto nella prima settimana dei lavori. Hanno analizzato crude- mente la triste situazione dei popoli della terra: i dissidi, gli attacchi alla libertà e alla dignità umana, le prepotenze politiche economiche e sociali, le discriminazioni razziali e religiose, le aggressioni belliche, la violenza e il terrorismo, l'ingiusta distribuzione delle risorse del mondo, le diverse strutture opprimenti, e soprattutto l'angoscia e l'egoismo e la volontà di male nel cuore stesso dell'uomo.
In tale contesto hanno messo in evidenza l'importanza straordinaria che ha, nella storia umana, la missione dlela Chiesa. Hanno fatto toccare con mano come senza l'azione del Signore e della sua Chiesa l'umanità va alla deriva.
Più che mai oggi la Chiesa ha questo compito storico.
Qualcuno ha fatto osservare come questa missione deve essere compresa oggi come una vera «energia storica», in contrapposizione alla maniera con cui certe ideologie atee hanno presentata l'analisi della società e il motore della storia nella conflittualità e nella lotta di classe, in definitiva nell'odio.
La possibilità di pace e di riconciliazione, invece, e la costruzione di un mondo più fraterno è fondata proprio su questa missione della Chiesa: la forza dell'amore che cambia il mondo!
Mi pare di capire che sta toccando qui un punto molto importante dei lavori sinodali. Come ogni avvenimento che fa storia, anche il Sinodo ha possibilità di essere accostato con ottiche diverse.
Quale prospettiva offre lei?
La chiave di lettura del Sinodo è appunto questa missione della Chiesa, aperta in forma complementare e attentamente concreta a tre aspetti:
- quello socioculturale, interessato ai molteplici problemi che l'umanità vive e che rimettono in questione, in continuità, la riconciliazione e la pace;
- quello sacramentale della celebrazione del quarto sacramento, la penitenza propriamente detta;
- quello ecclesiale globale, che allarga a tutta la Chiesa la sacramentalità, e traduce in atteggiamenti esistenziali i molteplici valori della riconciliazione e penitenza. Il card. Martini ha il merito d'aver condotto l'assemblea al superamento del tripolarismo, centrando tutto il lavoro sulla linea portante, unica e unitaria, della «missione riconciliatrice della chiesa», che si manifesta nei tre aspetti indicati. Ecco allora un'urgenza prioritaria e ineludibile: quella di rinnovare la prassi ecclesiale, il ministero della parola, i contenuti della catechesi, gli atteggiamenti degli operatori di pastorale, l'educazione delle coscienze.
La chiesa dovrebbe saper presentare i valori costitutivi della riconciliazione e della penitenza, nelle svariate loro manifestazioni, come l'energia motrice di una convivenza umana rinnovata, nella quale il senso di Dio Padre misericordioso, la capacità dei cittadini di dialogare e di riconciliarsi nel rispetto dei diritti della persona e l'impegno dei popoli per la pace costituiscano il fermento di una civiltà animata dall'amore.
Dai contenuti concettuali alla prassi: è qui un'altra causa, una motivazione del decadimento della penitenza come sacramento. La celebrazione quasi meccanica del sacramento e le carenze da parte dei preti-confessori nel presentarsi come segni e testimoni della misericordia di Dio, e da parte dei peccatori nel presentarsi come penitenti impegnati nella conversione, hanno frenato il rinnovamento nel concreto della vita dei credenti, rinnovamento nella celebrazione del quarto sacramento.
Gli aspetti di apertura offerti dall'Ordo Penitentiae sono rimasti piuttosto sconosciuti e non utilizzati.
Riprendendo il suo intervento al Sinodo: lei aveva richiesto un ripensamento linguistico e celebrativo del sacramento della penitenza. Ha avuto seguito la sua richiesta nel Sinodo? c'è stato il tentativo di una risposta?
Devo dire che l'esigenza espressa non poteva avere una risposta immediata. Al Sinodo erano rappresentate tante culture. Tocca ai Pastori locali avere creatività al riguardo. In realtà c'è da ripensare la terminologia e il modo di celebrare.
Si rendono necessari dei ripensamenti, degli adattamenti e degli arricchimenti di alcuni termini impossibili da cambiare. Nell'insieme però si è cercato di sottolineare in modo vigoroso e nuovo tutto l'aspetto comunitario del sacramento della penitenza.
La seconda forma di celebrazione, che è una preparazione comunitaria, va intensificata.
Si è chiesto per questo l'istituzione di un ministero laicale «non sacramentale» della penitenza: non vuol dire assolvere dai peccati, ma essere capaci di creare un clima e muovere una comunità in ascolto della profezia della misericordia, in atteggiamenti penitenziali, in iniziative di preparazione al quarto sacramento.
È un esercizio richiesto oggi più di ieri nei quartieri, negli ospedali, in tanti gruppi. Un rinnovamento dell'aspetto comunitario darà molta importanza alla profezia della misericordia di Dio, attraverso il ministero della parola. Sarà anche importante rivalorizzare i tempi forti dell'anno liturgico, in particolare l'Avvento e la Quaresima, i pellegrinaggi soprattutto ai santuari mariani, la solidarietà con i bisognosi, il digiuno, la preghiera, ecc. ecc.
Il Sinodo ha aperto una visione di rinnovamento che va continuato nelle chiese locali.
RICONCILIAZIONE E GIOVANI
Mi ha meravigliato che nessuno, da quanto ho letto, salvo il vescovo di Guadalajara, nel Messico, ha parlato dei giovani in questo contesto di riconciliazione.
Una dimenticanza? Una preoccupazione di altro?
Nel Sinodo e soprattutto nei circoli minori si è parlato con speciale interesse dei giovani. L'assemblea sinodale si esprime poi ufficialmente in ciò che è contenuto nelle famose «proposizioni» conclusive.
Ora c'è una proposizione, la 55, interamente dedicata ai giovani, e poi ci sono altre allusioni ad essi.
Quella dedicata ai giovani vincola l'impegno degli operatori di pastorale a sollecitare le capacità della gioventù per costruire il futuro, e di dare ai giovani come compito la costruzione della civiltà dell'amore.
Sulla civiltà dell'amore ci sono stati molti interventi con l'intento di presentarla non come una utopia irrealizzabile, ma come fascio di valori che esigono una metodologia di formazione delle coscienze, della responsabilità verso la sua costruzione. Si è parlato dei giovani ancora quando si è pensato al tema per il prossimo Sinodo.
Lei è intervenuto al Sinodo manifestando l'urgenza di ripensare, alla luce dell'attuale cultura, i contenuti e lo stile della riconciliazione. Tutto questo come può essere riferito ai giovani d'oggi?
Innanzitutto far vedere che vincolare il tema della riconciliazione con la cultura significa far emergere nella cultura contemporanea i valori che portano al dialogo, alla capacità di perdono e di convivenza nella differenza, di accettazione delle tensioni senza che divengano conflitti, come elemento normale in una società pluralista. -
Tutto questo ha bisogno di formazione e va fatto soprattutto con i giovani.
Poi, in particolare, nella formazione dei giovani cristiani l'influsso straordinario che dovrebbe avere la celebrazione del sacramento della riconciliazione, che tocca l'intimo più profondo della persona, la sua coscienza, la sua libertà e la capacità di mettere in sintonia coscienza e libertà con le esigenze della civiltà dell'amore.
Rifare in loro il senso del peccato; far percepire che se Dia, per distruggere il peccato, ha fatto quello che è successo negli eventi tragici della Croce, vuol dire che il peccato ha una malizia e un peso incredibili, che non può essere giustificato con una spiegazione semplicemente psicologica o sociologica o altra scusa.
Approfondire, perciò, la fede; partire dalla contemplazione del paradosso della Redenzione, dalla persona del Cristo.
Due provocazione che emergono dalla ricerca compiuta dalla Università Salesiana, per vedere come il Sinodo ha tenuto presente il problema e quali prospettive possono essere utilizzate.
La prima. Il campione della ricerca pur sbilanciato a favore di giovani `di ambienti cattolici' (i 2/3) ha evidenziato come questi giovani non parlano mai di Gesù Cristo quando parlano di peccato, di riconciliazione e di penitenza: è il grande assente. La seconda. Il 50% dei giovani dice di non andare mai a confessarsi; degli altri una buona parte va a confessarsi due o tre volte all'anno e non nei momenti che per noi sono importanti.
Dal Sinodo che cosa si può ricavare di fronte a questi problemi?
Rifacciamoci al tema sinodale della crisi del sacramento. Nessuno può negarla.
Il Sinodo è andato alla ricerca delle cause, non però dei `colpevoli'.
E tra queste ha fatto riferimento a due situazioni che impegnano direttamente l'azione pastorale: il modo di presentare il peccato e il modo di presentare il sacramento.
Non è stata accettata la triplice distinzione da alcuni avanzata di peccato capitale, di peccato grave e di peccato quotidiano; ma si è voluto mantenere la duplice distinzione di peccato mortale e di peccato veniale, più in consonanza con l'implicazione della libertà.
Questi termini classici, però, esigono una catechesi nuova. A livello catechetico non si deve parlare di peccato solo come di oggetto di una confessione, ma come di un esame di situazione della propria persona davanti a Cristo.
Rimane, è vero, il problema del rapporto soggettività-oggettività; però ciò che si giudica ed è in gioco non è la morale o la norma; è questa persona con una sua azione.
Quindi è da introdurre innanzitutto un concetto più teologico, più personale, più profondo, di peccato, in relazione con il concetto di alleanza e di amicizia.
Poi il senso del sacramento come espressione dell'aspetto più bello e più grande che ha Dio.
Giustamente la liturgia ci ricorda che Iddio manifesta la sua grandezza e onnipotenza soprattutto «perdonando e mostrando misericordia». Non per nulla il documento più citato dei padri sinodali è stata la enciclica «Dives in misericordia».
È iniziativa sua cercare il modo di risolvere il problema dell'uomo, con la bontà più che con criteri di peso, di specie e di numero.
DIGNITÀ DEL PENITENTE
Ci sono nel Sinodo, a leggerlo dall'esterno e dai comunicati ufficiali, due visioni: una insiste sulla dimensione strutturale e sociale sia del peccato che della riconciliazione, appellandosi alla sensibilità contemporanea; e l'altra si richiama di più alla dimensioni personale di ogni sacramento.
Nei gruppi di lavoro i Padri sinodali hanno insistito certamente sull'aspetto sociale e strutturale. E nelle «proposizioni» con elusive ritorna questa terminologia.
Una proposizione in particolare sottolinea l'importanza del peccato sociale, facendo vedere però che si applica solo analogicamente il concetto di peccato.
Detto questo, distingue tre aspetti del così chiamato peccato sociale. Peccato sociale, quelle che è nella mentalità e nelle culture peccato strutturale, quello che è nelle strutture economiche e politiche; peccato collettivo di coloro che in solidum prendono una decisione peccaminosa.
L'accento poi è messo non sulle distinzioni su riportate, ma sul peccato sociale in genere, nel senso che, dopo aver chiarita la responsabilità personale, bisogna saper mostrare che la responsabilità non finisce mai negli individui, ma ha sempre una ripercussione sociale, sia nel bene come nel male.
Oggi le conseguenze sociali del peccato umano sono enormi e bisogna muovere i fedeli ad averne coscienza e a decidersi con coraggio nell'impegno per migliorare l'attuale società.
Un aspetto che percorre tutti i lavori del Sinodo e lo si ritrova al crocivia di molti problemi dibattuti è quello che potremmo chiamare il «personalismo cristiano dei sacramenti».
Tale carattere personale ha due sensi: la celebrazione dei sacramenti fatta dalla comunità ecclesiale è rivolta, in definitiva, a ogni singola persona; i frutti della celebrazione ecclesiale tendono a trasformare ogni singola persona in un corrispondente sacramento vivo. La strada additata dalla Chiesa per combattere il peccato sociale passa in definitiva attraverso le persone.
Perciò il rinnovamento della prassi penitenziale deve tendere a formare nei fedeli la dimensione personale di questo sacramento, privilegiando approfondendo e migliorando la prima e la seconda forma celebrativa del nuovo Ordo penitenziale.
Così si promuoverà la `responsabilità' personale - come ha detto il card. Lustiger di Parigi - contro l'attuale invadente tentazione della massificazione.
Cerco di capire il senso del discorso. Fatalismo, determinismo, coercizione ad agire sono i risultati di un'autocritica immisericorde della cultura contemporanea che si rassegna ormai a disperare dell'ideale, ma la fede si ribella contro tanto ripiegamento.
Come ha risposto concretamente il sinodo?
Con la riscoperta della «dignità del penitente».
Che cosa significa essere penitente? Come è il suo cuore e come si trasforma la sua coscienza?
L'analisi del cuore di un penitente ci mostra due elementi che si permeano mutuamente: anzitutto i così detti «atti del penitente», ossia quell'atteggiamento personale fatto di conversione interiore - di riconoscimento dei peccati - di proposito di emendamento - di serio impegno nel riparare i danni arrecati, e poi la «grazia sacramentale», ossia l'incontro con Cristo che dona un'energia di risurrezione, come medicina efficace su misura assolutamente personale.
Tanto gli «atti del penitente» come la «energia vitale di Cristo» tendono a dare uno stile quotidiano a tutta la vita perché divenga testimonianza della Pasqua nel suo duplice aspetto di espiazione e di profezia della misericordia.
Così l'esistenza stesa del penitente diviene una partecipazione, vissuta in permanenza, dei valori pasquali.
Una delle dimensioni costitutive della Chiesa pellegrinante è appunto la sua caratteristica penitenziale, per cui vive nell'umiltà, nel riconoscimento delle proprie
manchevolezze, nella creatività della conversione, nella generosità della riconciliazione, nel coraggio della proclamazione del Vangelo con ansia di pace.
NELLA PROSPETTIVA DELL'INCULTURAZIONE
Non crede che si possa creare un corto circuito tra il discorso religioso e quello antropologico?
La crisi, mi sembra, è di tipo culturale, relativa a ciò che è responsabilità, a quanto si può o non si può fare in questo tipo di società.
Basta pensare ai giovani in Italia.
Proprio quelli che credono, dice l'inchiesta dell'Università Salesiana, di fatto si trovano in grossa difficoltà a dare un contenuto di ritorno a questo incontro con l'amore di Dio.
Nel momento in cui uno tenta di superare l'aspetto emozionale per farlo diventare atteggiamento di vita non sa in concreto cosa vuol dire riconciliazione.
Il corto circuito è facile, facilissimo anzi. Quando il Sinodo afferma che bisogna partire dalla fede per la retta comprensione della riconciliazione, domanda di rinnovare le proposte dei contenuti della rivelazione, domanda di rivedere la catechesi, la predicazione. C'è da chiedersi oggi, nel nuovo contesto culturale, che cosa e come bisogna annunziare? In altre parole è da scoprire in profondità il significato della Pasqua: la passione e morte di Cristo, la sua risurrezione, l'inizio della Nuova Alleanza.
Riscoprire per saperlo presentare.
Lo stesso vale per il sacramento della penitenza.
La reazione dei giovani rivela un problema più serio che investe tutta la Chiesa, teologi e pastori: bisogna formulare quella sintesi, che tutto il popolo di Dio aspetta, tra le scienze dell'uomo e le proposte della fede.
Siamo sicuri che non c'è né contraddizione né alternativa tra la psicologia e la teologia della grazia. Siamo sicuri che non c'è nella vita del santo, del cristiano e del credente che una sola verità.
Come la si presenta oggi? Qui è il problema.
Siccome le scienze antropologiche hanno in questi tempi corso molto di più delle scienze della fede, forse c'è bisogno di mettere la velocità delle seconde allo stesso ritmo delle prime, per farle andare insieme.
E un compito indilazionabile: urge superare il dissidio tra «cultura» e «Vangelo».
Negli interventi al Sinodo si è notata l'esigenza di adeguamento alle culture, alle civiltà, alle situazioni dei diversi popoli. Questo comporta un modo nuovo e diverso nel parlare, nel celebrare e nel vivere.
È presente tutto ciò nelle «proposizioni»?
Certamente si.
Una delle ultime `proposizioni' parla della riconciliazione e le culture.
Si è insistito molto anche sul dialogo con la cultura emergente.
Il Sinodo non ha detto il «come» bisognerà fare in concreto. Ha riconosciuto però l'urgenza e ne ha stimolato l'adeguamento. Ha dato dei criteri universali, lasciando l'iniziativa, necessariamente, ai responsabili nei diversi contesti ecclesiali.
Così per concludere: è tornata di più nei discorsi al Sinodo la parola 'peccato' o la parola `riconciliazione'?
Come ho già avuto modo di esprimere, il documento più citato nel Sinodo è l'enciclica 'Dives in misericordia'.
Poi però certamente è stato più facile parlare delle cose nostre di noi uomini, cioè delle difficoltà nei rapporti personali e sociali, dei dissidi, delle situazioni drammatiche dell'umanità, del peccato in altre parole e delle sue conseguenze. Però il mistero della misericordia è stato sempre all'orizzonte dei lavori.
Mai è venuta meno la visione di speranza.















































