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    Una pastorale nella prospettiva

    della nuova evangelizzazione /4

    Sergio Lanza 

    4. Di fronte al disagio della ripetizione: cose antiche e cose nuove

    a. La crisi della 'trasmissione' della fede

    Non è infrequente incontrare, nel nostro tempo, la citazione di una celebre frase di Tertulliano «cristiani non si nasce, si diventa». Non è un caso. Ma la citazione rimane abbellimento retorico, se non la si coglie nella sua esigenza profonda. Si ricade nella illusione quando si pensa che basti aggiungere qualcosa alla catechesi per renderla di nuovo efficace: è tutto il processo del diventare cristiani, che deve essere ripensato.
    È necessario il coraggio e la capacità di innovazione che caratterizzò la stagione postridentina, dando forma a quel modo di fare catechesi ancor oggi in buona sostanza praticato, che, però, riflette una stagione ormai definitivamente tramontata. Ed è propriamente all'interno di questo globale ripensamento che può trovare figura adeguata e proficua la catechesi.
    Anche sotto questo profilo, la nostra situazione non è assimilabile troppo sbrigativamente né a quella dell'antica e preziosa stagione catecumenale, né a quella della socializzazione religiosa medievale, né a quella della pedagogizzazione e scolarizzazione crescente nell'epoca post-tridentina. Ha caratteri che l'avvicinano e contemporaneamente la allontanano da questi tre macromodelli della storia che ci ha preceduto. La modificazione del paradigma complessivo di riferimento, impone la produzione di un modello adeguato: non si tratta di aggiungere o modificare qualcosa; si tratta, piuttosto, di ricentrare i processi del diventare cristiani, rifigurandoli secondo il quadro socioculturale disarticolato e 'laico' che caratterizza il nostro tempo.
    L'inculturazione della catechesi non tocca soltanto la formulazione del messaggio o la sua presentazione (aspetto dottrinale e didattico); neppure soltanto le modalità con cui vengono organizzati e realizzati gli incontri e le `lezioni' (aspetto di pedagogia catechistica). Ben scarso vantaggio si trarrebbe anche dalle migliori innovazioni in tal senso, se esse non trovassero riscontro in un rinnovamento più fondamentale e comprensivo. Diventare cristiani oggi, esige non soltanto un aggiornamento delle tecniche e dei linguaggi, o della impostazione didattica dell'atto catechistico (strappato finalmente a una troppo succedanea imitazione della lezione scolastica). Oltre a questo (e prima di questo, sotto un certo profilo logico e cronologico) è necessario pensare concretamente a quel riposizionamento della catechesi nell'ambito dell'azione ecclesiale che la strappi dall'isolamento che la affligge, e la restituisca a una autentica capacità formatrice della persona. Il progressivo distacco del pensiero e della società dall'humus cristiano ha prodotto anche in passato svolte di rilievo: la stessa catechesi che noi chiamiamo tradizionale è in realtà la fisionomia che essa è venuta assumendo a seguito di alcuni eventi epocali: la frattura protestante, l'invenzione della stampa, la diffusione della scolarità. Ben diversa era, per esempio, la prassi di trasmissione della fede in epoca medievale. La Chiesa del passato ha saputo innovare con coraggiosa inventiva la prassi catechistica: nascono i catechismi (libri per la catechesi, anzitutto pensati per i parroci e i catechisti, poi progressivamente per gli stessi `catecumeni'); nasce, poi, una pedagogia catechistica insieme al sorgere e allo svilupparsi delle scienze dell'educazione, a partire dall'epoca illuministica.
    La catechesi rischia di avvitarsi su se stessa quando non si autocomprende all'interno della prospettiva compiuta della educazione cristiana, in relazione al problema della identità cristiana della persona e del suo porsi esistenziale e storico nell'ampio campo della vita. Anche il rinnovamento della catechesi - così meritorio - rischia l'anemia da ipertrofia se non si fa capace di pensare oltre e più in grande: è andando oltre la catechesi, che la catechesi trova se stessa nel nostro tempo.
    In questa più compiuta prospettiva pastorale, la catechesi riafferma le proprie peculiarità native. Si scopre centrata sul soggetto non per faticoso adattamento, ma per nativa inclinazione evangelica; si trova a proprio agio in una contestualità ecclesiale ravvivata e attivata. Rintraccia ed evidenzia con naturalezza le dimensioni che la costituiscono e la distinguono: esistenziale, pedagogica, ecclesiale. E la dimensione intellettuale non è più posta in tensione con le altre, ma tutte le attraversa e le specifica: nell'ambito del processo articolato della educazione cristiana, infatti, la catechesi è chiamata a contribuire in maniera sostanziale e primaria alla formazione della mentalità di fede sotto il profilo della consapevolezza del credere e dell'agire cristiano e delle sue implicazioni nel vissuto quotidiano. Così, la catechesi, senza diminuire il proprio vigore intellettuale, si sente ricca nella relazione: condizione essenziale del processo educativo è la relazione; condizione essenziale e pregiudiziale del processo educativo cristiano sono relazioni capaci di aprire spazi autentici alla comunione tra gli uomini e con Dio. Così si fa spazio alla relazione con Dio, primo educatore del suo popolo.

    b. Superamento del monomorfismo pastorale

    Di fronte alla frammentazione, si profila l'esigenza di una pastorale fortemente strutturata, con una immagine chiara e per nulla dispersiva; e, nello stesso tempo, creativa e capace di percorsi articolati e differenziati.
    Le forme pastorali che la comunità cristiana ha ereditato avvertono la difficoltà crescente di una domanda che si divarica tra richiesta di prestazioni (sia sacrali, sia assistenziali) e esigenza di cura personale e spirituale del soggetto. L'inclinazione prevalente della pastorale sul territorio è di fatto quella di rispondere soprattutto alla prima istanza. Questo spiega, almeno in parte, il successo non irrilevante delle diverse forme di 'nuova religiosità' di conio sia fondamentalista, sia vagamente teosofico. Proprio il `ritorno' alla religione può costituire un serio pericolo: «La vera minaccia che corrode la fede cattolica dall'interno oggi ha nome teismo Io sono profondamente convinto che siamo davanti a una erosione, interna alle Chiese, dello specifico cristiano. Ho in mente tre gravi riduzioni del cristianesimo: il dubbio sulla unicità di Cristo, la separazione dei valori morali dalla persona di Cristo, lo scadimento della fede in teismo».[1]
    Di fronte allo stemperamento della religione nel vago di una religiosità evanescente, dello sfumare del volto di Dio nell'indistinto del 'divino', è necessario l'annuncio di Gesù come manifestazione di Dio nella carne e nella storia. Come in altre epoche, la gnosi svuota il mistero centrale dell'incarnazione: è la religione delle età decadenti, dell'involuzione narcisistica, delle economie opulente e divaricate...
    I tentativi di rispondere anche a tali inflessioni, mostrano rischi non minori di fragile ripiegamento emozionale. Resta vigile, perciò, l'attenzione di fronte al rischio non ipotetico di involuzioni che segmentano la comunità ecclesiale in gruppi autoreferenziali di gratificazione emotiva. Ma si apre, nel rispetto delle indicazioni magisteriali, l'articolazione dei ministeri, delle forme di corresponsabilità e partecipazione, delle figure e tipologie di comunità ecclesiale.
    Inoltre, di fronte alla crisi di leadership nei contesti istituzionali e all'insorgenza di dubbie figure 'carismatiche', è necessario ridefinire il volto e l'identità teologica (pastorale, non dottrinale!) del ministero pastorale, come indica autorevolmente l'esortazione postsinodale Pastores dabo vobis.
    Di fronte al proliferare delle nuove forme di religiosità, si fa chiara la valenza pastorale della religiosità popolare: nella stagione dell'homo sentiens, essa deve essere posta in attenzione in chiave sia pedagogica, sia comunicativa, rifuggendo da ogni decadimento strumentale. Si deve ripensare soprattutto la riforma liturgica, non con spirito nostalgico, ma reagendo sapientemente alla tendenza alla intellettualizzazione del rito, ripristinando la concezione cristiana della festa, e respingendo quella pseudoreligiosità popolare che è maschera di un conservatorismo interessato.


    NOTA

    [1] L. BRUNELLI, Il nemico? Intervista al Card. Godfried Danneels, in P. BAGLIONI - L. CAPPELLETTI (edd.), Il cristianesimo invisibile, Roma 1997, 13 s.



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