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    Una pastorale nella prospettiva

    della nuova evangelizzazione /5

    Sergio Lanza 

    5. Comunità capaci di accogliere

    Il tema evangelizzazione non è nuovo. Ma è stato finora pensato e prospettato all'interno del paradigma di appartenenza: risolvendosi così nella parenesi e nella ripetizione (cioè nella esortazione a un maggiore impegno e nel tentativo di risolvere i problemi operando un rinnovamento interno ai modelli precedenti: emblematico il caso della catechesi). È necessario invece che l'evangelizzazione missionaria diventi essa stessa paradigma di riferimento, quasi autocoscienza e pietra di paragone di tutta l'azione ecclesiale: dal modo comunicare (gli avvisi in Chiesa, per fare un esempio minimo, ma istruttivo, riflettono il paradigma di appartenenza) alla verifica delle energie spese nelle diverse attività...
    Luoghi e non luoghi: è un tratto fondamentale e dolente. Le nostre comunità rischiano di apparire luoghi burocratico-amministrativi, o elitari e circoscritti. È istruttiva, sotto questo profilo, l'analisi delle motivazioni che a volte conducono a preferire sette e movimenti religiosi di dubbio conio, capaci tuttavia di relazionalità calorosa e partecipativa. Un campo aperto di revisione, tirocinio per le nostre comunità.
    Non luoghi: sono gli spazi in cui si passa, in cui non si fa che passare, in cui non si fissano radici, gli spazi della circolazione (autostrade, aeroporti), del consumo (supermercati, catene di alberghi), della comunicazione (schermi televisivi e computer). Circolare, consumare, comunicare: questi termini sono quasi intercambiabili e assieme definiscono la confusione «surmoderna». I mezzi di circolazione si vendono, si comprano, si consumano e ogni aereo, ogni automobile sono dotati di mezzi di comunicazione.
    I prodotti di consumo provengono da ogni parte, circolano, e le campagne di pubblicità, di comunicazione pubblicitaria, ne vantano i meriti; i mezzi di comunicazione (televisione, computer, cellulari) sono prodotti di consumo; anch'essi circolano e permettono una quasi ubiquità che trascende la circolazione stessa.
    Paradosso del non luogo: colui che circola, consuma o comunica ha la sensazione dí esistere; ha una meta, opera delle scelte, trasmette messaggi che esprimono la sua identità di viaggiatore diretto a questo o quell'aereoporto, di amante dei profumi, di persona legata alla famiglia o alla propria azienda, o a entrambe...[1]
    È bene chiarire subito che le forme e i gesti di accoglienza non esprimono solo livelli di strumentalità e di urbanità, ma entrano nel profilo di una quasi ministerialità ecclesiale, ín quanto segni che attestano e producono una realtà più profonda (con radice trinitaria e manifestazione storico-salvifica), di cui la Chiesa è testimonianza e concrezione storica visibile. Non si tratta di tecniche, ma di atteggiamenti pastorali di una nuova prassi.
    Rispondono, inoltre, a una chiara valenza antropologica: l'uomo è 'sistema aperto': per vivere ha bisogno di comunicare con l'ambiente naturale e sociale. Pastoralmente, ciò indica l'attenzione per un approccio personalizzato: «le pecore ascoltano la sua voce: Egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori» (cf Gv 10, 3).
    L'indicazione di accoglienza deve essere sottratta alla genericità, che la riduce a rispetto formale di alcune convenzioni.
    Accoglienza è più che recettività; è apertura, è andare verso l'altro con disposizione di offerta, secondo l'insegnamento e – ancor più – la realtà stessa della Rivelazione cristiana: «In Gesù Cristo Dio non solo parla all'uomo, ma lo cerca. L'incarnazione del Figlio testimonia che Dio cerca l'uomo [...]. È una ricerca che nasce nell'intimo di Dio e ha il suo punto culminante nell'incarnazione del Verbo».[2]
    L'esigenza non è posta soltanto al contatto individuale, ma indica un chiaro riflesso di 'conversione' ecclesiale: da una comunità che accoglie i credenti offrendo loro una serie di servizi religiosi richiesti, a una comunità che precede la domanda, che va alla ricerca, che sollecita, che si pone in cammino verso gli uomini e con gli uomini per essere là dove essi vivono: «la 'buona accoglienza' è l'espressione della carità ecclesiale intesa nella sua natura profonda e nella sua universalità».[3]
    Ma anche sul piano personale l'accoglienza non sorge senza conversione. Questa soltanto ne garantisce l'autenticità: la preserva dal mascheramento opportunista e la rende capace di quella generosità che nessuna spontaneità è in grado di produrre, se non episodicamente.
    Inoltre, essa dà volto e figura alla relazione che va incontro all'altro e lo accoglie. E una conversione che va oltre l'impegno personale, e crea una atmosfera percepibile nella vita stessa della città. Risponde alla qualità profetica della evangelizzazione: «La verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore».[4]
    Ha il volto aperto della testimonianza e della gratuità. Un modo qualificato, quindi, per sviluppare ed esprimere la ricchezza e il 'privilegio' di essere cristiani, un impulso alla condivisione generosa e rispettosa.
    La fede cristiana è caratterizzata da una forte capacità di incarnazione: tanto più è se stessa, tanto più si immerge nella storia, per trasformarla, per realizzare in essa il dono della creazione nuova. Questo inserimento attivo è fedeltà all'incarnazione.[5] L'incarnazione stabilisce l'esigenza della comunicazione nella missione: tutta la creazione ne viene coinvolta. Attenzione alla persona, allora, ascolto, capacità di anticipare le esigenze...
    L'accoglienza è espressa attraverso gesti di avvicinamento e di contatto; nella gestualità della comunità deve trovar luogo espressivo la nota aperta dell'accoglienza; utile la conoscenza degli usi e costumi dei popoli, in ordine sia a una loro ripresentazione, sia a una valutazione di quanto della tradizioni e usi nostri può risultare gradito, e quanto invece sgradevole o comunque non compreso.
    Anche gli ambienti parlano, creano atmosfera: si aprono all'incontro o si chiudono muti; suscitano emozioni o generano disagio; soprattutto gli ambienti di una parrocchia: perché non appaiano impersonali, ma ricchi di qualità umana. I luoghi della memoria, dell'arte, della fede, poi, perché da mute vestigia, quali spesso degradano nella congestione della megalopoli, tornino a parlare come testimoni eloquenti. Ciò vale, ín particolare, per i momenti celebrativi.
    La comunità cristiana deve sentirsi responsabile di coloro che vengono a inserirsi in essa: del resto, come potrebbe il Dio dell'incarnazione curarsi degli uomini, se non attraverso la sollecitudine degli uomini stessi? (cf. Mt 25, 31-46).
    Molti filoni della nostra cultura fanno grande fatica ad accettare con serietà ogni discorso su un futuro dell'uomo al di là della sua morte fisica. Questa è la grande sfida che durerà molto nel tempo davanti a noi: l'accoglienza apre la dimensione escatologica della celebrazione sacramentale alla comunicazione della speranza condivisa.


    NOTE

    [1] Cf AUGÉ, Non luoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera, 1993.
    [2] GIOVANI PAOLO II, TMA 7.
    [3] PAOLO VI, PP 69
    [4] GIOVANNI PAOLO II, TMA 35.
    [5] GS 22: «Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo».



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