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    Tener vivo un sogno pur vivendo un incubo


     

    Michael Sanders *

    (NPG 2008-09-67)


    E li trovò a Dotan. Essi lo videro da lontano e, prima che egli fosse vicino a loro, complottarono per ucciderlo. Dissero l’un all’altro: Ecco, il sognatore arriva! Forza, uccidiamolo e gettiamolo in una di queste cisterne! Diremo poi che una bestia feroce l’ha divorato e vedremo che ne sarà dei suoi sogni!” (Gen 37, 18-20)

    Io credo che la grandezza di Martin Luther King non sia in ciò che egli ha realizzato
    ma in ciò in cui ha creduto.
    La sua eredità non sono le sue opere ma la sua fede.
    Non lo ammiro soltanto perché ha cambiato il mondo,
    lo onoro perché non ha permesso che il mondo cambiasse lui.
    Non solo un uomo di azione, dunque, ma un uomo di fede.
    Non solo ha compiuto grandi cose, ma ha avuto una fede più grande
    La realtà in cui si imbatteva non ha mai scosso la sua fede in ciò che credeva.
    L’America reale non oscurava il suo sogno di un’America ideale.
    Viveva un incubo, restava avvinto a un sogno.
    Credeva nella giustizia mentre l’America era razzista.
    Credeva nella Costituzione mentre i neri vedevano violati i propri diritti.
    Credeva nell’America possibile, a dispetto di quella reale.
    Credeva nella libertà, mentre affrontava la schiavitù.
    Credeva nella verità, mentre molti credevano nella menzogna.
    Credeva che il giusto avrebbe trionfato, anche se l’ingiustizia dilagava.
    Viveva in tempi difficili, ma credeva vicini giorni migliori.
    Benché il nostro passato fosse imbevuto di sangue, credeva in un futuro di libertà.
    Non conta solo ciò che ha realizzato, ma ciò in cui ha creduto.
    Non solo ha fatto grandi cose, ma non ha mai smarrito il sogno.
    Vivere un incubo non gli impedì di avere un sogno.
    Sì, viveva un incubo, ma restava avvinto ad un sogno.
    Credetemi, è dura quando la realtà è un incubo e la tua fede è un sogno.
    Non puoi afferrare ciò che vuoi e non puoi ignorare la realtà che ti circonda.
    La tua realtà è un recinto e la tua fantasia è un sogno.
    Quando ti svegli dal sogno, ripiombi nell’incubo.
    È difficile tener vivo il sogno, quando si vive in un incubo.
    E diciamocelo sommessamente: molti di noi sono più bravi a sopportare un incubo che a tener vivo un sogno.
    Sopportiamo una tragedia, ma fidiamo poco nel successo di ciò che facciamo.
    Affrontiamo le tempeste della vita senza aspettarci un arcobaleno.
    Siamo capaci di piangere nella notte, senza aspettarci la gioia del mattino,.
    Conviviamo con le miserie della vita, senza aspettarci un miracolo.
    Sappiamo gestire la tragedia, senza anelare al trionfo.
    Accettiamo la realtà del fallimento, senza inseguire il sogno della riuscita.
    Sappiamo gestire un incubo, ma non tenere vivo un sogno.

    Ma in Martin Luther King e nel testo che abbiamo letto vedo qualcuno
    che sa tener vivo un sogno mentre vive un incubo.
    Tanto l’uomo che commemoriamo quanto le parole che abbiamo letto
    parlano di come vivere un incubo e come tener vivo un sogno.
    Tanto l’uomo King quanto Giuseppe ci insegnano a puntare sui ciò che non c’è, mentre si lotta con ciò che c’è.
    Si affronta la sconfitta, senza disperare della vittoria.

    Giuseppe sa di essere eletto da Dio anche se è stato allontanato dalla famiglia.
    King si sente americano anche se l’America non crede in lui.
    Pur essendo stato in un pozzo e poi in prigione,
    Giuseppe vede il suo futuro in un palazzo.
    King, benché bandito per la sua razza e in quarantena per il suo colore,
    continuò a credere che ciò che l’America era stata per altri poteva esserlo per noi.
    Giuseppe e Martin Luther King sono fratelli, sopravvissuti a prove, sventure, angosce e sofferenze,
    Giuseppe passò dal pozzo alla prigione e King andò dalla Georgia all’Alabama.
    Come Giuseppe, King era nato con un destino,
    e come Giuseppe anche King trovò l’inferno sulla sua strada.
    Dio aveva dato loro un sogno; la vita diede loro un incubo.
    Entrambi furono scelti da Dio ed entrambi furono attaccati da Satana.
    Ora ascoltatemi bene. Benché entrambi maltrattati e disprezzati,
    non cedettero all’odio né all’invidia.
    Come qualcuno ha detto, Giuseppe fu abusato, ma non si diede all’abuso.
    Non fumò canne quando la vita gli dava angustie.
    Non cercò droghe quando la vita conobbe una crisi.
    Non pensò di suicidarsi quando fu sopraffatto dal dolore.
    Ma questo fratello sapeva come tenere vivo un sogno, pur vivendo un incubo.

    E io vi dico che noi viviamo in giorni migliori di Giuseppe
    e in tempi migliori di King, eppure noi non siamo migliori.
    Viviamo la vita che i nostri padri hanno sognato,
    eppure sembra che i nostri figli siano destinati a ereditare un incubo.
    I nostri avi neri dovettero sopportare la schiavitù e sopravvivere al linciaggio.
    Le nostre madri venivano violentate e i nostri padri evirati.
    Abbattevano le nostre case e distruggevano le nostre famiglie.
    Ci trattavano come oggetti e ci vendevano come bestiame.
    Eppure mentre vivevamo un incubo, intonavamo il canto.
    Abusati, componevamo un inno di lode. Scrivevamo poesie vivendo nel dolore.
    Componevamo musica ed eravamo nella miseria.
    Cantavamo un inno di speranza in una situazione disperata.
    Non ci siamo nascosti dietro il nostro dolore, abbiamo parlato con Dio segretamente.
    Abbiamo perseverato nel sogno pur vivendo un incubo.

    È quello che troviamo nel nostro testo: qualcuno che tiene vivo un sogno
    mentre vive un incubo.
    Giuseppe fu scelto da Dio ed aveva un dono dal cielo e, sentite bene,
    una parte dei guai di Giuseppe dipendeva proprio dal dono di Dio.
    Proprio perché prescelto veniva odiato.
    Essendo abile, si guadagno il disprezzo.
    Siccome Dio voleva servirsi di lui, i fratelli gli erano contro,
    La gente vi guarderà storto solo perché avete un dono.
    Se Dio vi ha sollevati, qualcuno tenterà di tirarvi giù.
    Se Dio vi ha affidato una missione, qualcuno vi creerà problemi.
    Qualche volta avere dei doni può causarvi dei guai.
    La gente non vi odia perché avete torto, vi odierà perché siete benedetti.

    Giuseppe era odiato perché Dio gli aveva dato un dono.
    Dio gli aveva dato un dono spirituale, e il papà un tesoro tangibile.
    Dio gli aveva dato conoscenza, e il papà una tunica speciale.
    Tutti i ragazzi avevano di che vestirsi, ma solo Giuseppe aveva la tunica.
    Tutti avevano qualcosa da mettersi addosso, ma lui non era trasandato.
    Tutti avevano di che coprirsi ma solo lui vestiva alla moda.
    Tutti avevano cose dozzinali, Giuseppe un vestito fatto su misura.
    Non gradivano che Giuseppe avesse qualcosa che loro non possedevano.
    Giuseppe capì che un’opposizione non è sempre un ostacolo.
    Ciò che ti blocca non sempre ti ferma.
    Il tuo destino può essere attaccato ma non cambiato.
    Ciò che ti viene da Dio non ti può essere tolto.
    Quando Dio ti fa un dono, nessuno lo può strappare.
    La vita non può cancellare l’unzione di Dio.
    Ciò che Dio ti mette dentro non è attaccabile da chi ti sta fuori.
    Il diavolo ti può scompigliare, ma non bloccare.
    Può crearti fastidio, ma non fermare il tuo cammino.
    Può circondarti di nemici e lasciarti senza amici.
    Può gettarti in un pozzo e scaricarti in prigione, può trovare qualcuno
    che ti calunnia, o qualcuno che ti mente, ti può far dimenticare
    e ti può far abbandonare.
    Eppure alla fine sarai sempre ciò che Dio vuole che tu sia.

    Giuseppe scoprì che quando Dio mette qualcosa dentro di te,
    non ti devi curare dello scompiglio che è intorno a te.
    Perciò, come qualcuno ha detto, non ricevo la vita da fuori, mi sgorga da dentro.
    Non mi curo di ciò che ho intorno a me, ma di ciò che ho dentro di me.
    Non mi importa di ciò che gli altri dicono di me,
    mi ancoro a ciò che Dio ha detto a me.
    Quello che sono non dipende da ciò che mi sta attorno, ma da ciò che è in me.
    Posso trovarmi nei guai, e tuttavia sentirmi in pace nella tempesta.
    Posso essere calunniato, e ancora credere nella forza della verità.
    Mi potete rallentare, ma non decidere il mio destino.
    Potete rallentarmi, ma non portarmi a un punto morto.
    Potete guastare la mia gioia, ma non bloccare il mio cammino.

    Qualcuno ha detto che Giuseppe ci fa vedere come l’oggi
    diventi il nostro passato domani. Qualunque sia il vostro presente, presto diventa il domani.
    Tutto ciò che accade adesso sta per diventare storia.
    Tutto ciò che vi capita, diventa presto ciò che vi è capitato.
    L’oggi è condannato a diventare ieri.
    Troppi si aggrappano ad un ieri morto e sepolto.
    Trasciniamo l’oggi nel domani, quando è ora di farlo passare.
    Dio vi dà un nuovo giorno, perché non vuole che viviate nel giorno di ieri.
    Giuseppe può dire: fui tradito dai miei fratelli e finii in un paese senza amici,
    ma questo era ieri.
    Fui venduto come schiavo e accusato di un delitto non commesso,
    ma questo era ieri.
    Ho dato aiuto a qualcuno che si è scordato di me quando ne avevo bisogno,
    ma questo era ieri.
    E siccome ieri è passato, vado avanti.
    Non potendo cambiare ciò che è stato, non vivrò nel passato.
    Non potendo tornare indietro, rifiuto di fermarmi.
    Non lascerò che il passato mi ostacoli verso il futuro.
    Resto avvinto al mio sogno, mentre vivo un incubo.
    Non permetterò che ciò che la vita mi ha fatto oscuri ciò che Dio può fare per me.

    Bene facciamo oggi ad onorare chi, come Giuseppe,
    viveva un incubo restando avvinto a un sogno.
    Il dott. King sognava la libertà mentre combatteva la segregazione.
    Credeva nell’uguaglianza mentre affrontava le leggi razziste.
    Credeva nella giustizia mentre viveva il linciaggio,
    credeva nella vita anche se la sua gente veniva ammazzata.
    Restò avvinto a un sogno mentre viveva un incubo.
    Beh, vi dico, so che i tempi sono difficili, ma continuo a credere.
    So che azioni positive sono in terapia intensiva, mentre il razzismo è vivo e vegeto, ma continuo a credere.
    Lo so che il pregiudizio è un passatempo popolare e il fanatismo è diffuso,
    ma ancora credo.
    Lo so che sembra che non abbiamo amici nelle alte sfere né giustizia,
    ma io ancora credo.
    Lo so che ci sono nel mondo guerre ingiuste e conflitti immotivati nel pianeta,
    ma io ancora credo.
    Lo so che c’è gente povera che lotta per sopravvivere e bambini che muoiono,
    ma io ancora credo.
    Lo so che abbiamo politicanti ipocriti e predicatori indegni del pulpito,
    ma io ancora credo.
    Lo so che l’incubo e la realtà e i problemi restano, ma ancora credo.
    Ancora credo che Dio sta in alto e guarda in basso.
    Ancora lo credo troppo saggio per sbagliarsi e troppo buono per fare dei torti.
    Ancora credo che il Signore conosce la via del giusto,
    ma la via del malvagio sarà distrutta.
    Ancora credo che la verità calpestata si risolleverà.
    Ancora credo che un giorno il diritto scorrerà a fiumi,
    e la giustizia come un torrente in piena.
    Ancora credo che ogni valle sarà innalzata, colline e monti abbassati, le vie storte raddrizzate e i luoghi impervi addolciti.
    Ancora credo che un giorno trasformeremo le nostre spade in aratri,
    le nostre lance in falci, e non impareremo più la guerra.
    Ancora credo che un giorno cammineremo insieme e ci ameremo l’un l’altro.
    Lo so, lo so, viviamo ancora un incubo, ma continuo a credere nel sogno.

     

    * Fountain Baptist Church, Summit, New Jersey

     

    (dal convegno: “I have a dream”. Dall’incubo può (ri)nascere il sogno - Roma, 31 ottobre – 2 novembre 2007)



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