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    La gioia



    Educare le emozioni /2

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2009-02-58)


    Vale per la felicità quello che vale
    per la libertà.
    Non la si ha ma la si è.
    (Theodor Adorno)

    La gioia è una emozione dalla quale si è abbracciati: una sorta di abbraccio materno, un ritorno adulto o adolescenziale in un grembo che ci accoglie e ci culla. Ma è anche una emozione di proiezione, che ci scaglia verso l’alto e verso il futuro, che ci toglie da noi stessi: la gioia è una estasi, porta al di là da se stessi (ek-stasis) proprio nel momento in cui ci sprofonda in noi. Non sappiamo se e quanto i ragazzi e le ragazze provino gioia in questo mondo nel quale anche le pillole di felicità sono amministrate e scipite; crediamo che sia possibile riflettere educativamente sul carattere sia immanente sia trascendente di questa emozione, che vanifica nel suo gorgo ogni tentativo di sostituirla con facili e banali surrogati.
    La gioia deve essere comunicata; anche se come per tutte le emozioni esiste anche in essa un nucleo duro, privato e oscuro, a volte non chiarito nemmeno per chi lo sperimenta, occorre però insegnare ai ragazzi e alle ragazze che la gioia è narrabile, anzi che per chi al prova è un dovere nei confronti degli altri e delle altre provare a renderli/e partecipi. Forse è la poesia o la lirica, il medium migliore per poter comunicare la gioia: il noto Inno alla gioia di Schiller, che Beethoven ha reso ulteriormente immortale nel Quarto Movimento della IX Sinfonia, presenta interessanti spunti in questo senso:

    Gioia!
    Bella scintilla degli dèi figlia dell’Eliso,
    Noi veniamo nel tuo tempio glorioso con il viso ardente.
    Il tuo fascino rende affratella ciò
    che la moda separò;
    Tutti gli uomini diventano fratelli
    (nell’originale di Schiller:
    I mendicanti saranno fratelli dei principi)
    dove le tue dolci ali riposano.

    L’inno sottolinea il carattere divino della gioia, anzi la sua origine trascendente e utopica, collocata altrove; forse i giovani vivono questo spostarsi-altrove, questo essere-altrove nelle false gioie offerte dalle droghe, soprattutto di ultima generazione. Ma se lo «sballo» è un «essere-fuori», occorre contrapporgli un’educazione davvero costellata da momenti di gioia, di estasi non distruttiva; e soprattutto di estasi sociale, perché Schiller (soprattutto nel verso poi modificato da Beethoven e riportato in corsivo) vuole sottolineare la socialità della felicità, confermata da due versi successivi: «Che colui che ha la fortuna / di avere un amico; / che colui che ha conquistato / una ragazza divida la sua allegria!».
    Se tutti provano gioia, anch’io la provo: ci viene in mente una frase di Martin Luther King («non potrò essere libero finché anche l’ultimo dei miei fratelli sarà schiavo») e un verso di Pierangelo Bertoli («come posso tesoro tenerti sul cuore / se stanotte a Varsavia si muore?»). La gioia è una emozione sociale, da condividere, e dunque in questo contrapposta frontalmente all’egoismo delle droghe che invece rattrappiscono su se stesso il soggetto: la finta gioia delle droghe è un «si salvi chi può», a differenza dell’universalità della gioia che non esclude nemmeno le piante e gli animali: «Tutti gli esseri bevano / la gioia in seno alla natura, / Tutti i buoni, tutti i malvagi, / seguano il suo profumo di rosa».
    È ovvio che il volto del divino che si presenta in questa emozione che travolge tutte le creature sia il volto di Dio come creatore: un Dio che gioisce creando il mondo e che crea gioia:

    Che si abbraccino tutti gli esseri!
    Un bacio al mondo intero!
    Fratelli, nel più alto dei cieli
    un Padre amoroso deve abitare.
    Tutti gli esseri si prostrano?
    Senti il creatore, Mondo?
    Cercalo al di là dei cieli stellati!
    Al di sopra delle stelle deve abitare.

    In questo senso la gioia porta al ringraziamento, e alla lode: non vivere la gioia in egoismo, riconoscerne il carattere sociale e politico, significa anche riconoscerne il carattere di dono e imparare a ringraziare; tutte le benedizioni, soprattutto quelle sul cibo o sui raccolti, sono lode per chi ha dato gioia, una gioia fortemente materiale; il comportamento che segue l’emozione della gioia e la toglie dalle brume dell’affetto per spostarla verso la dimensione della cultura, è la lode, come esemplificato dal Salmo 148 (7-12).
    Imparare a ringraziare, non tanto a «dire grazie» ma a «rendere grazie» come la preghiera del Seder pasquale insegna ai bambini ebrei, è fondamentale soprattutto per i ragazzi e le ragazze; proprio il confronto e il commento ai testi sopra indicati può essere utile per capire come la gioia sia qualcosa che richiede una risposta, e questo vale anche per i testi più antichi dell’umanità, come gli inni vedici:

    «O Dei, possano le nostre spighe di grano essere abbondanti / Possa il grano nella dovuta stagione cadere davanti alle nostre falci / Possa la lama dell’aratro, dell’aratro dal manico levigato/tracciando bene il solco, produrre per la nostra felicità / molti armenti e greggi, un cavallo per un carro/una bella ragazza» (Raimon Pannikar, I Veda. Mantramanjari,Milano, Rizzoli, 2001 vol. pag. 168).

    La gioia è dunque una emozione che porta all’espressione di sé; esiste però una gioia urlata e cantata ma anche una gioia quieta e silenziosa che opera il ringraziamento e la lode dentro di sé: è importante in questi tempi di commercio dei sentimenti che i ragazzi e le ragazze siano anche guidati a cogliere la necessità di un pudore attorno alle emozioni e che la gioia sia anche serbata dentro la propria anima al riparo da sguardi indiscreti: è la gioia dell’estasi che proprio perchè vissuta in privato è poi restituita all’umanità in modo più forte e penetrante, addirittura andando al di là della morte, come il mistico islamico al Hallaj sottolinea

    «Raccogliete le mie parti prese da corpi lucenti/poi dall’aria, dal fuoco, poi dall’acqua fresca e dolce./Seminate quindi un suolo, dal terreno secco e morto/provvedendo a irrigarlo con liquido portato/da coppiere servitrici e da rivoli correnti/nascerà entro sette giorni la più bella delle piante».

    Infine occorre ricordare che la gioia produce cambiamento; sarebbe interessante ad esempio che i ragazzi provassero a ricordare un momento di gioia e a descrivere (anche con l’aiuto di un disegno ovvero disegnando se stessi «prima» e «dopo» il momento di gioia) i mutamenti provati; la gioia è metabasi, profondo sconvolgimento, origine di una nuova forma di conoscenza emotiva, come ancora una volta sottolinea al-Hallaj:

    «chi la possiede viene reso solo, chi vi macera viene atto deviare, chi strappa le sue foglie ne ha gli occhi infiammati, chi vi si attacca è perduto (...) quando scaraventa per terra rende tranquilli, chi ne è terrorizzato si dà all’ascesi, del distratto fa una vigile vedetta e coloro che la detengono diventano i tiranti della sua tenda».

    Ma se dovessimo evidenziare quella che a nostro parere è l’urgenza fondamentale nell’educazione alla gioia è diremmo che è l’imparare a entrare nelle gioie altrui: imparare a relazionarsi con gli altri e le altre sotto il segno della possibile gioia – che è sempre un sentimento eccezionale e deve essere sperimentato in casi limitati e precisi, e per questo così magici – significa scoprire che cosa dà gioia all’altro e all’altra, comprendendo non si tratta di una copia sbiadita della nostra ma di qualcosa legato in modo specifico all’individualità della persona; ciò è possibile lavorando nello specifico sulla dimensione della festa e del dono.
    Proponiamo una esercitazione in questo senso. Occuparci delle gioie altrui, cercare di portare gioia agli altri e alle altre – ad ognuno/a la sua specifica gioia, obbliga a un decentramento affettivo ed emotivo che scopre che la vera gioia consiste spesso nell’osservare la gioia altrui, nell’essere riuscito, come direbbe Adorno, a «pensare all’altro/a come a un soggetto».

     

    L’arte del donare
    Attività per gruppi di ragazzi/e o adulti (minimo 10) a partire dai 9 anni

    In una prima fase di questa attività ogni partecipante compila una scheda anonima sulla quale deve indicare la sua data di nascita, elencare i suoi hobby e le sue passioni, ricordare un compleanno che ha festeggiato in modo particolare, diverso, più significativo sottolineando che cosa in quell’occasione ha reso la giornata speciale e infine descrivere come dovrebbe essere il suo compleanno ideale.
    In una seconda fase le schede vengono piegate e raccolte; successivamente si formano sottogruppi di 4/5 persone; ogni sottogruppo pesca a caso una scheda e la legge; il compito di ogni sottogruppo è quello di preparare una festa di compleanno per la persona sorteggiata (che rimane anonima: se viene pescata una scheda di uno dei membri del sottogruppo, la si rimette nel mazzo); ogni sottogruppo indica dove ambientare la festa, chi invitare, quali giochi e attività proporre, quale menu proporre, quali regali fare al/alla festeggiato/a Alla fine dell’attività ogni sottogruppo presenta la sua festa e solo allora il/la festeggiato/a manifesta il suo gradimento (o meno) per quanto preparato; è anche possibile che la festa si faccia poi davvero, nel caso ad esempio di un gruppo-classe.
    È ovviamente possibile lavorare sul concetto di festa anche prendendo in considerazione altre tipologie di giorni festivi: in particolare è possibile immaginare di organizzare feste: di onomastico riflettendo sul significato e sul valore del nome di battesimo; di fine/inizio anno scolastico/anno sportivo/anno accademico, ecc., lavorando per presidiare gli inizi e le conclusioni delle esperienze formative; civili, ragionando sul senso della festa (della Liberazione, del Lavoro, per la fine della guerra, della Repubblica) per la comunità, e sui simboli che possono essere utilizzati per sottolineare tali significati; religiose (Natale, Ramadan, Pasqua, Capanne, ecc.).
    Infine proponiamo un esercizio per lo scioglimento gioioso di un gruppo che ha lavorato insieme per un certo lasso di tempo ed è giunto alla fine del suo percorso; la fase preliminare di questa attività prevede che i partecipanti sorteggino ciascuno il nome di un/una loro compagno/a; da questo momento non devono assolutamente far capire quale sia il nome sorteggiato. Viene poi data la consegna: nell’ultimo incontro del gruppo, o ultimo giorno di scuola che sia, ognuno/a dovrà fare un regalo al compagno/a sorteggiato/a; i regali non potranno essere acquistati, dovranno avere un valore economico minimo e soprattutto dovranno corrispondere a un lato del carattere, un gusto, una passione, un pregio o difetto della persona cui verranno donati. Dal momento del sorteggio fino alla fase conclusiva dell’attività, i partecipanti dovranno «studiare» gli atteggiamenti, i gusti, i pregi e i difetti della persona alla quale dovranno fare il regalo. L’ultimo giorno di attività/di scuola, i partecipanti donano uno alla volta il regalo scelto alla persona sorteggiata, motivando ad alta voce la scelta del dono medesimo.


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