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    Lo sguardo che libera

    L'incontro di Gesù con il giovane ricco (Marco 10:17-31)

    Riflessione fenomenologica



    L'irruzione dell'inquietudine

    Il racconto marciano si apre con una scena di movimento improvviso: un giovane che corre, si inginocchia, interroga. La corsa tradisce un'urgenza interiore, un'inquietudine che non può più essere contenuta. È l'irruzione del desiderio nell'esistenza umana, quella fame di infinito che Agostino avrebbe chiamato "cor inquietum". Il giovane porta in sé una domanda che brucia: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?"
    La fenomenologia di questo primo movimento rivela la struttura fondamentale dell'esperienza spirituale giovanile: l'urgenza dell'assoluto che si manifesta attraverso il corpo in corsa, la genuflessione che esprime riconoscimento spontaneo del sacro, la parola che si fa domanda esistenziale. Il giovane non chiede informazioni, ma cerca una via per la pienezza di vita.

    Il cortocircuito dell'autosufficienza

    La risposta di Gesù - "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo" - opera un primo, sottile spiazzamento. Non è rifiuto, ma invito a una consapevolezza più profonda. Gesù intuisce nel giovane la tendenza all'idealizzazione che spesso caratterizza l'approccio giovanile al divino: cercare maestri "buoni" piuttosto che lasciarsi trasformare dall'incontro con il Totalmente Altro.
    Quando poi enumera i comandamenti, il giovane risponde con quella che potremmo chiamare "la sicurezza dell'adempimento": "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza." È l'autocompiacimento della coscienza morale che crede di poter misurare la propria relazione con Dio attraverso il compimento esteriore della legge.
    Qui emerge un primo grande impedimento contemporaneo alla sequela: la spiritualità performativa, quella ricerca di perfezione che trasforma la fede in un progetto di autorealizzazione dove l'io rimane al centro.

    Lo sguardo che rivela e chiama

    Il versetto centrale - "Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò" - costituisce il cuore fenomenologico del racconto. Lo sguardo di Gesù non è scrutinio giudicante, ma rivelazione amorosa. È quello sguardo che, come scrive Levinas, "viene da troppo lontano" per essere contenuto nelle categorie dell'ego.
    Questo sguardo opera una duplice rivelazione: mostra al giovane la sua verità profonda (il bisogno di essere amato incondizionatamente) e contemporaneamente gli offre ciò che cerca (l'amore gratuito di Dio). È l'esperienza mistica dell'essere conosciuti e amati prima ancora di conoscere e amare.
    La chiamata che segue - "Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!" - non è comando moralistico, ma invito alla libertà. Gesù non chiede al giovane di impoverirsi, ma di scoprire la vera ricchezza: quella relazionale, quella della sequela, quella dell'amore condiviso.

    L'oscuramento del volto e la tristezza della non-scelta

    "Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni." Il testo greco usa il verbo "skygnázō" (oscurarsi), che evoca l'annuvolamento del cielo. Il volto del giovane si fa meteorologia interiore: la luce dello sguardo amoroso di Gesù viene offuscata dalle nubi dell'attaccamento.
    La tristezza che segue non è semplicemente dispiacere per una rinuncia, ma dolore ontologico per la libertà mancata. Il giovane intuisce di aver incontrato la possibilità di una vita piena, ma non riesce a liberarsene per afferrarla. È la tragedia della libertà umana che si riconosce chiamata ma si sperimenta impedita.
    I "molti beni" diventano metafora di tutti quegli attaccamenti che impediscono la sequela: non solo ricchezze materiali, ma sicurezze identitarie, progetti di autorealizzazione, bisogno di controllo sulla propria esistenza.

    Gli impedimenti contemporanei: fenomenologia del rifiuto giovanile

    La rilettura ermeneutica del racconto in chiave contemporanea rivela come gli impedimenti del giovane ricco si ripresentino, trasfigurati, nell'esperienza giovanile attuale.
    L'idolatria della sicurezza economica: Molti giovani oggi vivono la pressione di "arrivare", di costruire una stabilità economica che spesso diventa fine a se stessa. La precarietà lavorativa paradossalmente aumenta l'ansia di possesso, rendendo difficile ogni forma di gratuità e dono di sé.
    Il narcisismo spirituale: La spiritualità viene spesso trasformata in percorso di self-improvement, dove Dio diventa funzionale al proprio benessere psicologico. È la tentazione del "giovane ricco spirituale" che accumula esperienze religiose come beni da possedere.
    L'autonomia come valore assoluto: La cultura individualistica contemporanea ha fatto dell'autonomia personale un idolo. Seguire qualcuno, anche Gesù, viene percepito come limitazione della propria libertà piuttosto che come sua realizzazione autentica.
    La paralisi delle infinite possibilità: I giovani di oggi vivono spesso quella che Kierkegaard chiamava "angoscia della libertà": troppe possibilità aperte generano paralisi decisionale. La chiamata di Gesù richiede invece la capacità di scegliere una direzione, accettando di perdere altre opportunità.
    La paura dell'irrilevanza sociale: In una società che misura il valore attraverso il successo visibile, la sequela di Gesù può apparire come scelta di marginalità. Il timore del giudizio sociale diventa impedimento alla radicalità evangelica.

    Desideri profondi e autenticità della ricerca

    Eppure, dietro questi impedimenti, si nascondono desideri autentici che rivelano l'imago Dei presente in ogni giovane cuore:
    Il desiderio di significato: Anche quando sembra dispersa in mille attività, la giovinezza porta in sé una fame di senso che nessuna realizzazione mondana può saziare completamente. È l'eco di quella domanda sulla "vita eterna" che il giovane ricco porta a Gesù.
    Il bisogno di essere amati incondizionatamente: Dietro la ricerca affannosa di approvazione sociale si cela il desiderio di essere conosciuti e amati per quello che si è, non per quello che si produce o si possiede.
    L'anelito alla giustizia: Molti giovani oggi sono mossi da una profonda sensibilità per le ingiustizie del mondo. È il terreno fertile dove può attecchire l'invito di Gesù a "dare ai poveri".
    La ricerca di autenticità relazionale: In un mondo di relazioni virtuali e superficiali, cresce il desiderio di incontri veri, di comunità autentiche, di legami che durino nel tempo.

    Verso un percorso di vero incontro

    Come accompagnare i giovani d'oggi verso un autentico incontro con Gesù, superando gli impedimenti che il racconto marciano mette in luce? Proponiamo un itinerario in cinque movimenti:
    1. La pedagogia dell'inquietudine
    Non spegnere, ma alimentare le domande profonde. Ogni educatore dovrebbe imparare a riconoscere e valorizzare l'inquietudine spirituale giovanile, anche quando si manifesta attraverso forme di ribellione o critica. Come il giovane del vangelo che corre verso Gesù, ogni ricerca autentica, anche confusa, contiene già un movimento verso Dio.
    2. L'esperienza dello sguardo amoroso
    Prima di ogni proposta morale o spirituale, occorre che i giovani facciano esperienza di essere guardati con amore incondizionato. È l'arte dell'accompagnamento spirituale: saper guardare ogni giovane come Gesù guardò il giovane ricco, con quello sguardo che ama prima di giudicare, che accoglie prima di correggere.
    3. Il discernimento degli attaccamenti
    Aiutare i giovani a riconoscere i propri "molti beni", quegli attaccamenti sottili che impediscono la libertà. Non attraverso prediche moralistiche, ma attraverso un paziente lavoro di autoconoscenza che riveli dove si nascondono le vere idolatrie del cuore.
    4. L'esperienza della comunità
    La sequela di Gesù non è mai percorso solitario. I giovani hanno bisogno di vedere incarnata la bellezza della vita evangelica in comunità autentiche, dove si sperimenta concretamente che "si può vivere diversamente".
    5. La gradualità della risposta
    Non tutti sono chiamati alla radicalità del giovane ricco. Occorre rispettare i tempi della grazia e accompagnare ciascuno secondo la misura del dono ricevuto. Anche una risposta parziale può essere inizio di un cammino che porterà, con il tempo, a una consegna più piena.

    Conclusione: la porta sempre aperta

    Il racconto marciano si chiude con le parole di Gesù sui cammelli e le crune degli aghi, ma soprattutto con l'affermazione decisiva: "Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio." È la porta della speranza che rimane sempre aperta.
    Anche quando un giovane se ne va "rattristato" come il protagonista del vangelo, l'incontro con lo sguardo amoroso di Gesù lascia un seme che può germogliare nel tempo. La pedagogia dell'incontro con Cristo non conosce fallimenti definitivi, ma solo semi piantati nel terreno del cuore, in attesa della loro primavera.
    L'educatore cristiano è chiamato a essere custode di questa speranza: sa che ogni giovane porta in sé, anche se nascosta, la capacità di rispondere alla chiamata di Gesù. Basta saper guardare con gli occhi di Cristo, amare prima di giudicare, e preparare il terreno perché l'incontro possa avvenire secondo i tempi della grazia.



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