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    Una pastorale dello sport a misura di giovani


    PG e sport

    Claudio Paganini

    (NPG 2007-04-61)


    Possono i fatti di cronaca snaturare l’essenza stessa dello sport? Sembrerebbe che negli ultimi tempi, lo sport – con tutto il bagaglio di valori ad esso connesso – abbia rinunciato a testimoniare se stesso e sia diventato protagonista della cronaca nera… Sono state molte più le righe giornalistiche riservate alla violenza, agli scandali, alle polemiche, al doping farmacologico e amministrativo, alle gare truccate, ai tornelli di accesso agli stadi… che non le righe della stampa riguardanti i valori connessi alla pratica sportiva. Sono state troppo poche e non valorizzate le voci di chi, nel bel mezzo della bufera succeduta ai drammatici fatti di Catania, ha alzato la voce per richiedere attenzione sui percorsi di formazione ai valori sportivi, per promuovere investimenti educativi prima ancora che prevenzione fondata su ordine pubblico e certezza della pena.
    In un circolo vizioso sono tutelati lo «sport giocato» e lo «sport parlato» (ovvero lo sport che garantisce pubblico negli stadi, pubblico davanti alla televisione e pubblico in edicola), fonti di grandi interessi economici e sociali. Nessuna considerazione ha avuto lo sport educativo e lo sport pregato, intendendo con questo l’impegno secolare del mondo cattolico che, all’interno delle parrocchie e degli oratori, ha reso lo sport uno strumento per l’educazione e l’evangelizzazione, eccetto lamentarsi, come hanno dichiarato il presidente del Coni, Gianni Petrucci e il presidente della Lazio Claudio Lotito, del fatto che oggi negli oratori i sacerdoti non giocano più a calcio con i giovani e non li educano ai valori dello sport.
    Strano destino quello del mondo sportivo, obbligato a cercare un «sostantivo» che ne rafforzi la funzione e ne faccia comprendere il significato.
    Eppure, la pratica sportiva, senza dover essere necessariamente ricondotta ad altra materia, possiede già in se stessa tutto il potenziale valoriale: fascino educativo e pedagogico; coinvolgimento emotivo e sociale; disciplina e rigore; gioco e divertimento.

    Una presenza nel mondo

    Quando nel 1906 nacque la Federazione Associazioni Sportive Cattolici Italiani (FASCI), non si pensò certamente alla creazione di un organismo che avrebbe promosso lo «sport cattolico», ma piuttosto a una forma per organizzare la presenza dei cattolici nello sport. Per far sì che anche il mondo cattolico si interessasse di sport e lo vivesse come valore. Figure di atleti quali Gino Bartali testimoniarono che un campione sportivo non si forma con la sola cura della corporeità, ma è anche espressione di spiritualità e di religiosità.
    Fin dal secolo scorso, si capì che sport e Chiesa non dovevano essere in contrapposizione, ma che rappresentavano la possibilità di dialogo e osmosi su valori condivisi. La Nota Pastorale «Sport e vita cristiana» della Commissione Ecclesiale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport (Roma 1995), documento fondamentale per ogni riflessione sulla sport, ricorda al n. 8: «La visione conciliare del rapporto Chiesa-mondo spinge a chiedersi non solo cosa ha da dire la Chiesa allo sport, ma anche cosa ha da dire lo sport alla Chiesa. È proprio questo cordiale e franco dialogo che può avviare un nuovo approccio pastorale allo sport e individuarne alcuni criteri orientativi».

    Un rinnovato impegno

    Alla luce di tutto ciò, liberi dai condizionamenti dei fatti di cronaca, o da questi motivati per rinnovare l’impegno a promuovere in mezzo ai giovani modelli positivi di crescita, possiamo affermare, con la sopraccitata nota Sport e Vita Cristiana, che:
    – lo sport non è un assoluto, ma è un valore positivo che concorre a «ritrovare e vivere la verità cristiana sull’uomo e sulla società, che illumina e valorizza anche l’esperienza del gioco, del divertimento e dello sport»; non possono certamente essere alcuni episodi, di una sola disciplina sportiva (il calcio, sigh!), a soffocare il valore insito nella conoscenza, nel controllo e sviluppo armonico, della propria corporeità;
    – «la Chiesa si interessa di sport perché si interessa dell’uomo». La presenza della Chiesa nel mondo sportivo testimonia l’amore per i giovani e l’attenzione alle diverse modalità per vivere il tempo e gli interessi; la pastorale d’ambiente trova proprio nello sport il luogo privilegiato in cui promuovere relazioni e accompagnare la crescita umana dei giovani;
    – «la Chiesa deve essere in prima fila per elaborare una speciale pastorale dello sport». Serve pertanto una proposta sportiva organizzata (cf al riguardo le associazioni sportive di ispirazione cristiana quali il CSI, la PGS, l’ANSPI Sport), in grado di offrire al mondo giovanile non solo la pratica sportiva ma anche, attraverso questa, luoghi accoglienti che agevolano gli incontri e le relazioni; progetti che promuovano la globalità della persona umana; persone esemplari capaci di «educare attraverso lo sport». La testimonianza cristiana all’interno di questo mondo da parte di atleti, dirigenti e allenatori, costituisce il valore aggiunto che consente anche di evangelizzare attraverso lo sport.

    Una sfida pastorale per la Chiesa

    Pur considerata la ricchezza dei documenti che invitano le comunità cristiane a occuparsi della pastorale dello sport, perché costituisce un momento necessario e una parte integrante della pastorale ordinaria della comunità, sono innumerevoli le difficoltà denunciate dai cristiani impegnati in questo settore. Gli investimenti in strutture sportive e la grande frequentazione di ragazzi e giovani, da soli, non sono sufficienti «a dare senso, valore e prospettiva alla pratica dello sport come fatto umano, personale e sociale, sia essa attivata all’ombra del campanile o venga promossa da altre organizzazioni sul territorio».
    La sfida vera per la comunità cristiana consiste allora nel prender coscienza che non basta promuovere la sola pratica sportiva delegando a poche persone il compito di promuovere allenamenti e tornei: è l’intera comunità che deve sentirsi corresponsabile e presente visibilmente nel contesto vitale dei giovani.
    La complessa realtà dello sport, con le sue tante forme di coinvolgimento e presenza sociale, può essere considerata un vero e proprio «areopago moderno» nel quale vivere l’esperienza del primo annuncio e della nuova evangelizzazione.
    È questa una prospettiva di Chiesa missionaria che, a partire dalla forte esperienza aggregativa e partecipativa, consente la sperimentazione di «Laboratori Pastorali» per quanti non hanno conosciuto Gesù Cristo. Infine nella consapevolezza che la società del futuro sarà sempre più multiculturale e multietnica, la pratica sportiva può diventare occasione di accoglienza e aggregazione, come pure «luogo» di educazione alla fede e di incontro per i lontani.

    Sport come «liturgia di vita»

    È soltanto un gioco, dicono dello sport, ma può diventare nel contempo un aiuto per la riflessione e la ricerca di fede. Molte esperienze sportive infatti si possono facilmente tradurre in esperienze religiose per i linguaggi simbolici e la ritualità dei gesti.
    Se, da una parte, l’atteggiamento dei tifosi sugli spalti richiama alla liturgia ecclesiale per l’utilizzo di canti, gesti e incenso (che per l’occasione è sostituito con altro fumo), dall’altra, possiamo individuare molte altre simbologie nei comportamenti degli atleti. Ecco alcuni esempi:

    L’allenamento
    Anche se lo sport è gioco, proprio il tempo della preparazione della gara, degli allenamenti, della fatica, rappresenta un tempo opportuno per la conoscenza di sé. Doti fisiche e traguardi da raggiungere paiono al giovane un «tempo di quaresima», nel quale la perseveranza, l’osservanza delle regole, l’autodisciplina, l’ascolto delle indicazioni del «mister» rappresentano il cammino di iniziazione e preparazione all’incontro.

    Le relazioni
    Possono tradursi nel gioco di squadra che richiede responsabilità e consapevolezza del ruolo ricoperto. Ma significano anche intesa, ascolto delle indicazioni, passione, disponibilità, attenzione e rispetto.
    Sperimentare una relazione attraverso lo sport è paragonabile a un momento di preghiera da vivere in intimità con Dio.
    Ci si affida e si è condotti. Si ubbidisce a una regola non scritta in cui l’altro è compagno e collaboratore. È avversario ma non nemico.

    Lo spogliatoio
    È il luogo per eccellenza in cui si crea l’armonia del gruppo per i giochi di squadra. Fare spogliatoio è come fare Chiesa. Creare una comunità che è convocata per una festa, un evento. Lo spogliatoio è anche il luogo dell’intimità della conoscenza profonda di sé e degli altri. È luogo in cui ci si forma e «catechizza» seguendo gli insegnamenti del mister.

    Il mister
    Figura carismatica a cui ci si affida per apprendere e scoprire le personali caratteristiche e potenzialità corporee. È colui che detta i tempi del nostro crescere sportivamente. Come un sacerdote accompagna e insegna. Più ancora, offre la sua esperienza per discernere i doni e i carismi presenti in quell’atleta. Orienta il futuro del giovane, come un padre spirituale, utilizzando i canoni del discernimento.

    Le vittorie e le sconfitte
    Le vittorie e le sconfitte aiutano a preparare con più attenzione il futuro del giovane atleta, ridimensionando l’immagine di sé; contribuiscono a rafforzare la percezione che nessuno è immortale o invincibile; aiutano a comprendere la grandezza e i limiti dell’uomo, valorizzando l’umiltà e la semplicità, valori non solo sportivi ma ampiamente promossi dalla cultura cristiana.

    L’arbitro
    Ruolo ingrato perché rappresenta quanto non può venire discusso, criticato e cambiato a piacimento. L’arbitro è il custode delle regole. Facile il richiamo ai comandamenti e a quanto non può essere modificato col proprio arbitrio. Facile il richiamo al Dio che guida la nostra vita e non accetta di essere messo in discussione.
    Concludendo

    Nessun dubbio sui valori che lo sport possiede in se stesso. Le difficoltà nascono dall’uso distorto dello sport «dopato» per interessi economici e mediatici. Alcune difficoltà nascono pure dai silenzi e dalle omissioni che molte comunità vivono nei confronti dei propri figli atleti e dei luoghi (sportivi) da essi frequentati. Urge riproporre la presenza dei cattolici nello sport come un momento fondamentale in cui evidenziare e riconsiderare i valori insiti nell’esperienza sportiva. Se a metà ‘900 i parroci dicevano «niente sport in parrocchia, niente giovani», oggi potremmo coniare lo slogan «niente valori sportivi, niente valori cristiani» quasi a sottintendere che sport e Chiesa camminano insieme. E laddove non sanno predicare i sacerdoti, lo sport potrebbe predicare al loro posto.



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